A 4 mani, 13° racconto: Wisteria

Il glicine, la glicine, la pianta del glicine troneggia sulle tegole e sul filo del telefono, ignara delle parole sottostanti al brusio elettrico intermittente che lo percorre. Una natura a strati fra loro estranei sopravvive: nessuna interferenza fra le onde elettromagnetiche nate dalla voce di Claudio sul ricevitore della cornetta e le sue intenzioni, nessun disturbo fra il profumo violetto del vegetale là fuori e la serie di input che scuotono elettroni e metalli. Di tutto ciò la discussione fra i due amanti non tiene conto, ignora la mano della siepe e l’occhio dei circuiti, è presa dal livello umano già di per sé sovrabbondante.
«Gliela voglio proprio far pagare a quella maledetta… mi ha rovinato la vita da quando avevo 11 anni, a farmi test e terapie per “curarmi”… ma adesso vede, gliela faccio pagare»
«Senti chi parla di pagare! Ma se a quella “psicologa” – scusa la parola – sei tu che hai sempre pagato e di brutto!! Lascia perdere, è acqua passata, la legge è passata, abbiamo lottato per anni ma adesso abbiamo i diritti, dài Claudio, smettila, passo da te e ne parliamo. Magari di sposarci??»
«Amore passa quando vuoi, ma quella non la può passare liscia».

Via Mafalda di Savoia la si ricorda per un glicine, che la distingue dalle circostanti, visitate dalla parietaria. Questo o questa glicine, questi piccoli punti di glicine che colorano un’intera parete riscattandone strati di ocra vecchio e scrostato, tengono in mano le tegole l’antenna un camino, e nascondono un cavo del telefono. La pianta del glicine di via Mafalda è, pare, indifferente al cavo, o forse ignara delle parole sottostanti al brusio elettrico intermittente che lo percorre. Forse ricorda solo le sere senza luna.
«Felice? Felice un cazzo».
Dovrebbe sobbalzare, la / il glicine. Invece, nulla.
«E che reazione è? Non è quello che aspettavamo, Claudio?».
«Guarda che la mia vita non è stata come la tua. Tu le terapie e i campi di educazione sessuale non li hai mica fatti. Ma adesso io gliela faccio pagare, sai!».
«Senti chi parla di pagare! Guarda che la psicologa eri tu che la pagavi, e di brutto! Anzi, prima la pagavano i tuoi, hehehe. Lascia perdere, è acqua passata, la legge è passata, abbiamo lottato per anni ma adesso abbiamo i diritti, dài Claudio, smettila, passo da te e ne parliamo. Magari di sposarci??»
«Amore passa quando vuoi, ma quella non la può passare liscia».

Se tutto questo glicine volesse o sapesse ricordare, se li ricorderebbe questi due, cavo o non cavo, che la sera profittavano di via Mafalda di Savoia per chiedersi chi avrebbe comprato il pane, e chi stirato; soprattutto evitato era l’immaginario compito di rigovernare i piatti dopo omeriche cene a notte fonda con immaginari amici, amiche. Visioni di felicità implausibili.
Una cena fra amici. Gli immemori punti di glicine, solo a sforzarsi un po’, ricordano altre sere e altre scene. L’uscita settimanale dallo studio psicologico e psichiatrico Dott. T. Nannerini, i test, le misurazioni, i libri consigliati. E la sera senza luna.
Le mani si fanno liquide nelle sere senza luna.
Le voci improvvise mordono, nel silenzio.
«Guarda due froci».
«Che schifo. Ma non vi fate schifo».
«Rivestiti schifoso».
«lasciali stare, amo’. Lasciali».
«Vi piace prenderlo nel culo?».
«Lasciateli, smettetela».
Forse i glicini si fanno solo i fatti loro, e pensano a cose grandiose: che gli imperatori giapponesi, durante i lunghi viaggi di rappresentanza, portavano con sé bonsai di glicine – a questo pensano; quando giungevano in luoghi stranieri si facevano precedere dagli uomini del seguito, che sostenevano alberelli di glicine fiorito, al fine di rendere note le proprie intenzioni, amichevoli e di riguardo, per gli abitanti di quelle terre.
Sangue fra Claudio, Giangiulio, e la terra madre dei glicini, sangue in ginocchio, illune silenzio.

A 4 mani, 12° racconto: Beautiful monster

Oriella Rimabon, meglio conosciuta come la Barbie di Valdobbiadene, per le curvilinee e biondochiomate somiglianze con la mitica bambolina, si stava guardando da circa un’ora le punte dei piedi, tra le lacrime e il mascara colati copiosamente sulle guance. Suo marito Daniele, invece, guardava, in alternanza fissa come se stesse seguendo un interminabile e noioso match di tennis, prima Oriella e poi la culla dove stava dormendo Omar, il loro primogenito. Senza parlare, gli occhi modulavano un pensiero a martello:
Non ci posso credere
.

Undici mesi prima

Sparsi sul letto tutti i moduli della società Babybello©. Tutte le caratteristiche richieste in otto pagine di moduli minuziosamente compilati.
Babybello© as you wish.

Le vetrate opaline della sala riunioni emanavano una luce lattea che permeava di chiarore rassicurante i volti che si delineavano sullo schermo al plasma. Le possibili combinazioni, date le opzioni materne, si affacciavano paffute, tenere e rosee dal video. Gridolini eccitati interrompevano i sussurri di Oriella e Daniele. Il loro bambino sarebbe stato perfetto. Bellissimo e unico. Come soltanto avrebbe potuto essere il loro figlio.
Il sogno dei futuri
Babybello© parents (clienti era una parola da evitare come un’anomalia genetica nelle brochure patinate della holding dei bambini perfetti che la Babybello© si vantava di essere) era a portata di mano. Beh, anche di portafoglio, diciamolo. Fortuna che Daniele era stato appena nominato junior partner nella DB&C corporation.

«La bellezza è un plusvalore… noi della Babybello© ne siamo perfettamente consci e la nostre scelte di marketing si basano proprio su questo principio. La società contemporanea è sempre più visiva ed oltre al quoziente intellettivo e a spiccate competenze relazionali gli individui nati grazie a Babybello© avranno una marcia in più, un valore aggiunto se vogliamo…»

La pr dell’azienda caracollava sui tacchi esibendo tette siliconate, un lifting altamente professionale e un guardaroba esclusivo, tutti frutti delle parcelle salate – guadagnatissime, certo – della compagnia specializzata in euprocreazione per la quale lavorava.
Oriella e Daniele pendevano dalle sue labbra – anch’esse accortamente ritoccate – e firmarono il contratto.

Prelievi, esami, analisi, un fuoco di fila di prosaiche operazioni per ottenere un rampollo degno delle migliaia di euro necessarie per metterlo al mondo.
Quando il test di gravidanza mostrò, nell’allinearsi inequivocabile delle barrette, che l’impianto era riuscito, che stava iniziando la fase 1 della produzione (così recitava il vademecum della
Babybello©), Daniele e Oriella festeggiarono – niente alcool, per carità, niente cibi ipercalorici – nel miglior ristorante della città. Lui le regalò un giornata nel più esclusivo centro benessere e l’indomani si videro recapitare un biglietto pergamenato con i migliori auguri da parte della promoter di Babybello©. Anche la firma era al computer ma carini lo stesso, no?

