A proposito di manoscritti

Al Salone del libro – non vado quest’anno, non ne voglia, ma un po’, confesso, mi spiace di non esserci – c’è anche un gran traffico di manoscritti.
Scrittori e agenti che parlano e propongono manoscritti o a piccoli editori (in genere, gli scrittori) o agli editor di grandi case editrici (in genere, gli agenti).
Si preferisce, insomma, parlare e spiegare, anziché inviare solo una mail.
Io non ho mai proposto un mio manoscritto al Salone, una mia agente, in passato, sì: a grandi editori, o a editori stranieri. È sempre andata buca.

I manoscritti sono un bel tema da affrontare.
Ci si potrebbe scrivere una raccolta di racconti.
Hai scritto per anni e anni un libro, ti dicono che quel libro non ha mercato, ha pecche, e tu ti senti morire, perché eri convinto di aver scritto un capolavoro.
Oppure. Un manoscritto così così, tanto così così, di uno scrittore così così che tu conosci bene e sai che è bravo nelle pubbliche relazioni, diventa libro…
Comunque non è vero che gli editori pubblicano soprattutto i raccomandati… Certo, se sono un editore che pubblica 100 libri all’anno ci sta che una decina siano così così. E tra un così così scritto da un idraulico e uno scritto da un giornalista magari scelgo il giornalista, a meno che non abbia urgenza di un idraulico che, guarda caso, sia anche scrittore.

Questa dove l’ho letta almeno vent’anni fa? Tuttolibri? Millelibri?
Storiella di un manoscritto.
Sottotitolo: l’abito fa il monaco, perlomeno nell’editoria.
Una scrittrice inglese di gialli un giorno viene a sapere che anche il suo giardiniere ne scrive, di gialli, ma dagli editori riceve sempre la stessa risposta: picche.
La scrittrice, che è anche un po’ birbona, allora fa un esperimento con il suo editore.
Una doppia spedizione.
Invia un suo manoscritto, ma con la firma del giardiniere, e invia il manoscritto del giardiniere con la sua firma.
Vince la firma.
(Magari aveva scritto un bel giallo lo scrittore-giornaliere, o forse no: forse era un giallo così così…)

Infine.
Quando iniziai a scrivere mi servì leggere questa frase: se hai scritto un buon libro insisti, prima o poi qualche editore ti pubblicherà. Magari non sempre succede (ci sono grandi autori che non sono stati pubblicati, basta pensare a Svevo che pubblicò, ma a pagamento, La coscienza di Zeno) ma a questa frase, chi scrive, ha l’obbligo di crederci.

Pensiero finale. Sui manoscritti la maggior parte della case editrici non fa un lavoro serio. Aumentano quelle che accettano solo le proposte di agenti. Si sa. Ma è anche vero che le case editrici vengono inondate di robaccia: gente che non legge, che non si confronta con autori contemporanei e del passato, che scrive senza la minima umiltà e che, in pratica, danneggia quei manoscritti che invece meriterebbero attenzioni.

Un grande giallista dimenticato

Nel 1978 esce Il caso Kodra, primo giallo di Renato Olivieri. Il protagonista è il Commissario Ambrosio (per la verità nel libro d’esordio è solo vicecommissario; poi Olivieri lo…promuoverà).
Ne usciranno altri e Olivieri riscuoterà un certo successo, soprattutto dopo il film “I giorni del commissario Ambrosio” con Tognazzi (ricordo però che Olivieri, quando creò il personaggio Ambrosio, pensava a Lino Ventura. Un Lino Ventura dai modi eleganti, un po’ inglese, ecco).
Negli anni 90 (anno più anno meno) i libri di Renato Olivieri, però, diventano introvabili.
Io lo conobbi scovandone due (Largo Richini e Maledetto Ferragosto) sulle bancarelle dei libri usati. Penso di averli letti tutti, poi, i suoi gialli. I miei preferiti sono L’indagine interrotta e Il caso Kodra.
Ritengo che Il dio danaro sia invece uno dei meno felici.
Il critico e scrittore Gian Paolo Serino, il 9 febbraio 2013, sulla sua pagina facebook scrisse:
Il grande scrittore Renato Olivieri, il padre del Commissario Ambrosio, è morto ieri pomeriggio a Milano. Un grande uomo. Quando anni fa per Repubblica gli chiesi come mai i suoi libri fossero tutti fuori catalogo mi rispose: “Non ho molto da dire. Quello che penso lo trovate nei miei libri. Che poi non si trovino è un giallo. Di questi tempi è più facile trovare un assassino che parlare con i capi di una casa editrice”
Oggi lo ricordo con una pagina su “Libero”.

