cose stupide

Dirigere un giornale locale significa anche questo.
Sei anni fa (non sto a spiegare perché ricordo il quando: è irrilevante, ma ricordo) sono in redazione, da solo (è sabato, e La Sesia la domenica non esce).
Ho tanto lavoro arretrato da fare: controllare le vendite, edicola per edicola, località per località; controllare i compensi ai collaboratori; studiare alcune soluzioni grafiche; rispondere a un bel po’ di mail.
Qualcuno suona, benché sia tutto chiuso.
Vado ad aprire. Una ragazzaa, avrà poco più di vent’anni, mi fa: Lei lavora qui?
Sì, ha bisogno?
Vorrei parlarle, posso?
Certo, mi segua.
Mi segue, entriamo nel mio ufficio dove, ne son certo, resta impressionata dal caos, dai bicchierini di caffè vuoti e lasciati sulla scrivania (li tolgo la sera, dopo averli contati), dal fumo del mio toscano (c’è nessuno, quindi).
Si siede, mi guarda e dice: Ho bisogno di centoventi euro per curare un gatto.
Minchia, penso io. Penso “minchia” perché ho fretta e perché temo di avere davanti a me una scassamaroni.
Guardi qua, mi dice allungadomi una busta.
Rifiuto di prendere la busta e le dico: mi racconti lei il contenuto della busta.
C’è la radiografia, il veterinario dice che si può salvare, è un gatto piccolo, guardi la foto.
Mi fa vedere la foto di un bel gattino tigrato.
E’ suo?, domando.
Mi guarda e dice: Non proprio.
Cazzo, penso…
E mi racconta. Mi racconta che il gatto è di un suo vicino di casa,
Che è un grandissimo stronzo, precisa la ragazza.
Vede, dice ancora, io ho un gatto mio, ma questo io l’ho raccolto dopo che è stato investito e l’ho portato dal suo padrone, che vive nel mio stesso palazzo. Dopo due giorni incontro questo mio vicino e gli domando, Il gatto come sta? Lui, sgarbato, mi dice che non sono fatti miei. Poi però scopro che il gatto è nella cantina, che per fortuna è aperta, di questo mio vicino…
E quindi?, domando io.
Quindi ho rapito il gatto, miagolava, era uno scheletro.
Ha fatto bene, rispondo. Continui.
Dal momento che non muoveva più le zampe l’ho portato da un veterinario gentilissimo: quando gli ho detto che non avevo un euro perché non lavoro ha visitato lo stesso il gatto e gli ha fatto le radiografie. Si può salvare, solo che c’è bisogno di un intervento chirurgico.
Due giorni dopo aprii una sottoscrizione, in pochi minuti arrivarono i cento e passa euro, il gatto fu curato, il vicino di casa a cui era stato rapito il gatto telefonò incazzato al giornale, io gli dissi che se voleva poteva anche scrivere una lettera di protesta, lettera che sarebbe stata pubblicata con una mia riposta per spiegare a tutti che lui si era comportato come una bestia, perché se non ci fosse stata la ragazza il gatto sarebbe morto.
Giorni dopo torna da me la ragazza per ringraziarmi, anche a nome del gatto.
Che adesso è mio, dice.
Nei giornali locali ne succedono di cose stupide, così.

piccola pubblicità

Vicolo del precipizo: pubblicità, piccola però

 

– Su Adnkronos.
– Margherita Fratantonio, recensione su Fuori le mura.
– Antonio Ferrara, intervista.
– Paolo Franchini, intervista (già segnalata in questo blog).

Tre presentazioni, per ora, in programma: a Torino, Bologna, Roma. Qui le date e le informazioni (su Vicolo del precipizio e su altri libri usciti per Perdisa).

Il libro esce mercoledì 9 novembre.

