il violino e l’arpa

Io non credo in dio, ma negli spiriti sì, ho appena scritto a una mia amica, vedova da pochi mesi.

Passiamo ad altro, che è meglio.
Hanno aperto una nuova libreria, a Vercelli. Ero tentato di farlo io, giuro. Licenziarmi (gioirnalismo addio) per vendere libri. Così da leggerne, quando non ci fossero stati clienti, così da poter continuare a scrivere, come faccio ora, ma non sempre.

Oddio, mentalmente scrivo sempre. Stamattina, mentre ero in giro col piccolo al mercato, e dal momento che il piccolo impazzisce per i suonatori di strada, stavo, appunto, ascoltando un violinista credo ungherese, e al contempo scrivendo: mentalmente. Un paio di storie. (Che poi è difficile che io scriva su carta, ma mi serve, mi serve).

Il suonatore ungherese, comunque, ogni volta che mi vede, che ci vede, dopo aver salutato il piccolo mi dice qualcosa: solo che me lo dice in ungherese, credo. Avrà una sessantina d’anni. Ha vestiti lisi, ma è pulito. Ha una sua eleganza. Cravatta, impermeabile, scarpe lucidate. Stamattina, guardandogli i capelli, ho ipotizzato che siano tinti: non li sopporto, io, gli uomini che si tingono. L’ungherse, però, mi sta simpatico, quindi faccio un’eccezione.
Eppure l’ungherese lo sa che io non capisco l’ungherese. Perché indicandomi il suo violino mi dice sempre: Ha trecento anni (per la verità dice “ani”).
Piange sempre il piccolo quando gli dico che fa freddo e che bisogna andare via.
L’avremo sentito già dieci volte, l’ungherese.
Ha pianto anche stamattina, fortuna ha voluto però, stamattina, che incontrassimo, dopo cento metri, dopo il violinista ungherese cioè, altri due suonatori, lui col clarino, lei con l’arpa.
Lei, dopo venti minuti di brani tutti per il piccolo (che ballava e batteva le mani, e la gente che passava lo guardava divertita), lo ha chiamato e gli ha fatto suonare l’arpa.
Non ha pianto, Federicolibero, quando ce ne siamo andati.
Erano stranieri anche loro: ungheresi? Chissà.

piccoli poi vecchi

Giorni grigi, quasi neri, questi. Eppure è Natale e Natale, per quelli nati poveri come me, significa ricordare i giorni più belli: di quando in casa c’era l’odore di cose buone, di quando la mamma non avrebbe controllato se avevi preso brutti voti, di quando lo aspettavi con ansia il Natale, perché sarebbe arrivata una pistola o un libro, per sognare altri mondi andavano bene entrambi.

E mi son detto ieri sera, rincasando (ero in macchina, guido sempre meno e faccio bene, ché quando guido sono badato e penso), mi son detto che insomma sono quello che immaginavo sarei diventato quando ero piccolo, no?
Immaginavo di fare lo scrittore, e infatti scrivo. Immaginavo di fumare la pipa, e infatti la fumo (alternandola coi toscani). Immaginavo di avere la barba bianca alla George Moustaki (oddio, non è che avere la barba bianca sia una gran cosa), immaginavo e speravo di diventare uno scrittore (e non è che sia una gran cosa, esserlo).
Oddio, da piccoli si immaginano tante cose, alcune diventano vere altre restano bugie.
La bugia più grande è pensare che i grandi siano grandi.

Da adulti, poi, scientemente, decidiamo di dirci delle bugie: vedendo dei vecchi in un reparto d’ospedale  pensiamo che sia cosa che non ci riguarda. Resteremo giovani sempre: come Berlusconi e certi attori.

Son lì, alcuni vecchi, spaesati. Quelli soli si mettono davanti le mani alla faccia, hanno paura, hanno. Come un bambino senza mamma.
 

Bologna, Vicolo del precipizio, Pontiggia

Copio e incollo

Sabato 3 dicembre 2011, alle ore 18, a  Bologna presso la Libreria Melbookstore, via Rizzoli 18, Antonio Paolacci incontra Remo Bassini in occasione della pubblicazione del suo nuovo romanzo: “Vicolo del precipizio”  edito da Perdisa pop.
Alle ore 16, sempre presso la libreria, Remo Bassini terrà il laboratorio di Scrittura:
“Le strade della scrittura (come le intendeva Giuseppe Pontiggia)”
Il pomeriggio si concluderà con un aperitivo/degustazione con i vini della tenuta agricola Palazzona di Maggio, Ozzano dell’Emilia
.

Aggiungo solo questo, ora.