Olivieri, infatti, è uno scrittore da ricordare. Sebbene i suoi libri, da qualche anno, siano stati ristampati, Olivieri continua a restare nell’ombra. Avete in mente o sapete di scrittori che ne parlino? Che ricordino i suoi libri? Sempre Serino scrisse (quando Olivieri morì, praticamente ignorato): e’ stato l’unico capace davvero di raccontare la Milano in giallo: i suoi romanzi sono quadri emotivi con atmosfere alla Sironi. Dei capolavori assoluti che nulla hanno a che vedere con la prosa scialba di Scerbanenco.

Un estratto de Il caso Kodra.

«Bonelli!» gridò. «Senti, esco per un paio d’ore, se mi cercano dì che torno alle cinque. Ciao».
Accese una Muratti, scese lo scalone della questura, in cortile aveva la sua Volkswagen Golf color erba (gli piaceva perché era una macchinetta di moda, come una volta la Mini, la R5). Faceva freddo, tre sottozzero secondo il Gazzettino Padano. Alzò il collo della canadese, poi salì in macchina.
“Sono anni che non vedo via Porpora” pensò.
Posteggiò di fronte a un bar, aveva voglia di un caffè.
«Lungo» disse. Era un uomo robusto, col viso segnato, i capelli folti tagliati corti, un’aria svagata,come se si portasse dietro un problema da risolvere, e pensasse a quello soltanto senza trovare la soluzione.
Uscì sulla strada.
Via Catalani non era cambiata, da come la ricordava. Camminava adagio guardando le case di un piano, colorate una diversa dall’altra. Un piccolo hotel (per fare l’amore al pomeriggio), una clinica (qui tolsero le tonsille a Guenzati, compagno di quarta ginnasio), la targa di un tosatore di cani.
Superò il numero 12 bis. Una cosa alla volta.
Guardò gli alberi neri di un giardino. In via Vallazze la nebbia era più fitta.
“Ci passavo in bicicletta” si disse.
Da quando Francesca l’aveva lasciato si raccontava le cose, da solo.

Renato Olivieri su Wikipedia (LEGGI QUI).

I giorni del commissario Ambrosio (LEGGI QUI)


Il giudice, il medium e la suora (dimenticata)

A Vercelli “forse” accadde (il “forse”è motivato dal fatto che non tutti sono d’accordo su come si svolsero i fatti) questo: nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, un gruppo di partigiani prelevò dal campo sportivo di Novara, dove si trovavano centinaia di fascisti, 75 persone, e le portarono a Vercelli, quindi le rinchiusero nel locale ospedale Psichiatrico e quindi, senza processo, le uccisero.
Le indagini furono affidare al giudice istruttore Gaspare Turco, che aveva la fissa per il paranormale. Per risolvere dunque il caso, si affidò a un tale che organizzò sedute spiritiche. Quando la notizia divenne di pubblico dominio, il Presidente del tribunale chiese a Turco di piantarla lì coi medium.

Nei giorni successivi però arrivò un rapporto della Questura. Stando al documento, una suora dell’Ospedale psichiatrico aveva assistito all’eccidio. Il giudice Turco la convocò immediatamente, per interrogarla. La suora però, tremante e impaurita, negò di aver assistito all’eccidio, e questo fece infuriare Turco, che decise di rinchiuderla in uno sgabuzzino, invitandola a rinfrescarsi la memoria.
Turco, poi, si assentò per sostituire un collega, dimenticandosi bellamente della suora.
Quando se ne rammentò, fu troppo tardi. Lui liberò la suora e il tribunale si liberò di lui.

