La ragazza che sorrideva e il basco verde

Ho un figlio piccolo, si chiama Federico Libero, parlo spesso di lui, a gennaio compie dodici anni e io vivo per lui; lui, invece, è giusto che viva per la vita.

Ho una figlia grande (primo matrimonio), si chiama Sonia, è un medico.
Nell’inverno del 2003 mi regalò un basco verde.

Lo acquistò in un negozio dove vendevano solo cappelli. Lo acquistò lì perché ogni mattina, passandoci davanti mentre andava in università, incontrava il viso sorridente della ragazza che vendeva quei cappelli. Poi la ragazza, improvvisamente, morì, ma per diverso tempo, qualcuno, passando davanti al negozio, continuò a lasciare un fiore, come un sorriso.

Pensieri e parole (oggi su facebook)

Ho scritto tre cose tre oggi su facebook.
Sulla mia pagina “Remo Bassini – scrittore” adesso si legge.

Con “La suora” (Golem 2021) è uscito un altro mio libro. Da piccolo sognavo di diventare uno scrittore, ora sogno di essere un bambino che sogna di vivere o davanti al mare oppure in un piccolo paese di montagna, non importa.

Sulla mia pagina personale, invece, ho scritto.

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. #parolealvento

Poi sotto in un commento ho aggiunto.

Ho scritto “parole al vento”; in realtà, oggi, sono parole rivoluzionarie.

Goccia a Goccia, Sara Gandini e Pavese

Collaboro (e coordino) questo blog collettivo: Goccia a Goccia.

Del gruppo Goccia Goccia fanno parte queste persone. LEGGI QUA.

Ho scritto qualcosa anche io, Pavese che legge, argomento quindi non riguardante il Covid (ma ricapiterà, anche con altre firme). LEGGI QUA.

La collaborazione è nata lo scorso anno, quando contattai Sara Gandini, epidemiologa, che stava conducendo una battaglia contro la Dad. Le scrissi “La sinistra si sta dimenticando degli ultimi e degli insegnamenti di don Milani, fortuna che ci sei tu”.

Il detenuto

Non ricordo l’anno, non ha importanza. Forse il 1993, ma sto sparando a caso.

Avevo iniziato a fare dei corsi di scrittura nel carcere di Vercelli. Un’ora al maschile, un’ora al femminile.

Al maschile, il primo giorno i detenuti mi dissero che erano felici ma tristi per un loro ex compagno. Felici perché era uscito, tristi perché lo avrebbero voluto con loro a seguire il mio corso.

Parlatemi di lui, dissi.

Mi dissero che era un giovane albanese, e che era rimasto in contatto con loro (non so come, non lo domandai). Avevano avuto sue notizie: anche quando era detenuto aveva una ragazza, che però adesso aveva ricevuto dal padre il divieto di frequentarlo.

Nelle lezioni che seguirono, a volte, mi capitava di parlare di quel ragazzo con qualche detenuto. Ma com’era? Tutti mi davano un’unica risposta: era buono.

La vita che cambia

Ho finito di scrivere “La suora” durante i mesi del primo lockdown. In genere, in passati mi succedeva questo: appena terminato un libro ne abbozzavo subito un altro. Che poi magari si perdeva per strada. Ha tanti libri iniziati, lasciati perdere. Oppure avrebbe preso forma, dopo un po’ di tempo.
Dopo “La suora” niente di tutto questo.
Dal 2006 a oggi ho pubblicato 14 libri.
Per due volte, c’è stata una doppia uscita: nel 2006 e, appunto, quest’anno.
Nel 2006 pensavo che sarebbe stato l’inizio di un percorso duro, ma denso di soddisfazioni.
E’ stato solo duro, con poche soddisfazioni.
E’ cambiata la mia percezione del mondo e anche il mio vivEre il mondo, in poco tempo:
Il Covid ha portato odio, il Covid mi ha fatto passare la voglia di scrivere. Poi magari tornerà, chissà.
Comunque, sulla mia pagina facebook ho scritto quanto segue:

