titoli di libri

Una giovane utente-frequentatrice di Anobii, Claudia, in un commento a La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano ha scritto:
I titoli mi affascinano sempre moltissimo…come può deluderti “Se una notte d’inverno un viaggiatore” o “Sogno di una notte di mezza estate”? Quando ho comprato questo romanzo l’ho fatto attratta proprio da questo…e mi sono lasciata prendere dalla storia, dalla scrittura limpida, e forse un po’ anche dal dolore che ha dentro… Un giovane autore che spero non si fermi qui.
I titoli, già.
Dei miei quattro libri il titolo che più mi piace, Dicono di Clelia, è quello, credo, meno fortunato (in fatto di vendite e critiche).
Tra i libri comprati, di sicuro ce n’è uno che mi ha attratto per il titolo: Che tu sia per me il coltello, di Grossman.
Pari merito, altro gran bel titolo, è, a mio avviso, E non disse nemmeno una parola, di Boll (con i puntini sulla o).
Così su due piedi – ma anche per la bontà del libro e dell’autore -, proseguendo in questa mia classfica un po’ bislacca, al terzo posto metto Così è (se vi pare), di Pirandello.
Ho abbinato titoli belli a libri belli.
Spesso però un bel titolo è fuorviante; a me è successo con Belli e perdenti, di Leonard Cohen. Cohen è un cantautore-scrittore fantastico, qualcuno dice che nemmeno De André regge al confronto.
Ma Belli e perdenti l’ho preso in mano almeno tre volte per poi riporlo in libreria. Sconclusionato (ma è un giudizio datato, passibile di revisione).
Ma ci son libri di successo,
La porta,
La strada,
Il compagno,
La sorellina,
Cecità,
Una donna,
Un amore,
La madre,
che sono semplici e grandi capolavori, al contempo (di Magda Szabò, Cormac McCarthy, Pavese, Chandler, Saramago, Sibilla Aleramo, Buzzati, Pearl S. Buck).
Una persona a me cara, che ha lavorato e lavoro nella editoria italiana con la e e la i maiuscola, un giorno (eravamo al salone del libro di Torino), mi disse:
Camilleri può essere pubblicato con una copertina blu e un titolo che non attrae, un esordiente no.

Ora che ci ripenso: forse forse, rispetto a Così è (se vi pare), è meglio L’inverno del nostro scontento, di Stainbeck.
I miei tre titoli preferiti: Che tu sia per me il coltello. E non disse nemmeno una parola. L’inverno del nostro scontento.
Poi: Così è (se vi pare) e L’amore ai tempi del colera.

Che dire, poi, dei titoli tormentoni? Oggi Non è un paese per vecchi, anni fa Cronaca di una morta annunciata.
E poi. Ho una tendenza a dimenticarli i titoli, io. Certi titoli. Per esempio ho dovuto guardare in libreria per ricordare il titolo del libro di Montalban che più mi è piaciuto (L’uomo della mia vita) mentre non fatico assolutamente a ricordare un libro di Montalban che non ho letto: Il centravanti è stato assassinato verso sera.
(Chissà a che ora?
Alle cinque della sera?)

Dimenticavo. Ma la domanda è: può un tiolo incidere sulle vendite? Penso per esempio a un libro comunque interessante, In culo oggi no, di Jana Cerna’, casa editrice e/o…

Buona giornata

PS. Jana Cerna’ (autrice di In culo oggi no) è stata negli anni dello stalinismo (leggo sulla quarta di copertina del libro) uno dei personaggi chiave dell’underground praghese, un movimento con molte analogie con la beat generation. Sua madre era Milena Jesenska’, la famosa Milena di Kafka.

La donna che parlava con i morti io avrei voluto che si intitolasse La donna che parla coi morti. Alla Newton e Tecla Dozio mi convinsero che non era elegante, che era meglio La donna che parlava, e soprattutto con i rispetto a coi.

Leonard Cohen, un grande. Suzanne. Ricordo che in un’intervista disse che no, Suzanne non esiste(va).