Nell’aletta di copertina non c’è scritto che è il libro dei libri. Non sto facendo pressioni affinché venga recensito (certo, mando e faccio mandare copie in giro). Farò presentazioni dove mi invitano. Ho ricevuto le copie omaggio (dieci mi pare) dalla casa editrice, ma ancora non ne ho data una a mio padre e mia madre: gli viene un mezzo coccolone quando capiscono che, almeno un po’, dentro il libro ci sono loro e le storie che mi hanno raccontato. Non ho dato una copia nemmeno a mia sorella. Quando qualcuno mi chiederà una dedica penserò A) che avrei bisogno di qualche minuto per scrivere qualcosa di sensato e B) che ho una grafia illeggibile (tanti, poi, mi chiederannoo: Che c’è scritto?).
Non diventerò ricco e famoso, con questo e altri libri. Di diventare ricco non mi è mai importato. Di diventare famoso forse sì, quando ero giovane e scemo. Sull’essere famosi. A Vercelli mi conosce un po’ di gente perché dirigo il giornale storico della città. Bene, faccio di tutto per evitare incontri pubblici, cene. Se deve scegliere tra due bar, vado in quello dove penso che non mi conoscano. Quando posso vado in posti dove nessuno mi conosce.
Buongiorno.
Buongiorno.
Come va?
Mah, insomma.
E torno spesso (prossima tappa la farò a capodanno) a Cortona, il mio paese, il paese dove c’è Vicolo del precipizio, ma dove non mi conosce quasi nessuno. Forse ci sarà una presentazione, a Cortona. In primavera. Sempre che i cortonesi non trovino il libro troppo irriverente.
Comunque, la quarta di copertina di Vicolo del precipizio, mi piace.
Il direttore di Perdisa Pop, Antonio Paolacci, ha scelto queste righe del libro.

Quando ripenso alla mia vita mi giro dall’altra parte. Penso ad altro. Così facendo, rischio di dimenticare persone e storie che invece vanno ricordate, perché alla fin fine, l’hanno resa più bella, la mia vita. Vanno coltivati i ricordi, ha ragione il babbo, che si è fatto vecchio. Già lo so: rincorrendoli, mi farò male.

(Dimenticavo. Ho appena finito di scrivere un dramma teatrale. Un testo teatrale che è anche un giallo. Una storia di sesso e tradimenti e sangue. Nulla di nuovo, insomma. Oddio, l’ambientazione è strana, originale (spero). Buia come la pece. E’ il primo testo teatrale che ho scritto. Dal momento che è breve (30mia battute) penso che non interesserà mai a nessuno. Però ne sono soddisfatto).

tra ricordi piovosi

Arriveranno, questione di ore, le grandi piogge, qui.
Dicono che saranno torrenziali, piogge mai viste, insomma, per alcuni giorni.
Forse la pioggia non mi piace per colpa di un ricordo.
Mi rivedo bambino, attaccato alla finestra.
Prego, guardando le gocce che si inseguono sul vetro.
Fa che smetta di piovere così la mamma mi fa uscire.
Poi la piogia mi ricorda Lilli, la gatta della mia laurea, dei miei trent’anni.
Se n’è andata un giorno d’inverno che pioveva, così quando io e mia figlia Sonia l’abbiamo salutata non potevamo sapere se piovevano lacrime o pioggia nei nostri volti.
La pioggia porta anche pensieri di morte.
Due ore fa, sono nel mio ufficio, al giornale. Sento una voce dire che è morto il tale, di 54 anni.
Il tale…
Ripenso a un nome lontano nel tempo, e lo rivedo: ha trent’anni, la sigaretta in bocca, lavora con me, in fabbrica. Parliamo di musica.
Chiedo, Ma è lui?
E’ lui, confermano, il tale, aveva 54 anni.
No, penso io, ne ha trenta di anni e stiamo lavorando in fabbrica, fumando e parlando di musica.
Devo dirgli che tra una settimana in libreria in ci sarà il mio nuovo libro. Sono vent’anni e più che dovevo dirgli che scrivo anche libri, dovevo dirlo a lui e agli che lavoravano con noi.
(Dite la verità? Vi sembravo strano…).
Invece si lascia che il tempo corra, così arriva la pioggia e ci si rinchiude tra le pareti dei ricordi piovosi, aspettando.

barbara

Un’intervista che feci, qualche anno fa, a Barbara Garlaschelli. Fu pubblicata in rete da Cabaret Bisanzio e apparve sul giornale che dirigo, La Sesia.
L’ho appena riletta, avevo scordato quante cose belle e importanti – sulla vita, sulla scrittura, sullo scrivere oggi – disse Barbara.
Ecco qua l’intervista, e buona giornata.

