La presenza delle cose, reali eppure assenti

La traccia del cervo

che nel giardino si perse la notte scorsa,

si ferma sotto il melo senza frutti

delineata e rilucente per la brina.

Puoi percepirla, qui, sull’orlo di ogni immaginabile,

il cervo che se n’è andato splende con la presenza

delle cose che sentiamo, reali eppure assenti.


Charles Tomlinson

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Tomlinson

(dal blog akatalēpsía)

Il sentiero dei fiori senza nome

Il libro che sto scrivendo, allora.

Sono a 80mila battute, e non so dire se sono arrivato a un quarto o alla metà, però questo so: che adesso, e magari domani e poi dopodomani, invece di andare avanti tornerò indietro, tagliando magari 20 o 30mila battute.

E’ un libro diverso dagli altri, non importa.

Aveva un bel titolo: Il sentiero dei papapaveri.

Pensavo: uno dei titoli migliori tra i libri scritti.

Purtroppo dovrò cambiarlo, diventerà: Il sentiero dei fiori senza nome.

Era meglio “dei papaveri” ma il libro – non io – ha preso un’altra direzione.

(ma potrei cercare un altro titolo, comunque)

Vendite su Amazon e libri di carta

Vendite Amazon: dopo mesi La suora non è più il mio libro più venduto.
È stato sorpassato da La donna di picche.
Io ogni giorno vado a vedere: quando qualcuno compra anche solo la copia di un mio libro uscito mesi o anni fa, che sia La donna di picche o un altro, dico che va bene così. Che è un miracolo picccolo piccolo, microscopico.
Oddio, c’è un’altra cosa che a me sorprende: il libro de La donna di picche costa 6,77 mentre l’ebook 7,99. Il più venduto? L’ebook.
(Amazon cambia i prezzi in continuazione).
Per dire. Anni e anni fa fui contattato da una casa editrice (non ricordo il nome, non so se è ancora nel mercato) che pubblicava solo ebook. Mi chiesero un manoscritto. Dissi no grazie.

Su Amazon c’è anche il mio primo lbro ristampato, riveduto e (profondamente) corretto: Il bar delle voci rubate: l’editore (I buoni cugini) pubblica solo su carta.
Sono circondato da libri, ho uno studio che è più piccolo della cella di un francescano, un tavolo, una cassettiera, libri alla mia destra e alla mia sinistra, sistemati in doppia fila, messi come capita. Ma va bene così. I libri, io, quelli belli, quelli a cui tengo, li voglio di carta.

Quando ti stroncano un manoscritto (che poi diventa un libro premiato, per di più)

Vecchie mail con invio di manoscritti e risposte, perlopiù negative.

Forse non morirò di giovedì:
una risposta:
Mi spiace, ma il libro è scritto male: troppe digressioni. Il tuo personaggio non riesco proprio a farmelo piacere, mi spiace.

Altra risposta:
Il libro ci è piaciuto, ma non al punto di sceglierlo per una pubblicazione.

Poi arrivò una telefonata da Golem.
Che lo pubblica e poi la propone al Concorso letterario Città di Cattolica: primo posto, ex equo insieme a un libro edito da La nave di Teseo.
Primo tra cinquecento, disse nel corso della premiazione il presentatore.

Ma torno alla prima mail.
Rispetto le opinioni di tutti, ora non scrivo per rivalsa (chi me la inviò è un buon editore, uno, per intenderci, che legge anche i manoscritti degli esordienti).
Quando la lessi non passai una bella giornata, ma oramai ero avvezzo a qualsiasi risposta. Bocciature, ma non solo: anche mail da incorniciare (soprattutto per due libri: Bastardo posto e La donna di picche).

Quella mail che stroncava “Forse non morirò di giovedì” dicevo: l’avessi ricevuta quando scrissi il primo libro mi avrebbe mandato al tappeto. Sarebbe stato un kappaò violentissimo.
Nessun giudizio è perfetto: né quello di un editore che ti stronca né quello di una giuria che dice che sei stato il migliore.