Undici mesi dopo

Non ci posso credere.
Daniele era un uomo risoluto. Per questo Oriella l’aveva sposato. Per questo era diventato a soli ventinove anni quello che era nella sua azienda. Dopo essersi riscosso dal torpore dei primi giorni pensò che si dovesse fare qualcosa. Che qualcuno dovesse fare qualcosa. Il dottor Nirvani, per esempio.

I media diedero ampio risalto all’episodio. “Coppia benestante – articoli e titoli a caratteri cubitali in prima pagina, foto e commenti sul web, gruppi su Facebook – preda di un raptus di onnipotenza, tenta di effettuare un’operazione di chirurgia estetica al volto del proprio bambino di due mesi.” Sociologi, psicologi, criminologi di chiara fama, scuri in volto, abituati a frequentare salotti da esperti circensi mediatici, a cambiare maglioncini ed esprimersi su tutto lo scibile umano foss’anche il risotto di Vissani, chiosavano sul degrado dei costumi del nostro secolo, arroventando il dibattito in uno slalom di partecipazioni televisive, degno di un Tomba dei tempi d’oro.

Potremmo, infine, raccontarvi di come la polizia fece irruzione in sala operatoria. Potremmo narrare che c’era anche il giudice Santagata. Potremmo riferire le sue parole all’indirizzo dei perversi genitori – «Siete delle brutte, anzi bruttissime persone», dello sguardo offeso di Daniele e dirvi ancora del conseguente attacco isterico della Barbie di Valdobbiadene alla ricerca disperata di uno specchio che confermasse che non era vero.

Non era vero che erano brutti. Era il loro bambino a non esser venuto bene.

Ma temiamo di non essere creduti.

Spunti, riflessioni ed incubi scaturiti da qui: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=7823&ID_sezione=38&sezione

in silenzio

sterno è un mio amico.
la prima volta che l’ho visto (ma già ci conoscevamo grazie alla posta elettronica) è stato a Sermide, venne per me, sono quasi tre anni ormai.
ma non importa questo.
lasciamo perdere i racconti a quattro mani, la narrativa e tutto, e leggiamo il suo dolore, che è grande.
parole vere, insomma.
non servirà (leggere), suo padre non c’è più.
E lui quando il suo vecchio è morto non c’era, era lontano, e questo fa male tanto, ché Sterno avrebbe voluto essere lì, a chiudergli gli occhi, dolcemente.
leggiamo, che altro non possiamo fare.
un abbraccio s.

remo

Un uomo
di Sterno

sul voto e altro

Oltre ai partecipanti possono, se vogliono, votare:
1. Stefania Mola (squlibri2)
2. Monia Casagrande (non commenta mai, ma c’è: nella prima edizione mi avvalsi della sua preziosa collaborazione)
3. Silvia (Sgnapis) (
sgnapisvirgola).
4. Lucia Marchitto (Lucia Marchitto)
5. Laura Costantini (che ha il blog con Lory)
6. Elena (C’è da fare)
7. Lucypestifera (Il lunedì degli scrittori)

8. Bri (Laura) (verdemare)
9. Sterno (genere umano)
10. Lucia (Cronomoto)
11. Ilaria (Ali d’argento)
So che Zena  (Colfavoredellenebbi
e) non ci sente… in  questi giorni.
Probabilmente ho dimenticato qualcuno…

A questi potranno aggiungersi altri visitatori di questo blog.
Si voterà un giorno di fine agosto, o inizi di settembre.
Un giorno preciso con un determinato orario, chessò, dalle 15 alle 21.
Chi non potesse partecipare al voto nei commenti mi può comunicare per posta elettronica il proprio voto. Potrà farlo in un lasso di tempo compreso tra la pubblicazione dell’ultimo racconto e il giorno prima della votazione. Sarà mia premura copincollare il voto e chi l’ha dato nei commenti.
Se qualcuno “indovina” chi ha scritto questo o quel racconto voti lo stesso; se invece l’ha saputo si astenga, per favore.
Il bello di questa iniziativa sta appunto nel premiare il racconto e non chi l’ha scritto; sappiamo tutti bene che l’abito fa il monaco anche nella narrativa.

Per chi ha già inviato il suo racconto.
Allora, il fine ultimo è la pubblicazione di un e-book. Un lavoro collettivo, insomma. Mi piacerebbe che fosse il più dignitoso possibile.
Allora se qualcuno volesse correggere dei refusi o delle imprecisioni me lo comunichi sul solito indirizzo mail (raccontiaquattromani@gmail.com).

Scusate se non rispondo nei commenti, son di fretta. Sta squillando il telefono, ora, devo vedere una persona, poi devo scappare, niente pc o mac per qualche ora, mi sa che torno stanotte, tardi.

A 4 mani, 11° racconto: Istantanee d’anniversario

Luciana arrivò in sala da pranzo, una mano premuta sulla bocca.
Poi tirò su un sospiro, come a raccogliere coraggio, e tutto d’un fiato disse:
«È arrivato. Aspetta in stazione. È solo. Dice che mamma non è voluta partire.»
Per un attimo nessuno reagì, poi presero a parlare tutti insieme, fino a che Dante sbatté un pugno sulla tavola, appropriandosi del suo ruolo di fratello maggiore.
«State zitti!», urlò « Cosa significa che non è voluta partire?»
Luciana rispose come tra sé e sé:
«Non me l’ ha detto, il motivo. Ma deve essere qualcosa di serio. Non sarebbe mai venuto da solo.»
Fu a questo punto che Milena, la più giovane dei nipoti, si alzò da tavola e corse in camera sua. Si buttò sul letto e scoppiò in singhiozzi.
Amava tanto sua nonna. Fin da bambina aveva sentito in lei una vitalità di solito estranea alle persone di quell’età.
Da lei aveva appreso a essere forte, a non lasciarsi intimidire dalle compagne più prepotenti, a non giudicare, a rispettare ogni diversità.
Ora capiva che doveva aver avuto dei motivi veramente seri per non essere partita.
Aveva intuito, dai discorsi che ultimamente le faceva sua nonna, che qualcosa era cambiato in lei. Quando erano andati a trovarla, a Pasqua, le era anche sembrato che fosse mutato il suo approccio con gli altri famigliari: l’aveva osservata mentre ascoltava le recriminazioni ora dell’uno ora dell’altro, le lamentele per il lavoro, per il carovita, per le vacanze saltate, per la disubbidienza dei rispettivi figli. Sembrava che non li udisse veramente, come fosse assorta in altri pensieri. Rispondeva con cenni del capo, brevi commenti, sorrisi di comprensione. Ma soprattutto taceva.

