come al solito

Ci fosse una cosa, una, che va bene, in questi giorni.
E il post – in assoluto il più breve di “altri appunti” – potrebbe finire qui.
Però.
Fortuna che di notte scrivo e leggo.
Dalle 11 alle 3 scrivo. Poi pausa caffè o tè nero e lettura fino alle 4, poi ancora un’ora, fino alle 5, quando è l’ora di dare i croccantini al gatto, che ha gli orari sballati come me, per l’ultima ora di scrittura.
Due giorni, massimo tre, e ho finito di scrivere  (e rivedere) un romanzo che è stato facile da scrivere: ce l’avevo in testa, da anni, titolo compreso.

Poi.
Domani incontro la persona che ha fatto sì che scrivessi La donna che parlava con i morti.
Infine.
Sabato pomeriggio e domenica sono al Salone.

Vado, che son di fretta, come al solito

lettere anonima, quindi strana

Sulla mia scrivania una lettera anonima.
Ne ricevo tante, anche di insulti.
Comunista bastardo.
Ma anche
servo del sindaco (che è di centrodestra).
Alcune di queste lettere son pettegolezzi a sfondo sessuale.
Oppure: il tale prende mazzette, indagate voi, che siete un giornale serio.

L’ultima lettera anonima è anomala.
Premessa. I lettori del mio giornale sanno (lo sanno dalle risposte che do sulla pagina delle lettere) che i facili qualunquismi contro rom ed extracomunitari non li sopporto.
Comunque.
La lettera anonima che ho appena ricevuto racconta di una ragazza extracomunitaria che sarebbe stata umiliata, racconta l’estensore della lettera (che è siglata), in una ricevitoria del lotto.
Avrebbe effettuato una giocata di 42 centesimi pagando con monetine da 1, 2, 5 centesimi, e questo avrebbe fatto spazientire il titolare della ricevitoria che avrebbe detto, Io i centesimi non li voglio.
L’estensore della lettera, a questo punto, scrive: Si fosse trattato di una ragazza italiana il tabaccaio si sarebbe comportato così.
No, dico subito.
(Tre o quattro anni fa ero in un bar di Gattinara. Accanto a me c’erano due ragazzi albanesi. La cameriera li ha fatti sentire delle merde. A loro, solo a loro, chiedeva i soldi della consumazione, e lo faceva guardandoli come se fossero cacche, infatti, e lo faceva, anche, cercando sguardi di complicità tra gli altri “italiani”, ché siam tutti buoni, noi).
La lettera anonima, come quasi tutte le lettere anonime, però, almeno un po’, puzza: alla fine dice, Non andate più da quel tabaccaio.
Metti che sia una vendetta, va a sapere perché.
E poi: quando si denunciano fatti di malcostume così, perché non firmarsi col nome e col cognome?
(A volte, ma è raro, perché c’è un problema oggettivo, possibili ritorsioni o questioni legate a un minore o alla privacy, si pubblicano lettere con la dicitura “lettera firmata”, ma è raro).

d’amore e morte

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera…

Oggi, su Facebook, la mia amica Gaja Cenciarelli (l’ho vista poco tempo fa, a Roma, era una bella giornata. Un aperitivo, io, lei, Francesca, Enrico) scrive:
Non so come farò senza di te. Sono persa e sconvolta. Ma grazie per tutto quello che mi hai dato, che forse non ho mai abbastanza ricambiato. Perdonami per quello che non sono riuscita a darti. Sono fiera di essere tua figlia. Ti amo, mamma

Pochi giorni fa, una telefonata. Non è un periodo bello, dovremmo vederci, combinare, una domenica da Zena, ci diciamo.
Sul suo blog, l’ultimo post è di gennaio.
E’ il bianco il colore della morte, me sono accorta oggi a pranzo. Un foglio di carta scritto a mano.
Considera che avevo cercato la verità per giorni, come può farlo ogni immaginabile prospettiva: con occhi attenti, spaventati, impietosi, compassionevoli, e poi stanchi.
Ogni passo mi aveva portato più lontano da casa.