I giudizi son come “le nuvole di DeAndré”: vanno, vengono, qualche volta si fermano.



La recensione di Forse non morirò di giovedì su Il Fatto.

Infilare pantofole di pezza agli scrivani

Questo breve estratto di Madame Bovary di Flaubert piaceva molto a Yates e Flannery O’ Connor

(Emma) Batteva sui tasti con disinvoltura percorrendo senza posa la tastiera, da un’estremità all’altra. Di seguito così scosso, il vecchio strumento, con le corde che vibravano, si faceva sentire fino in fondo al paese quando la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del balivo, passando per la via principale a capo scoperto in pantofole di pezza, si fermava in ascolto, il foglio di carta fra le mani.

La O’Connor (nel libro Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere) scrive questo:

Flaubert doveva creare un paese credibile dove collocare Emma. Non va dimenticato che cura immediata dello scrittore di narrativa non sono tanto idee grandiose ed emozioni tumultuose, quando infilare pantofole di pezza gli scrivani.

Ne ho parlato al corso di scrittura che sto tenendo, a Santhià.
Nella lezione introduttiva ho detto: Vi dico quello che ho imparato in vent’anni, son cose che mi avrebbero aiutato che avrei voluto sapere quando ho iniziato a scrivere…

I miei corsi di scrittura

Cosa insegno io ai miei corsi di scrittura (ieri a Santhià, in provincia di Vercelli, la prima lezione di un corso che durerà cinque incontri; c’erano 15 partecipanti).

1) Cose imparate seguendo il vecchio blog di Giulio Mozzi, che ora non è più iun rete. Mozzi e altri docenti (come Massimo Cassani che ho conosciuto anni fa e che ho letto, o come Giorgia Tribuiani che ho recensito sul blog che ho sul Fatto) hanno un’interessante scuola di scrittura: BOTTEGA DI NARRAZIONE.

2) Cose imparate nei pochi (per la verità) incontri che ho avuto con Luigi Bernardi, che con Perdisa Pop mi pubblicò (e ne curò l’editing) uno dei libri a cui tengo di più, Bastardo posto (vedi video, sotto). Mi ha dato indicazioni su come si fa un editing e raccontato il malfunzionamento della grande editoria nel recepire i manoscritti.
A proposito di editing: i miei libri non hanno mai subito editing pesanti. Gli interventi e le modifiche sono nel novanta e più per cento farina del mio sacco. Ma c’è stata un’eccezione: La notte del santo, primo libro che ho pubblicato con Fanucci. Ci furono interventi (erano suggerimenti) di una editor a mio avviso molto brava, si chiama Rita Feleppa. Interventi che accettai e che ho conservato e che mi sono serviti per i libri successivi (La donna di picche, uscito sempre per Fanucci, e gli ultimi, per Golem).
Insomma, c’è sempre da imparare.

3) Ma il contro di tutto sono le puntate radiofoniche di Giuseppe Pontiggia, della trasmissione DENTRO LA SERA (recuperabili su Youtube). Puntate-lezioni scoltate e riascoltate. Preso appunti. Ogni tanto o lo riascolto o rileggo gli appunti. Ogni tanto ascolto altre lezioni di altri docenti che si trovano in rete, ma Pontiggia resta al centro di tutto. A Pontiggia aggiungo alcune dritte lette sul libro (un gioiello, per me) di Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax.

4) Quello che ho imparato io, scrivendo, dal 2002 (quando uscì il mio primo libro) agli anni 2008-2009 (quando ho collaborato gratuitamente con un editore) a oggi. Ho scritto: Quello che ho imparato io, scrivendo, aggiungo Ma non solo. Alcune lezioni e tanti libri dei miei anni universitari – di psicologia e di teatro – hanno lasciato il segno. Quando feci il primo corso negli anno novanta al carcere di Vercelli erano (insieme alle mie letture e insieme a Lettere a una professoressa di don Milani) tutto quello che avevo. Alcuni detenuti che non avevano studiato e avevano perso la dimestichezza con la scrittura, mi raccontarono pagine della loro vita, che scrivemmo poi insieme. Insegnai, ma imparai, anche.