«Prima è l’acqua, poi lo schianto, poi il dolore. Poi è di nuovo acqua».
Era già una scrittrice («Affermata? No, non credo di esserlo nemmeno adesso»), Barbara Garlaschelli il giorno in cui scrisse queste parole. La sua storia, “Sirena”.
Pagina 113: «Avevo lasciato la mia casa reggendomi sulle gambe, ci tornavo spingendomi su una sedia a rotelle».
Ma attenzione: non è la storia di un calvario. Fa male, il libro, si sente sulla pelle il dolore di una quindicenne, leggendo(la). Ma è più palingenesi che altro. E’ un inno alla vita. Di più: una ribellione, affinché vita sia. Ed è soprattutto un libro d’amore. Noi e gli altri, gli altri e noi: un’unica entità, concreta, che significa forza perché genera forza.
Il buio di quei giorni, di una ragazza che, ricoverata, vede che il “suo cielo” è diventato il soffitto degli ospedali e delle sale operatorie, è comunque rischiarato da una presenza, tanto forte quanto discreta, dei suo genitori. Il dolore che diventa forte, affrontandolo insieme, scambiandosi uno sguardo, un abbraccio.
«I miei genitori sono le pagine su cui è stato scritto quel libro, anche se avrebbero volentieri fatto a meno. Sirena è un inno anche a loro».
Scrive noir, è tradotta all’estero, è, checché ne dica lei, autrice affermata, Barbara Garlaschelli. Ma è “Sirena” il suo libro. «Che ha una vita sua» dice lei. In realtà ne ha tre. La prima volta esce nel 2001: lo pubblica un piccolo editore coraggioso, Moby Dick. Tre anni dopo, siamo nel 2004, “Sirena” ricompare, per Salani Editore; 2007 la terza vita: stavolta è Tea.
«Sirena l’ho scritto che ero già una narratrice con una certa solidità alle spalle. Questo mi ha permesso di usare lo strumento della parola nel modo migliore, anche con il supporto del “mestiere”. E’ un libro che ho nella carne perché quella sono proprio io. La scrittura di Sirena, non solo la storia, mi rappresenta alla perfezione».
E comunque “Sirena” non contiene il messaggio della letteratura figlia della sofferenza.
«Charles Bukowski diceva che per scrivere non basta il dolore, ci vuole uno scrittore. Sono in assoluto accordo. Non posso prescindere dalla mia sedia come non potrei prescindere dal fatto di essere alta quasi un metro e ottanta! Nel senso che tutto ciò che fa parte di me (e intendo anche ciò e chi mi circonda) entra in qualche modo nelle mie storie. Ma non sono diventata una scrittrice perché sono andata a finire su una sedia a rotelle. La scrittrice è sempre quello che ho voluto fare. Lo dico sempre: mi è andata bene, avessi voluto fare la ballerina la mia esistenza sarebbe stata un filo più complicata… ».
Definisci la tua vita in una parola.
«Intensa».
In una frase.
«E’ come se fossi nata più volte».
Quando sei rinata l’ultima volta?
«Quando ho incontrato l’uomo della mia vita: Giampaolo. Con lui è iniziata una fase nuova, intensa e stupefacente».
E quando nacque Barbara Garlaschelli scrittrice?
«Una notte. Un editore fulminato dai miei racconti (”O ridere o morire”) decise di pubblicarmi. Insomma, non ho dovuto fare l’iter che, di solito, spetta a uno scrittore: spedire dattiloscritti e attendere. Dopo quella notte sono rinata tutte le volte che ho scritto. E scrivere racconti è la cosa che amo di più».
C’è un incipit o una frase di un tuo libro a cui sei particolarmente affezionata?
« Sì, ce ne sono due: l’incipit di “Sirena” e quello di “Alice nell’ombra”: Uno di noi due non uscirà vivo da qui”».