(La vicenda è raccontata in un libro introvabile, Un gradino più su (storia di un giudice), di Giuseppe Rosco; sopra, c’è un estratto delle recensione che scrissi, a puntate, di Un gradino più su. Una recensione-racconto, o comunque spunto).

Aggiungo questo. Il libro Un gradino più su fu autoprodotto dal giudice, prima di morire. Andrebbe rivisto, certo, ma è un libro di grande interesse.

Luoghi, ricordi e giochi della mente

Luoghi miei e vostri (potete-possiamo fare un gioco, mentale oppure scrivendo: per ogni luogo, almeno un giorno da ricordare, oppure no: un ricordo, ché il tempo mica conta quando le cose sono importanti).

Vercelli e la Valsesia e il fiume Sesia; Cortona (Piemonte e Toscana, ma ci sono anche altri luoghi della Toscane e del Piemonte in questa pagina, sotto)

Poi Orta. Orta senza dubbio.
Ma andiamo avanti, anzi, scendiamo in Liguria: Varigotti (e Borgio Verezzi), Vernazza, Boccadasse.
Poi le grandi città. Il centro di Roma, di Firenze, Torino (zona via Po, parco del Valentino).
Sermide (e il Po vicino a Sermide).
Il mare del Salento. Il mare del sud
Il mare della Maremma (Follonica, Castiglion della Pescaia, Scarlino.)
Torno indietro: Siena, che ha un fascino unico.
Infine. Un micropaese tra Vercelli e Alessandria che si chiama Due sture. Mai citato in nessuno dei miei libri, duecento abitanti, case diroccate, nessun negozio, vita zero, ma c’è un’osteria dove ho ambientato il primo capitolo de Lo Scommettitore e un capitolo, fondamentale, de La Donna di picche.
Un luogo, quell’osteria, quel micropaese, in cui torno spesso: i luoghi-calamita non devono essere “belli”: ci attraggano e basta…
Nei miei libri parlo solo dei luoghi che ho “respirato” almeno una volta (estero compreso: vedi Lugano o Narbonne).
Un discorso a parte lo meriterebbe la Sardegna: soprattutto Bitti… (come un discorso a parte meriterebbero certi libri che ci/mi hanno preso per mano e fatto conoscere luoghi, come la Milano del mio giallista preferito, Renato Olivieri. Io ci sono stato a Milano, tante volte, a vent’anni mi iscrissi per la prima volta alla Statale, anni addietro la domenica andavo spesso ai Navigli, ma è una città che mi sfugge, che sento troppo lontana da me. Poi c’è Simenon, poi c’è Izzo, che mi ha invogliato ad andare a Marsiglia… Ognuno di noi ha visto luoghi lontani leggendo: il mio primo ricordo è Salgari, quando avevo 15 anni. L’isola di Mompracen che – si è saputo una decina d’anni fa – non è un’invenzione. Salgari preso spunto da un principe ribelle che si asserragliò in un’isola per combattere gli inglesi.)

E comunque. Per anni nel dormiveglia ho sognato o di essere a Firenze, in piazzale della Signoria, mentre fumavo un toscano, oppure a Siena, all’alba.

Durante il lockdown invece ho sognato prima Cortona (per un semplice motivo: non potevo andarci, come faccio ogni anno a capodanno, carnevale, pasqua, luglio oppure agosto e quando capita) e poi Orta e la Valsesia. I luoghi de La suora, insomma. Nei giorni del lockdown era lì, a Orta e in Valsesia, che avrei voluto vivere.
La suora e La donna di picche hanno un forte legame con il Piemonte, Vicolo del precipizio, invece, è il mio omaggio a Cortona e alla cultura contadina… Ma Cortona, per me, è altro: quando ci torno incontro i miei sogni di quando ero ragazzo. Sono ancora lì, e mi guardano severi. Alcuni, son diventati rimpianti.

Io e Venezia, Bologna, io e l’abbazia di San Nazzaro, un gioiello tra Novara e Vercelli… mi fermo.

