Pasolini dimenticato

Credo proprio che il commento scritto da Enrico Gregori nel precedente post meriti maggiore visibilità.
Lo copio e incollo. E ringrazio Gregori.

Off, very off, extra off… topic, e me ne scuso con Remo. Ma utilizzo questo suo blog per una considerazione che, non essendo io un rinomato intellettuale, lascia il tempo che trova. In giornata, però, ho dato un’occhiata qui e là in alcuni blog cosiddetti “letterari” e non ho trovato traccia di un ricordo, di un pensiero, di una semplice parola sul fatto che oggi avrebbe compiuto 90 anni Pier Paolo Pasolini. Potrebbe essere non dovuto, per carità. Non è che i blog, seppur “letterari”, debbano essere una sorta di almanacco. Però è singolare che i suddetti blog non dimentichino che tra 3 giorni è l’8 marzo. Oppure sono molto solleciti nel celebrare l’anniversario della morte di un poeta del Turkmenistan (tradotto solo a Ulan Bator, ovviamente). Più solleciti ancora lo sono nel segnalare e proporre nuovi Pasolini, nuovi Moravia, nuovi Flaiano spesso con la qualità fondamentale di essere TQ e amici cari dei tenutari dei blog. Sempre più spazio, vedo, per “nuovi qualcuno” e meno propensione a ricordare gli originali. Pasolini non è TQ, era già fuori quota quando fu ammazzato. Quindi, nei fatti, per molti blog “letterari”, era poco più di un frocio che scriveva qualcosina di decente. E sono gli stessi blog sui quali, per esempio, si legge che Fabio Volo non deve avere albergo nel mondo della letteratura. Può darsi, ma è un’affermazione che poco mi convince se arriva da chi gestisce un blog letterario come se fosse un ufficio raccomandazioni o una palestra nella quale allenarsi a farsi delle seghe. Mentali, ovviamente. Di quelle d’altro genere ne scriveva, per esempio, proprio Pasolini. Sarà per quello che ancor oggi i titolari di “quei blog lì” gli preferiscono l’ultima silloge poetica del loro idraulico. Che fa tanto alternativo.

Link, la novità, una recensione

Inizio parlando di questo blog.
Devo aggiornare i link, la maggior parte sono di Splinder-che-non-c’è-più. Mi sa che li cancellerò tutti (i link) e poi, man mano, reinserirò.
Ma la novità è questa. Anche altriappunti migra, almeno in parte.
Presto sarò presente nella piattaforma che ospita i blogger de Il Fatto quotidiano.
Ci scriverò solo racconti e storie. Cose vere, cose inventate, cose metà e metà. Cose autobiografiche, di ieri e di oggi. E riproporrò, magari riscrivendolo, qualche vecchio ronzino, già apparso qui.
Oltre a scrivere racconti e storie mie ospiterò, di tanto in tanto, racconti e storie di altri.
Poi, cosa importante.  A luglio ci sarà la quinta edizione dei Racconti a quattro mani.
Li posterò di là e si voterà di là e si commenterà di là (con moderazione a cura de Il fatto) e di qua (con moderazione che curerò io).
E questo blog, insieme a Facebook fungerà da cassa di risonanza ai mie post sul blog del Fatto.

Altriappunti, però, continua a esistere.
Appariranno qui le rare segnalazioni che faccio su altri libri e autori. Sempfre qui continuerà a parlare di editoria. Di giornalismo, politica, medicina alternativa. E altro ancora.
Auguratemi buon lavoro se vi va.

Segnalo poi questa recensione di Stefania Mola su Vicolo del precipizio. La segnalo anche perché Stefania ha recensito tutti i miei libri e spesso è prodiga, insieme a Zena Roncada Colfavoredellenebbie, di (buoni) consigli al sottoscritto.

Viva i libri: di carta

Ma le case editrici leggono i manoscritti?
Sull’argomento, penso domani, verrà pubblicato un mio post sul sito, tutto nuovo, di Perdisa pop.