«Mi hanno stancata tutti», prese a dire, come se ci fosse qualcuno ad ascoltarla. E intanto chiudeva la valigia, e controllava ancora una volta che il biglietto aereo fosse nella borsetta, e fermava le persiane.
«Mi ha stancata lui, con i suoi ridicoli tradimenti, con il suo paternalismo, con le sue recriminazioni. Te ne ho date, di cose, in questi cinquant’anni, mi ha detto ieri. Mi hanno stancato i figli, e i nipoti, egoisti, opportunisti, capaci solo di arrivare qui in massa, per le feste, e solamente perché in città i divertimenti non mancano. Mai a chiedermi mamma, hai bisogno. O a dirmi: nonna, ti voglio bene. Ma tutti: fai, devi, dammi. So bene che è stata Luciana a organizzare la festa. Per ammansirmi, sperando che io dica sì, te li do io i soldi per il negozio che vuoi aprire. Ma io, queste nozze d’oro, non le festeggerò. Che sono d’oro matto, queste nozze.»
Prima di lasciare la casa, le cadde lo sguardo sulla foto che ritraeva lei e Milena. Un groppo le strinse la gola. Milena, che era diversa da tutti loro.

Il caffé gli bruciò il palato. Imprecò fra i denti, e sbatté la tazzina sul banco. Il cameriere lo guardò sollevando le sopracciglia, poi riprese ad asciugare i bicchieri. Cazzo hai da guardare, ringhiò Umberto in silenzio. Almeno arrivassero presto, pensò. Che lo sappiano subito che la madre non vuole più né me, né loro.
La rabbia gli premeva dietro le costole, e spingeva per uscire e lacerargli la carne.
Dopo cinquant’anni sua moglie gli ha aveva detto: ti lascio. Così, di punto in bianco, ti lascio, gli aveva detto, poi se n’era andata in camera, chiudendosi la porta alle spalle. Dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei. Pensò alle donne che aveva lasciato, per lei. Avventure, ma anche storie importanti. Pensò ai figli che le aveva permesso di avere, per quella sua stupida voglia di maternità. Fosse stato per lui, uno sarebbe stato più che sufficiente. Solo un fastidio, i figli. Pensò alle ore di straordinario, fatte per racimolare qualche soldo in più, per la casa, e le vacanze, e gli studi dei figli. Ti lascio, gli aveva detto.
«Chissà cosa farà, adesso, senza di me. Ho fatto sempre tutto io, in cinquant’anni», masticò fra i denti, dirigendosi in bagno.
Lo specchio sopra il lavandino gli rimandò l’immagine consumata di un viso grigio di stanchezza. Gli salì un tremito, dentro, e la rabbia lo abbandonò di colpo, lasciandogli un buco fra il cuore e la pancia. Un vecchio cane abbandonato, gli venne da pensare.
Poi scoppiò a piangere, con dei singhiozzi raschianti, che si annodavano in gola.

Il tassista sistemò le valige nel bagagliaio, poi chiese dove dovesse portarla.
Lei non rispose. Se ne stava assorta, e fu riportata alla realtà dalla voce che per la terza volta le chiedeva, stavolta perentoriamente: « Allora dove la porto, signora?»
«All’aeroporto”, rispose.
Mentre il taxi procedeva lentamente sulla strada intasata dal traffico, ebbe modo di riflettere, ripercorse molte delle tappe principali della sua vita di moglie, di madre, di nonna.
Scosse la testa come per scrollarsi da un insetto invisibile. Forse non era necessario andarsene, sarebbe stato troppo doloroso anche per lei, pensò. La raggiunse una consapevolezza mai avuta prima: avrebbe dovuto chiarire a tutti che non era più disponibile a richieste che non tenessero conto delle sue esigenze. Sapeva che le cose non sarebbero radicalmente cambiate, ma avrebbe parlato, oh sì, che avrebbe parlato!
Toccò la spalla del tassista:
«Scusi, non all’aeroporto, mi porti in stazione», disse
Promise a se stessa che non avrebbe più permesso a nessuno di disporre del suo tempo e che avrebbe preteso rispetto per ogni sua scelta. Da tutti. A cominciare da Umberto. Ci aveva tentato, in passato, ma poi si era arresa. Questa volta, però, sapeva di avere una grande determinazione.
Il biglietto aereo l’avrebbe conservato, per ricordarle la sua decisione. Non sarebbero stati soldi buttati. In fondo stava comunque intraprendendo un viaggio: verso una libertà ottenuta non con rivoluzione, ma con la riflessione.

Alla stazione, ad aspettarla, c’erano Umberto e Milena. Lui non le disse niente: si avvicinò e le fece una carezza sulla guancia. Lei lo guardò negli occhi, poi accolse fra le braccia Milena e sorrise.
Più tardi le avrebbe parlato. Ma sapeva che avrebbe avuto in lei un’ alleata formidabile.

A 4 mani, 10° racconto: Take away

L’odore di fritto stagnava nell’aria. Chen si scostò una ciocca di capelli dagli occhi e lo vide. Era la seconda volta che il ragazzo veniva al take away. Ordinò lo stesso menu del giorno prima: il numero sei. Dopo aver passato l’ordine in cucina Chen lo studiò con calma. Alto, biondo. Bellissimo.
La voce del cuoco che le annunciava il sei nel passavivande, la riscosse.
Gli consegnò il contenitore e lo guardò, esitante. Lui ammiccò disinvolto. Chen distese le labbra in un sorriso compiaciuto.
Portò di nuovo la mano ai capelli, stavolta nel gesto della donna che sente su di sé uno sguardo ammirato. Lo seguì con gli occhi, oltre la vetrata appannata dal vapore.
Quando lui sparì osservò la propria immagine riflessa, appena distorta. Si trovò carina, molto più del solito.
Voltandosi notò il cuoco affacciato al passavivande che la fissava. Seccata, gli fece una
smorfia.
Wang, il cuoco, era il suo fidanzato. Provenivano dallo stesso villaggio e gli era stata promessa fin da bambina. Lui era partito per l’Italia cinque anni prima e lei lo aveva raggiunto da poco, accettando la scelta della sua famiglia, nel rispetto della tradizione. Ora, nell’attesa che la comunità cinese celebrasse le loro nozze, si trovava alle prese con uno sconosciuto, in un paese straniero di cui non parlava la lingua.
Aveva però fatto in tempo a guardarsi intorno e ad apprezzare le differenze.
E quando il ragazzo tornò la sera dopo, con una maglietta dello stesso azzurro dei suoi occhi, cominciò a sognare la libertà che non aveva mai avuto.
Chiese ancora il numero sei. Chen sorrise, con la bocca, con gli occhi allungati, con ogni poro della sua pelle ambrata e passò l’ordine. Wang eseguì, poi rimase affacciato a osservare, un mestolo in mano.
Chen si sentì trafiggere le spalle dalle sue occhiate, ma continuò a ignorarlo, concentrata sul suo idolo.
Restò assorta e sognante per qualche secondo. Poi prese il contenitore dalle mani unte di Wang e lo porse a Occhiblu che, col suo atteggiamento, pareva provocare il cuoco sfacciatamente.
Fu percorsa da un palpito di grata intesa: sembrava pronto a infischiarsene di Wang e delle convenzioni sociali, proprio come lei.


Le strizzò l’occhio mentre pagava e uscì, portando con sé le sue speranze di una vita diversa.
In occidente erano le ragazze a decidere dei propri sentimenti. E, nonostante il cuoco avesse un aspetto gradevole, Chen preferiva Occhiblu e la libertà.