Ma deve essere che il cielo mi sorveglia, e così mi sono fermata. La morte mi ha prestato il suo sguardo e, adesso che so, mi affido alle parole sicure che mi hai lasciato
immagino che nel fondo di quegli occhi spenti ci sarebbe il riflesso dei fiori che amavo coltivare, sfiorare, annaffiare, quasi mai recidere, per timore di far loro del male

Sono in redazione. E’ sabato, c’è il sole, forse più tardi riesco a fare un giro, se non ce la faccio oggi andrò domani, con il cane, al fiume.
Alla mia destra, vicino al telefono, c’è l’immagine di un ragazzo, Moreno Bassini, nato l’8 luglio del 1975, morto il 18 agosto del 2005.
E’ uno di quei ricordini che si fanno per i morti. solitamente si scrive qualcosa, anche. Io, quando morì, avevo in mente di scrivere questo: Ciao Moreno, ci ricorderemo sempre del suo sorriso buono e perdente.
Qualcuno mi scrisse e mi disse, No, non va bene, ricordi qual era la sua canzone preferita? Per amore solo per amore mio, ho giocato sempre a strabiliare.
Questo c’è scritto dietro la foto di Moreno.

Buon sabato


finché negli ospedali…

Ieri una signora, malata, che lotta per la vita, con dignità e forza, m’ha raccontato che è stata calpestata – è il termine giusto – in un ospedale.
Le han detto, Cosa pretende signora, tanto lei con la patologia che si ritrova…
Io credo che la civiltà di questa Italia si debba misurare proprio nei posti dove si soffre.
Le case di riposo, gli ospedali.
Dov’è la politica, dove sono i proclami, le promesse?
Sorge spontanea una domanda?
Succede anche in Francia, in Spagna, in Germania.
Mi dicono che succede: meno che qui.
E in Italia?
Non è così dappertutto ma finché negli ospedali (preciso meglio: in alcuni ospedali di alcune regioni) verranno trattati meglio quelli che hanno soldi e conoscenze, finché negli ospedali si sentirà dire a un anziano “come stai nonno?” significherà che siamo un grande paese incivile.
E senza speranza: perché io ancora devo sentire una forza politica che dica, con chiarezza, che la sanità italiana ha bisogno di una profonda rivoluzione strutturale e culturale: quella del rispetto.

(… e mi chiedo dov’è la sinistra. Mesi fa, nella mia città, ci fu un consiglio comunale aperto sulla crisi dell’ospedale cittadino. Ci andai.
Un consigliere comunale disse: Sappiamo tutti come vanno le cose a Vercelli. Chi non ha soldi è curato male, chi ne ha non ha problemi, perché si rivolge alle strutture private.
Era un consigliere comunale di Alleanza nazionale, ora PdL.)

dl cellulare al pc

Quante volte si perde tempo a non far niente?
Son giorni, questi, più balordi del solito, e mi sa che fino a luglio sarà così.
Sta di fatto che, essendo di corsa corsa, quando mi son messo davanti al computer, va a sapere perché, mi è venuta voglia di scrivere.
Son due notti che scrivo e correggo quello che scrivo: e sono 27mila battute, ho visto.
E’ un libro – sempre che io vada avanti e lo finisca – strano, diverso: di ricordi, miei o che mi appartengono.
Scrivendo, so che ho pensato: e perché non l’avevo scritto prima?
E devo dire che ho provato un certo piacere nello scrivere: perché scrivendo pensavo sentivo, ma lo sentivo veramente, che stavo scrivendo per me.
Ora vediamo che capita. Son capace che vado avanti, son capace che distruggo tutto (e non sarebbe la prima volta).

E poi.
Nei giorni scorsi mi si è rotto il cellulare. Non è che fosse rotto rotto, è che non si accendeva la luce del dispaly.
E’ (era) un cellulare che mi garbava poco, sicché l’ho cambiato.
Ne ho visto uno che non fa le fotografie e per 39 euro l’ho preso al volo.
C’è un problema, però.
I numeri che avevo in memoria son finiti in un cestino, insieme al cellulare.

Dovrei rileggere quello che ho scritto in primo luogo perché si dovrebbe sempre rileggere e in secondo luogo perché questo vecchio pc mi fa gli scherzi: ci sono alcune lettere che, ogni tanto, saltano.
L’acca, in particolare.
Al secondo posto c’è la o.
Ma ora sono le cinque e spero di dormire almeno cinque ore: a meno che il (nuovo) cellulare non mi svegli prima.
E buon lunedì.

lo scimpanzé

Lui, lei, un figlio piccolo
E uno scimpanzè, trovato un sabato nella foresta, siamo in Nigeria.