Luoghi, ricordi e giochi della mente.

alle Due Sture

A proposito di scritture e di Modiano (che a volte non sceglie la parola giusta)

A volte Modiano non sceglie la parola giusta, ma lo fa per lasciare uno spiraglio.

Trascrivo spesso frasi che mi colpiscono. Questa è di Irene Babboni, morta nel 2017 a soli 49 anni, che di Patrick Modiano fu editor a Einaudi.
Una frase che fa pensare. Non scegliere la parola per giusta per… lasciare un varco.
(Le presentazioni dei libri servono. Anni fa, dopo, appunto, una presentazione di un mio libro-non-ricordo-quale, mi parlarono di Modiano, che da allora è diventato uno dei miei scrittori preferiti. Il primo che lessi fu “L’era delle notti”

A proposito di scritture.
Da anni io faccio una selezione. Ci sono scritture che mi “nutrono”, insomma, che mi fa bene perché fanno bene alla mia scrittura.
Pensate alla musica. Immaginate di essere un pianista. Ascolterete altri pianisti. Scegliendo il meglio, insomma.
E poi ci sono scritture che non danno niente o che, addirittura, fanno male. Scritture stonate, insomma.
Tra le prime scritture non ho trovato solo dei grandi scrittori, come Modiano, ma anche scrittori meno o poco noti.

Ribadisco: la scrittura è un incontro.
Non consiglio di leggere Modiano, io. Io dico solo che, secondo i miei parametri e il mio vissuto, la scrittura di Modiano mi ha “toccato”


Il Salone del libro: quello del 2006 e quello a cui non andrò

Anno 2006, Salone del libro.

Vado a Torino, anzi no, pernotto a Torino in un albergo in San Salvario. Ho in programma di vedere un po’ di persone. Giulio Mozzi, che ancora non conoscevo, alcuni amici (Mario Bianco, Milvia Comastri, Laura Costantini), alcuni blogger. Ma soprattutto vado al Salone sentendomi – timidamente e per la prima volta – uno scrittore.
Al Salone ci sono infatti due miei libri: Dicono di Clelia, stand di Mursia, e Lo scommettitore, stand di Fernandel.
Due libri in una sola volta: e quando ancora capiterà?, pensai.

Si imparano tante cose, al Salone.
E si vedono tante cose. Scrittori che vanno in giro, poveretti, a vendere qualche copia del loro libro. Scrittori affermati che, più poveretti ancora, se la tirano e non danno la minima. Per poi sorridere a 32 denti a critici ed editori…

S’impara che è un casino fare pipì, soprattuto per le donne.
Ricordo questo. Vado in bagno (ho la vescica sensibile, da sempre) e l’attesa nei bagni degli uomini è quella di sempre al salone: lunghetta ma accettabile.
Pisciatine e pisciate veloce con relativa scrollatina, dipende dalla prostata.
Ma al bagno donne, quel giorno (era un sabato) c’era una coda infinita. Come le code interminabili di quelli che vanno a farsi fare un autografo da un Baricco o da un Travaglio qualsiasi.
A un tratto una donna, una bella donna tra i quaranta e i cinquanta, gonna e camicetta nera, si scoccia. Lascia la coda-donne e, decisa, a testa alta, sguardo fiero, si dirige verso il bagno-uomini. E non si degna nemmeno di fare la coda, macché. Mette la freccia, sorpassa tutti e – tra gli sguardi compiaciuti dei presenti – spalanca la porta di un gabinetto.

A proposito di sguardi compiaciuti. Anni dopo, non ricordo l’anno, ricordo solo che c’era Coelho, sono fuori che fumo il mio mezzotoscano. A un tratto vedo che c’è movimento, a pochi metri da me. Incuriosito mi alzo, e penso: che ci sia Coelho (che a me piace zero)? Macchè. Il pubblico, mi accorgo, è di soli uomini che hanno occhi per una giovane donna con minigonna spaziale e schieda tutta nuda (come fosse davanti non feci in tempo a vederlo…. Sono gli extra questi, del Salone.