Poi.
La prossima presentazione di Vicolo del precipizio la farò a Milano, con la scrittrice e giornalista Lucia Tilde Ingrosso. Io sono nato a Cortona, e il Vicolo è (anche un omaggio) a Cortona. Lucia Tilde Ingrosso, invece, a Cortona ha vissuto tanti anni. La presentazione, un cosiddetto aperitivo letterario, è organizzato dalla libreria Il mio libro (via Sannio, 18) per le ore 19,30 di martedì 20 marzo.
L’incontro (aperitivo con presentazione) si svolgerà qui.

Mai come in questo momento, io, sono dalla parte delle librerie e contro gli ebook.
Sulla questione mi ero già espresso, con questo post.

Treni e ragazze con il burqa

Da quando mia madre si è rotta il femore, e non può quindi badare al bambino, ho preso l’abitudine, alcune mattine, di prendere un’ora a volte due di ferie arretrate. Prendo il piccolo, e andiamo alla stazione a vedere i treni e poi ci facciamo un giro in autobus.Il freddo dei giorni scorsi, però, aveva impedito, a me e Federico Libero, di andare a vedere il treno veloce che arriva sempre tardi, o i regionali presi d’assalto.

Due mesi fa successe questo.
Dopo aver preso un caffè e comperato un ovetto kinder al piccolo, passeggio in attesa del primo treno che arriverà, salvo ritardi, tra un quarto d’ora. Mi accendo mezzo sigaro e, bimbo alla mano, vado su e giù, giù e su. Mi squilla il telefono. E’ una radio che, su imbeccata dell’ufficio stampa di Perdisa, mi propone un’intervista sul libro appena uscito, Vicolo del precipizio. Dico: Va bene, pensando che mi daranno un appuntamento magari per il pomeriggio. Macché. Allora partiamo con le domande, mi dicono.
Cavolo, e se arriva un treno merci in transito? E se il bimbo mi dice, babbo cacca?
Prendo il bimbo in braccio, gli dico, Stai zitto ora come stai zitto quando vai in chiesa con la mamma, va bene?, poi sposto sulle labbra il sigaro dimodoche sia il più distante da FedericoLibero e intanto comincio a rispondere alla prima domanda.
Tutto bene, nessun treno in arrivo, e il bimbo mi guarda. Seconda domanda. Tutto bene, ancora. Terza domanda. Miracolo, ancora tutto bene. Quarta e ultima domanda. Tutto bene fino alla fine. Sto per dire un’ultima cosa quando FedericoLibero si avvicina al telefonino e dice “ponto.ponto”. Purtroppo non avevo inteso che radio fosse, così da risentire me e il “ponto-pontonel finale. L’avranno tagliato?

Stamattina, allora.
Ci son sempre cose da raccontare sulle stazioni.
Sui ritardi no. Un mese fa, circa. Il treno in partenza da Trieste e diretto a Torino Porta Nuova è in ritardo di trenta minuti. Silenzio del pubblico. Poi:… è in ritardo di un’ora, ci scusiamo per il disagio (FedericoLibero impara nuove parole alla stazione, linea giaggia, ciottopacciaggio, digiagio appunto). Poi: è in ritardo di 110 minuti: scoppia la risata, collettiva. Solo una signora, imperterrita, inveisce con Siamo in Italia…
Da raccontare, dicevo.
Chi parte e piange.
Chi parte e non vorrebbe.
Chi viene fermato dalla polizia ferroviaria per un controllo. Documenti, per favore. Scarpe da ginnastica bianche, jeans, giubbotto di pelle, faccia da spaccone: gli spacciatori hanno tutti la stessa divisa? Il tipo fermato non lo era, pare.
O non il giorno in cui l’ha fermato.
Oggi, allora.
Sta per partire un regionale, direzione Novara-Milano. Guardo la gente che sale. Tra loro c’è una ragazza giovane, sembra una contadinotta, è graziosa, paffutella, vestita normalmente. Pantaloni neri, una giacca pesante. Insomma, non è la strafica che tutti guardano. E poi. Ha un bimbo nel passeggino, cicciotello. Ha pure una borsa da viaggio. Il portellone del treno è aperto, la gente è salita, l’hanno sorpassata tutti. Dribblata. Ignorata. Cazzi suoi se deve salire. Lei ci prova ad alzare quel passeggino, ma non ce la fa proprio. Vede che la sto guardando. Mi domanda aiuto. Anche se ho per mano il bambino e stanno arrivando altri treni sono l’utima sua possibilità. Mi avvicin con FedericoLibero, gli dico, Stai fermo accanto a me che poi ti do un tic tac. E l’aiuto a sollevare bimbo e passeggino. Mi ringrazia. Mi dice, guartdando FedericoLibero: Mi scusi. Non è italiana. Probabilmente è albanese. Mi chiedo che pensi, lei, degli italiani.
Io per esempio delle ragazze con il burqa penso tutto il bene possibile (da quando mia madre si è rotta il femore).
In un autobus pieno di gente, ne ho vista una alzarsi per fare posto a un anziana col bastone e con due sacchi della spesa (io mi assolvo, ero seduto ma con bimbo in braccio).
Alla stazione, giorni fa, nel sottopassaggio. Una donna fa un gradino, massimo due alla volta: ha un bimbo in braccio, e due valigie, e fa fatica. In suo soccorso arriva una ragazza col burqa: vaglielo a spiegare tu, a quelli che le guardano con disgusto.