Tanti scrittori, oggi, con un mercato che vede pochi superare il tetto delle mille copie e pochissimi quello delle tremila. Son troppi gli scrittori, secondo te?
«No, non è che sono troppi gli scrittori, sono troppi i non scrittori. E sono pochi i lettori. E c’è una politica editoriale che sfugge alla mia capacità di comprensione, che è concentrata solo sull’andare sul sicuro per poter far quadrare i conti (intesi come bilanci)».
L’ultima volta che ci siamo sentiti mi hai parlato di un progetto teatrale.
«Sì. E’ un lavoro tratto dal libro “FramMenti”, un’esperienza che come scrittrice mi ha segnata: per scriverlo ho frequentata per due anni un centro psico-sociale a Milano. Ho incontrato persone incredibili e ascoltato storie altrettanto incredibili. La follia è un tema tabù, qualcosa che spaventa e che tiene lontani. Invece quando ti capita – come è capitato a me – di entrare in contatto con persone malate nella mente in modo più o meno grave quello che capisci è che la follia siamo noi. Non è una cosa che non ci riguarda. E’ lì. Ed è anche dentro di noi. Forse per questo fa così paura. E ho imparato cos’è la solitudine vera, non quella romantica, ma quella di carne e sangue. E il dolore, anche se quello, un po’, lo conoscevo già».
Letteratura a imitazione del vero o letteratura “fiction”?
«La letteratura dovrebbe ispirarsi a tutto, soprattutto alla capacità immaginifica di uno scrittore».
Curiosità: se qualche aspirante scrittore ti implorasse di leggere un suo manoscritto?
«Di solito dico che no, non posso, prima di tutto perché lo faccio anche di mestiere, il che mi basta e mi avanza. In secondo luogo direi gentilmente di no perché è un lavoro che se lo fai seriamente (e io se faccio una cosa, di solito la faccio così) ti porta via tempo, concentrazione ed energie».
Fatti dei nemici, e dimmi i nomi dei migliori scrittori italiani, oggi.
«Ah, guarda io l’ho dichiarato pubblicamente anche sul mio blog: Diego De Silva , Giorgio Todde e Nicoletta Vallorani».
Case editrici, discorso impossibile da affrontare con poche battute.E non facile. Ma da un punto di vista affettivo alcune, – piccole – come Todaro e Moby Dick, mi pare che ti abbiano lasciato qualcosa di particolare.
«Sì, e anche la Dario Flaccovio che fa un lavoro bello e serio e segue moltissimo i suoi autori. Perché il problema con le case editrici è che c’è una sorta di vuoto che si crea dopo la pubblicazione del libro, tra loro e l’autore. E’ vero che ogni autore vorrebbe essere al centro dell’attenzione del proprio editore che, oggettivamente, non lo può fare. Ma è anche vero che se decido di pubblicarti poi ti devo sostenere al meglio. Questo, spesso, non capita».
Altra curiosità. Non temi, scrivendo un romanzo, d’essere condizionata dal già letto o dal già visto?
«No. Temo “solo” di scrivere male. Se si dovesse temere il “già scritto” e non solo nella letteratura di genere, tutti gli scrittori potrebbero cambiare mestiere. Borges sosteneva che i temi della letteratura sono sempre gli stessi».
Si può essere scrittori senza frequentare combriccole e salotti?
«Assolutamente sì. Mai fatto parte di nessuna combriccola né salotti. Sono presidente di un’associazione di scrittori ma non è che la cosa serva per far pubblicare. Piuttosto: amo i confronti con i lettori, per esempio nelle presentazioni, oppure i contatti, che vengono per esempio dal mio blog».