E lo scimpanzé
… col tempo imparò a preparare la tavola, a stendere il bucato… persino ad accarezzare il gatto fino a fargli fare le fusa.
…
Una scimmia sensibile, capace di riconoscere, fiutare, quando uno di noi era triste….
… un giorno salvò Immanuel
(il bambino – np) dal morso di un serpente velenoso…
Una volta portò a Erella in regalo un magnifico scialle colorato che aveva rubato per lei chissà dove e noi non sapevamo a chi restituirlo. Se uscivamo in jeep…, correva dietro la jeep e piangeva con voce straziante, come un bambino.
Quando si prendeva una sgridata… si offendeva e spariva…, ma dopo faceva la pace, cercava a ogni costo di riconquistarci, compensadoci con favori e gentilezze quali lucidare gli occhiali di Erella e meterli sulla testa del gatto.

Poi – però – lo scimpanzé diventa adulto.
E si sente attratto da Erella, e si strofina contro di lei quando lei si abbassa, e quando Erella e il marito sono in camera da notte, lui ulula disperato.
Per due volte abbracciò Erella con una stratta troppo forte. A nulla valsero le inziezioni di estrogeni…
Senza dire nulla alla moglie e al figlio, il capofamiglia prende una decisione:  di riportare lo scimpanzé nella foresta.

Per strada ci fermammo a far benzina e lui, come al suo solito, infilò il tubo dentro il serbatoio e azionò la pompa…
Lui capì e durante il viaggio, quasi tre ore, si accoccolò sul sedile accanto al mio tenendo il braccio sulla mia spalla…
Man mano che ci addentrammo nella foresta, calò sudi lui  il silenzio: Si rannicchiò sul sedile e cominciò a tremare forte…
….
Così giunsi finalmente a una piccola radura. Lui venne a sedersi in braccio a me e posò una guancia sulla mia spalla. Gli dissi di scendere e di andare a prendere dei bastonicini…. indugiava. Dovetti riproverarlo brutalmente… e mentre lo sgridavo ancora speravo che non si fidasse…
…

L’uomo torna a casa. Missione compiuta, forse.
E così, l’ultima cosa che sentì da me fu quella brutta sgridata…

Il corsivo è tratto da Non dire  notte, di Amos Oz, Feltrinelli.

mangiare bene per vivere meglio

Vado avanti io, a panini a mezzogiorno (inoltrato) e pizze quand’è quasi notte fonda.
E, son sicuro, la colazione per me com’è sempre stata sempre sarà: un cafè, poi un secondo caffè, poi un terzo caffè che coincide col mio arivo in redazione.
E quand’è notte fonda per davvero e sto scrivendo un libro e qualche frase non torna, oppure devo rivedere lo schema di un capitolo, oppure son fermo e aspetto un’idea, oppure ancora devo battere i tasti in fretta che di idee ne ho troppe e ho paura poi di scordarle e poi però subentra il sonno, e la testa va giù, be’, risolvo tutto con uno spuntino con quel che c’è nel frgorifero: formaggio, un’insalata, succo di pomodoro (a cui aggiungo tabasco)…
E poi basta.
Sull’alimentazione, io, predico bene e razzolo male (o forse non predico solo male perché io, potessi, vivrei di legumi, aglio e cipolla e un piatto di pasta con aglio olio e peperoncino ogni tanto), comunque: questo video è siuramente più importante di tati post.