L’indomani l’attesa le parve interminabile. Anche Wang era più nervoso del solito, come se qualcosa lo tormentasse. Chen oscillava fra l’irritazione e la pena nei suoi confronti. In fondo anche lui era stato costretto a quel fidanzamento. Ma tutti i suoi crucci svanirono quando Occhiblù fece la sua apparizione, preceduto da un intenso aroma di dopobarba.
Aveva un sorriso esitante, studiò la lista come se fosse incerto fra i vari menu.
“Il solito” disse infine, con decisione.
Appena Chen passò l’ordinazione, Wang si affacciò dal passavivande e i suoi occhi brillarono di consapevolezza.
La ragazza pensò che avrebbe scoraggiato il suo corteggiatore ma questi sfoggiò un sorriso ancora più ampio. Drizzò le spalle, mettendo in mostra un fisico da atleta.
Era evidente che non intendeva lasciarsi intimidire. Chen, rassicurata, seguì con la mano i contorni del biglietto che aveva in tasca. Non sapeva scrivere in italiano ma lui non avrebbe potuto equivocare il significato del cuore che vi aveva disegnato.
Wang le passò il contenitore e poggiò i gomiti sul bordo della finestrella, fissando il rivale.
Chen ne approfittò per infilare il biglietto nella scatola. La porse al ragazzo con trepidazione, come se gli consegnasse il suo, di cuore, oltre a quello disegnato.
Passò la notte a chiedersi se il messaggio avrebbe raggiunto lo scopo. Gli sguardi di Occhiblu erano inequivocabili ma un approccio esplicito, in presenza dell’incombente Wang, era difficile.
La sua sottile inquietudine durò poche ore.
Occhiblu arrivò verso sera. Appariva turbato, in preda a un’emozione intensa che lo rendeva ancora più attraente.
Guardò entrambi, chiaramente imbarazzato di fronte a Wang. Ma la certezza di essere ricambiato gli conferì coraggio.
“Un numero sei…E.. a che ora chiudete, di solito?” Arrossì, conscio dell’esile scusa. “Per regolarmi.. se a volte avessi necessità di ordinare la sera tardi..”.
Chen avrebbe voluto baciarlo, dalla felicità: aveva trovato il modo per darle un appuntamento.
“Alle undici”, rispose Wang, precedendola.
I due uomini si fronteggiarono, in silenzio.
Quando il contenitore arrivò, Chen lo passò a Occhiblu e stavolta ricambiò l’occhiolino, a conferma dell’intesa.
Alle undici meno dieci la saracinesca fu abbassata. Chen si cambiò e si piazzò davanti allo specchio, per sistemarsi i capelli.
“Ho da fare, stasera.” Wang era sulla porta, col grembiule in mano. “Chiudi tu, per favore.”
Si sbirciò anche lui nello specchio, gettò il grembiule su una sedia e uscì in fretta, scivolando sotto la saracinesca.
Chen fece spallucce: meglio così, non avrebbe corso il rischio d’essere scoperta. Sicuramente il ragazzo la stava aspettando dietro l’angolo, per non dare nell’occhio.
Era pronta. I lunghi capelli sciolti, liberati dall’obbligatoria cuffietta, formavano un sensuale contrasto col verde giada del vestito aderente.
Sicura del suo fascino, uscì nella notte e ne respirò l’odore puro. Si avviò verso il vicolo, all’angolo dell’isolato.
Udì delle voci e rallentò, affacciandosi con circospezione.
Sospirò di sollievo, nel riconoscere l’alta figura di Occhiblu. Era venuto: stavolta il suo take away sarebbe stata lei.
Il ragazzo era di spalle e parlava piano con qualcuno nascosto dall’ombra del muro. Una mano si protese, come dal nulla, ad accarezzargli il volto. Occhiblu la strinse.
Wang uscì dall’ombra e lo cinse alla vita. Lui fece altrettanto e Chen li vide incamminarsi lungo il vicolo, allacciati.
L’unica cosa che riuscì a pensare fu che Wang era senz’altro più motivato di lei a non rispettare le tradizioni familiari.

ma socrate diceva “dir loro” o “dirgli”?

La mia cultura è piena di lacune.
Dovrei rileggere Tolstoj, le poesie di Rimbaud, a volte mi rimetto a studiare l’inglese che sapevo parlare e che ora ho quasi rimosso.I bimbi delle elementari lo sanno meglio di me.
Ho da leggere Cortazar, che mi hanno regalato e che so che devo leggere.
Invece di leggere noir e gialli dovrei ripassare la storia contemporanea, imparata troppo in fretta in università.
E Gramsci, stessa storia. E, e, e…
Ora comunque sto rileggendo Pasolini: mi serve per una cosa che devo scrivere entro febbraio. Un dramma teatrale (e quindi vorrei almeno rileggere la Poetica di Aristotele e alcuni drammi moderni…).
Stop, mi fermo.
Siamo in tanti ad avere un lungo, sterminato elenco di cose da studiare (non dico leggere, dico studiare).
Ho una cultura piena di lacune, dicevo, e non va bene, specie se si ha l’ambizione di stupire, scrivendo (se scrivo di un ippocastano, è bene che mi informi e che lo veda, ma per davvero e non tramite google).
E non mi consolo certo nel sapere che altri son messi come me: vorrebbero leggere tre, quattro libri a settimana, ne leggono (ne leggo, manoscritti compresi) quattro (in ferie no, raddoppio).
Discorso molto tortuoso quello della cultura.
Sicuramente Calvino ne aveva più di Fenoglio, questione di tempo: uno lavorava da mattino a sera tra libri e intellettuali l’altro no, sgobbava anche.
A mio avviso Calvino scrive molto meglio di Fenoglio. Sa dosare aggettivi e avverbi, ha talento, da ogni sua pagina (come da ogni pagina di Fitzgerald Scott) si può imparare qualcosa.
Fenoglio però ha saputo trasmettere più emozioni (credo). (Dico credo perché le emozioni che arrivano a me non sono certo il vangelo, anzi).
Torno a chi di cultura ne ha più di me.
Faccio alcuni nomi, ora.
Anfiosso.
Zena (Colfavoredellenebbie).
Stefania Mola.
A parte Stefania, che vedo una volta all’anno, fortuna che esistono – io mi dico sempre – persone come Anfiosso e come Zena perché stando con loro si impara.
E non ti dicono che “hanno cultura”.
Ecco, ricordo Anfiosso una sera della scorsa estate a Torino.
Gli dico. Per me il racconto più bello che ho letto è Il pescatore e la sua anima di Wilde.
Cavolo: non l’aveva letto.
Ricordo molto bene le sue parole. Disse: Quante cose devo leggere…
E Anfiosso – lo sa chi lo ha conosciuto (e chi non lo ha conosciuto si vada a leggere il suo blog) – legge e studia e studia e legge e se un giorno scriverà sarà qualcosa che resterà: nel tempo.
M’è successo, e m’è successo spesso, invece, di sentire da persone che hanno più o meno le mie conoscenze culturali delle critiche rivolte a chi non sa.
Quello è un ignorante. Quello non sa scrivere. Quello qui e questo qui.
Occhio, che prima o poi si inciampa.
Mesi fa beccai un erroraccio su un blog di un/una blogger che se la tira.
(Un errore succede a tutti).
Un anno fa sul blog di un editor che se la tira.
Uno che ogni tanto dice che gli scrittori non sanno scrivere in italiano.
(Poi ci son quelli che dicono che i giornalisti non sanno scrivere in italiano: provino loro a scrivere magari di corsa, alle dieci di sera, e con la vescica che è piena ma che piena deve restare altrimenti in tipografia urlano).
Occhio, quindi, che la scrittura nasconde varianti.
Se Fenoglio scriveva che la sua miglior pagina “usciva” dopo decine di penosi rifacimenti, non pensate che forse la causa poteva essere anche la stanchezza?
Un blogger o uno scrittore che ha tempo a disposizione ha più tempo per correggere, migliorare la sintassi, evitare svarioni.
Chi va di corsa è invece più soggetto a scivoloni.
Io comunque tante cose le ho imparate da gente che non legge nemmeno uno libro all’anno.
Mio padre per esempio.
Nemmeno i miei, legge, il mio vecchio: e non sa che un paio di storie che lui mi ha raccontato son diventate pagine di libri.

