Incontri, certe notti, in albergo

Portiere di notte la notte, poche ore di sonno, l’università di giorno, per lo più al pomeriggio.
Portiere di notte, gli incontri: artisti, calciatori che uscivano dalle loro stanze di nascosto, prostitute, quelli che di notte alle tre ti chiedevano un caffè con la scusa di raccontarti qualcosa.
Un giorno tra i clienti arriva Lui. Sorridente, di poche parole. Di notte, però, non dorme: scende dove c’è la reception, ogni tanto va fuori a fumare, ogni tanto mi chiede una birra. Senza dire, raccontare, confidare.
E’ figlio di un uomo d’affari, lavora per lui, settore alimentare. Più o meno ha la mia età.
Una notte, saranno le tre o le quattro, guardiamo la televisione. C’è una cantante che mi piace, si chiama Pat Benatar.
«Mi piace» gli dico, e Lui: «Io l’ho vista una sera, ero a New York».
E poi racconta…
Vive nella grande casa del padre ma un giorno litiga e va in Francia a vendemmiare. Poi, coi soldi guadagnati, si imbarca come clandestino, destinazione, appunto, New York.
Arriva, gira di qua e di là in cerca di un lavoretto, Lui a casa non vuole tornare, e una sera vede un concerto di Pat Benatar in un locale.
I soldi però cominciano a scarseggiare, poi finiscono, e così si ritrova a vivere con altri barboni sotto le griglie della metropolitana di New York.
Conosce così altri fuggitivi. Alcuni di loro, lo capisce con l’intuito, lo capisce da come parlano, erano dei professionisti, dei buoni borghesi, insomma. Adesso no, sono barboni: la sera tardi vanno a cercare cibo e da bere tra i rifiuti dei ristoranti, di notte tornano ai loro giacigli e al mattino «ci addormentavamo guardando la gente che correva a prendere la metropolitana. Quella gente aveva fretta, noi no…».
Gli piaceva quella vita? Non glielo domando, ho la sensazione di sì. Anzi, penso che la rimpianga.
«Un giorno è successo questo…».
Un giorno, camminando per strada si ritrova davanti il padre, che, con le giuste conoscenze, è riuscito a rintracciarlo (fa pensare, questo…). E il padre non si ferma a cercare di convincerlo di tornare a casa, no. Si limita ad allungargli del denaro e a dirgli «se vuoi tornare, questo ti basterà».
Prese così la decisione…
Tornò, era tornato, ma di notte Lui non riusciva a dormire, Lui era ancora là, sotto la griglia, accanto a un uomo «che probabilmente era un avvocato, ma che aveva preferito lasciare tutto. Se trovavamo dei cibo lo dividevamo, ma non ci facevamo domande…. eravamo lì, lontani dal mondo, eravamo io, lui e altri, tanti altri…».
Certe notti, in un albergo, alcuni incontri.
#portieredinotte
#autobiografia