Mario, che schifo

Quindi Mario… ricapitoliamo.
Quando avevamo saputo che sua moglie Marisa, non paga di cornificarlo, alle amiche dell’aperitivo, bar affollatissimo del centro, ore 19, minuto più minuto meno, e quindi non avevano sentito solo le amiche, aveva raccontato, con dovizie di particolari, delle, come dire, ma sì, basta guardarlo in faccia a Mario, aveva raccontato, dicevo, delle prestazioni barbine del di lei consorte tra le lenzuola, sputtanandolo senza pietà, beh noi, è successo un mese fa mi pare, noi prima che lui arrivasse, trafelato e in ritardo e sudato come sempre, ci facemmo delle grasse risate sul nostro collega, su Mario insomma.
C’era da immaginarselo, comunque, che fosse mal funzionante.
Per la carità: sul lavoro è bravo, puntiglioso e coscienzioso, sempre a testa bassa sulle pratiche oppure naso a due centimetri dal computer, vede un cavolo Mario.
Ma come avrà fatta Marisa a sposarlo?, ci siam sempre chiesti, è grosso e rumoroso: mentre lavora parla da solo, bofonchia, e noi a dirgli «Spegni la radio», ma mica capisce lui, poi è uno di quelli che quando beve, acqua, caffè o succo di frutta che sia, beve da vecchio, facendo rumore con sigla finale, aaahhhh, e poi, se deve aprire un cassetto Mario, sposta tutta la scrivania, per non parlare di quando risponde al telefono, lui non risponde, urla Buongiorno scandendo bene e con quattro “o” finali, così che tutti sentano, per esempio quelli dell’ufficio dirimpetto a noi, sull’altro lato della strada, ma cristo.
E’ rumoroso e puzza, nel senso che le sue puzze sono spaventose.
Quando va in bagno noi tutti, e qualcuno di noi tutti dice «oh nooo», guardiamo l’orologio e prendiamo nota: così da regolarci, perché per un’ora tratteniamo escrementi solidi e liquidi, ché nella camera a gas non ci vuole entrare nessuno, ma cosa mangia cipolle e fagioli tutti i giorni?, ma la Marisa, la Marisa come fa?, hanno un bagno solo, e metti che a lui scappi una puzza tra le lenzuola, che fa la Marisa?, subito la doccia per mandare via il tanfo?
Ma perché non divorzia?
Per non parlare dei suoi starnuti: sono esplosioni seguite dal soffio del naso che sembra un permacchione, su un fazzoletto che sembra un tovagliolo, o magari lo è.
E poi non guarda mai in faccia nessuno, sempre lì a testa bassa, ma cosa fa si guarda l’apparato riproduttore e gli pone quesiti a cui quello, poveraccio, non sa rispondere?
Ah, non vi ho detto il peggio.
Si dice che si scaccoli.
Così – qui vi faccio ridere, lo so – in ufficio quando ci si saluta per le ferie e ci si abbraccia o ci si sitringe la mano, metti un compleanno, le ferie, metti gli auguri pasquali o natalizi, dovreste vedere le fughe quando lui, a testa bassa, tende la mano che nessuno gli stringe mai.
Ciao Mario, stammi bene.
(E comunque, che lui si scaccoli è cosa nota a tutti, forze dell’ordine comprese. Ci siamo sganasciati dal ridere quando, quand’è succcesso?, l’anno scorso mi pare, arrivò un maresciallo da noi in ufficio, andò da Mario per una pratica e poi, quando si salutarono, a Mario che gli tendeva la mano quello, per evitare il contatto, aveva risposto con il saluto militare, mettendosi sull’attenti. Appena quello è uscito, ci siam piegati in due sotto le scrivanie dal ridere, non c’erano clienti, quindi, e lui mica aveva capito, guardandoci da dietro quelle sue lenti da talpone).
Ma come ha fatto Marisa? E’ carina, sapete?
Stamattina Gianna, che è la nuova assunta, quando ha sentito dire da me, sì da me, da me, che il puzzone, come al solito è sempre in ritardo, tanto siamo fessi noi, nessuno che faccia mai la spia col direttore, e la pratiche di Mario, noi che siamo scemi, se sono urgenti ce le dividiamo, beh ecco, Gianna mi ha interrotto, mi ha guardato e mi ha detto, ma hanno sentito tutti, si prendeva il caffè, non era arrivato Mario ma nemmeno il direttore, mi ha detto Gianna che sua sorella infermiera lo vede tutte le mattine, sudato e trafelato, e ti pareva, che va su e giù in ospedale, perché accompagna, e son due anni, sua madre a far la chemio, ma non è tutto, accompagna, e son tre mesi, anche il padre, pure lui a fare la chemio, perché, ci ha detto Gianna, Mario ha raccontato, sempre a sua sorella infermiera, che, purtroppo i suoi di fratelli, ne ha due Mario, più piccoli, hanno altre cose da fare, Poverini.
Ha detto poverini, Mario, chissà con quante iiiii ha detto poverini, che co-glio-neeee che sei, Mario.
Si sta grattando la testa, ora Mario, ma sì dai un po’ di forfora in questo ufficio mica inquina.
Ha sbadigliato, mamma mia che bocca larga che ha, sembra una rana.
Sta camminando vicino alla mia scrivania, ora Mario, col suo passo pesante, in fondo ha tanti pesi, Mario: la ciccia, ma perché non si mette a dieta, le corna, quelle sì che pesano, i pensieri, già i pensieri.
Ha acceso il computer, ora Mario.