(Infine. Nei miei corsi parlo anche di giornalismo. Punti in comune con la scrittura di romanzi o racconti, differenze spesso abissali.)

Continua: domani racconto un paio di cose

Svegliarsi con una canzone di Gino Paoli in testa

Mi sono svegiato, stamattina, con una canzone di Gino Paoli in testa: “Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai”, insomma Una lunga storia d’amore.
Ho amato per anni solo De Andrè, pur apprezzando altri cantautori: da Piero Ciampi a De Gregori eccetera.
Paoli… sapevo che esisteva.
Da piccolo, quando mia madre mi portava al bar per vedere il festival di Sanremo (non volevo: ero costretto), l’avevo visto e ascoltato cantare “Ieri ho incontrato mia madre, ed era in pena poerché…”. Lo trovai tristissimo.
Il 23 settembre del 2004, per il mio compleanno numero 48 decido di regalarmi un giorno tra Genova e a Boccadasse. Per puro caso mi imbatto in un concerto di Paoli (anche lui nato il 23 settembre) organizzato per il suo settantesimo compleanno.
Mi stupisce due volte: fuori dal palco, perché si muove come un grillo, e sul palco: la sua voce è potente e melodica, rende di più da vivo che ascoltata alla radio o su disco.
Da alloro divento un suo fan (alcuni anni fa è stato ospite del mio paese, Cortona, io non c’ero ma mi hanno parlato di lui, con la Marlboro sempre a portata di mano e magari anche il whisky che preferiva al vino).
Torno al concerto del 2004: fu proiettato un filmato con don Gallo che diceva “è Paoli il vero cantante di Genova”. Genova ce l’ho nel cuore (non come Orta ma quasi) come ho nel cuore Boccadasse, che ho frequentato per anni la domenica sera: è per questo che c’è un po’ di Liguria e di Genova nei due romanzi che ho scritto con Anna Antichi protagonista (La donna che parlava con i morti e Vegan, le città di dio).
Una vita, quella di Paoli, con tanti successi, alternata da momenti così così, come quando per campare suonava il pianforte e cantava nei locali, una vita spericolata anche: come quando, già sposato, si legò alla Sandrelli, allora minorenne, o quando si sparò un colpo al cuore tentando il suicidio.
“Sono anarchico da sempre. Il gene dell’anarchia l’ho ereditato da mio nonno, analfabeta, che conosceva a memoria gli scritti di Carlo Cafiero, le canzoni di Pietro Gori, l’autore di Addio a Lugano, e anche la Divina Commedia”.
Paoli: una vita davvero spericolata, la sua.
(Se farà un concerto per i suoi novant’anni giuro che ci andrò. Ho visto pochi concerti in vita mia, tutti per caso…)

Infine. Ho un amico che non vedo da anni, si chiama Pier Michelatti, è stato il bassista di De André. Mi piace ascoltare i suoi racconti e gli aneddoti su De André sul palco e fuori. Ma se dovessi scrivere un romanzo su un cantautore italiano non avrei dubbi, anzi no, un dubbio l’avrei: Gino Paoli o Piero Ciampi? Ma poi sceglierei Paoli, una delle colonne sonore dal 2004 a oggi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Paoli

Nora, Orta e l’isola di sempre: insomma “La suora”

Parlo con l’acqua e, di notte, anche con Nora, ho la fissa delle caviglie delle donne, la gelatina mi fa vomitare e non ho mai usato un preservativo perché mi ricorda la gelatina, ho scelto di farmi adottare da una Valle che con le mie radici non ha niente ma proprio niente da spartire, e mi è rimasta la paura delle lucertole perché quando ero piccolo avevo una cazzo di zia che mi diceva che dovevo stare bravo altrimenti sarebbero arrivate le lucertole volanti, e a me questa cosa delle lucertole che volano mi è rimasta impressa per anni e ancora adesso che di anni ne ho un bel po’ non se n’è andata del tutto, accidenti a quella zia, che poi era giovane, mica una vecchia acida. Insomma, di stranezze ne ho un vagone. La più grande, la più inspiegabile è lei. Nora.