Di Pontiggia, che è uno deigli scrittori italiani che maggiormente apprezzo, mi ha parlato spesso, particamente ogni volta che ci vediamo, Laura Bosio, che è stata sua allieva. Con il passare del tempo ho scoperto – ed è cosa che mi ha fatto immensamente piacere – di essere arrivato a conclusioni simili alle sue. Insomma, la pensavo come lui senza saperlo.
Quando parlo di scrittura (le mie non sono vere e proprie lezioni, sono incontri di scrittura) parlo di lui e della mia esperienza: come sono arrivato, io, a raccontare storie, ma lontane dal mio ombelico, storie che magari non piacciono a tutti, ma che hanno il pregio di non rifarsi a nessuno. Non sanno di già sentito o già letto, dice chi mi legge.

Il vicolo visto da Lucia

Lucia Tilde Ingrosso, giornalista e scrittrice, su Vicolo del precipizio ha scritto questa nota, che è apparsa su Facebook.

Io pensavo che tutti avessero il loro luogo dell’anima. Poi, con il tempo, ho scoperto che non era così. Che il luogo dell’anima era un privilegio di pochi.
C’è chi sente così la città in cui è nato o quella in cui si è innamorato, una località di vacanza o una meta lontana. Ma il più delle volte i posti ci limitiamo a usarli, al pari di come si usa un’auto o un televisore, senza lasciarli penetrare nella nostra interiorità.
Remo Bassini un luogo dell’anima ce l’ha ed è lo stesso che ho io: Cortona. Per chi non la conoscesse, è una cittadina magica della Toscana, ai confini con l’Umbria, adagiata su una collina che domina la Val di Chiana e il lago Trasimeno. A Cortona Remo ci è nato. Io ci ho vissuto dai 2 ai 19 anni.
Che Cortona sia un elemento cardine di questo libro lo si capisce già dal titolo, dedicato a un vicoletto scosceso che sfocia in via Nazionale (Ruga piana, per i locali, in quanto una delle poche strade pianeggianti).
In Vicolo del Precipizio Remo Bassini si lancia in un quintuplo salto mortale: una narrazione che si snoda tra passato e presente, realtà e fantasia, ricordi e leggenda, Torino e (appunto) Cortona, prima persona e io narrante.
Ambizioso, viene da dire. Ma l’ambizione è un ottimo stimolo per chi ha talento da vendere.
Bassini riesce a essere lirico e crudo. Disegna un personaggio che ami e odi allo stesso tempo. Ti appassiona alla trama quanto alle atmosfere. Sorprende, indigna, diverte, commuove. E, alla fine, spiazza.
Un bel libro, davvero, opera di un autore che è anche un giornalista affermato e che usa la scrittura per comunicare a tutto tondo.
Tempo fa, colpito da una tragedia familiare, non ha potuto non scriverne. Ecco, in quelle righe, lievi e profonde, è riuscito a mettere a nudo il proprio dolore senza pietismo né autocompiacimento. Un grande atto d’amore sia per il compianto fratello che per la scrittura stessa.
Remo, che oggi vive a Vercelli e a Cortona torna sempre volentieri, in Vicolo del Precipizio ha scritto tutto il suo amore per la cittadina natale. Ci sono ricordi, suggestioni, aneddoti, sapori, luoghi che tutti i cortonesi doc hanno nel loro Dna. Ecco perché è una lettura che consiglio a loro in particolare (naturalmente dopo averlo acquistato dal Nocentini, che è anche citato nel libro).
Nel romanzo, Cortona emerge in tutta la sua spiccatissima personalità. Un luogo a cui può essere difficile tornare. Un luogo che è impossibile strapparsi dal cuore.

sveglia

Nei letti dell’ospedale, in questo reparto, ci sono soprattutto vecchi. Ottant’anni verso i novanta, Che son brutti – brutti tanto – da vedere: ti fan vedere quel che sarai-saremo tutti un giorno.

Posso avere la padella, non so se mi scappa, ma preferirei averla, dice una vecchia con la vergogna di essere vecchia, con la vergogna di dover chiedere la padella, con la vergogna d’essere malata.
L’infermiera la guarda e dice: Se non è sicura perché la vuole?

Perché quando ho la senzazione di dover cagare io vado al cesso e mi tiro giù i calzoni, anche se poi magari non cago, avrei dovuto dire io.
Ho detto niente, invece, non sarebbe servito.