Un pianoforte da 18 tasti

Questo blog ha conosciuto giorni migliori. Magari un post al giorno, a volte tanti commenti (specie se si parla di editoria e di invio di manoscritti), tanti visitatori. Seicento, poi quattrocento, poi duecentocinquanta.
Questo blog da 21 mesi circa langue: dal giorno in cui nacque Federico Libero, detto Cico.
Langue perché Federico Libero scandisce la mia giornata, e quindi ho ben poco da raccontare. Quando facciamo colazione, lui pretende di inzuppare il suo biscotte nel mio tè. Poi io vado davanti al pc, per controllare la posta elettronica. Devo essere velocissimo, perché arriva lui, vuole essere preso in braccio, vuole vedere su yuotube o “puto”, che sarebbe poi il cartoon di Pluto, o “catta”, cioé Volta la carta di de André, che lui chiama amichevolemente Dende.
Poi corro, perché son sempre in ritardo, in redazione.
La sera, dopo cena e dopo la passeggiata col cane, Federico Libero o fa un piccolo concerto assordando i vicini – con la mano sinistra picchia i tasti di un piccolo pianoforte con la destra o un tamburo o l’armonica a bocca – o mi chiede di ascoltare musica. Giuro: ci son canzoni come La vecchia fattoria o Bella ciao di cui ho quasi la nausea e che non reggo più.
Quando se ne va a letto, verso le 11, mi restano le mie solite quattro ore, a volte cinque di pausa notturna. Di silenzi interrotti da un treno in lontananza, o dalle urla – che sembrano urla umane – di gatti in calore. Leggo, scrivo (di questi tempi sto scrivendo: racconti noir), rispondo alla posta elettronica, faccio un salto su facebbok e un salto qui, su questo vecchio blog.
Oddio: leggo, scrivo si fa per dire. A volte cazzeggio, perché son troppo stanco e comunque al silenzio della notte, sonno o non sonno, non voglio rinunciare.
A Federico Libero una volta ho detto: Da quando ci sei tu non leggo più e non scrivo più… per la verità ho detto anche una parolaccia, e lui si illumina quando sente una parolaccia, la ripete subito (occa-uttana), e Francesca mi ha tirato il culo (poi quando all’asilo verrà ripreso dalle maestre ti dirà grazie).
Ma va bene così.
Da quando c’è lui m’incazzo di meno.
Quando nacque, per esempio, con la Newton Compton fu rottura: saltò la pubblicazione (che loro avevano annunciato e sbandierato addirittura nel catalogo del quarantennale) di Bastardo posto.
Va bene Perdisa, dissi a Federico Libero, mentre armeggiavamo con un carillon.

Scrivere comporta saper convivere col maldipancia. Si rischia la depressione, si rischia. Io più di tanti, dal momento che son soggetto a periodi bui, dal momento che poi convivo quotidianamente con i casini che comporta l’essere direttore di un giornale (lamentele, scontri, lettere anonime, querele, a volte minacce).

Comunque: sta per uscire Vicolo del precipizio.
Saranno, come sempre, più maldipancia che altro. Fanculo.
Maldipancia attutiti, però, da un piccolo pianoforte con diciotto tasti.

Vicolo del precipizio, il 9 novembre

Il nove novembre esce Vicolo del precipizio, il mio sesto romanzo.
E’ la prima volta che pubblico un libro con una casa editrice che mi aveva già pubblicato un libro (per Perdisa Pop, un anno fa usciva Bastardo posto).
E’ la prima volta che ho scritto dei ringraziamenti.

Eccoli.

Alcuni ringraziamenti, e per motivi diversi (lettura, consulenze, consigli,
approvazioni, critiche), vanno a Chiara Granocchia, a Laura Bosio, a Luigi Bernardi, a Marco Marcellini e alle quattro “mie lettrici di sempre”, Zena Roncada, Stefania Mola, Mariapia Massa, Francesca Rivano.
Il ringraziamento più grande va a mia madre Nella e mio padre Franco,
mezzadri che hanno fatto solo la terza elementare, e che mi hanno cresciuto tra storie, canzoni e olio buono, di Cortona. Ringrazio poi Antonio Paolacci, direttore editoriale di Perdisa Pop ed editor, per la pazienza e il buon lavoro.
Questo libro è dedicato a Cortona, a mia figlia Sonia, e al mio portafor-
tuna, il piccolo Federico Libero: ho iniziato a scrivere Vicolo del Precipizio quando lui era nella pancia di Francesca; durante l’ultima revisione – Cortona a fine giugno 2011 – c’era lui che mi sgambettava attorno.