Gente che ho avuto la fortuna di incontrare

Persone che: persone che ho avuto la fortuna di incontrare. Non le avessi incontrate forse non avrei pubblicato o avrei pubblicato di meno.
Penso spesso che c’è gente che non è stata fortunata come me.
Parto da lontano.
Era il 2003, avevo pubblicato un libro, ne stavo scrivendo un altro. Avevo una lettura quotidiana: il blog di Giulio Mozzi, allora consulente della casa editrice Sironi (che pubblicò alcuni ottimi libri e io non so cosa avrei dato per uscire, anche io, con la Sironi di Mozzi). Per anni, mi sono ricordato tante dritte, tante cose scritte da Mozzi nei post e, anche, nei commenti. Mozzi, poi, l’ho incontrato tre volte al Salone del libro. La prima volta allo stand di Fernandel, ricordo che il mio editore (Giorgio Pozzi) regalò a Mozzi una copia del mio terzo romanzo, Lo scommettitore. Poi, due tre quattro anni dopo non ricordo, lo incrociai, mi presentò Leonardo Colombati, dicemmo due cose due, e poi una terza volta, che non dimenticherò (perché mi disse che stava facendo un tentativo, per me, tentativo che non sarebbe andato in porto. Comunque apprezzai).
Poi. Sulle scuole di scrittura creativa ho perplessità. Ma a volte mi taccio, dovrei parlarne se le avessi frequentate. La Bottega di narrazionje di Mozzi, però, è una cosa seria. Non l’ho frequentata, avessi potuto l’avrei fatto.
Mozzi, dunque.
Insieme a lui, in quegli anni, furono di estrema importanza – anzi di più – due scrittrici: Laura Bosio e Alessandra Buschi. Lessero cose mie, mi diedero consigli, mi incoraggiarono a scrivere (la Buschi, addirittura, propose un mio libro a un paio di editori). Ecco, quando sai che qualcuno crede in te acquisisci sicurezza. Con entrambe, poi, è nato un rapporto di amicizia (non dimenticherò mai i racconti della Bosio su Pontiggia) ma quando le contattati (e mi incoraggiarono a scrivere) erano persone che non conoscevo. La Bosio era della mia città ma viveva a Milano (le chiesi di leggere il manoscritto del mio primo libro), alla Buschi scrissi una mail: “sto scrivendo questo”. “Mandamelo, ma ti dirò quello che penso” mi rispose.
Giulio Mozzi, Laura Bosio, Alessandra Buschi, ma non solo.
Luigi Bernardi per alcuni anni è stato una guida per me. Contento di averlo conosciuto e magari di avere imparato qualcosina.
Mail, lunghe telefonate al mattino presto (mi tirava giù dal letto che magari erano le sette, dimenticandosi che io dormivo 4 ore, dalle 5 alle 9…), qualche incontro. Soprattutto le mail sono un gran caro ricordo. Avrei voluto frequentarlo di più, peccato che se ne sia andato troppo presto.
Ecco, Bernardi in una mail mi scrisse “Trovati un bravo editore, Remo, l’editoria è un Bastardo posto (libro che pubblicai con il suo editing). Io non trovo editori, in Italia oggi gli autori tra i cinquantacinque e i sessanta non li pubblica nessuno”.
A me invece andò bene: perché Sergio Fanucci – altra persona che devo ringraziare – mi ha dato fiducia senza badare alla mia carta di identità. Mi pubblicò prima La notte del santo e poi La donna di picche, libro in cui lui credeva e tanto – e quindi io non lo ringrazierò mai abbastanza – ma che non è andato bene come vendite… (son cose strane le vendite: La notte del santo, che per me è un libro da sei e mezzo, ha venduto direi bene; La donna di picche, che per me è da otto o anche più, molto meno).
E poi dovrei ringraziarne altri cento, lettori e lettrici e tutti quelli che hanno recensito i miei libri. Le recensioni più belle sono arrivate da gente sconosciuta, più belle, dicevo, perché inaspettate.
Un esempio.
E dovrei ringraziare anche altri… (In questi giorni mi ha scritto una ragazza, si chiama Sonia. Ha letto La donna che parlava con i morti, ne è entusiasta, ne ha parlato in un gruppo di lettura chiuso, con 60 iscritti, su facebook: E ha subito acquistato La donna di picche, che sta leggendo. Senza dimenticare Marina Taffetani….).
Poi c’è il resto: amarezze, una montagna di amarezze, persone che.
Ma va bene così.
PS. Ho messo il link sulle persone da me citate.