sai come son fatta, piccola Sara

Comunque ti vogliono bene, sai?
Ti volevano bene quando urlavi che il mondo era tutto da rifare, tutto sbagliato, ti vogliono bene ora, che ti vedono ballare.
Devo essere sincera, però, adesso.
Tuo padre e tua madre un o’guardano e un po’ fanno finta  non vederti,  però, li ho visti, sai?, le volte che la televisione ti inquadra si vede che sono contenti, la corsa settimana tuo padre è arrivato perfino a dire che la più bella del programma sei tu, e che non è giusto che ti si veda così poco.
Io sono stata contenta, perché, sai com’è fatta tua madre, se tuo padre dice bianco lei deve dire nero, ecco invece stavolta tua madre ha detto, Hai ragione Luca, hai proprio ragione, e a me è parso così bello che la nostra famiglia fosse unita come una volta avanti al focolare, ché la fiamma eri tu, tu, piccola Sara,e io, io, dalla contentezza, sai che ho fatto?, piccola Sara?, mi sono alzata di scatto, sono andata a prendere una bottiglia di spumante e ho detto, Brindiamo ragazzi?
Mica m’ero accorta che tuo nonno, sai com’è fatto lui, cammina adagio adagio, non si mai sentire, era dietro di noi.
Poveri scemi, ha detto.
Povera cretina, mi ha detto, e… ma sì te lo dico: ha sputato sul tavolo, sulla tovaglia ché la pasta stava ancora bollendo, e io avevo preparato la pasta con la acciughe che a lui piace tanto, ma a tuo padre no, tuo padre potesse vivrebbe di pomodori e fagioli e mortadella, ricordi piccola Sara?, che quando eri piccola io, di nascosto da lui, sostituivo il panino con la mortadella di Bologna con uno con la Nutella che ti piaceva tanto?
Ma è per tuo nonno, sai, che ti sto scrivendo ora.
Tu lo sai, vero?, ti ricordi com’è fatto lui, Piccola Sara? Si sveglia, e poi beve il caffè e legge il giornale senza dire una parola. Poi, se il tempo è brutto va al bar a litigare, sai com’è fatto, lui è rimasto a Togliatti, se invece è bello o anche solo così così lui fugge all’orto, e tu ricordi, ricordi vero?, piccola Sara, che io l’orto lo odio (ho i miei motivi).
Però, sai com’è, col tempo ci si rammollisce e io, erano almeno dodici anni che non capitava, io domenica sono andato all’orto. E’ sempre lo stesso orto, vicino al fiume dove tuo nonno ti portava a giocare.
Senti Sara, non volevo dirtelo ma ora che ci sono te lo dico: io dodici anni fa andai all’orto perché sapevo che lì tuo nonno si vedeva con una donnaccia. Come lui ha sputato sulla tovaglia mentre noi ti si guardava in televisione, io sputai… sul culaccio bianco di tuo nonno, aveva i calzoni abbassati il maiale, quando entrai nell baracca.
Gli dissi, Paga questa troia, e poi a casa pagherai qualcos’altro.
Invece sono stata zitta, per anni e anni.
Domenica, sai come son fatta piccola Chiara, tremavo tutta: un po’ avevo paura, tuo nonno ha settantatue anni ma l’appetito per le donne mica ghi è passato, e un po’ c’era quel brutto ricordo.
E invece, entrando, ho visto gli attrezzi di tuo nonno, sai com’è fatto piccola Sara, in casa lascia in giro di tutto, penso che nessun uomo sia disordinato come lui, ecco, invece lì all’orto era tutto a posto. Gli attrezzi, la caffettiera, una borraccia, il suo cappello da alpino, un armadio, ecco dov’erano andate a finire, con le vecchie Unità, piegate come fossero fazzoletti di seta, ma non ti ho detto tutto, sai come son fatta, mi piace far le sorprese, piccola Sara.
Sopra al banco degli attrezzi pensavo di vedere la solita fotografia di Togliatti, te lo ricordi vero Sara quando ti diceva, E’ a lui che devi pregare, non a quei bastardi dei preti…
Togliatti c’era, ma poggiato per terra.
C’era un quadro con un ritaglio di giornale dove c’eri tu, piccola Sara.
Sono scappata via, sai com’è fatto tuo nonno, si vergogna, lui è così, se sapesse che ho visto il quadro con il ritaglio di giornale dedicato a te, quello sarebbe capace di cacciare un urlo, mandare via me e dare fuoco al quadro, sai che ha comprato pure una bella cornice?
Senti piccola Sara, io lo conosco, lo conosco bene.
Io adesso son convinta che la sera, quando lo vedo rigirarsi sul letto e gli dico, Nello che pensi?, son convinto, sai com’è fatto piccola Sara, son convinta che lui sogna di vederti arrivare lì, da lui.
Lo so che non c’hai tempo, non ti chiedo niente.
Però te lo dico lo stesso, e tu non t’arrabbiare che un po’ il carattere ce l’hai come lui. Io ti dico piccola Sara, che un’ora sola, sì come la canzone che lui canta sempre (Che palle, nonno, mi pare ancora di risentirti, e lui che a squarciagola urlava, U’ora sola ti vorrei….), un’ora sola, con te, nel vecchio orto, a tuo nonno regalerebbe il paradiso.
Mandami tue notizie, piccola Sara, che son due mesi che non mi scrivi, ti bacio e ti abbraccio forte forte, sai come son fatta, a me piace abbracciarti, a me basta solo un abbraccio, un’ora regalala a tuo nonno.