Altra nota autobiografica.
Da ragazzo uscivo poco e leggevo non tanto: tantissimo.
E di tutto. Libri, giornali, qualche fumetto (pochi).
Quando a vent’anni andai in fabbrica avevo un bagaglio di libri letti più pieno, rispetto ad altri ragazzi della mia età che, con tanto di diploma, lavoravano con me.
Quando decisi di andarmene lo feci anche perché quei sette anni di fabbrica mi avevano culturalmente (?) impoverito.
Parlavo semplice, troppo.
Parlo ancora semplice, comunque. Ma oggi ho il tempo di riempire quaderni e quadernetti di cose che imparo. E che non bastano mai. Perché nessuno diventa abbastanza imparato, diceva Socrate.
E comunque. Se due miei ex compagni di fabbrica volessero partecipare ai racconti a 4 mani direi loro che… non è opportuno.
Poca cultura avete, direi loro.
Ma è giusto – anche – scrivere “Poca cultura avete, gli direi”… no?
Come avrebbe scritto Socrate?
E se questi due ex compagni di fabbrica mi dicessero che per loro l’ultimo racconto postato è troppo difficile, cosa risponderei?
Che devono smetterla di farsi rimbambire dai giornali sportivi e dalla tv. E che leggere comporta anche il cercare di capire.
Mondi diversi e lontani, spesso.

A 4 mani, 9° racconto: Antiferesi*

Le piastrelle a terra sono fresche mentre il caffè riscalda la tazzina. Barbara si accorge che lo zucchero di canna non basta a vincere l’amaro, scosta il piattino e si veste.
Il sacchetto dello zucchero raffinato troneggia sugli scaffali del supermercato, come un piccolo buddha bianco. Sarà lui l’oggetto del dissidio che porterà alla dissoluzione, sembra saperlo già, a vedere dal modo con il quale si sfalda e scende a cascata nel contenitore di casa, grano dopo grano.
O forse no, forse nessun calcolo può prevedere se un comune accordo rimarrà tale o se si dividerà all’infinito senza tregua.
“Siamo la misura di tutte le cose”, si ripeteva come un mantra, uno dei tanti, Alfredo. Vecchie reminescenze filosofiche del liceo: con “uomo” Protagora intese il singolo individuo e con “cose” gli oggetti percepiti attraverso i sensi. Quindi, pensava Alfredo, anche gli altri individui. Anche Barbara, con la quale aveva tanto condiviso, diventava “cosa” con cui misurarsi e di cui egli stesso diventava misura. Nel misurare non c’è giudizio ma solo constatazione: due cose comparate misurano uguale o hanno lunghezze diverse. “Ognuno sia conforme a sé”: un altro mantra, quello della sospensione del giudizio. Che lo zucchero preferito, raffinato e non più di canna, possa davvero costituire lo scarto? Questo insignificante dettaglio dell’esistenza, del ménage quotidiano, può davvero diventare il pretesto delle differenze che separano, delle “differenze negative”, come le aveva battezzate Alfredo? Poteva questa differenza di misura aprire un baratro tanto profondo? Ad Alfredo sembrava inverosimile. Sarebbe stato come cancellare di colpo tutti gli eventi e le cose che invece erano state misurate con ugual metro, con analogo criterio. No, era una sciocchezza. Ci rise sopra.

– Perché ridi?
– Pensavo a quando usavo le zollette, prima di incontrarti e di come tu mi avessi convinto all’etica del consumo equo solidale e contro il processo inquinante della raffinazione.
– E adesso?
– “E adesso” e adesso lo usi tu.
– Se sei ancora convinto, non devi per forza adeguarti a me. Si vede che sto invecchiando: quello di canna lo trovo insufficiente per zuccherare…

Barbara si alza ma il suo sguardo è scostante, non ha voglia di nulla, le sembra che una folla esanime di decimali la stia rincorrendo, come a cercare il valore esatto di una soluzione irrazionale.

– La coerenza non è mai stato il tuo forte – (azzarda Alfredo)
– Credi? Credi che la coerenza sia di questo mondo?
– Forse è il caffè che non va bene, potresti cambiare marca.
– Ci ho pensato, ma non credo… comunque adesso sei tu che potresti spiegare a me, se ti va, perché con il caldo che fa chiudi tutte le tapparelle, mi sembra assurdo, manca l’aria.
– Aria calda, apri la finestra ed entra aria calda, la casa è tutta al sole di giorno, se la tieni chiusa almeno resta fresca.
– Sì ma allora di notte apriamole queste tapparelle.
– Apriamo le finestre, ti va? Solo le finestre, mi sembra un buon compromesso, con le tapparelle abbassate altrimenti le zanzare mi uccidono.
– Mordono solo te… facciamo così: mi metto sul divano, porta chiusa, al buio, finestre spalancate.

Alfredo in un istante si rende conto o forse solo inizia a presagire, che gli eventi stiano barcollando, come prima di un salto o appena subito dopo, quando si atterra. Con l’esito di rimanere stabili o perdere la strada. Quanto può dire di conoscere Barbara? Quanto possiamo dire di conoscere in generale chi abbiamo intorno? Alfredo ricordava stupito di quando il padre raccontò anni addietro alla madre – una vita trascorsa insieme, come usava nelle generazioni precedenti – di essersi fatto fare l’unica volta la barba in vita sua dal barbiere solo in occasione del loro matrimonio. E di come la madre rimase del tutto sbalordita di fronte all’aneddoto raccontato in vecchiaia da quell’uomo, che poteva dire di conoscere come il maggiore dei suoi figli. Un aneddoto insignificante, un dettaglio per un osservatore esterno, con l’occhio non abituato alla grana fine della misura più intima e prossima di coloro che abbiamo attorno e a cui vogliamo bene; un dettaglio però di quelli che rivelano molto di una persona abitudinaria come il padre.
E adesso? Adesso si trovava di fronte a questa inattesa estraneità, a questa nuova mancanza di comune misura con Barbara: quello che è sembrato essere per molto tempo il loro massimo comun denominatore era divenuto, per un’alchimia ancora tutta da comprendere – ma l’avrebbero mai compresa? – un numero diverso, dissonante, la cui frequenza, le cui armoniche erano ancora una volta non divisibili secondo un metro comune. Non coincidevano, generando una musica sghemba, scoordinata, della quale sorridere con imbarazzo.
Quell’imbarazzo che rimase sulla faccia di Alfredo quando guardò con affetto una Barbara lontana, immersa nel suo caffè addolcito dallo zucchero bianco.