Esperienza ed evidenza scientifica

Un mio caro amico è morto due giorni dopo il vaccino johnson. Non è stata fatto nessun accertamento, i familiari non hanno detto nulla, io dico solo che stava bene, che l’ho visto il giorno prima che morisse.
Poi. Un mio parente, malato di cancro, era un fautore della vaccinazione contro il Covid, «altrimenti non se ne esce» mi diceva. Dopo la terza dose il suo corpo, già debilitato, è andato in tilt: valori sballati del sangue, un’emorragia. «La terza dose mi ha distrutto» mi ha detto a Natale. Due mesi dopo è morto certo, causa cancro (leggo però Crisanti, che dice: non muoiono i no vax, muoiono i fragili vaccinati).
Poi. Ho intervistato una giovane madre, figlia di un medico. Ha fatto il vaccino, convintamente. Ora non vive. Nei mesi passati ha visto l’inferno: dolori lancinanti alla vagina, alla gola. Paresi. Sta meglio, però. Però è incazzata: quando dico che sto così per colpa del vaccino non vengo ascoltata.
Poi ci sono io. Dopo la seconda dose ho avuto spossatezza, giramenti di testa, acufeni più altro (che non è poco: dolori a tre dita, due si sono gonfiate, a un braccio). Spossatezza e giramenti di testa non ci sono quasi più, acufeni e dolori vari (passano con ibuprofene) vanno e vengono.
L’evidenza scientifica – quella ufficiale – non mette in correlazione vaccini ed effetti avversi. Si ignora il problema.
Certo, c’è l’evidenza scientifica, ma non solo.
Primo esame di psicologia dinamica, nel 1983. Cos’è indispensabile per la crescita di un individuo, cos’è che lo guida?, mi domandarono.
Risposi: l’esperienza.
Presi trenta.
E poi. Mi pare che ci sia una scienza ufficiale che va d’accordo con politica e informazione (quasi tutta) e va bene così, ma c’è anche una parte di scienza imbavagliata e questo mi fa pensare: quando si imbavaglia qualcuno significa che di questo qualcuno si ha paura.

Un caffè in ghiaccio e Ed Mc Bain

Birra Dreher o Peroni nei bar per gente del posto. Pomodori e mozzarelle sette volte sette più buoni di quelli che trovi al Nord. Commercianti e baristi e bariste che sorridono, «Cinque e venti, dammi cinque», e ti danno del tu dalla seconda volta in cui metti piede nel loro locale. E le solite strade dissestate, il solito caldo, il solito mare che poi, sai già, ti mancherà. Insomma il Salento.

Un caffè in ghiaccio, grazie.

Mi son portato pochi libri, quest’anno, dietro. Sto rileggendo “Qui, 87° distretto” di Ed McBain.
Non mi ricordo la trama, ma non importa. La volta scorsa non prestai attenzione alla scrittura di questo autore, che è una scrittura potente. Ogni frase ha un suo perché. Insomma, la scrittura incisiva che predicava Pontiggia.

Appunti di non scrittura

Io la penso così…

Il comunicato ufficiale
…. avete mai visto un comunicato sottufficiale? Basta togliere ufficiale, comunicato basta.
Mi hanno supportato e sopportato
… lo trovi ovunque: prezzemolo
Se n’è andata in punta di piedi
Sui talloni, no?
Presso il teatro
… ci sta, a volte lo uso anche io, ma presso fa tanto linguaggio da segretario comunale
Un silenzio assordante
Bella frase, l’abbiamo usata in tanti una, due, venti volte: proviamo a cambiare.
E quant’altro…
Non è meglio il caro vecchio “eccetera”?
Sinergia
Io so questo so: quando mi dicevano che dovevo lavorare in sinergia con qualcuno sentivo puzza di bruciato. Meglio collaborare.
L’ultima fatica letteraria
Dura vita scrivere. L’ultima fatica idraulica no?
Amora
Scambio di effusioni tra donne di successo, che magari si odiano ma sui social si amano tanto. Diciamolo: amora fa abbastanza schifo.
Tesora
Vedi amora.