La Suora, Golem edizioni.
Dal 2 dicembre in libreria.
9 dicembre, ore 18, presentazione al Circolo dei lettori, Torino
20 gennaio, ore 18, presentazione al Piccolo Studio, Vercelli
Altre presentazioni da definire.
(Le ambientazioni sono tutte piemontesi: Orta nel 2010, poi l’alta Valsesia, le strade deserte di Vercelli nel lockdown del 2020, le strade deserte di notte a Vercelli nel 1945 e 1946; e poi c’è una villa nella periferia di Cuneo, dove è nata lei, “La suora”)

Un giorno bello, ma son giorni strani, questi

… lo sai che siamo tutti morti non ce ne siamo neanche accorti? e continuiamo a dire “così sia”… Claudio Lolli

Ieri è stato un giorno bello per me. Una persona che mi è cara, un’amica, mi ha scritto: l’intervento è andato bene… sto bene, a presto.È stato un bel giorno, una giornata piena, ieri: ho passato il mio tempo a fare dei lavoretti in casa, ho letto un po’, son passato dal mio vecchio, ho lavorato, ho portato mio figlio a basket e poi, dopo il basket, abbiamo studiato insieme spagnolo. E ieri sera mi sono addormentato leggendo “Lesioni personali” della Atwood. Bel libro, mi sembra, ma sono solo a pagina 40.

Ma è stato un giorno bello soprattutto per la mia amica, che affronta la vita e le sue magagne sorridendo e suonando.Però succede anche questo.Ieri, un’altra persona che conosco ha scritto sulla sua bacheca: Non ho più una vita da due anni e so che potrò recuperarne una solo quando me ne andrò… Nel frattempo resto come semplice spettatrice, non me ne frega più niente di nulla.

Queste due persone mi hanno fatto venire in mente un incontro, di qualche mese fa.Un compagno dei miei sette anni di fabbrica, quando di anni ne avevo venti.Mi seguiva nelle mie battaglie sindacali, ma stava in disparte da tutti, perché pensava sempre al suo mondo fatto di musica. La ascoltava, insegnava a suonare, suonava. Vive ancora per la musica, tant’è che l’ho incontrato davanti a un negozio di strumenti, appunto, musicali.Parlava sempre poco, in fabbrica. Quando mi ha visto, due, tre forse quattro mesi fa, invece, ha parlato solo lui. Un breve monologo che non ho dimenticato.«Bassini, hai visto che schifo la nostra bella sinistra? Si salva solo Rizzo, ma Rizzo cosa conta? L’uno per cento? Sai, ieri ho fatto il vaccino. Moderna, boh… tanto…, ci credi che non me ne frega più niente di vivere?». Poi ha preso la bicicletta, che era appoggiata al muro, Ciao, ciao, e se n’è andato.Suonava e suona anche lui, come la mia amica che mi ha scritto. Ma pensa come l’altra: di chi vive senza riuscire più a sentire melodie.

Lettore di me stesso

Con “La suora”, che esce il 2 dicembre, sono arrivato a quota 14 libri pubblicati.

Se mi domandassero: di questi 14 libri quali rileggeresti?, non avrei dubbi.

Bastardo posto, La donna di picche e La suora.

C’è un motivo. Quando scrissi il mio primo libro, capii che sarebbe diventato un libro (mi riferisco a Il bar delle voci rubate) perché mentre lo scrivevo avevo l’impressione di leggere qualcosa di nuovo. Qualcosa che usciva da me, più dalle mia mani che dalla mia testa.

E ho imparato una grande lezione, da allora. Che più ti allontani da te mentre scrivi e meglio è (anche perché, comunque, tu nel libro comunque ci finirai).

Ecco, Bastardo posto e La donna di picche e La suora sono i libri con storie e personaggi che ho saputo tenere alla giusta distanza.

Potrei però farmi un’altra domanda: e dei tuoi personaggi, quel è il tuo preferito? Risposta. Sicuramente Anna Antichi, protagonista di due gialli: La donna che parlava con i morti (Newton Compton e poi Il Vento antico) e Vegan, le città di Dio (Tlon).

Parlo da lettore dei miei libri, insomma.

Da scrittore no, non ho indicazioni. Son tutti figli miei.

Novembre. Torino palazzo nuovo 1983

Inverno del 1983. Lavoravo in fabbrica, ma al contempo avevo ripreso a studiare.