*Il termine “antiferesi”deriva dal verbo “anthuphaineô”, utilizzato da Euclide negli “Elementi” (libro VII, proposizione 1). La parola è composta da “huphaireô”, che in questo caso significa “sottrarre un po’ per volta”, e dal prefisso “anti-”, cui oggi siamo soliti dare un senso di opposizione tra due cose, ma che può anche indicare, in modo più neutro, l’idea di due cose che stanno una di fronte all’altra, che si corrispondono. L’antiferesi, quindi, è una “sottrazione reciproca”. Si tratta, originariamente, di un metodo sistematico dato da Euclide per trovare il massimo comun denominatore tra due numeri.
[…]
È quantomeno curioso il fatto che Euclide, pur evocando esplicitamente questo metodo come un mezzo possibile per determinare se due grandezze “a” e “b” sono commensurabili o meno, non lo utilizzi mai in una dimostrazione di incommensurabilità.

(da Benoît Rittaud “La favolosa storia della radice quadrata di due”, pag. 272 e 275)

A 4 mani, 8° racconto: Strategie di mercato

Speriamo almeno mi capiti la dottoressa, che tra donne ci si capisce.
La signora lì ci sta mettendo un tempo memorabile. Dai, su, che ho fretta.
E poi il dottore è mezzo sordo, mi toccherebbe ripetere più volte, alzando sempre di più la voce, e a quel punto tutti si girerebbero a guardarmi.
E’ già abbastanza imbarazzante. Che poi, è una cosa normale, no? Io sono una donna, è naturale che io possa… ma chiedere un test di gravidanza significa ammettere di avere un dubbio.
Ma che vado a pensare, sono solo apprensiva e metto i miei ormoni sottosopra. Abbiamo preso precauzioni no? Sono sicura, sono stata attenta, non devo preoccuparmi.
Adesso respiro e mi calmo.
Invece no! Non mi calmo per nulla! Io non dovrei essere qui. Io dovrei essere in ufficio, a preparare il breafing per la discussione delle nuove strategie di marketing.
Ho gli ultimi dati da verificare e la presentazione da sistemare; il Consiglio di Amministrazione si aspetta di avere dati certi, ordinati e precisi.
Ordine e metodo. Non sarei arrivata a questo livello alla mia età se non avessi pianificato ogni singolo passo della mia carriera, della mia vita.
Così funziona: niente distrazioni, niente tempo perso in chiacchiere inutili e in sogni a occhi aperti. La vita va vissuta con idee concrete, occhi fissi sugli obiettivi e testa bassa.
Io alle prese con pannolini e biberon?
Ma andiamo, è ridicolo! Ho quarant’anni, le mie abitudini, le mie esigenze: otto ore di sonno e la colazione dopo almeno mezz’ora di yoga. Pensa alle notti in bianco… No, non posso, non ci riuscirei mai.
Dio mi manca l’aria. Ma quanto ci mette ancora?
E poi con Fabrizio nemmeno ne abbiamo mai parlato. Stiamo insieme da quanto? un anno, e ancora ci riesce difficile organizzare un fine settimana, figuriamoci gestire una gravidanza improvvisa.
Non lo so come si alleva un figlio. Io so organizzare una campagna pubblicitaria, so convincere le persone a scegliere ciò che io gli propongo lasciandogli credere di aver deciso autonomamente…
Però, guarda quella pubblicità: quel bambino dolce e sorridente con le manine paffute e quel bel visetto: fa venire voglia di prenderlo in braccio. Oddio, ma cosa sto pensando? Deve essere il caldo.
Io con il pancione e i piedi gonfi. Impensabile.
Oh finalmente il mio turno.

***
Stasera glielo dirò Sono stanco di fingere, non ce la faccio più. Lei nemmeno se ne sarà accorta dei miei silenzi, dei miei sguardi, così presa dai suoi impegni e dalle sue riunioni. Sono stanco di passare le sere ad aspettare che lei si liberi e poi mi spedisca a casa perché deve dormire le sue otto ore senza seccature. Ma lei queste cose non le sa: è un anno che stiamo insieme e quando mai ne abbiamo parlato? Ora che ci penso, quando abbiamo mai parlato davvero lei ed io?
Io voglio una casa, una famiglia e dei bambini. E voglio una donna che mi ami e che non pensi solo al lavoro. Ora lo so: voglio Michela e i bambini che avremo insieme.
Un figlio… Sarei disposto a cambiare lavoro, se necessario, per occuparmi di lui, Voglio essere un padre presente e non come tanti che non ci sono mai e poi sanno nemmeno chi hanno allevato.
Dio! Mi sento spaventato e euforico nello stesso tempo.
Stasera le dirò tutto, anche non sarà facile. Spero solo che mi capisca. O che si sforzi di farlo.
Ora la chiamo e le dico che dobbiamo parlare.
***

Il test è negativo. Niente pancione, nausee e via dicendo.
Mi stavo quasi abituando all’idea, forse è pure bello avere un bambino che ti guarda con quegli occhioni come nella pubblicità e ti sorride. Un pupattolo con cui giocare… Sì insomma, quei dieci minuti prima di andare a letto. Che lui vada a letto.
Magari ne potremmo parlare con Fabrizio. Iniziare il discorso. In fin dei conti alla nostra età non c’è molto tempo da perdere, bisogna pianificare.
Glielo dirò chiaro: Caro Fabrizio, se vuoi un bambino, ti devi impegnare anche tu. Sono finiti i tempi in cui pensava a tutto la donna e l’uomo a malapena sapeva che il bambino aveva un sederino. Ora l’uomo fa le stesse cose della donna, può prendersi il congedo per paternità e stare a casa. Io ho un lavoro di responsabilità e non posso mollare: arriverebbe subito una, senza figli, a farmi le scarpe. Quindi, se vuoi un bambino, devi occupartene tu. Così gli dirò. Questa è la strategia giusta.
E adesso, che vestito mi metto per stasera?