Like come fossero fiori

Obbligati a vivere tra password e collegamenti online.
Sempre più.
Tra like e faccine sorridenti, ogni giorno conosciamo gente.
A volte postiamo foto di sentieri in collina o di una spiaggia al tramonto.
Sono parentesi, solo parentesi. Il nostro smartphone comunque è nello zaino.
O in tasca.
Postiamo almeno una foto, una…
Ormai siamo tutti in trappola nella grande rete.
Generosa rete: foto, parole, poesie, complimenti, baci, abbracci, litigi, alleanze.
Sappiamo tanto.
Diciamo tanto.
Io penso questo: bravo, posso condividere?
FacebookTwitterInstagramWhatsappAppMail…. social alternativi.
La Dad. Telelavoro, telemedicina, telecazzate dovunque ti volti..
Certo. Non ci fosse stata la rete tante cose non le avremmo sapute mai.
Sappiamo tutto, forse. Di sicuro qualcuno sa tutto su di noi (non ci fosse stata la rete non saprebbero).
Comunque siamo liberi di postare selfie mettendo like come fossero fiori.
No, non profumano.
Sanno d’inganno.
E non sappiamo più scappare.
Per scappare ci vorrebbe una app.
Che mondo sarebbe senza le app?..
La rete.
La-re-te.
Le app.
Dai, colleghiamoci su zoom, è comodo, veloce, fa risparmiare tempo.
Intanto la vita scorre come l’acqua del fiume. Sempre più lontana.

“La notte del santo”: il mio libro dedicato a Torino e, appunto, al suo Santo

Oggi e domani a Torino si festeggia San Giovanni, patrono della città Il mio giallo “La notte del santo” (Fanucci editore) è appunto ambientato a Torino e il Santo è lui, San Giovanni Battista.
(Torino, dopo Vercelli, è la città del Piemonte che conosco meglio. È anche un libro-omaggio a questa città che ho “respirato” per anni, ai tempi dell’università e dove, ogni tanto, torno).

Un estratto.

Tutto iniziò la notte di san Giovanni Battista, patrono di Torino, tra il 23 e il 24 giugno.
Dopo la sfilata storica, la giornata si era conclusa con l’accensione, in piazza Castello, di una catasta di legna, con in cima il Toro, simbolo della città. Il grande falò, o Farò, si era spento nella direzione di Porta Nuova. Un buon auspicio per i successivi dodici mesi, secondo la tradizione. Ma quando la città si assopì, successe questo.
Alle quattro di notte, davanti a una palazzina di tre piani in corso Giulio Cesare e non lontano dal bowling De Agostini, una pattuglia della polizia stradale vide passeggiare una vecchia conoscenza: Augusto Labrocca, che gli agenti conoscevano come Augusto il cieco.
L’uomo, un barbone sulla settantina, non vedente ma sveglio e svelto di lingua, fu notato dai due poliziotti che pensarono di fermarsi, offrirgli una sigaretta, scambiare due chiacchiere. Non potevano certo immaginare che Augusto il cieco li stesse aspettando.
O meglio: non si aspettava che arrivassero così presto. Per questo rise, quando i poliziotti lo salutarono. Cieco, che cazzo hai da ridere?»
Rispose: «Dire alla polizia di avvisare la polizia fa ridere, no?»
«Ma sei sbronzo o che? Dì un po’, Augusto: quella bottiglia te la sei scolata adesso?»
No, la bottiglia ai suoi piedi aveva ancora il tappo. Non era ubriaco. Fece comunque fatica a convincere i poliziotti che, alle sue spalle, al primo piano, c’erano i corpi di due giovani, morti sgozzati.
«Non dovete nemmeno sfondare la porta, hanno lasciato aperto per voi.»