Cara Nora, eccomi qui, a Orta. Ho affittato un appartamentino con vista su piazza Motta e, quindi, anche sul lago e sull’isola. Appena mi sveglio, preparo il caffè poi, con la tazzina in mano, vado alla finestra e ti saluto. La grande paura è passata, la grande paura è rimasta. Mascherine, poca gente nei ristoranti appena riaperti dopo il lockdown. Giorni di paura e di ubriacatura, anche. Il Covid-19 è tante cose, sapremo mai la verità?

Ma adesso sto guardando la tua isola, cara Nora. L’isola di sempre.

Nora e Orta, insomma
“La
suora”


Foto Viviana Martoccia

Orari di scrittura: ognuno cerchi i suoi

Non ho scritto mai romanzi troppo corposi: dalle 200 alle 300mila battute. E non so se questo che sto scrivendo sarà, alla fine, più o meno corposo degli altri.
Ieri sera ero arrivato a 38mila battute, bene mi sono detto alle 3 e mezza di notte mentre mi addormentavo (dormo sempre pochissimo quando scrivo, massimo quattro ore).
Poi stamattina ho riletto e le 38mila battute sono diventate 35mila, poi 36…
Meglio così: ho imparato a tagliare, interi paragrafi, oppure singole frasi.
Il titolo del libro (non credo che cambierò) è La strada dei papaveri.
Il protagonista è uno scrittore che, ogni tanto, dice a se stesso quel che dicono tanti aspiranti scrittori o scrittori: La scrittura è il mio grande amore non corrisposto.

A proposito di orari di scrittura.
Io, scrivendo, ho imparato due cose due.
Nella prima fase, quella di scrittura, quella del manoscritto che poi sarà da rivedere, scrivo a quelli che sono i miei soliti orari, e cioè dall’una di notte in poi. Ho cercato di cambiare, ma niente.
Anni fa sono in ferie nel Salento, sto scrivendo un libro (non ricordo quale).
Al mattino mi alzo presto, quindi la sera sono piuttosto stanco.
Così mi dico: invece di resistere anche grazie a caffè e sigari (oggi pipa) prova a dormire da mezzanotte alle cinque. Ti svegli, ti prepari un caffè doppio, scrivi fino alle 8, anche le 9.
Mi svegliai, bevvi il caffè doppio, non riuscii a scrivere un rigo. Meglio la sera stanco, oramai è così.
Ma poi c’è la fase – delicata – della riscrittura. Quando si riscrive (parlo per me, ovvio) occorre essere riposati, attenti. Per la riscrittura vanno bene tutte le ore del giorno in cui sono riposato. E mi sta bene farlo anche in un ambiente rumoroso, mentre per la prima stesura no: o c’è silenzio, oppure le idee non arrivano.

Insomma, questi sono i miei orari di scrittura: ognuno cerchi i suoi, non ci sono regole.

Questo bar è fatto di storie

«Dovresti venire più tardi, magari non stasera, sei troppo stanco oggi. Vedi, questo bar è diverso dagli altri. A mezzanotte, quando chiudo, ha un’altra vita questo bar di periferia. Io e altre persone (non importa che ti dicano chi sono e cosa fanno, non domandare niente, tu ascoltale e basta), io e altre persone, ti dicevo, di notte, tra un bicchiere di vino o un sorso di caffè, ci raccontiamo storie che possono essere nostre oppure le abbiamo raccolte come si raccolgo certi fiori di campo che nessuno vuole. La pareti di questo bar sono fatte di storie belle e dolorose, come quella che mi hai raccontato tu. Pensa: la vigilia dello scorso Natale l’abbiamo passata così, fino all’alba.»

