Belle poesie/1 Gabriela Fantato

Chi è….

Ma aldilà di tutto è giusto

vedere

_ la sottile crepa, il fluire

del tempo nel foro?

È giusto guardare l’abisso

anche se brucia gli occhi

scava la gola?

Nel legno si sommano i cerchi

del tempo, il passato,

presagio delle estati

a venire .

Ovunque una legge guida

la vita che viene e porta

via tutto il prima.

Resta la piccola esistenza,

la superba presunzione

degli umani.

E allora siedi, sappi aspettare

e vedrai che siamo

_ infinitamente piccoli

nella meraviglia indicibile

del mondo .

Gabriela Fantato

Una foto, di nascosto

Per la prima volta non l’ho accompagnato. Del resto quando andiamo al mare o a Cortona se ne va da solo. In città, però, non era mai successo. Gli ho detto, Libero, vai da solo, sei grande, e stai attento alle macchine (non ha riso, ma sappiamo entrambi che il più sbadato ad attraversare sono io). Ci ha pensato, era perplesso, poi ha detto, Va bene babbo. L’ho visto che si allontanava e poi che spariva dalla mia vista. Cresci, ho pensato, scattandogli una foto, mentre si allontanava (eravamo in piazza) e diventava sempre più piccolo. Alla sua età, io, andavo al fiume in bicicletta, con gli amici. Alla sua età, io, facevo spesso a botte, e, una domenica pomeriggio, fumai le prime due sigarette, nascosto. Marca Windsor, non ne fanno più, credo.

Un libro particolare, anzi no: particolarmente bello

Sta per uscire un libro a cui tengo molto: come se l’avessi scritto io. Un libro che ho avuto il piacere di leggere quando era ancora un manoscritto. Era l’inverno del 2021. A Simona scrissi: “E’ il libro più bello che ho letto quest’anno”

Si intitola “Una scheggia di tristezza purissima” l’esordio di Simona Matraxia, in uscita per Golem Edizioni il 10 marzo.

Un giallo, verrebbe da dire, senza dubbio. E gli elementi dell’immaginario ci sono tutti: strade londinesi immerse nella nebbia, un ispettore di Scotland Yard e un omicidio su cui indagare, un omicidio insolito: la vittima viene ritrovata tra le braccia di una statua, come se qualcuno avesse voluto rappresentare una Pietà. Inizia da qui una ricerca metodica, quasi ossessiva, che porta Craig Thorne (ispettore di provincia appena arrivato nella capitale) a indagare tra sale da concerto, locali di dubbia reputazione e dimore di campagna, e a individuare frammenti di un enigma che se ricomposti, di volta in volta, rivelano una serie di verità mutevoli e inafferrabili…

Ma indizi, interrogatori e sospettati non sono tutto.

“Quando penso a questa storia, penso prima di tutto a un’atmosfera e a uno stato d’animo” dice l’autrice, “Ai personaggi che la popolano, alle loro storie. Quella del protagonista, per esempio, che è un piccolo mistero nel mistero: si svela un po’ alla volta.”

Anche l’epoca in cui è ambientato il romanzo, la fine degli anni ’50, rimanda un fascino sottile, da vecchio film in bianco e nero.

“Scegliere quell’epoca è stata un’esigenza funzionale alla trama” prosegue, “Ma è anche un periodo che mi affascina, mi piace allontanarmi nel tempo e nello spazio, quando scrivo. Mi piace tutta quella parte di ricerca storica che non ha a che fare con i grandi eventi, quella che ti porta a caccia di minuzie, di articoli di giornale, di pubblicità, di vecchie foto che immortalano la vita di tutti i giorni.”

Una vita che prende forma in una scrittura coinvolgente e dalle immagini vivide, scrittura che negli ultimi anni ha anche ricevuto dei riconoscimenti.

Simona Matraxia, con una formazione da linguista e un breve passato da libraia, è stata infatti sul podio dell’ultima edizione del Gran Giallo Città di Cattolica. Precedentemente ha ricevuto una segnalazione alla XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo Anonimo e nel 2018 si è aggiudicata il Premio Fogazzaro con il racconto Romanze senza parole.