Segnalazioni.
– Una citazione.
– La scorsa notte Splinder era in manutenzione. Così questa (di Anfiosso) l’ho letta due volte.
– … se poi è stato un camorrista non me ne frega nulla, ha scritto Morgan
– Dal momento che è in libreria I miei amici di Luisito Bianchi, penso proprio che questa bella intervista sia quanto mai attuale. Nei commenti, Andrea Inglese scrisse che il punto di vista di don Luisito (sulla gratuità) farebbe terremoto, se fosse sostenuto da un numero importante di cattolici.

Mario: son sempre gli stessi da avere la fortuna, canta Iannacci (grazie S.)

zingari di merda

È lì che ci porta il viaggio di Moresco, sulla soglia del silenzio e della morte. Dove arrivano anche le fotografie di Giovanni Giovannetti, che chiudono il libro (leggo su Orasesta)
Ringrazio Aitan per la segnalazione di questo post.

Estate 2006. Sono a Ravenna per presentare Lo scommettitore.
Pernotto in una bella pensione, la prenotazione l’ha fatta Fernandel, la casa editrice.
Ne approfitto, Ravenna è bella, la Romagna è bella; è vivace. Mi fermo due giorni e due notti, quella di venerdì e quella di sabato.
Sabato, mentre faccio colazione, parlo con il marito della signora che gestisce la pensione. Fa il fotografo, lui. Mi dice che ha una passione, Posso farle vedere, mi fa?
Ma certo, dico, e lui arriva con degli album, mi pare di ricordare.
Di scuro erano tutte fotografie che lui aveva scattato tra i rom. Vorrei che la gente sapesse che questo popolo è un popolo dignitoso come lo erano i pellerossa d’amercica, mi disse.
Guardi qua, non le sembra un’indiana?
Mi fece vedere una foto di una bellissima ragazza, Avrà vent’anni, mi disse lui, Vede come mi guarda, un po’ fiera e un po’ arrabbiata? I Rom non amano essere fotografati, ma i bambini sì.
Erano infatti foto soprattutto di bambini.
In Europa, mi disse, sono milioni e milioni, quanti uno stato della comunità europea, solo che noon hanno voce, né al parlamento né da nessuna parte. E l’ingiustizia, nei loro confronti, si perpetua.
Quel fotografo, poi, mi dice un’altra cosa. Mi dice: Ho imparato a conoscerli, e solo quando li conosci li capisci.
Era commosso. Ricordo che guardai sua moglie che a sua volta lo guardava, sorridendogli, come a dire Ti capisco, io ti capisco.

Non è facile parlare degli zingari. Nella mia città, alcuni sinti, soprattutto la sera, entrano nei bar di periferia e fanno paura, soprattutto quando bevono (e bevono: non c’è sera).
Sonospacconi, cercano la rissa. E contro di loro si scatena la rabbia delle periferie, e non solo. Anche di chi non li ha mai visti.
A volte sembra che il male peggore non siano corruzione, smog, il lavoro che non c’è, lo spaccio di droga che aumenta. Il male peggiore sono loro, che davanti ai supermercati e alle chiese chiedono l’elemosina.
Poi rubano, certo.
Ma come vivono? Come sono nati, cresciuti?

Quando frequentai per due anni un locale della periferia, che mi ispirò il racconto Tamarri, avrò avuto una quarantina d’anni. C’era qualche pensionato senza pensione, un paio di miei coetanei che la sera non sapevano dove sbattere la testa, e c’erano tanti ragazzi, dai quattordici e diciott’anni. Figli della disperazione. Alcuni erano zingari. Bevevano birra, certo. Una, due, tre Moretti. Ma non erano interessati né alle canne né alle pasticche che, sapevo, giravano alla grande, lì.

Credo ci sia un problema, serio, in Italia: a differenza di altri paesi europei, come la Germania, spendiamo tanti soldi per la repressione e pochi per l’integrazione.
Zingari di merda, appunto.
(Quando, domenica scorsa, al Salone del libro sono andato allo stand di Effigie, Giovanni Giovannetti, spiaciuto, Mi ha detto che Zingari di merda era ormai esaurito, – ma io son contento per lui, Moresco e il libro).