Il mio mestiere e la crisi

Faccio il giornalista da 27 anni. E dirigo un giornale locale da 7.
Nel consiglio di amministrazione del giornale che dirigo c’è una persona che mi è stata amica, in passato. Vicina in momenti tempestosi. Un anno fa mi ha rimproverato: La smetti di minacciare le dimissioni ogni volta che hai un attrito con gli editori del giornale?
Aveva ragione. Una volta ogni sei mesi io minaccio di dare le dimissioni.
Le risposi, Hai ragione, e da allora ho smesso.
Ma continuo a pensarlo. Questo mestiere uno lo deve fare svincolato da interferenze.
Dire io sono libero e dirigo un giornale che va contro i poteri forti è una minchiata.
Dire che ci provo no, invece, ci sta.
Fino a oggi ho avuto dalla mia le vendite. Addirittura io e la mia redazione, proprio in un momento in cui i giornali cominciavano a perdere copie, siamo riusciti, era il 2008, a far registrare il record di vendite e di abbonati dal 1871, anno in cui il giornale fu fondato.
Ora teniamo, ma non perché siamo bravi. Perché siamo credibili. E per essere credibile un direttore deve essere sempre in bilico tra il continuare ed alzare i tacchi (o farsi cacciare).
Oggi è più dura che mai. Colpa di internet? Forse. Colpa della qualità scadente dei giornali? Sicuramente sì. Colpa della crisi? Anche. C’è tanta gente che un euro e venti centesimi preferisce tenerlo in tasca, oggi.
Son cazzi, insomma, oggi. Lo vedo appena esco al mattino, davanti a casa mia. C’è la Caritas. E c’è la coda, lì, che aumenta sempre più. Di stranieri e di italiani. Succedeva con Berlusconi succede oggi con Monti. E non vedo sbocchi, non vedo.
Buona settimana

ricordi di don Luisito

La prima volta che andai a Viboldone era una domenica pomeriggio. Avevo appena letto La messa dell’uomo disarmato, di don Luisito Bianchi. Mi incuriosivano lui, il prete scrittore, e Viboldone. Mi piacciono le abbazie, come quella di Sant’Antimo che è dalle mie parti, in Toscana, che sembrano isole di silenzio e di pace.
Piacciono anche a me, agnostico e a volte mangia-preti.
Immaginavo, quel giorno quasi estivo (era dopo il salone del libro di Torino) ma uggioso che don Luisito fosse un omone grande e grosso, sempre sorridente. Non c’era.