***

“Ecco, ti ho detto tutto. Per fortuna il test è risultato negativo. Meglio così, no? Un bambino crea disordine e scompiglia la mente. Io sono sempre così precisa e puntuale, non posso permettermi contrattempi. Immagino che anche tu sia sollevato. Non credo che tu voglia un figlio”.
“No, ti sbagli. È un po’ che ci penso e ho capito che, invece, io lo voglio un figlio; per lui sono anche disposto a stare a casa fino a che non andrà al nido”.
“Mi sorprendi…”
“Ti ho chiamato per parlarti di questo. Per dirti che io mi sento pronto a creare una famiglia, diventare padre”.
“Io non so se…”
“L’ho sempre desiderato. Sono per la famiglia tradizionale, per i figli e per costruire un futuro di coppia, ho provato diverse volte a dirtelo…”.
“Mah, forse non stavo ascoltando… avrò avuto altro per la testa. Comunque, se ci tieni tanto posso valutare la proposta, ma è bene mettere in chiaro da subito che se vuoi in bambino ti devi impeg…”.
“Mi sono già impegnato. Ho conosciuto Michela qualche mese fa, lo so che è pazzesco, ma lei mi ascolta mentre parlo e condivide con me più di un week end e qualche ora tra una riunione e l’altra. Vogliamo le stesse cose. Ci sposeremo tra un paio di mesi, giusto il tempo di organizzare. Altrimenti non entrerà nel vestito… Spero che tu capisca, Simona”.
“Ah, hai già programmato tutto. Quindi, tu lasci me?… Questo mi dice che con te ho sbagliato tattica. Vuol dire che devo affinare la ricerca. Farò uno studio completo delle possibilità: stavolta studierò il target giusto. Rivedrò le mie strategie e in un attimo, zac! Sarò di nuovo in coppia, e stavolta, andrà tutto bene. Non faccio mai due volte lo stesso errore”.

A 4 mani, 7° racconto: Anni sereni

È un pomeriggio di novembre, nebbioso e reumatico. Nel silenzioso soggiorno della vetusta casa di riposo “Anni sereni” di Burgonzio, gli anziani ospiti consumano la merenda. Improvvisamente, dall’esterno, provengono voci concitate.
“Stia attenta, mi fa cadere!” “Maman, l’assistente sa fare il suo lavoro” “Non è vero. E con l’osteoporosi, se cado, mi frantumo come un vaso Ming!” “Maman, casomai ti incolliamo e ritorni nuova”.
La porta si spalanca ed entrano un giovane uomo e un’anziana donna che si regge a un bastone e a un’assistente. La direttrice la riceve sorridendo: “Benvenuta, signora Reverchon!”
“Contessa Maria Lodovica Adelaide Reverchon, vedova del conte Pier Camillo Gustavo Avogadro, ma può chiamarmi signora Maria Lodovica o contessa Avogadro. Vorrei riposare, sono provata! Ordini alla cameriera di portare dentro i miei bagagli; voglio distendermi”
“Maman, non è una cameriera ma un’assistente specializzata!” “Dodo, quante storie. Assistente, cameriera, cosa cambia? È sempre al mio servizio!”
L’uomo scuote la testa e si congeda, con il rimorso per non aver spiegato alla madre le loro difficoltose condizioni economiche. La donna, aiutata dalla direttrice, si ritira per riposare.

Era di venerdì pomeriggio. Guardo dalla finestra, c’è la merla che viene sempre nel cortile a sbecchettare il resto del pane che ci butto. Apro quando non ci sono le assistenti altrimenti mi sgridano che entra il freddo e si prende qualcosa poi faccio cadere dal fazzoletto le briciole. Finché ci riesco, perché con la sedia a rotelle c’è un po’ da tribolare.
L’è rivata, la signora. Tutti, anche quei che con la testa sono più di là che di qua, hanno avuto come un scosòn. E come la gridava, oh si si.
Mica sono una signora, me. La mia casa è la cascina giù a Contrazzano subito dopo la riseria, ma oramai, vuota. Mi chiamo Ranghino Luigia, di anni ottantatrè. Da ragazza ero una mondariso, poi hanno aperto la fabbrica e facevo l’operaia. Mi manca, la mia casa. È che sono caduta e si è rotto qua, operazione ospedale e tutto, ma l’osso non si è ‘tacato bene. E dopo i figli per carità ognuno ha le sue cose da fare e insomma si sono messi d’accordo e io pazienza. O si spaccava tutte le porte che non ci passo e poi se ti succede qualcosa mamma? Cosa fai là tutta sola? E allora mi hanno portato alla casa di riposo “Anni sereni”, in mezzo alle risaie come a Contrazzano, freddo uguale umido uguale, e in più si paga. Adesso mi metto dietro a guardare cosa fa la signora, c’è tanto di quel tempo da far passare. Qua si aspetta solo che di morire, certe volte si sente l’assistente che dice è il diciannove, avvisa i parenti e il giorno dopo si libera il letto, bon.
E io allora guardo fuori, poi magari ci chiedo cosa c’è di cena, che di fame ne ho sempre.

”Ce la faccio da sola, ho detto! Aspetto mio figlio, ha promesso di portare i ragazzi.”

Maria Lodovica si trascina fino al divano, accanto alla sedia a rotelle su cui russa placida la Lugia. “Fortunata lei, che riesce a dormire, io non chiudo occhio! Il materasso è rigido, il cuscino è alto e i reumatismi mi fanno soffrire!” La signora Luigia, a tutte quelle grida, apre un occhio e la sbircia.
“Meno male che starò qui pochi giorni. Mio figlio Edoardo ha prenotato nella residenza esclusiva “L’eldorado”. Quello è il mio posto! Io sono una contessa, cosa faccio in questo edificio ammuffito sperduto tra le risaie? Voi siete vecchi rimbambiti e aspettate la vostra ora. Io sono in ottima forma e potrei dedicarmi alle mie attività, se avessi i miei spazi.
Mio marito, il conte buonanima, viaggiava e io restavo a casa con il bambino e i domestici. Dipingevo, ricamavo e suonavo il pianoforte. So fare ancora tutto benissimo!”
Si volta a guardare la signora Luigia, che la fissa immobile.
“Spero che mio figlio arrivi presto. Da mesi non vedo i miei nipoti. Studiano in collegio e poi svolgono molte attività: equitazione, tennis, pianoforte. Sono impegnatissimi e non hanno mai un minuto libero. Non come quei ragazzini che passano la giornata davanti al televisore!”

La porta d’ingresso si spalanca ed entra un uomo distinto, allampanato e abbronzato, che cammina appoggiandosi a un bastone da passeggio.
Maria Lodovica e la Luigia si scambiano un’occhiata e fissano il nuovo ospite, curiose e interessate.
Nel soggiorno piomba un silenzio indagatore e numerosi occhi si accendono di stupore.

E la parla semper. Son sicura che se mi viene da rispondere non mi ‘scolta, e allora sto zitta e penso. Sono abituata a far silenzio. C’è un solettino, si sta meglio di ieri. Mi ricordo la mattina che prendevo su la bice* e andavo a lavorare. C’è la vita nei fossi, se ascolti. Me lo diceva sempre mio marito che nella testa ho qualcosa che gira diverso. Mi son sempre piaciute le bestie. Avevo gatti cani, alla mia casa. E le rane, ma te le hai viste che belle le rane? Mio zio faceva l’acquaiolo: girava con la vanga a fare gli argini per allagare le risaie. Mi piaceva tanto vedere l’acqua che svoltava di qua e di là, lui la comandava.
Poi ha fatto silenzio anche lei.
C’è entrato un signore, dritto ‘me un bachet. Ah distinto, sisi, un po’ maròn, come quei che vanno a prendere il sole apposta. Un forestiero di sicuro.