Facoltà di Lettere, Palazzo Nuovo, Torino.
Frequentavo, prendevo il treno ogni mattina alle 7 e 30, forse 7,45, da Vercelli per Torino porta Susa (oggi ridisegnata, irriconoscibile), poi, alle 11 e 50 minuti, dopo le lezioni e gli autobus presi di corsa (numero 56 o 55 non importa, o tram numero 13) salivo sul treno da Porta Susa direzione Vercelli. E alle 14 meno cinque minuti, dopo una mozzarella e mezzo bicchiere di vino, timbravo mentre suonava la prima sirena della fabbrica (la multinazionale giapponese Ykk), turno 14-22.
A Palazzo nuovo seguivo i corsi di geografia economica (professoressa Sereno); storia romana (Cracco Ruggini), psicologia dinamica (Borgogno) e storia della letteratura italiana moderna e contemporanea con Stefano Jacomuzzi.
(A luglio diedi il primo esame: 28, proprio con Jacomuzzi.)
Tra gli altri, con lui, avevo studiato, e bene, Pascoli.
Mi piaceva la poesia Alexander, ma ancor di più Novembre che, va a sapere perché, memorizzai senza nemmeno rendermene conto.
Probabilmente la ripetevo mentre, dal finestrino del treno, guardavo la piana e la nebbia.

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate
fredda, dei morti.

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.

Inizia così il mio nuovo romanzo, credo sia un giallo ma non ne sono certo, che si intitola “La suora” e che, pubblicato con Golem Edizioni, esce il 2 dicembre 2021.

Un estratto.

Tua mamma si è alzata. È una notte d’inverno, fa freddo, copre le spalle di tuo papà che sta dormendo girato su un fianco, si alza, indossa la vestaglia blu e, senza accendere la luce, si avvicina al tuo lettino per accarezzarti i piedini, appena appena. Poi infila il suo mignolo destro nella manina sinistra che tu hai portato alla fronte. La manina – sembra una magia – si chiude.
«Domani ci sarà una grande festa, tutta per te…» sussurra.
Domani è il tuo secondo compleanno. Alla festa ci sarà anche nonna Margherita, che sta dormendo di sopra, e ci saranno il giardiniere con sua moglie, il padrino e la madrina del tuo battesimo. Vivono in una dépendance della villa, si trovano benissimo con la signora e suo marito; nonna Margherita trascorre tanto tempo con loro, hanno in comune le origini contadine. È la luna che dice loro quando seminare, tagliarsi i capelli, imbottigliare il vino.
Chiude gli occhi, ora, Camilla. L’ha sentito.
Camilla non sa se sia giusto o meno, ma è arrivato ed è – da sempre e sempre sarà – il benvenuto. Se l’era portato appresso per tanti e tanti anni, poi lui sembrava essersi offeso: da quando è comparsa la bimba non si era più fatto vivo.
Camilla esce dalla stanza, adesso è in bagno. Non ha acceso la luce, le basta il riverbero dei lampioni che s’infrange sul vetro opaco della finestra. Ora può aprire la vestaglia, sedersi per terra, spalancare le gambe, anche. Lui è lì, con lei.
E a lei pare di sentire i grilli e le rane che cantano, tutto intorno. È la melodia della risaia vercellese in primavera.

Alle origini del “noir poliziesco italiano”

Era la sera del 14 gennaio 1831.
L’orologio del Palazzo Vecchio, in Firenze, suonava le 8.
Una donna, tutta velata, della quale sarebbe stato difficile dire l’età, avendo il volto coperto, ma che pareva giovanile alle snelle movenze della persona, e alla scioltezza del passo, usciva da una casa in Piazza degli Amieri, traversava frettolosamente varie stradette, passava dinanzi alla Loggia del Pesce, e senza mai guardarsi a destra e a sinistra, entrava in quell’angustissimo e nero varco, che si vede tuttora fra due gruppi di case; e si chiama Vicolo della Luna.
Codesto Vicolo è così stretto che un bambino, mettendovisi nel mezzo, e allargando le braccia, può facilmente toccarne le sozze e sbonzolate pareti.

Incipit del libro L’assassino nel vicolo della Luna.

Lo scrisse Giulio Piccini (Jarro)…

Quarta di copertina: Queste sono le origini del “noir poliziesco italiano”, un capolavoro, quello di Giulio Piccini (detto Jarro) che crea dalla sua penna l’ispettore Lucertolo, 5 anni prima del principe degli investigatori Shrlock Holmes di Conan Doyle…