Poi, vi prego, leggete questa poesia di Mariella Mehr sul blog di Lino Di Gianni.
Faccio che incollare le note biografiche di questa poetessa (pubblicata da Effigie).
Mariella Mehr è stata vittima della persecuzione del suo popolo in Svizzera (il famigerato programma “Kinder der Landstrasse”, del quale poco o niente si sapeva fino a una ventina di anni fa): tolta alla madre nella primissima infanzia, passata per famiglie affidatarie, orfanotrofi e istituti psichiatrici, è stata soggetta a violenze di ogni genere, compreso l’elettroshock, e, come già successo a sua madre, a diciotto anni l’hanno sterilizzata e le hanno tolto il figlio. Autrice di romanzi, opere per il teatro e poesie, dal 1996 vive in Toscana.
La sua letteratura è una lotta permanente contro l’intolleranza, il razzismo e la discriminazione.

Fabio Turchetti – Mariella Mehr: Mio angelo di cenere

poi invece ho letto Elys

Dopo il caffè al solito bar, mentre camminavo pensavo che, oggi, avrei avuto due cose da scrivere.
Una storia di sguardi: persone che rivedo, ogni tanto mentre cammino, per esempio dopo il primo caffè, e che mi sembra siano rimaste ferme nel tempo: a uno sguardo, triste, di anni fa, che si portano sempre appresso.
Però avrei voluto scrivere anche di politica. Ieri sera, casualmente, vedo su un’emittente televisiva piemontese una sorta di Porta Porta alla buona. C’è il leader della Destra, Storace. Che, rivolgendosi a una ex parlamentare di Rifondazione ha, più o meno, detto: Il governo Prodi l’ha fatto cadere Mastella per una questione di malaffare, mentre voi invece avete fatto i soldatini, e avete tradito i vostri principi e i vostri valori. Eravate voi che dovevate far cadere il Governo Prodi, l’aveste fatto il vostro elettorato non vi avrebbe girato le spalle.
Grosso modo: condivido.
Il governo Prodi ha risanato il debito, ma ha fatto finta di non vedere che per le fasce più deboli la vita diventava sempre più difficile.
Avrei voluto, insomma, scrivere sulla sinistra italiana: che ha perso la sua identità, che è diventata casta, che abbassa la testa e non sa avvicinare i nuovi poveri.
Lo farò, forse, oppure no. Anche perché un po’, mentre ci penso e scrivo, m’arrabbio.

E invece apro il blog e vedo che l’ultimo commento è di Elys, Deserti di cioccolato. Era già intervenuta altre volte e quando qualcuno interviene, qui, poi io vado a vedere. Per curiosità, per scambiare il link (che giudico un puro gesto di cortesi), per leggere.
Ho letto.
Elys scrive
se penso all’impossibilità attuale di arrivare a ricevere un “sì” da un editore, mi prende un nodo allo stomaco
E poi dice anche:
mi viene l’irrefrenabile istinto di distruggere ogni cosa creata fino ad ora. Racconti, blog, romanzo.
Tutto. Mi viene voglia di DIMENTICARLA la scrittura. Mi viene voglia d’inventarmi una nuova identità. Che ne so, una senza aspirazioni. Una che non vuole niente. Si vivrebbe meglio. Io, vivrei meglio? Forse no.

Allora.
A volte lo penso anche io. Anzi: a volte quasi rimpiango quando scrivevo e non avevo trovato un editore. L’ho pensato anche nei giorni scorsi, e pensare che, nei giorni scorsi, per la prima volta – mai successo prima – un editore, incontrato al salone del libro, mi ha detto che un mio libro sta vendendo, sta insomma andando bene.
L’ho pensato perché si vive male – e ne conosco, io, di gente che vive male – dopo aver pubblicato un libro. Quello che era un sogno diventa poca cosa. Qualcosa da esibire, altrimenti gli altri nemmeno se ne accorgono. E si diventa patetici. O almeno: io così mi sento.
Ma ora mi fermo. Perché il post di Elys merita attenzioni.
(Anche perché, cara Elys, ti capisco: erano i miei pensieri quando scrivevo i miei primi libri. Ne vale la pena?, mi chiedevo. Ne vale la pena?, mi chiedo. Tu scrivi, e basta. Pubblicare o non pubblicare spesso dipende dal caso).
Buon sabato
Qui il cielo è grigio grigio

Dimenticavo, al Salone del libro di Torino mi ha fatto piacere rivedere alcuni amici blogger. In particolare Viridian (non me ne vogliano gli altri dieci, quindici che ho visto).
E ho avuto il piacere di conoscere personalmente Giovanni Giovannetti, che nella vita fa il fotografo e l’editore. E poi fa altro, per complicarsi l’esistenza.
In questo blog ci sono segnalate le case editrici che mi hanno pubblicato e alcune case editrici di cui ho sentito dire bene (per esempio da Barbara Garlaschelli). C’era anche quella di Giovannetti. Ora c’è: a maggior ragione.