Così Luisito l’ho conosciuto a Vercelli, nelle redazione del giornale che dirigo.
Piccolo ed esile, sorridente sì, ma non sempre, dolce sì, ma non sempre dolce.
Rammento come mi squadrò, la prima volta che mi vide: con diffidenza.
Pensai tra me e me: vedrai che poi cambi idea.
Il “poi” era la presentazione di due suoi libri: La messa dell’uomo disarmato e Come un atomo nella bilancia, entrambi pubblicati da Sironi grazie alla coppia Paola Borgonovo e Giulio Mozzi.
L’incontro si svolse in seminario: ci saranno state una settantina di persone.
Nessun prete, eppure qualche sacerdote vercellese aveva assicurato che sarebbe venuto.
Eppure – dissi a Luisito – qualcuno mi ha detto che sarebbe venuto, di sicuro.
Mi guardò sorridendomi: lui sapeva già che sarebbe stato boicottato.
Prima della presentazione feci in modo che la sua iniziale diffidenza sparisse del tutto.
Luisito, gli dissi, anche io come te ho lavorato in fabbrica: sette anni. Anche io come te l’ho fatto per scelta: tu volevi conoscere il mondo del lavoro io volevo sapere chi era, ma per davvero, il proletariato.
Ricorda ancora adesso e ancora adesso mi commuovo nel ricordare cosa successe: Luisito che mi guarda, è serio serio, e che poi mi accarezza il braccio, in prossimità del gomito, e che poi mi dice: Abbiamo avuto dei veri amici noi…
Non ricordo, poi, le domande che gli feci.
Ricordo che quando rispondeva chiudeva gli occhi, così da essere più concentrato.
Ricordo però che parlammo, quasi subito, di gratuità.
Ricordo il silenzio, e la voce di Lusito, sottile ma potente.
Cosa credete che un giovane prete non sia sensibile al fascino di una donna? Io lo ero. Ma come primo gesto di gratuità verso Gesù Cristo decisi di rinunciare da subito alla bellezza femminile…
Lo riportammo a Viboldone che era notte fonda. Saremo arrivati alle tre.
Tornerò a trovarti, posso?, gli dissi scendendo.
E lui serio: Ora ti preparo il lasciapassare.

Sul sito degli amici dell’abbazia di Viboldone raccolgono testimonianze.
Il sito è questo
http://www.viboldone.it/

Poi.
Su Orasesta
e su La poesia e lo spirito
c’è quelche scrissi in occasione del compleanno di Luisito a Viboldone.
Vado mai ai compleanni, io. E Luisito c’era perché organizzarono tutto di nascosto.
Caro Luisito abbiamo fatto bene a esserci, no?
Ci siamo commossi e divertiti tutti quando abbiamo visto le suore di Viboldone ascoltare con attenzione quel tuo compagno di fabbrica che, chitarra alla mano, cantava Addio Lugano bella.