Novecento

Mi piacerebbe scrivere una storia sugli inizi del 1900.
Mi sento attratto da un passato che, in fondo, non è poi così lontano: mio padre e mia madre sarebbero nati 27 anni dopo, mio nonno paterno, invece, nel 1900 aveva vent’anni.
E a Vercelli, terra in cui son cresciuto, ci sono le nipoti delle mondine che nel 1906, dopo scioperi e scontri con i carabinieri a cavallo, dopo processi, dopo essersi stese sui binari della stazione, ottenere il primo contratto per le otto ore lavorative in Europa: prima, in risaia, si lavorava dall’alba al tramonto (oddio: anche poi, perché i contratti non furono rispettati e ci volle ancora tempo).
La vita tipo di una mondina era questa: sveglia alle 4 del mattino, poi a piedi raggiungeva la strada principale dove sarebbe passato un carro che l’avrebbe portata, con altre, sul luogo di lavoro.
Dalla monda alla raccolta del riso: piegate, nell’acqua della risaia, tra umidità e zanzare e, dietro di loro, lo sguardo attento della “capa”, che controllava e dettava i tempi: si inizia, si finisce. Se durante un turno, riusciva a far lavorare cinquanta mondine per un minuto in più erano cinquanta minuti in meno da pagare per il padrone, e così riceva una ricompensa.
La sera, prima che facesse buio, tornavano a casa le mondine. Quel che restava del giorno era dedicato a far da mangiare, badare ai figli, assolvere ai doveri coniungali.
Quando arrivava il periodo della monda c’era anche le mondine che arrivavano da lontano e che a volte rubavano i mariti alle mondine del vercellese.
Come parlavano, nel 1900, le mondine? Sicuramente in dialetto.
Come si vestivano si sa: stracci, ci son le vecchie fotografie.
Ma cosa pensavano le mondine della loro vita, allora?
Cosa pensava, allora, un panettiere, un rigattiere, un muratore, un garzone?
I giornali del tempo non aiutano. Sono zeppi di moralismi.
Più i pensieri che i fatti.
Quando arriva il 1900 in Italia si discute: ma il 1900 fa parte del vecchio secolo (dal momento che niente inizia con lo zero) o è già il nuovo secolo (dal momento che è… novecento)?
Ci si fa una cultura, leggendo i giornali dell’anno del signore 1900: la cultura di chi allora comandava.
Si finiva in manicomio per cretinismo, epilessia, per aver dato in escandescenze, si finiva in manicomio anche “per eccesso di studio”.
La stragrande maggior parte di chi finiva in manicomio era o contadino o operaio, però. Magari i due rinchiusi al manicomio di Vercelli per “eccesso di studio”… no. Ma il resoconto giornalistico non aveva dubbi: il professore che gestiva il manicomio lo faceva con spirito caritatevole, grazie all’arte di studi approfonditi…
La cronaca nera di allora, poi, è, diciamo, bellissima da leggere.
Una signora di 51 anni va dal signor carabiniere e racconta che due giovinastri, di 19 e di 21 anni (non ancora compiuti), dopo averla caricata sul loro carretto, hanno scaricato su di lei le loro voglie, (a turno però), poi alla fine le hanno riconsegnato la borsetta, nella quale borsetta, però, la signora vede che mancano quattro banconote da una lira.
La donna va così da signor brigadiere il quale, insieme al solerte vice brigadiere (niente “signor” per lui: per il giornale è il vicebrigadiere. E basta), sulla base di una sommaria ricostruzione identificano i due giovinastri e li consegnano al procuratore del re.
Ecco, fa invidia il 1900: era sempre tutto così chiaro.
Una donna del popolo che dopo aver partorito uccide la sua creatura viene condannata a 5 anni, 6 mesi e 10 giorni, e va bene, anzi, per essere che siamo nel 1900 la pena inflitta non sembra nemmeno così pesante.
Il giornalismo, allora, era un giornalismo pensante, come dicevo prima, e quindi, oltre al fatto, insinuava commenti: se una donna del popolo uccide la sua creatura lo fa perché si vergogna della propria amoralità.
Insomma, tra le righe si capisce che la dava a tutti.
Scrivevano con eleganza, i giornalisti del 1900.
Servi come o peggio della capa che controllava, dall’argine, le mondine.
Se un valente professore nonché chirurgo nonché cavaliere del regno faceva partorire una donna nana con un cesareo, il giornale (il giornale in cui ho lavorato, ma eran tutti così, allora) gli dedicava un pezzo e tanti complimenti. Nel pezzo si legge che la donna nana versa in gravissime condizioni. Punto. Cosa sia stato di lei al giornale non interessava. I complimenti all’illustre professore erano stati fatti, e tanto bastava.
Restano le mondine e le rivendicazioni dei poveri, dei lavoratori, il ricordo più bello di quegli anni. Che è storia.