Il distinto signore prima si guarda intorno e poi si dirige, tra sguardi muti, verso Maria Lodovica e la Luigia: “Permettete, gentili signore? Sono la morte, vengo a prendervi. Vi accompagno? Ho giusto due posti liberi.”

“Oh, finalmente! L’eldorado l’ha mandata a prendermi! Lo dicevo che sarei rimasta qui per poco.” esclamò Maria Lodovica. “Un minuto, faccio preparare i bagagli. Però, signor Lamorte, stia attento ad accompagnarmi all’automobile. Ho l’osteoporosi e, se cado, mi frantumo come un vaso Ming!”

L’ho ‘vardat. È alto e ha gli occhi di piccione. Sul momento non so, mica siamo pronti a dire sì no e poi. Fuori comincia a calare la nebbia, qualcuno tossisce. Di vedere passare i giorni dietro al vetro non sono capace e poi adesso non devo più badare a nessuno. Ci ho detto: “Andiamo”.

* termine dialettale usato nel vercellese, la femminilizzazione di bici.

A 4 mani, 6° racconto: Il tempo necessario

Gli sembra di sentire il profumo dei fiori. Li ha sistemati poco prima, nel vaso accanto alla fotografia. Ha reciso i gambi con un taglio obliquo, come lei gli ha insegnato. Ci stanno bene le gerbere vicino al suo vestito di margherite, al sorriso beato e i capelli spettinati. E ogni tanto sembra che profumino. Allora si toglie la mascherina e si avvicina ad annusarli: no, le gerbere non sanno di niente. Perfette e di plastica.
Sua madre non ricordava nemmeno dove fu scattata. Forse in Corsica o forse in Sardegna. L’aveva raccontata mille volte, quella storia. “Tuo padre non amava il mare, diceva che il mare gli aveva portato via i suoi fratelli, nella guerra. Non sporgerti troppo, diceva, è infido. Io, invece, lo adoravo. Soprattutto nelle giornate di vento. O quando si incupiva, in autunno. Mi portavo dietro un rotolo di spago, ci legavo una pietra e la buttavo fra le onde, tenendo stretto l’altro capo. Ci parlavo, io, al mare. C’è anche qui. Non lo vedi, ma c’è”.

Aveva rovistato per anni tra i suoi ricordi per trovarne uno in cui sua madre lo abbracciasse. Ecco, forse, in posa su qualche fotografia. Calzoncini corti, la cartella lustra del primo giorno delle elementari. Lo sguardo che scruta l’obbiettivo, per capire su chi è puntato. Quello di sua madre, sicura di essere al centro. Sulle spalle il braccio di lei, come un segno sghembo di parentesi.

Il tanfo dell’altra stanza gli entra nelle narici come un lombrico che si fa strada nel fango, si mischia a un sapore dolciastro in fondo alla gola. A stento riesce a trattenere un conato.
Si rimette la mascherina, prima di girare la chiave. La leggera corrente che entra dalla porta fa rotolare sul pavimento i gusci di plastica dei deodoranti che finiscono sotto gli spettri dei mobili. Sulle pareti si è asciugata anche l’ultima mano di vernice, ma l’odore di sua madre non se ne va. È sotto l’intonaco, dentro i mattoni. Rimasto, negli anni, come un’impronta del corpo.

Sul bordo del letto quel giorno era seduta sua madre. “Mi son fatta male inciampando sul rastrello”, gli spiegava. “Ma guarda te se mi doveva capitare proprio oggi che arrivavi tu. Quest’anno però faccio solo la marmellata di albicocche, tanto le altre tu non le mangi mai”. Lui si era stretto nelle spalle, con l’occhio in fuga verso la finestra e il pensiero nella valigia piena di vasetti.
Sua madre voleva parlare solo del prezzo delle albicocche salito alle stelle, per colpa di quell’estate balorda. Che si era fatta male gli era tornato in mente la mattina dopo, in cucina, quando lei gli aveva chiesto di sistemare i vasetti sulle mensole dello sgabuzzino. Nella fretta di ripartire, ne aveva fatto cadere uno e mentre raccoglieva quella poltiglia luccicante si era reso conto che mai prima di allora sua madre aveva voluto una mano per un lavoro tanto semplice.

“Non è niente, vedrai, solo un po’ di dolori. Se lo dici a qualcuno non ti rivolgo più la parola”.
Ma si ritirava sempre più spesso in camera sua, a riposare, e le finestre restavano spalancate sempre più a lungo, con i cuscini appoggiati a prendere aria.
No, non l’aveva detto a nessuno. Tutto doveva sembrare normale, e giorno dopo giorno anche quell’odore era entrato nella normalità.
“Niente ospedale, niente tubi, niente fili”, gli aveva chiesto, infine.
“Va bene, mamma” aveva risposto, decidendo, in quel momento, di fermarsi più a lungo a casa di sua madre.
Era rimasto lì, con tutte le sue domande di sempre.
Avrebbe voluto sapere se sua madre ricordava quella volta che lei, a calci e pugni, aveva divelto la porta della cucina. O di quando correva da una parete all’altra, brandendo un coltello e urlando di volersi ammazzare. Se ricordava gli occhi di suo figlio bambino al quale i grandi, assuefatti, avevano affidato la sorveglianza di lei, distesa sul divano, per la centesima volta in attesa dell’ambulanza. Di come, in quell’attesa, lui disegnava con lo sguardo labirinti sul soffitto, dei quali non trovava mai l’uscita.

“Non sento niente. Il dottore dice che non sentirei dolore nemmeno senza la morfina. Dice che ho avuto una grazia”.
“Sì, mamma”.
“Potrei anche uscire, sai, andare magari al mare Mi accompagni? C’è la corriera che si ferma qui davanti, la sento, all’alba. Andiamo sugli scogli. Vedrai, ci divertiamo”.
“Va bene, mamma”.
“C’è ancora un po’ di spago, l’ho conservato nel cassetto della credenza, ricordiamoci di prenderlo”.
“Sì, mamma”.

È tornato nella casa disabitata.
“Vado a casa di mia madre”. Alla moglie aveva detto solo così, censurando il resto del pensiero: alla casa della mia infanzia. “Solo per il tempo necessario” aveva aggiunto, quasi per rassicurare se stesso, più che lei, con un’indicazione vaga del tempo.

È ora di andare via. Appoggia la mascherina vicino alla fotografia. Con le imposte richiuse, l’odore di putrefazione diventa più forte. Nella penombra, prima di uscire, riesce a distinguere ancora le margherite del vestito.

“Chissà se ti ricordi di quella sera, quando ti lasciai sola per dieci minuti. Ero andato a comprare lo spago.
E ti ricordi di come mi vergognavo, la mattina dopo, sulla corriera, quando tutti ci guardavano?
Di come ti sostenni, nei tuoi passi incerti, fino alla punta nera dietro il molo.
Della tua risata, quando mi facevi gettare il sasso sempre più lontano e poi stringevi lo spago e mi dicevi di lasciarti sola.
Della tua voce nel frastuono delle onde. Mi chiamavi, vieni a prendermi, è tardi, sono stanca, dove sei figlio mio.
Ti ricordi? Era luglio, c’era vento e il buio ci mise un sacco di tempo ad arrivare”.