la scena in chiesa e il libro nero

Sono a spasso col cane, tra la neve, mentre mia moglie e il piccolo sono in chiesa. Li raggiungerò. Il cane pare non sentire il freddo, io ho una sola parte del corpo calda: la mano sinistra (con cui fumo la pipa).
No, il freddo acuto come un coltello l’ho provato anni fa: alzandomi alle cinque per andare a lavorare in fabbrica. Alle sei eravamo dentro, a scaldarci alle macchinette di un caffè che faceva schifo, ma che almeno era caldo. E ci scaldavamo, anche, le mani coi fiammiferi, che usavamo per accendere le sigarette.
Finito il giro, porto a casa il cane, vado in un bar a prendere un caffè, raggiungo Francesca e il piccolo Federico Libero. La messa, ormai, è agli sgoccioli.
Allora, la chiesa è piccina. Ci sono due file di banchi, quattro persone a banco. Ai lati, ci sono sedie, quasi sempre occupate. Quelli che sono seduti per guardare l’altare devono girarsi a sinistra, se hanno le sedie lungo il perimetro di sinistra, devono girarsi a destra se invece stanno dalla parte opposta.
(Chiaro: se invece di guardare il prete guardano dritti davanti a loro, questi delle sedie laterali vedono i profili di chi sui banchi).
Allora, vedo questo io (poco interessato alla cose di chiesa, ho Federico Libero in braccio, che è tutto intento a osservare una giovane flautista che accompagna l’organista, vicino all’altare): vedo che una ragazza che conosco, giovane, carina, acqua e sapone, bei modi di fare, a un certo punto – ormai siamo agli sgoccioli della messa, del resto – resta sola, perché i suoi genitori se ne vanno. Un ragazzo giovane e carino, che non conosco e che stava dietro il suo banco, appena vede che è sola la raggiunge e le sorride; e vedo che il sorriso è ricambiato.
Andate in pace, vien da pensare, e invece no.
Né io, né il ragazzo avevamo fatto caso a un altro ragazzo, faccia meno carina, faccia incazzosa direi: seduto, appunto, su una sedia laterale, corrispondente al banco della ragazza carina.
Dunque, io sono all’altro lato della chiesa e ho pure gli occhiali da sole (son anche da vista ma ci vedo un piffero) comunque ho la nette sensazione che il ragazzo seduto sulla sedia di lato dica al ragazzo che ha raggiunto la ragazza, Cazzo fai?
Lei, la ragazza, non fa una piega, lui, il ragazzo carino, torna al suo posto, nel banco dietro, l’altro, quello incazzoso, se ne va: incazzato.
Cose della vita, in chiesa.
Si può immaginare di tutto.
Finita la messa sono andato al mercatino che c’è ogni prima domenica del mese. Ho comperato quattro libri usati.
La lunga notte del dottor Galvan, di Pennac.
Bersaglio, l’oblio, di Valerio Varesi.
La variante di Luneburg, di Paolo Maurensig.
Pericle il nero, di Giuseppe Ferrandino.
Totale spesa, 15 euro. I libri sono in ottimo stato.
Leggerò La variante di Luneburg, per primo.

Tornando a casa, incontro un tipo strano. Che alleva cocorite.
Mi fa. La vuoi una coppia di cocorite per il bambino?
E io: Ho già un cane e un gatto.
Poi dico a Francesca: Quello l’ho messo sul libro nero.
Che ti ha fatto, è una così brava persona?
Un giorno mi ha domandato se sono il nonno del bambino, è il quarto che me lo dice, solo con gli uomini mi succede, le donne, no, tutte le donne capiscono che sono il padre; oddio, a cinquantacinque anni uno potrebbe anche essere nonno, certo che lo so, ma il tipo comunque resta nel libro nero.
Stop.
Poi ci ho ripensato. No, non solo quattro individui di sesso maschile, no.
L’estate scorsa, sono col bimbo a Specchia.
Facciamo la coda per prendere pistacchi e ceci dolci.
Una bimba ci guarda e mi fa: Sei il nonno?
La mamma la guarda e le fa: E’ il padre, no?
Ho odiato una bimba, in quel momento: Ma ho amato follemente sua madre.

varie

Intervista di Marino Magliani, al sottoscritto, su La poesia e lo spirito.
Eccola qua.

Ho appena finito di leggere John Balville, Congetture su April, casa editrice Guanda. Un bel libro, a mio avviso. E’ il secondo che leggo di Banville, perché le storie che racconta non sono mai banali, perché ha una gran bella scrittura, fin troppo ricercata (simile a lui, in Italia, abbiamo Valerio Varesi).

Appena avrò tempo cercherò di aggiornare i link (accidenti a splinder, insomma).

Chiudo con una foto del mio amico Andrea Cherchi. Questa è piazza Cavour innevata. Impiego tre minuti ad arrivare a casa. Ci staziono tutti i giorni, direi.

A proposito di…

A proposito di facebook, dei blog e dell’uso di internet in generale.
Ho letto i vostri commenti. Capisco. Sta di fatto che io senta su di me una contraddizione. Da un lato sono un fruitore della rete, dall’altro vorrei esserlo ma meno.
Mi spiego. Alla rete io devo tanto. Per esempio una casa editrice mi scovò leggendomi. Soprattutto alla rete io devo le amicizie più belle di questi ultimi anni.
Al contempo sento – e questo mi capita spesso – che la rete mi sottrae tempo. C’è una parola pericolosissima: cazzeggio (dove per cazzeggio io intendo cazzeggio davanti al pc o mac). Allora, uno si rilassa, appunto cazzeggiando, magari su youtube. Io so che quando cazzeggio mi prendo in giro. Dovrei leggere e scrivere ogni giorno (perché su uno vuol narrare storie dovrebbe leggere e scrivere ogni giorno), dovrei, chessò, fare due passi, fare meditazione, riordinare la libreria. Spesso guardando l’ora mi maledico. Che ho perso tempo, intrappolato dalla rete.