Torniamo al 2006. Io staziono allo stand di Fernandel. Ci sono 20 copie del mio ultimo libro (Lo scommettitore) e lì capisco quanto sia importante una buona copertina: perché la gente che passa di fretta e dà un’occhiata è tanta, ma, in genere, guarda solo alcune copertine. La mia? Attirava poco.
E tu ti senti una copertina, una delle tante.

Ultimo ricordo, a cui do un titolo: la crudeltà.
Un signore in là con gli anni, tra io settanta e gli ottanta, parla con una donna un po’ più giovane ma nemmeno tanto. Lui ha scritto un libro, lei, che è un’editor o qualcosa del genere, gli spiega perché quel libro non verrà pubblicato. Un elenco infinito di questo non va e quest’altro non va, mentre l’uomo, sudatissimo, non proferiva parola e avrebbe preferito sprofondare, anche perché quella – stronza – mica parlava a bassa voce. Anzi.

C’erano due libri miei nel 2006, al Salone.
Quest’anno credo che saranno tre o forse quattro.
Ci saranno di sicuro:
Forse non morirò di giovedì, stand di Golem.
La suora, stand di Golem.
La donna di picche, stand di Fanucci.

Volevo fare un salto a salutare il mio editore, comprare qualche libro, ci avrei tenuto a incontrare qualcuno, fare la coda al bagno, fumare uno due tre mezzitoscani fuori. Poi ho pensato: facciamo un’altra volta.

Tornare a Orta: intervista Instagram

È da anni che vado a Orta. Orta, il suo lago con la sua isola. Orta e i suoi vicoli. Orta una sera d’inverno, deserta, senza turisti. Orta, città del poeta maledetto Ernesto Ragazzoni.

È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s’affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.

Quando ero piccolo i miei mi ci portavano poco, le nostre domeniche avevano altre destinazioni che prevedevano un picnic che odiavo (mi vergognavo a mangiare su un prato), ma da trent’anni a questa parte Orta e il suo lago sono una meta ricorrente. Specialmente quando non c’è turismo.

A Orta è ambientato il primo capitolo dell’ultimo libro scritto, La suora.
Un capitolo a cui tengo molto. Lo scrissi durante il primo lockdown, lo scrissi sognando di essere a Orta e di chiamarmi Romolo Strozzi. Volevo fuggire: dal lockdown e anche da me.

L’intervista è a cura di Rosangela Colombo. Che ringrazio per l’intervista.
Ne farà di altre, sempre sul suo canale instagram, roseange.eventi

Poi. Mentre scrivevo La suora sono andato a Orta, una volta. Stavo scrivendo il finale. Ci sono tornato per questa intervista, dopo mesi (maledetto lockdown).

Il video (20 minuti)

Vivere un tempo senza musica


Quattro, cinque volte all’anno percorro i quasi 500 chilometri che separano la città in cui vivo da quando avevo due anni, Vercelli, al paese in cui sono nato, Cortona, cittadina etrusca al confine tra Toscana e Umbria.
Dopo aver percorso 332 chilometri vedo l’uscita autostrade Pian del voglio (provincia di Bologna).
Da Pian del Voglio a Cortona mancano ancora 163 chilometri, meno di 2 ore di auto se non ci sono code.

Io sono nato nel 1956, il mio vecchio nel 1927, mio nonno Giuseppe, mezzadro, nel 1880.
Altri tempi, altri modi di vivere.

Mio padre si ricorda che suo padre, mio nonno insomma, negli anni trenta del secolo scorso da Cortona, a volte, andava a Pian del Voglio per acquistare dei buoi.
Saliva su un mulo e impiegava 3 giorni per andare e 3 per tornare.
Sei giorni. Cortona-Pian del Voglio andata e ritorno. Lui sei giorni cavalcando un mulo, io quattro ore in auto.
Il tempo mi/ci appartiene.
Quante strade, quanti boschi, quante osterie, quanta gente avrà incontrato mio nonno Giuseppe in quei tre giorni di sola andata e negli altri tre del ritorno?
Perdeva del gran tempo, lui, viviamo nell’era delle velocità.