La copertina è questa (accanto a quella di Bastardo posto).

L’incipit del libro eccolo qua.

La tazza è quella del latte, dei biscotti e della voce spazien-

tita della mamma: «Sbrigati, Tiziano, sei sempre l’ultimo,

guarda che chiudon la scuola».

Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, è

sul terrazzino. Quando avrà finito di bere, porterà la tazza in

cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a

scrivere, fino all’alba, fino allo sfinimento. La tazza è sorretta

con la sinistra; la destra è sotto, per precauzione, metti che

caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la

prima volta ha pensato che questa vecchia tazza bianca con

il manico nero lo ha seguito, sempre. Dovrebbe essere nata

prima di lui, dalle mani di un cocciaio.

Fa caldo a Torino. Sono le dieci e venti, ogni tanto arriva

qualche brezza di vento. Si è appena lavato la testa. Un rito:

se non ha i capelli lavati non riesce a scrivere, né per altri né

tanto meno per sé. Stasera e stanotte scriverà di nuovo per

sé, dopo anni. Ha tutto quel che gli serve, qui sul terrazzi-

no. Il computer portatile, due sigari Toscani accuratamente

tagliati in quattro mezzi, la compagnia discreta e silenziosa

di Giada, la gatta che gli si sta strofinando tra le gambe, la

fotografia che suo padre il mese scorso ha scattato di nascosto

alla mamma che spalancava la finestra della camera da letto,

al risveglio.

L’ha fotografata di spalle, babbo Felice. Oltre la vesta-

glia nera della mamma e i suoi capelli bianchi, s’intravedono

alcuni rami dell’ulivo che salgono dal campo, sotto casa, e

poderi lontani, verso la pianura della Valdichiana.

Il suo vecchio, quella foto gliel’ha regalata quando Tizia-

no è tornato al paese per la solita visita veloce, due giorni e

due notti, con partenza al risveglio. Gliel’ha allungata prima

dei saluti, incorniciata, senza dir nulla. Trattenendo le lacri-

me a stento, ché la Stefania non è più la Stefania.

Con la tazza del caffè ormai vuota e il cielo di Torino

illuminato dalla luna piena, sta risentendo la voce del suo

vecchio, ora. Gli sta raccontando di quel giorno di maggio,

un lunedì, quando nella basilica di Santa Margherita sposò la

Stefania. Alla cerimonia c’erano anche i genitori di Tito con

Tito che, avrà avuto quattordici anni, ne combinò una delle

sue. Proprio quando il prete, solennemente, diceva: «Felice,

vuoi prendere questa donna come tua legittima sposa?» lui

tirò fuori dalla tasca un’armonica a bocca – ma il suo stru-

mento diventerà la fisarmonica – per un omaggio musicale

non richiesto. Lo bloccarono appena iniziò a suonare.

«E pensare che sembra ieri», ha aggiunto suo padre. Una

delle sue ricorrenti frasi fatte, dette ciondolando la testa. Sta-

volta però Felice, guardando severo il figlio, ha voluto sotto-

linearlo con altre parole, quel pensiero.

E ha detto, ma senza muovere il capo, fermo come una

guardia del corpo all’alzabandiera: «A un certo punto della

vita, voltandoti indietro, vedi che restano solo i ricordi».

La terra (Vladimir Visotskij)

CANTO DELLA TERRA

[1969]

Chi ha detto: «Tutto è arso totalmente,
Non ritornerà più il tempo della semina»?
Chi ha detto che la Terra è morta?
No, si è nascosta per un po’…
Non possiamo impadronirci della fertilità della Terra,
Non possiamo appropriarcene, come non si può svuotare il mare.
Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è annerita di dolore…
Come crepe giacevano le trincee
E le buche s’aprivano come ferite.
I nervi della Terra messi a nudo
Conoscono il profondo dolore.
Sopporterà tutto, aspetterà.
Tra gli storpi non mettere la Terra!
Chi ha detto che la Terra non canta,
Che ha perduto la parola per sempre?!
No, echeggia di gemiti soffocati,
Da tutte le sue ferite, da tutte le sue fessure.
La terra è l’anima?
Non calpestarla con gli stivali!
Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, si è nascosta per un po’…