Il 18 giugno di 8 anni fa moriva Enrico Barisone

Questo ricordo di Enrico Barisone, generale dei carabinieri che si distinse nella lotta al banditismo sardo e che ho conosciuto quando ero caporedattore al giornale La Sesia (e lui colonnello a Vercelli), lo scrissi quando morì e lo postai su facebook. Preferisco che sia qui (riveduto e corretto), in questo blog.

Enrico Barisone fu comandante del carabinieri a Vercelli negli anni Novanta. Diventammo amici. Era un eroe solitario. Si illuminava quando parlava del banditismo sardo. Amava i suoi avversari. Non amava i giornalisti: coi giornali – mi disse un giorno – pulisco le armi.
Una sera a casa sua, mangiando pecorino sardo stagionato e bevendo whisky (aveva gusti particolari) mi disse: I comunisti come te sono mezze tacche, Che Guevara compreso. . Mesi dopo dalla Sardegna arrivarono dei suoi amici. Organizzò una cena in caserma e mi invitò. Bene. Molti di loro erano sindacalisti comunisti.

Una volta Travaglio mi disse: Fammelo conoscere, Montanelli mi ha chiesto di intervistarlo. Combinai l’appuntamento e Travaglio venne a Vercelli, solo che l’intervista saltò, perché da Il Giornale gli dissero di precipitarsi ad Asti, dove c’erano arresti per Tangentopoli. Peccato.

Una volta domandai a Barisone: «In Sardegna, non avevi paura che qualche bandito potesse prendersela con la tua famiglia?»
Mi rispose: «Sai, un capo del banditismo un giorni mi disse: Capitano, guardi che lo so dove vanno i suoi figli a scuola. Gli risposi: Anche io so dove vanno i tuoi figli al pascolo…».

A Vercelli lasciò il segno lottando contro le organizzazioni criminali che spacciavano droga (e la smistavano in tutto il Piemonte e in tutta la Lombardia), Non serve un cazzo prendersela coi piccoli spacciatori, diceva. Diceva anche: Un carabiniere che alza le mani durante gli interrogatori non è un carabiniere.

A Vercelli si scontrò con un magistrato. Ci fu un processo: lui, Enrico Barisone ed altri tre carabinieri furono accusati di aver regalato una pistola a un informatore che aveva precedenti penali. Seguii il processo, non persi un minuto, ne scrissi su La Sesia; alla fine, tra gli applausi dei carabinieri presenti in aula, Barione e gli altre tre furono assolti, poi però restarono per mesi senza stipendio (intervenne l’onorevole Wilmer Ronzani – un comunista tanto per cambiare – affinché lo riottenessero).

Enrico Barisone, un grande carabiniere che amava la Sardegna e che in Sardegna molti ricordano ancora. Non si sentiva un piemontese. Gli piaceva parlare in sardo, aveva amici solo sardi. Sembrava nato a Lula o a Bitti. Enrico Barisone, per me, è uno dei ricordi più belli che ho vissuto al giornale La Sesia. E sono andato a Bitti due volte, per dire: Ciao colonnello, avevi ragione. Quando passa la camionetta dei carabinieri la gente li guarda con disprezzo, come se fossero degli invasori.

Chi era Barisone lo riassumono queste righe (leggi qui) dell’Unione Sarda.
Non si fa cenno cenno alla sua parentesi vercellese, non si fa cenno al fatto che, una volta in pensione, tornò in Sardegna a fare il pastore.