Giorni fa ho ascoltato un dibattito su facebook tra alcuni psicanalisti.
L’era in cui viviamo si sta impossessando del nostro tempo, ha detto uno di loro.
La musica, ha aggiunto, è fatta di tre momenti: suono, pausa, suono.
Ci stanno abituando a vivere senza la pausa, ha concluso.
(Senza musica, insomma…)
Vent’anni fa si sarebbero ritrovati a discutere in un luogo concordato e poi sarebbero andati a cena e poi avrebbero pernottato in albergo per poi ripartire, l’indomani.

Tanto tempo perso, già…

Il dibattito che ho seguito è questo. Lungo, ma da vedere. Spiega il nuovo mondo che ci attente. Senza musica. Di estremo interesse quello che ha detto lo psicanalista Emilio Mordini.

Raccontare le sciagure dei giorni nostri

Uno scrittore, io credo, deve essere sempre contro.
Contro i luoghi comuni, contro le cose ingiuste, contro il potere che spesso è, per sua natura, ingiusta. Ma non deve dire quello che pensa, come se fosse il vangelo. Deve limitarsi a raccontare,. Ma con onestà.
Onestà significa questo per me: tu lettore sai come la penso, ma non ti sto insegnando nulla, ti racconto solo quello che ho visto e che ho scelto poi da raccontare. Poi, tu lettore, decidi se apprezzare o prendere le distanze oppure solo – che è forse la cosa migliore – pensarci sù.

Quando iniziai a scrivere La suora eravamo in pieno lockdown.
Mi feci una domanda: tu leggeresti un romanzo ambientato in questi giorni di certezze, incertezze, paure, accuse? No. Non avrei né letto né comprato un libro ambientato ai tempi della Sars Covid due e dei dibattiti eccetera.

Eppure io ho quasi sempre scritto i miei libri ambientandoli o ai giorni nostri o comunque in un arco di tempo contemporaneo. Vicino a noi.
Mi capitò però di leggere una cosa che scrisse Loredana Lipperini: che gli scrittori raccontano le sciagure dei propri giorni. Pensai che aveva ragione.

La suora è dunque ambientata anche durante il primo lockdown.
Il protagonista, Romolo Strozzi, vive da solo in un bed and breakfast di Vercelli. Descrive la città deserta, il coprifuoco. Descrive le sue paure (è ipocondriaco… come me) quando legge sul suo computer le notizie che giravano allora. Da depressione assicurata. Per tutti. Esagerate, anche.

Si ribella. E quando incontra un vecchio medico ascolta lui. Cosa dice questo medico? Una cosa semplice, dettata dal buon senso: di stare il più possibile o in strada o sul balcone, prendere il sole, muoversi, migliorare insomma il proprio sistema immunitario. Di ribellarsi insomma a quel “io resto a casa”.

Perché scrissi questo. Perché quel medico esisteva ed esiste davvero. Non è un no vax. Ma non segue pedestremente quello che dice il potere che va a braccetto con una parte di scienza. Ma lo scrissi ripensando ai miei diciassette anni quando vivevo in una casa di 45 metri quadri con mio padre (operaio cassintegrato), mia madre, mia sorella (8 anni) e mio fratello, appena nato.

Quel “io resto a casa” non lo digerivo. E Romolo Strozzi, che di professione fa il venditore abusivo di formaggi (buoni, senza aggiunte di ormoni o antibiotici) dell’alta valle è anche collaboratore di un giornale da poco. Che gli pubblica un articolo intitolato: Io resto a casa, fanculo.
Lo scrive, Romolo Strozzi, perché vicino a lui c’è una famiglia povera che vive il lockdown appunti in una casa a ringhiera di 45 metri quadri.

Io resto a casa, fanculo, è un mio post apparso su Il Fatto quotidiano (lo scrivo nei ringraziamenti de La suora) e in questo blog.

Questo il link del post sul Fatto online.

Chi ha letto il libro dice però che il lockdown sta sullo sfondo, che insomma non è uno degli argomenti trainanti. In effetti non lo è. Ma scrissi quel che dovevo scrivere. Raccontando anche le sciagure dei nostri giorni.