A proposito di Splinder. Da tempo dedico alla rete meno tempo. Facebook e twitter sono veloci, dieci minuti bastano. Qui è diverso. Adesso, con la migrazione dei blog da splinder ad altre piattaforme vanno a rotoli tutti i link, o quasi. Abbiate pazienza, col tempo metterò a posto. Ho qualche problemuccio, in più, in questi mesi.

A proposito del mio lavoro. Un tizio, giorni fa, telefona adirato alla polizia. Dice di telefonare da un locale, e di aver fatto una grossa vincita che però non gli vogliono dare. Dice al poliziotto perplesso, che non gli crede: Lei non sa chi sono io. Io sono il direttore del giornale La Sesia. Insomma, si è spacciato per me. Hanno scoperto i poliziotti che il tizio, oltre alla telefonata (che gli costerà una denuncia – ma io non c’entro – per sostituzione di persona), ha spaccato vasi e oggetti vari. Mi mancava.

A proposito del mio lavoro e dei vecchi comunisti che non esistono più. Una volta c’erano i comunisti che stavano dalla parte dei poveri, che lottavano per l’uguaglianza,che lottavano contro la prepotenza dei padroni, le ingiustizie. Ce ne sono rimasti pochi di comunisti impegnati, a sinistra del Pd, insomma. Uno di loro, nei nei giorni scorsi (e la cosa è stata riportata dal mio giornale) ha proposto l’uso dei pannoloni per i cani. Dal momento che la cacca di un cane si può raccogliere ma la pipì no, ecco la grande geniale idea. Forse forse Berlusconi ha ragione: i comunisti son picchiati nel cervello.

la vita sul computer

Quanti anni avà? Trentadue, trentacinque?
Laureata in architettura. Lettrice forte di romanzi.
L’ho conosciuta credo nel 2009 al Salone del libro.
E ci siamo visti ieri sera a Torino, dove ho presentato Vicolo del precipizio.
Mi fa: Continuiamo a tenerci in contatto… anche se io non sono su facebook.
E poi ha detto: Quando finisco di lavorare mi piace andare in giro, camminare, vedere persone, anche due ore. Meglio l’aria aperta a facebook.
Son sicuro che preferisce anche i libri di carta agli ebook.

Certo che facebook e internet e la posta elettronica la vita te la cambiano.
Ho due profili, io, su facebook.
Uno, da 5mila contatti, è come non averlo, appunto perché di 5mila contatti.
L’altro è di trecento e qualcosa.
Comunque.
In questi 5mila contatti c’è anche qualche amico. Vero.
C’è anche un’amica. Vera. Di vecchia data.
Brava giornalista.
Ci siamo visti un anno e qualche mese fa. Fu una bella giornata. Adulti e bambini.
Ha un bimbo piccolo, lei.
Che il padre del bimbo non ci sia più io l’ho saputo, appunto due giorni fa, sul profilo di facebook.
Ci eravamo lasciati ripromettendoci di rivederci.

Il vicolo di e.l.e.n.a

LA 25 [ST]OR[I]A

Io a Cortona non ci sono mai stata.
Però la conosco. Conosco le vie, le piazze, i viottoli fuori porta e le colline attorno.
Io a Torino ci abito.
E la riconosco. Riconosco le vie, le piazze, i caffè e gli scorci delle colline attorno.
Una storia funziona quanto tu ti crei la tua personale mappa, dove la lettura diventa il materiale con cui edificare case, tirare su muri e tracciare toponomastiche che non saranno mai reali, ma ricostruite a regola d’arte dalla tua immaginazione che è la malta che congiunge le parole, le frasi, i punti.
Io conosco i gradini di Vicolo del Precipizio. Fossi nata là, ci sarei caduta. Mi sarei sbucciata le ginocchia. Peggio, li avrei ruzzolati tutti e settantasette, conoscendomi.