Breve estratto del libro che sto scrivendo

Caro bollette, libri e tempi bui

Rimediare al caro-bollette (pago il doppio, rispetto a un anno fa).
Prima cosa: ho cambiato gestore.
Anche assicurazione dell’auto, probabilmente, visto che la uso poco e niente, potrei passare a una che costa la metà.
Poi. Disdettato Dazn e ridotto al minimo sky (12 al mese).
Ci son cose a cui non riesco e non voglio rinunciare: le colazioni al bar con mio figlio quando non va a scuola (ama i cannoli alla ricotta), il tabacco per la pipa (35 a settimana), un paio di caffè al giorno anche tre (prezzi variabili: 1,20, 1,10 e quelli che ancora mantengono il prezzo a 1; in genere vado dove capita, ma fa bene chi ci guarda anche al caro-caffè), la pizza una volta a settimana, integratori vari (uno soprattutto, costoso, ma efficace: niente più cortisone e ibuprofene, che assumevo dopo la seconda dose), i viaggi a Cortona con cena in trattoria (tre, quattro volte l’anno), le ferie al mare (Puglia o Maremma), la spesa per il cibo, che deve essere di qualità, possibilmente bio.
Per vestire non ho mai speso troppo, eccezion fatta per biancheria intima e camicie. Da una vita vado in giro con pantaloni, per lo più di velluto e giubbe stazzonati.

A certe cose di qualità non si deve mai rinunciare. Quando ero piccolo, e lavorava solo mio padre, mi prendevano sempre scarpe belle e costose. Il piede deve stare bene, e poi quelle che costano meno devi cambiarle più spesso, mi dicevano i miei vecchi allora giovani.
La prima volta che conobbi Luisito Bianchi mi mostrò con orgoglio le sue scarpe. Sembravano nuove. Mi disse: «Me le ha regalate padre Escarré trent’anni fa. Le passo tutti i giorni con lo straccio, ogni tanto le porto dal calzolaio. Purtroppo stiamo perdendo tante buone abitudini, come la manualità».
Lui viveva con 600 euro al mese. I proventi dei suoi libri li inviava alle missioni.
Luisito Bianchi, lo scrittore e anche prete (che non volle mai lo stipendio da prete), autore di tanti bei libri: La messa dell’uomo disarmato è, credo, il più bello.


Ci sarebbero poi i libri, mi piace andare in libreria, ma era un’uscita che superava il tabacco. Ci sono due opzioni-risparmio: leggere quelli comperati e non ancora letti oppure prenderne al mercatino dell’usato (qui a Vercelli una volta al mese). Su Amazon, preferisco di no, in prestito non mi garba: da quando ero ragazzo me i libri li porto sempre appresso.
(Poi ci sono i libri che recensisco sul blog che ho su Il fatto: in genere li ricevo omaggio, oppure in pdf. Ma volte li ho anche comperati…).
Due libri, comunque, da inizio anno li ho acquistati. Mi piace andare in libreria, cercare libri di autori di cui nessuna parla, sfogliarli. Fino a poco tempo fa uscivo sempre con qualcosa. L’anno scorso ai primi di gennaio ne avevo acquistati sei-sette da un mio amico libraio…
E comunque, non mi sento in colpa: perché di libri ne ho sempre comperati e tanti, e tanti ne ho regalati.
Poi. Ho insegnato a mio figlio a non lasciare luci accese inutilmente. Insomma, non ci fosse il caro bollette riuscirei anche, facendo così, a mettere qualcosa da parte. Il mio vecchio, 95 anni, 1000 al mese di pensione, dice che lui da parte mette sempre qualcosa, che non si sa mai cosa può capitare.
C’era anche uno scrittore di testi teatrali, Osborne (magari qualcuno avrà visto o letto “Ricorda con rabbia”) che una volta diventato ricco e famoso mantenne l’abitudine di conservare qualche monetina per i tempi bui. Che son sempre dietro l’angolo, dice il mio vecchio, ma io me ne dimentico spesso.