pensieri sciolti

Il blog è una cosa strana: come si attorciglia su se stessa oppure si sfila.
Così c’è stato un giorno e poi un altro e poi un altro ancora in cui non avevo nulla, ma proprio nulla, da dire.
Avrei potuto dire che il gatto si è procurato una brutta ferita.
O che mi sono fatto una cultura con youtube prima su annozero, che non riesco mai a vedere, poi (per par condicio) su Natuzza Evolo e sulle strane coincidenze tra la vita di Gesù Cristo e il dio egizio Horus.
Per la verità, non rammento quando, ho pure iniziato a scrivere un post sui ritardi di pubblicazione di un libro: io una volta ho aspettato due anni e più.
Poi, un altro giorno, ricordo che, davanti al pc, ho pensato: cosa racconto, Questa, questa o questa?
Avevo in mente storie sentite, viste, un ricordo.
Nel dubbio ho postato Antonia Pozzi, che è giusto conoscere.
in realtà vorrei scrivere qualcosa di più profondo rispetto ai soliti ricordi o ai soliti quadretti.
Son giorni di insofferenza, questi.
Anche perché è tempo di elezioni e io, nella veste di direttore di un piccolo giornale di provincia (ma Prima comunicazione mi ha dedicato un pezzo) sono al centro delle attenzioni dei politici vercellesi.
Alcuni di loro hanno il senso del tempo che fugge, altri no. Impiegano due ore per dirmi cose semplici semplici, basterebbero dieci minuti.
Poi.
Sono in attesa.
Di un agente. Ho aviuto un’esperienza negativa, una volta, ora sto ipotizzando di ritentare. Ho chiesto a tre, che mi han risposto picche. Hanno già un numero elevato di scrittori da seguire, e manoscritti da leggere.
Vediamo cosa rispondono altri due.
E sono in attesa di risposte da un po’ di case editrici a cui ho inviato Il quaderno delle voci rubate per una possibile ristampa.
Ma l’editoria, a sentire agenti ed editori, sta messa male, ora.
I librai prenotano meno libri, oppure prenotano i soliti libri, la gente ancora compra, ma chissà se continuerà a comprare.
La crisi che si intreccia con la paura della crisi che, quindi, acuisce la crisi.
Per i giornali la crisi c’è; ma non per quelli piccoli come il mio. E ne sono contento. Mi sento responsabile di 15 buste paghe (senza contare gli 80 collaboratori).
Detto questo, taccio, non rileggo e vi saluto, che sono le 22 e 33 e devo ancora cenare.

di voi che resta antichi amori?

Chissà cosa mormora il vento
stasera col suo lamento
dietro la porta laggiù,
di già il caminetto s’è spento
io chiudo gli occhi e rammento
gli amori di gioventù

di voi che resta?
antichi amori giorni di festa
teneri ardori
solo una mesta foto ingiallita
tra le mie dita
di voi che resta sguardi innocenti
lacrime e risa e giuramenti
solo sepolto in un cassetto
qualche biglietto
…
rivedo un viso
mormoro un nome ma non ricordo quando né come

antonia

Anche dopo la tragica morte, la sua libertà, la sua integrità, vengono violate.
Il testamento distrutto, i fogli di poesia intaccati da pesanti interventi correttivi o censori, le lettere bruciate. Ma non le era stato impedito di vivere in pienezza, alle soglie della maturità affettiva, quel grande e nobile amore per Antonio Maria Cervi, il suo professore di lettere classiche? Non fu quella la prima incancellabile ferita inferta alla sua libertà morale, che posò un’ombra indelebile sull’attesa dell’amore, sempre rinviata perché incolmabile?
Inadattabile alla vita per eccesso di vita, vi si gettava con generoso gesto esistenziale, per una sfida intellettuale, sempre tra pudore ed effusioni.
(….)
Alessandra Cenni, prefazione ad
Antonia Pozzi
Parole

Garzanti
(a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino).

La vita

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto

scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più

18 agosto 1935
Antonia Pozz
i

quarta di copertina:
Antonia Pozzi nacque a Milano nel 1912 e morì suicida ventisei anni dopo. Nel breve arco della sua esistenza, oltre a questo “diario in poesia” scrisse un saggio sulla formazione letteraria di Flaubert, pubblicato postumo da Garzanti nel 1940.

sempre in quarta di copertina, Alessandra Cenni ricorda che
“…. siamo legittimati nel riconoscere che la poesia di Antonia Pozzi abbia avuto la sua vittoria sul tempo, come aveva profetizzato Eugenio Montale…”.

E buona giornata