certo che “tira” il sesso in rete

Riprendo la precedente discussione.
In un commento ho scritto

se uno scrittore vende non si lamenterà certo del popolo bue che legge solo libri commerciali.
se uno scrittore non vende invece si sente un incompreso.

il numero dei visitatori di un blog, il numero delle copie vendue da un libro, il numero delle copie vendute da un giornale dipendono da mille fattori.
La Voce di Montanelli non era forse uno dei migliori giornali in circolazione?
Eppure sparì.
Chiaro. Le furbate commerciali ci sono. Ma è una furbata il fatto che un blogger cerchi di scrivere cose interessanti con una grafica piacevole?
E’ una furbata che una casa editrice cerchi un titolo che richiami e una copertina che richiami ancor di più? (Non so se ci avete fatto caso ma a un ceto punto son comparse le copertine con gli occhi: Hanno scoperto, così mi ha spiegato una mia amica che lavorava nel settore, che il libro “che guarda” il lettore vende di più).
E’ una furbata che un giornale proponga e cerchi un giusto mix tra cose importanti e cose interessanti?

Certo, in rete, si sa, come ha notato Cinzia Pierangelini ma lo ha notato anche Aitan con le chiavi di ricerca, il sesso domina. Nel vecchio blog ebbi il record dei visitatori, quasi 600, quando parlai di chat.
Dissi che l’avevo usata. Di notte avevo usato la chat: dal momento che Anna Antichi, la protagonista de La donna che parlava con i morti, la usava, dovevo capirne il funzionamento.
Fu interessante la discussione, furono ancor più interessanti le mail private che ricevetti.
Due, dico due, dicevano La chat è stata la mia rovina.

Il sesso in rete tira, certo che sì.

Un paesino. L’amministrazione organizza corsi di internet per pensionati. Il giovane docente si intenerisce quando vede che alcune copie muovono maldestramente il mouse mano nella mano: uniti anche nella navigazione in rete. Comunque si spazientisce un po’ lui. Son troppo lenti, troppo poco interessati. Decide così di dividere i maschi dalla femmine (per le femmine si inventerà qualcosa, poi):
E ai maschi dai 65 in su una sera fa vedere che esistono i siti erotici. La loro mano sul mouse divenne ferma e veloce, bastarono due incontri, mi raccontò

Buona giornata

Beh, sì. Questa disussione sul sesso precoce la segnalo volentieri.

post demenziale, o quasi

Tosse e mal di gola.
Casini.
Voglia di parlare del salone del libro: zero assoluto.
Scrittura come sempre al bivio: periodi brevi e semplici o frasi più articolate?
Libri da leggere, tanti, appena usciti (Era mio padre, di Franz Krauspenhaar; I miei amici, di Luisito Bianchi; Chiedi alle nuvole chi sono, di Giorgio Bona; I briganti biellesi, di Roberto Gremmo; Kaddish profano, di Francesca Mazzucato; Non baciarmi sulla bocca, di Valeria Ferracuti). (Mi sa che ho dimenticato qualcosa).
Libri da finire (meglio lasciar perdere, ho perso il conto).
Libri appena finiti (Quella notte a Dolcedo, di Marino Magliani; Prima di sparire, di Mauro Covacich; Elisabeth Costello, di J.M: Cotzee).
Libro che non finirò, penso (L’indagine, di Juan Josè Saer).
Libri che, a rilento, sto rileggendo (Viaggio al termine della notte, di Céline).
libri che vorrei rileggere (Guerra e pace di Tolstoy, e sfogliare un po’ di Artaud; non per altro: ai tempi dell’università ho letto tutto, ma in fretta; così ora ricordo nulla). Anche Guerra e Pace l’ho letto, ma avevo quindici anni. Trovato in una cantina, mi pare. Era un’edizione con una bella copertina. Non avevo l’età, credo, per leggerlo.
Manoscritti da leggere: due, ma potrebbe essere dieci (posta elettronica da riordinare).
Sigarette fumate oggi (dalle dieci di questa mattina, quando mi sono svegliato, ad ora, che sono le 3 e 34 di notte), dodici (ma perché ho mal di gola).
Bene, riprendo a scrivere: fino alle 4 e mezzo. Poi mezz’ora con Cèline.
Poi cerco di dormire.
Sogni brutti, in questo periodo. Dovrei mangiare meno porcherie, e a orari cristiani (mai fatto in vita mia).
Buona notte.
Buone cose a tutti.
E speriamo mi passi la tosse. I casini no, senza quelli che gusto c’è?

fosse facile scrivere, varrebbe la pena?

a pagina 9, sulla scrittura indecente (ma anche realvisceralista)