Vladimir Visotskij
25 gennaio 1938
25 luglio 1980

… quando morì le sue canzoni, che non erano state mai incise o registrate, erano conosciute in tutta la Russia.La gente andava ai suoi concerti e lo registrava, poi duplicava. Al suo funerale ci fu una colonna di nove chilometri

appunti su Pontiggia: sorprendere

Ho un po’ di sana (credo) e sincera invidia per tutti coloro che frequentarono e conobbero i discorsi sullo scrivere e sulla letteratura di Giuseppe Pontiggia. E sto recuperando appunti, cose che disse soprattutto: ché un manuale non volle mai scriverlo.
Sulla scrittura e sul talento era al tempo stesso preciso ed evasivo.
Non diceva mai che debbono scrivere quelli che hanno talento.
Diceva, però, che per scrivere occorrono, in particolare, due cose: la tecnica e l’originalità.
Allora, la tecnica si impara. Anche solo leggendo gli scrittori ispirati, diceva Pontiggia. E tra gli scrittori lui citava spesso Proust, Svevo (a cui perdonava gli errori di italiano), Roth, Hemingway, Pessoa, Machiavelli, Freud, naturalmente Shakesperare, e poi Manzoni, Dostoevskijj.
Sulla tecnica si possono fare mille e più ragionamenti, e non si finisce mai di imparare.
Ma mi fermo, ora, sulla originalità.
Pontiggia diceva che un buon scrittore non trascrive mai, scrive, e così facendo si sorprende di quanto scrive, e se si sorprende lui sicuramente si soprenderà anche il lettore.
Diceva, Pontiggia, che la scrittura va oltre lo scrittore, come se si trattasse di un processo inconscio: è la mano che scrive, non il cervello.
(Così succede che alcuni autori abbiano scritto cose più grandi di loro. Chiesero a Marquez: Che significato ha il suo libro Cent’anni di solitudine? Non sapeva rispondere, Marquez, quel libro lo avevano scritto le sua mani, infatti).

E’ per questo motivo – sosteneva Pontiggia – che i cattivi autori quando debbono giustificare alcune pagine mal riuscite dicono: Ma è successo così, veramente. Quello che succede nella vita, realmente, spesso non funziona nei libri.
Una ragazza che frequentava i suoi corsi di scrittura un giorno disse a Pontiggia: Non riesco a capire, io nella vita privata so usare le giuste frasi che si dicono nei momenti intimi, ma quando quelle frasi le riporto sulla pagina bianca non danno lo stesso… risultato.
Pontiggia le disse: Usi le sue parole per la vita privata, i romanzi hanno bisogno di altro.

La parola magica è, dunque, sorprendere?
(Per me sì, lo è. Da mesi e mesi non mi sorprendo più scrivendo, e quindi butto via).

Buona giornata

c’è modo e modo

Stesso supermercato, tempo fa.
Un’anziana signora è alla cassa, ha comprato poche cose, alimenti, detersivi. Ora deve pagare. Io sono a un metro di distanza. La commessa mi guarda (poi rifletterò su quello sguardo), poi guarda la signora. Che non ha abbastanza soldi. La commessa, quasi sussurrando, le chiede, ma con grazia, di rinunciare a qualche acquisto. La signora ha la testa bassa, né io né la commessa la guardiamo mentre cerca nel borsello l’improbabile presenza di altre monete per poi arrendersi, e mettere da parte un paio di prodotti. La più imbarazzata sembra la commessa.
Dietro di me qualcuno si lamenta: non è ammissibile che si perda del tempo, così, alla cazzo, dice.
Stesso supermercato, altra scena nel reparto di frutta e verdura, con un’altra donna anziana per protagonista.
Sta per acquistare dei finocchi (mi pare). Si vede da come è vestita che è una donna povera. Comunque. Sceglie, poi fa anche una cosa che non dovrebbe fare: toglie le parti meno belle del finocchio, così da pagare di meno quando andrà alla pesa.
Una commessa la vede. E’ la commessa più carina di tutto il supermercato (e infatti sta parlando e ridendo con un cliente). Ma i suoi occhi neri valgono poco: invece di avvicinarsi alla signora per dirle che il finocchio se lo deve comperare tutto, urla.
Signora, ma cosa fa? E si compiace di questo suo urlare, tanto da concedere il bis, sempra ad alta voce: Se tutti quanti facessero così dove andiamo a finire?
Già: dove?