Mia madre mi diceva sempre: «Bisogna sempre guardare chi sta peggio di noi»:
Aveva dieci dodici frasi che usava ripetermi e che io non sopportavo.
Però è un dato da fatto: chi sta paggio di me c’è, e sono tanti; vedo sempre gente che staziona davanti alla sede della Caritas, davanti a casa mia. Non solo nomadi, e venuti da chissà dove. Anche gente che fino a qualche anno fa se la cavava. Mesi fa (tempi di lockdown) ho visto una persona che conosco chiedere l’elemosina. Ho guardato altrove.
C’è tanta gente che vive con poco, ma poco poco.

Non posso lamentarmi io. La mia pipa Dunhill sta tirando gli ultimi. Un’altra nuova costerebbe troppo, sui 600. Ho optato per una Paronelli da 150, non sarà una Dunhill ma in tempi di caro bollette è comunque una pipa che il suo dovere lo fa.

Di scritture, gatti, vendite, corsi eccetera

Non è ancora luna di notte, ancora due ore, quindi, prima di andare a dormire (prima dovrò dare i croccantini al gatto: alle tre miagola, sa che andrò a dormire e quindi devo provvedere a lui. E’ rosso, si chiama Ares. Il gatto precedente, Miomiou aveva un’altra abitudine: alle 3 dovevo farlo uscire in strada, per le sue ore di libertà. Rientrava sempore, affamatissimo, verso le 6 le 7).
Oggi ho scritto, ma non sono andato avanti con il romanzo. Mi è venuto in mente un racconto e così, per un’ora e mezzo, ho scritto 4mila battute.
Poi ho lavorato (intervista a un calciatore della Pro Vercelli, Gianmario Comi, e qualcuno volesse leggerla è QUI) poi ho preparato una scaletta per le cose da dire alla presentazione del mio corso di scrittura giovedì, alla Biblioteca di Santhià. Leggi qui.
(Ho anche ritrovato una vecchia intervista del 2014, in cui presentavo un mio corso all’Università popolare di Vercelli. Non ricordavo cosa dissi. LEGGI QUI).

E poi mi sono concesso mezzora di cazzeggio su amazon dove ho visto le vendite dei miei libri.
Segnali positivi da La suora (Golem, dicembre 2021).
72,389 e-book
18,882 book (ieri a 48,378)

Segnali positivi anche da La la donna di picche (Fanucci, maggio 2019)
e-book  201,072
book 19,044 (anche qui, meglio di ieri: 49,016)

E da La donna che parlava con i morti (Il vento antico, 2019, versione riveduta e corretta del libro Newton Compton 2008).
e-book 238,091
book 63,926

Non si sono mosse invece le vendite (questo da tempo; di Forse non morirò di giovedì (Golem, febbraio 2021) l’unico mio libro che mi ha visto arrivare primo a un premio letterario (Cattolica)
e-book 222,598
book 443,138

E non ci sono segnali positivi per Il bar delle voci rubate (I buoni cugini, novembre 2019) che uscì poco prima del lockdown: In tempo per una sola presentazione. Anche questo libro è una versione riveduta e corretta de Il bar delle voci rubate, il primo libro pubblicato nel lontanissimo 2002 (edizioni giornale La Sesia)
Solo la versione cartacea: 776,983

Il fatto che si sia mossa qualche vendita per La suora ha una spiegazione: la recente recensione su Art a part of cult(ure) di Isabella Moroni (LEGGI QUI) e gli articoli sui giornali online e cartacei che, in questi giorni parlano del corso che farò a Santhià. Non mi spiego la piccola impennata per La donna di picche, un libro che non è andato bene come speravo, ma è comunque un’impennata che mi fa piacere. Le piccole resurrezioni dei libri dimenticati….