Profezia di morte

Un racconto, che non ho mai fatto.

Un racconto di un amico morto, a 18 anni, quando io ne avevo 17. (Mi è venuto in mente oggi, e c’è un perché: perché una persona a me cara sta male, molto.)

Quel mio amico, allora. Era un amico dell’oratorio. Non andavamo d’accordo. Lui vestiva elegante, io no. Lui era spigliato, sicuro di sé, strafottente. Io ero timido. Primeggiava negli sport, io no. E quando giocavamo al pallone finiva sempre a schifio: lui faceva il centravanti, io lo marcavo con le buone e con le cattive, lui mi minacciava, io gli rispondeva male, io e lui che spesso e volentieri facevamo a botte, lui che me le dava, io che le prendevo.

Finché un giorno – era una domenica calda, stava arrivando l’estate – lo incontro al bar. Cammina a fatica. Si appoggia alle sedie. Domani vado in ospedale, mi dice, ma lo dice ridendo. «Adesso mi faccio una partita a flipper».

Fu operato, tornò sulla sedia a rotelle. Addio partite di calcio, addio scuola, ma il carattere era quello di sempre: scostante, altezzoso. Addio anche agli amici, quindi, che si stufarono di andare a casa sua per giocare a scacchi e litigare con lui. No, io rimasi. Andavo tutti i giorni. Ma non a consolarlo, non ne aveva bisogno. A parlare del futuro, oppure di calcio, di musica. Di amori.

Una volta mi fece un racconto. Mi disse che, prima di ammalarsi, lui, con due nostri amici, aveva incontrato una zingara, e la zingara aveva insistito. Voglio leggerti la mano, gli aveva detto. «Cazzo vuoi, vai via», aveva risposto lui, ma lei, testarda, aveva insistito: «Non voglio soldi. Dammi la mano.»

Alla fine lui aveva accettato. La zingara fece in fretta.

«Vedo una vita normale, come tante, ma vedo anche la morte, e dopo la morte il trionfo.»

L’incontro (e l’insistenza di lei ) c’erano stati, per davvero: me lo confermarono i due amici che erano con lui. Ma cosa gli avesse detto la zingara non lo sapevano, perché si erano allontanati.

Forse non era vera quella frase. I suoi genitori mi raccontarono che lui sapeva che non avrebbe vissuto e che si era aggrappato alla fede. Al “trionfo”, dopo.

A me, però, piace pensare che fosse vera quella frase. Anzi lo era. Di sicuro.

Orta, il Leon d’oro, Dostoevskij, La suora

Quando ho scritto “La suora” non sapevo che Dostoevskij avesse pernottato al Leon d’oro di Orta. Le prime pagine del mio libro sono ambientate proprio davanti all’albergo. Ecco la foto dell’ingresso del Leon d’oro.

Romolo Strozzi, il protagonista, e Nora (che diventerà “La suora”) si incontrano il 24 gennaio del 2010 davanti al Leon d’oro. Una sorta di data di nascita del libro che coincide con la data di nascita di mio figlio… Perché Orta. Perché Orta è il posto del Piemonte che più amo. Poi. Perché il Leon d’oro. Perché il 24 giugno del 2006, dopo la cerimonia in Comune del mio matrimonio con Francesca, andammo a mangiare, appunto, al Leon d’oro di Orta. Era il locale che mi era piaciuto di più. Ripeto, non sapevo che ci avesse soggiornato Dostoevskij.

Altro ricordo: settembre del 1982 leggo i Demoni. E’ il primo libro che leggo di Dos (come lo chiamava Bukowksi). In una pagina, Dostoevskij, che soffriva di epilessia, fa dire a un suo personaggio che anche Maometto lo era, perché dormiva poco. Ho sofferto anche io di epilessia, così scrissi una poesia (ma non sono un poeta, io). Son versi, gettati così, alla bruttodio. Eccoli.

A Dostoevskij.

Epilessia, malefica dea che insegni

ai tuo figli bastardi a sottrarre

secondi alla notte.

La pena di morte è

ad ogni istante.

Ad ogni istante il viso

può schiantare

nel selciato dove

calpestati e rinnegati

crescon fiori il cui nome

nessuno conosce