Per lui il cambiamento si verificò a 33 anni. Fino a quel momento non aveva letto una parola di quello che aveva scritto sua madre. La sua risposta, la vendetta per essere stato chiuso fuori da lei. O forse si era rifiutato di leggerla per difendersi. Forse era quello il motivo più profondo: difendersi dal fulmine. Poi un giorno, senza dire una parola a nessuno, senza dire una parola nemmeno a se stesso, prese uno dei suoi libri in biblioteca. Dopo, lesse tutti gli altri, apertamente, in treno, a tavola. – Cosa leggi? – Uno dei libri di mia madre.
Lui è nei suoi libri, o almeno in alcuni dei suoi libri. E ci sono anche altre persone, che lui riconosce; e ce ne debbono essere molte di più che non riconosce. Sul sesso, sulla passione, la gelosia, l’invidia, lei scrive con una lucidità che lo sconvolge. E’ assolutamente indecente.

pagina 16, sull’immedesimarsi (o pensare come dei pazzi: vedi Flaubert)

– I nostri ascoltatori devono sapere che stiamo parlando di un libro di grande intensità. Ma le riesce facile scrivere dalla prospettiva di un uomo?
(…) – Facile? No, se fosse facile non varrebbe la pena farlo. La sfida è nell’alterità. Nell’inventare qualcuno che è altro da sé.

Elisabeth Costello di J.M. Coetzee, Einaudi (9 euro e 80, 192 pagine).
Il libro parla anche dello scrittore davanti al male.

E poi.
Su Racconti ho postato il mio contributo a No Tag, Sottovoce, il giornale di Paolo Pedrazzi.
E’ il primo racconto che io e Pedrazzi, eravamo di fretta, abbiamo titolato Se l’anima si sporca…
Poi, come succede spesso, mi è venuto in mente un altro titolo: Il fascino indiscreto dell’editoria.

Buon martedì

il male invisibile

Io credo che abbiamo bisogno di leggere libri o vedere film che ci prendano in giro.
Dove alla fine torna tutto e la verità emerge.
E il bene trionfa sul male.
Se non trionfa, comunque, le cose per lo meno si sanno.
La mafia, i generali birmani, Hitler, i pedofili, mille altri: il male insomma.
Ma c’è qualcosa di più sottile: il male invisibile.
Quello che colpisce senza manifestarsi.
Persone che spariscono, e di cui non si saprà più nulla.
Vittime.
Delle quali, a volte, si sa.
Ricordo un articolo sull’Unità. No, era una lettera. Una ragazza che ricordava suo padre che vomitava sangue, che pesava venti chili. Suo padre aveva lavorato a Porto Marghera. La ragazza raccontava che, quando prendeva il vaporetto, vedeva le sue compagne ridere e scherzare. Lei non ci riusciva.
Ma c’è di peggio: persone denigrate, infangate, perché magari hanno denunciato.
I calpestati.
E’ l’argomento che più mi sta a cuore, ultimamente, come un’ossessione.
Spero di poterne dire.
Spero anche che ci sia comunque uno spiraglio: per lottare.
Ma non sempre, non sempre.
E ho una sensazione, ripeto: una sensazione.
Che si preferisca rimuovere, non pensare che, in fondo fondo, c’è qualcosa che fa paura e sconfigge, con facilità.
Abbiamo bisogno di essere rassicurati: dai libri, dai film, ma anche dai politici e dagli intellettuali.

Del libro l’ausiliaria e il partigiano di Massimo Novelli, ho già scritto, nel vecchio blog.
In sintesi.
Una ausiliaria repubblichina, Maddalena Grill, di 16 anni, quando Torino ormai è già liberata, viene, insieme a un’altra ragazza, presa da alcuni partigiani. Sono i giorni della resa dei conti. A volte motivata.
Ma questi partigiani vanno oltre la resa dei conti. Son bestie, va a sapere perché. Violentano e poi uccidono, fucilandola, Marilena Grill.
Il branco fa di queste cose.
Ma ci fu un partigiano, uno solo, che si ribellò. Alberto Poldori, un comandante. Cercò di evitare, perlomeno, la fucilazione di due ragazze di sedici anni. Per poco non accopparono pure lui.
Massimo Novelli, poi, l’ha cercato a quest’uomo, cinquant’anni dopo, nella speranza di trovarlo ancora vivo, di farsi raccontare.
Si era suicidato, da tempo.

scrivere di pancia

In un commento Monia ha domandato:
ma perché, secondo voi si può scrivere degnamente di vita non vissuta in prima persona? I racconti migliori non possono essere che quelli della pancia, secondo me.
Della pancia, non dell’ombelico.