Nabokov non sopportava Dostoevskij, quindi?

Ho appena letto un post, che è anche un articolo, di Loredana Lipperini sui lettori esigenti che stroncano, usando la rete, autori noti, per esempio Mann, Orwell. E mi è venuto in mente Giuseppe Pontiggia che, durante una trasmissione telefonica, si mise a discutere con un ascoltatore, un insegnante di lettere, sul finale de La Coscienza di Zeno, di Italo Svevo.
Che significava l’esplosione finale?
C’erano nessi con l’incipit?
Con le nevrosi?
Erano domande a cui né l’ascoltatore né Pontiggia sapevano rispondere. Pontiggia fece i complimenti all’ascoltatore, si poteva solo supporre che.
E comunque.
Pontiggia, prima di salutarlo, all’ascoltatore disse: L’insicurezza è pedagogica, lei di sicuro è un buon insegnante.
E gli disse anche, citando Rubbia, che c’è una grande analogia tra letteratura e fisica: più approfondisci e più aumenta il mistero.

Oddio, criticare comunque si deve. C’è chi disse peste e corna di Celine e Dostoevskij. Ma su anobii, sui blog e su facebook c’è un tiro al bersaglio che spesso mi sembra un po’ alla cazzo. Della serie: le sparano gli altri e quindi le sparo pure io.
Torno a Pontiggia: lui argomentava.
Quando diceva che la scrittura di Hemingway è talmente geniale da apparire semplice, ed esaltava il talento di Dostoevskij o Manzoni, proponeva i passaggi, i dialoghi.
Per discuterne, e confrontarsi, poi. Domandarsi.
Perché Nabokov non sopportava Dostoevskij?
Già perché?

Carmen, già

E’ il primo ottobre del 1970. Ho da poco compiuto quattordici anni e adesso sono davanti alla scuola, l’istituto tecnico agrario, che ho scelto, dopo le medie. Mia madre non avrebbe voluto, ci ha fatto quasi una malattia: Ma fai ragioneria, fai le magistrali.
Ma io niente: Faccio l’agrario perché poi tornerò a Cortona, comprerò un podere e un cavallo, avrò un cane o forse più, andrò a caccia e farò il contadino.
Mia madre però sospettava che c’entrasse anche una ragazzina cortonese di nome Teresa che, durante una battitura del grano, aveva dichiarato solennemente che il suo ragazzo era di Vercelli.
Aveva trecce e grandi occhioni neri, Teresa.
Comunque. Stavolta sono davanti alla scuola che ho scelto. E di ragazze belle come Teresa ce ne sono. Una in particolare. Avrà, penso, due, tre anni più di me. E’ tanto, penso ancora, carina: capelli biondi a caschetta, profilo affilato, poi è simpatica, sorride a tutti senza fare l’oca (a differenza di altre).
Mi metto non distante da lei, guardandola di sottecchi. Poi mi metto a parlare con qualcuno, anzi no: qualcuno si mette a parlare con me e probabilmente mi dice anche cose interessante dal momento che mi dimentico completamente della ragazza bionda.
Mancano pochi minuti, poi si apriranno i cancelli.
Mi sento toccare il braccio. Mi volto, ché sto ancora parlando:  e chi mi ha toccato il braccio è proprio lei, la ragazza bionda alla quale mi ero avvicinato per poi dimenticarmene.
Mi chiamo Carmen, mi dice, e poi aggiunge: Ma lo sai che hai proprio una bella voce? Dài parla, mi piace sentirti.
Mi sentii come denudato, la mia lingua – mai successo prima – era paralizzata.
Il giorno dopo, secondo giorno di scuola, la guardai: ma da lontano.
Carmen, già. Il primo ottobre, Teresa. Mia madre…