I numeri sono importanti in questa storia. Hanno la funzione delle pietre miliari che costeggiavano le strade romane. Sono funzionali e simbolici al tempo stesso. Ci sono gli anni di Cristo, il quarto di secolo di una gioventù apparentemente bruciata, la prima fidanzata, i tre storici amici, i nove mesi di convivenza, i venti giorni nel reparto di pneumologia, i vent’anni prima di rivederla di nuovo, i tre anni di terrore, i quarantaquattro quasi da compiere, i quarantasette compiuti, i trentasette strozzati, i ventiquattro racconti dell’osteria, i quindici minuti di tutti quei giorni dove il reale resisteva, assediato dall’abisso di tutti gli altri attimi di smarrimento.

“Ha voluto immortalare il risveglio della mamma fotografandola di spalle: lei che, appena alzata, guarda fuori dalla finestra. Magari sbadiglia, o sorride alle rondini, chissà. Io però in quella fotografia vedo il babbo, seduto: l’accarezza con lo sguardo e aspetta i quindici minuti.”

Ci sono i fantasmi in questa storia. No, non quelli fruscianti e con le catene, ma quelli che, allo stesso modo dei primi, disturbano il sonno, sino a dissolverlo in notti convulse ed albe nervose, senza soluzione di continuità.

Ci sono le distanze. Non solo geografiche, ma affettive, di pensiero e temporali. Perché ogni cosa ha il suo tempo e c’è un tempo per ogni cosa. Nella vita come nelle storie, c’è chi accelera e chi rallenta il passo. Talvolta ci si aspetta, oppure per una serie di circostanze ci si ricongiunge. Talvolta si guarda l’altro allontanarsi e nonostante la nostra volontà non riusciamo più a raggiungerlo, né lui riesce ad allinearsi al nostro passo. E quello che in un certo tempo ci sembra ancora realizzabile, scopriremo essere poi un vero distacco, uno spazio non più colmabile che ci separa per sempre da chi credevamo ancora possibile avere al nostro fianco.

Ci sono i giochi in questa storia. Quelli di bambino. Quelli di risa e di pianti, di risse e di sfottò. C’è Il palleggiarsi continuo tra Torino e Cortona, tra presente e passato. Che pare il vecchio Pong di Atari, o meglio, una partita a scacchi, di quelle che gli sfidanti studiano le mosse e poi tac, spostano un alfiere o la regina e con il palmo della mano schiacciano il timer a lato, per decretare che il loro passo è compiuto, ora tocca all’altro. Ora sta a te.

Ci sono gli amori in questa storia. Quelli veri, quelli presunti, quelli mai sbocciati, quelli vagheggiati, quelli distrutti, quelli traditi, quelli rabbiosi, quelli gelosi, quelli che fanno male, quelli per sempre, e quelli per mai. C’è l’amore per i luoghi, per i paesaggi, per le voci e per i silenzi, per le bestemmie oneste e per la saggezza antica, per le ritrosie e le sfacciataggini, per l’orgoglio e la vergogna, per la memoria delle cose e delle persone, per il raccontare e per il raccontarsi. C’è l’amore per le storie e per l’andarle a scovare, negli interstizi dei ricordi.

“Quando vidi che la storia di Tito e dell’Andreina non sbocciava, telefonai alla professoressa Moschetti. La consideravo il mio portafortuna. Non era in casa. Era al camposanto e nessuno – dio quanto m’arrabbiai con mio padre, che in quei giorni era tutto preso a consolare la mamma di Mariano, e mia madre, svampita come sempre – mi aveva avvisato.”

E ci sono le storie in questa storia. E sono di quelle storie che una volta che le hai iniziate, sai che devi finirle. Che non puoi lasciarle lì ad aspettare. Come un piatto che, se si freddasse perderebbe il sapore, la fragranza e quel certo non so che. Che quando hai finito ne vorresti ancora un po’, anelando persino alla pervicace persistenza di tutti quei sigari smozzicati.