Allora.
Alcuni libri a caso. Papillon di Henry Charrière e Se questo è un uomo di Primo Levi.
Da lettore dico che non mi sono posto il problema quando li ho letti. Mi sono piaciuti e basta.
Oppure, mi viene in mente Carlotto: per me il suo miglior libro è IL fuggiasco, che è appunto autobiografico.
La scrittura di pancia (che io da anni chiami di viscere) è la più vera, certo: ha un impatto immediato, parla di noi.
Come scrittore, invece, io ho fatto scelte precise. Anche etiche. Se scrivo del mio vicino di casa perché io debbo avere voce e lui no?
Comunque.
A volte ricevo della mail. Delle belle mail. Mail di pancia. A volte la stessa persona che mi ha scritto una mail (di pancia, si qualcosa di vero) mi fa leggere anche un racconto. Che magari è scritto bene ma che a mio avviso è monco. Non trasmette nulla.
Credo insomma che la migliore scrittura sia quella di viscere.
Purché siano le proprie, però.
Buon sabato

Io stasera presento il mio libro a Borgolavezzaro.
Il mio amico Giorgio Bona, presenta il suo Chiedi alle nuovole chi sono (Besa editrice), fresco di stampa, al salone del libro: stasera alle 18, stand della regione Puglia, padiglione 2.

giornali (e Salone)

Questa foto è stata scattata a mia insaputa. Era il giorno (novembre, mi pare) dell’inaugurazione della nuova rotativa dove viene stampato il giornale in cui lavoro, e cioè alla Sigraf di Calvenzano. Sembro in un autobus, in realtà son “dentro” la rotativa. E sopra la mia testa ci sono i giornali, che corrono.

Questa invece è la copertina di un free press – No Tag Sottovoce – che verrà distribuito gratuitamente al Salone del libro, Torino. Non sarà l’unico. Ci sarà anche (credo) Satisfiction di Paolo Serino e Milanonera di Paolo Roveri. Questo giornale, che ospita anche un mio contributo, è stato realizzato da Paolo Pedrazzi. Che conoscerò domenica e col quale ho parlato in questi giorni al telefono. Scoprendo che il free press è stato stampato sempre alla Sigraf di Calvenzano (dove, oltre a un bel po’ di giornali locali, stampano gli inserti culturali de Il Manifesto)

racconti segreti

Uno, la grafica di questo nuovo blog non mi convince.
Sto riflettendo se cambiarla (ripeto: la grafica, non il blog).
Non è per una questione estetica; quando penso a un prodotto editoriale, sia cartaceo – dove ho occhio – sia on line – dove non ce l’ho – m’interrogo sulla leggibilità. E vedere gli accessi (tantissimi, 1500 negli ultimi tre giorni, pare sia più trafficato questo blog rispetto all’altro).

Due,
al salone del libro ci sarò domenica, dalle 11 fino alla fine.
al salone del libro, fuori e dentro, verrà distribuito un giornale, gratuito, Sottovoce. l’anima di questo giornale è Paolo Pedrazzi, che conoscerò, appunto domenica.
Nella 48 pagine della rivista ci sono articoli e racconti di Mozzi, Morozzi, Laura Pugno e altri autori.
C’è anche un mio racconto. Protagonista: una signora che si è rifatta il trucco…

Tre.
Sabato sera, invece, sarò a Borgolavezzaro; alle 18 presento La donna che parlava con i morti. E’ un’iniziativa collaterale alla fiera, leggo stamattina su adnkronos.

Quattro.
Ieri sera ho fatto il conto dei libri che sto leggendo (e rileggendo, Céline per esempio).
Nove ne sto leggendo nove, insieme. Una cosa folle. Devo tornare el vecchio metodo: Una per volta e basta.

Cinque.
Si parla molto in rete di due libri, Era mio padre di Franz Krauspenhaar, e Prima di sparire di Mauro Covacich.
Libri diversissimi, ma uniti dal fatto che l’autore mette se stesso nel libro. E altri.
Allora.
Tempo fa, una persona che frequenta questo blog mi mandò un racconto. Lo lessi in fretta, risposi che alcune cose mi convincevano e altre no, ma che – ed era vero – non avevao abbastanza testa e tempo per capire, giudicare, dire qualcosa di furbo insomma.
Tempo dopo, questa persona mi manda un altro racconto. Che non è un racconto nato un’immagine, un pensiero, un idea; è un racconto vero-vero, di passioni, pulsioni. Lacrime e ricordi.
Lo lessi senza fermarmi, mai. Quel racconto non verrà mai pubblicato, così com’è. La persona non vuole. Ci son di mezzo altri soggetti. Giustamente non può. Peccato, però.
E non credo che seguirà il mio consiglio: salva l’anima di quei personaggi, ho detto, ma cambia nomi, contesti, cronologia degli eventi.
Che i racconti più belli siano quelli che non possiamo raccontare?
Ne abbiamo tutti, credo, di racconti segreti.