E prendo l’autobus, e ci sto dentro 40 minuti a guardare la mia città. E vedo gente e ascolto gente.
E intanto rifletto sull’ignoranza: da ragazzino ho conosciuto contadini analfabeti ma laureati in gentilezza.
E c’è una ragazza non distante da me, che dorme. Ha un passeggino con un bimbo di pochi mesi, che la guarda. Sì, il bimbo, col ciuccio in bocca, guarda la mamma che dorme, ed è quasi mezzogiorno.
Dorme di brutto: quando l’autobus frena rischia di cadere, però no, ce la fa ad aggrapparsi all’ultimo decimo di secondo, poi guarda il bimbo, poi si riaddormenta: di nuovo.
La osservano in tre, scuotendo il capo. Dicono, Ma che roba, non si può. Ma varda ti (ma guarda te). I tre, due donne e un uomo, scendono. Lui però, prima, fa in tempo a gridare alla ragazza, Sveglia, sveglia, sveglia, tre volte, così la ragazza si sveglia e le altre due ridacchiano.
Mi chiede l’ora, la ragazza col passeggino con dentro il bimbo che la guarda, buono.
Non ce l’ho mi spiace.
Domanda a una ragazza negra, dietro di me, molto bella, che gentilmente le dice che è quasi mezzogiorno e mezzo.
La ragazza col passeggino mi dice: Sono stravolta, non ce la faccio più a lavorare di notte, lui poverino – mi fa indicandomi il bambino – mi vede sempre così: stravolta. Non ce la faccio più.
Ma il bimbo la guarda: tranquillo.
Scendono, si accende una sigaretta, lei, Poi si avvia verso casa: una casa popolare, di quelle brutte, brutte, brutte.

Splinder e Il Vicolo… dell’affanno

Mi spiace che chiuda Splinder, dove ho un profilo, quello di Samigliong, più vecchio rispetto al mioprimo blog,  Appunti, era su wordpress, ma era anche su un server privato: qu ando smisi di pagare sparì.
Su Splinder ho tanti messaggi privati, il più vecchio, del 2004, è di Colfavoredellenebbie. Ho anche messaggi di persone che non ci sono più, Mariastrofa per esempio.
Prima che Splinder chiuda li rileggerò tutti.

Su Toscana Libri c’è un’intervista al sottoscritto su Vicolo del precipizio (che sabato presento a Torino).

Sono di corsa: problemi personali. Anzi, diciamo che sono un po’ in affanno.

Il vicolo e il Bastardo

Oggi su La Stampa, edizione di Vercelli e provincia, c’è una bella recensione del mio ultimo libro, Vicolo del precipizio, a firma di Gianluca Mercadante.
Ma oggi, giornata uggiosa e per me zeppa di impegni fino a tarda sera (quando mi metterò a scrivere, davanti al pc) è uscita anche una recensione e una intervista di Salvo Zappulla su Bastardo posto, che è il libro a cui sono maggiormente affezionato.
Ecco il link:
http://www.art-litteram.com/index.php?option=com_content&view=article&id=476%3Abastardo-posto&catid=17%3Aletteratura-e-arte&Itemid=27&fb_source=message

stupore edicolante

Due giorni fa, domenica. Mia moglie va a messa, io col piccolo vado prima al bar per un caffè e poi in edicola.
Mi dia Il fatto…
Esaurito, mi dice l’edicolante.
Ci sta, ci sta, non dovevo arrivare dopo le undici, penso, Il fatto , non è la prima volta che va esaurito.
Non mi stupisco, insomma.
Mi dov’è il Corriere della Sera?
E’ andato a rube per l’inserto sui libri, mai successo, mi dice l’edicolante stupito.
Anche io.

Vicolo del precipizio, prima recensione

Venerdì 11 novembre, Repubblica, Torino, Massimo Novelli:

Torino e soprattutto la Toscana. Cortona ripercorsa nei ricordi della gioventù, nei volti del padre e della madre, degli amici e degli amori, inseguendo i fantasmi dei fatti di cronaca nera che funestarono il paese. E poi uno scrittore prima in crisi, autore di un solo libro, che facendo i conti con la memoria e con se stesso ritorna a scrivere, incrociando i capitoli del suo “Vicolo del precipizio” con la propria esistenza al presente.
Ecco in estrema sintesi il nuoivo romanzo di Remo Bassini, narratore di talento consolidato, che per sbarcare il lunario dirige a Vercelli il giornale “La Sesia”. Un bel libro, in ogni caso. E’ una riflessione sul mestiere di scrivere e di vivere, ma è anche un racconto che ha il profumo antico e di terra bruna del toscano che il protagonista della storia e il suo stesso creatore fumano, così come riescheggia il suono di una vecchia ballata popolare udita tante volte da bambino: quella che canta la morte della dantesca Pia de’ Tolomei, «negli anni che dei Gualfi e Ghibellini/ repubbliche a quei tempi costumava,/ batteano i Cortonesi e gli Aretini,/ specie d’ogni partito guerreggiava».
Bassini, ancora una volta, si conferma scrittore fuori dal coro e dalle mode, profondamente morale e civile nel senso pieno che Vincenzo Gioberti, più che un secolo e mezzo fa, dava al suo “Primato” degli italiani.

(Vicolo del precipizio, Gruppo Perdisa Editore, 194 pagine, 14 euro)