Una storia e personaggi: facendo la coda al supermercato

Ne avessi voglia comincierei a scrivere qualcosa che potrebbe diventare un racconto, un romanzo oppure niente. Che è cosa che succede spesso, almeno a me.

Perché sto scrivendo questo. Allora. È successo questo. Prima sono andato a fare la spesa. Ci vado mai, impiego tanto, spesso prendo cose che non servono. Avevo delle urgenze, però, prima (sabbia per la lettiera del gatto, acqua, latte di capra) e anche un po’ di fretta. Quindi dopo aver acquistato mi metto in coda davanti una cassa, a caso. Non c’è la solita cassiera che conosco (volontaria in un canile) né altre che conosco di vista. C’è un ragazzino, forse è il suo primo giorno. Ed è in difficoltà. Mi chiede scusa, ma ha dei problemi, sta aspettando che una sua collega lo aiuti, e quindi mi chiede, sempre scusandosi (Ma figurati dico io), di attendere.
In questi casi si possono fare diverse cose. Parlare con un’altra persona in coda, perdersi nei meandri dello smartphone, oppure, e a me succede sovente quando sono in coda, pensare a una storia.

Non ne avevo, stamattina.

Però, mentre aspettavo, mi è venuto in mente il mio primo cane, Barone. Era buonissimo, giocherellone. Non litigava con gli altri cani, faceva la feste a tutti. Un giorno però si perse. Per una settimana nessuna traccia. Tornò, e ne fui felice, era il mio primo cane, era il regalo che mi era fatto per la mia laurea (tardiva, a 35 anni). Ma Barone non era più lo stesso. Aveva paura del genere umano. Divenne anche un po’ aggressivo, morsicò anche due uomini. Dovetti ricorrere alla museruola, al veterinario che mi diede una cura per abbassare il livello di testosterone….
Ne conosciamo tanti di Barone con sembianze umane. Persone sorridenti e sensibili a cui un giorno succede qualcosa di brutto. E loro perdono tutta la fiducia che avevano nel genere umano.
Prego, accomodati, tu sei il primo personaggio, ho pensato.

Poi c’è la donna con gli occhi persi. Ci sono donne che vengono sorprese dal marito mentre sono a letto con l’amante. Alla donna con gli occhi persi è andata peggio: a soprenderla è stata sua figlia, che da allora non le parla più e non vuole più vederla. E nei suoi occhi c’è quel momento, maledetto. Un momento di piacere che diventa l’inferno.
Avanti, sei il secondo personaggio.

E poi c’è quel mio compoagno di scuola che non sopportavo. Lui non andava bene, diciamo che era un po’ come me: collezione di cinque al sei. Aveva una caratteristica. Odiosa. Se qualcuno veniva interrogato e prendeva un brutto voto lui sogghignava contento. Ogni volta che penso a lui penso “Coglione”. Viene avanti, sei il terzo personaggio.

Il quarto mi verrà scrivendo.

Ma io queste cose che ho scritto dei miei personaggi non le dirò subito. Le dirò poi. Vedrò in che modo. Perché quando si scrive una storia è importante il “dosaggio” degli aggettivi, degli avverbi (se non servono, meglio gettarli via) e del passato dei personaggio in cerca d’autore o di una storia.

PS Non credo che scriverò. La spesa l’ho fatta. Credo d’aver comprato troppo latte di capra e poca acqua. Ma ho comprato anche un formaggio (si chiama Alpino) che mi comprava sempre mia mamma, quando ero ragazzo.

La vita dopo la morte: importa?

La vita dopo la morte. C’è. Non c’è. Non si sa. Altra risposta, questa (da Forse non morirò di giovedì, Golem)

«Simona, lo sai, io credo in Dio e credo che ci sia un aldilà. Giorni fa ho però pensato che a me di andare in paradiso non importa. Il paradiso sei tu, è questo bar, è la nostra colazione.»
Era scoppiata a piangere, lei, e quel giorno fu un grande giorno. La sera a cena, poi una lunga notte di carezze e di parole dolci. Ma il senso di insoddisfazione sarebbe tornato presto, un po’ come certe malattie di cui non ci si libera.
Se te ne sei andata la colpa è anche colpa mia, lo so bene.