son di corsa, per il lavoro.
buona giornata

Sei.
E grazie a Marta Baiocchi per questa intervista, fresca di giornata (su romacultura.it)

luoghi comuni

Preconcetti e luoghi comuni: quello classico è… quello del Liceo Classico. Chi l’ha fatto, si dice, soprattutto in virtù del latino, ha una marcia in più rispetto a quella degli altri. Sicuri sicuri, quelli che lo dicono, che chi arriva a frequentare il liceo classico non abbia già una marcia in più perché è nato in una casa col camino e quindi è stato portato da una cicogna?
L’articolo che segue è di Beniamino Placido. Fu pubblicato su Repubblica e, poi, un sociololo famoso, Ian Roberson, lo inserì in un manuale di sociologia tradotto in varie lingue.

Buona lettura, se volete, e buona giornata, certo.

A Mairano di Noviglio, paesino di tremila abitanti nei pressi di Milano, le cicogne sono tornate. Quel paesino rivive con le cicogne, che si sono annidate sul campanile della chiesa, perché con il loro ritorno – dopo dieci anni – hanno ripreso a nascere i bambini, interrompendo quella tendenza alla denatalità che tanto impressiona, fra gli altri Paesi, anche l’ Italia. Per quanto non sia vero, per quanto si sappia ormai com’ è che si fanno e si fanno nascere i bambini, qualcuno avrà certamente pensato, sia pure per un momento: vuoi vedere che le cose stanno proprio così, come un tempo si credeva? Vuoi vedere che sono le cicogne a portarci i bambini? In effetti, qualche secolo fa, nell’ Olanda del Seicento, si verificò un analogo fenomeno: tante cicogne sui tetti delle case, tanti bambini appena nati all’ interno delle case. Però lo scetticismo miscredente aveva già cominciato a farsi strada. E scetticamente quei bravi olandesi decisero di guardar meglio, di pensarci sopra. E scoprirono che quelle cicogne si affollavano sì, sui tetti delle loro case. Ma soprattutto intorno ai camini: che erano tutti accesi (si era d’ inverno) soprattutto nelle case dove c’ era un bambino appena nato, ed offrivano pertanto a quelle cicogne che venivano da tanto lontano un ottimo strumento per riscaldarsi e per riposarsi. Giusta quindi la correlazione: più cicogne, più bambini (e viceversa); del tutto infondato il presunto rapporto di «causa ed effetto» (i bambini li portano le cicogne). Non sappiamo se questo episodio fosse noto anche a David Hume, il filosofo scozzese che scrisse nel Settecento il suo celebre Trattato della natura umana (1740). Dove si disserta a lungo, e lucidamente sul rapporto di «causa ed effetto» – spesso solo apparente, spesso inesistente – e si raccomanda l’ uso di una «ragione scettica», che ci impedisca di attribuire alle cicogne, o ad altri alati pennuti, l’ arrivo in casa nostra dei sospirati bambini. Così come la visione impressionante dei monumentali ripetitori della Radio Vaticana, e la denuncia che in quella zona sarebbero più frequenti, purtroppo, i casi di leucemia, non basta di per sé a creare un rapporto di «causa ed effetto». Così come la solita convinzione, in taluni, che i due fenomeni non c’ entrino nulla l’ uno con l’ altro non deve farci trascurare quel Precautionary Principle («Principio di Precauzione») sancito niente meno che nella dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992: quando si intravede un possibile pericolo, conviene correre ai ripari subito, prima ancora di aver ottenuto una attestazione scientifica della sua esistenza. (…) I buoni manuali di storia recano anche un altro esempio: quello del marito che rientra a casa stanco il sabato sera; non trova buona la minestra preparatagli dalla moglie; sbattendo la porta esce di casa e va a trovare gli amici in una cantina. Lì, beve, quasi si ubriaca e perde al gioco delle carte. Quindi esce un po’ alticcio, anche da quel posto, e sulla strada del ritorno a casa incorre in un incidente che gli è purtroppo fatale. Bene: qual è la vera causa del triste evento? C’ è chi dirà: la minestra mal preparata; c’ è chi dirà il vino dell’ osteria; c’ è chi incolperà la strada mal fatta, e quell’ altra macchina troppo spericolata. Tutti trarranno delle conclusioni definitive. Ma ciascuno secondo le proprie convinzioni, le proprie inclinazioni. E tutti avranno ragione, ma ciascuno a suo modo. Aveva ragione David Hume, filosofo del Settecento. Che, essendo un filosofo, ci invitava a pensare di più, a pensare al di là delle apparenze. Ciò che a noi dispiace fare.

Beniamino Placido