Due cose. Un Santo e un Re di cui non so il nome e i libri dimenticati

Pensieri in libertà (che scrivo dopo giorni e giorni dedicati solo ed esclusivamente alla stesura del libro Il sentiero dei papaveri, terminato stamattina alle 11,19. Riprenderò in tarda serata, con la prima revisione).

È per questo che negli ultimi giorni ho scritto poco e niente, qui (o su facebook).

Il primo pensiero non è un pensiero ma un appello a tutti coloro che conosco o la storia medievale o la storia dei santi.

Mi servirebbe per il libro.

È stata infatti una delle idee di partenza.

Allora, anni fa ho seguito un corso di meditazione con un sacerdote, che conosceva bene tanto il Vangelo quando tecniche di meditazioni di origine indiana.

Ci fece un racconto, questo.

Un giorno il Santo (?) fu ricevuto dal Re (?), che volle metterlo alla prova. Ordinò a un suo consigliere (?) si sedersi sul trono, al posto suo. Lui si sedette defilato, in disparte. Ma il Santo non ebbe dubbi quando entrò: non guardò colui che era seduto sul trono regalo ma il Re.

Qualcuno sa chi era il Santo e chi era il Re?

Non si trattava di un miracolo, disse il sacerdote. Si trattava di “saper vedere”.

Concorsi, premi letterari, saloni eccetera.

Uno scrive un libro, a meno che non sia un capolavoro o divenga un best seller, o uno di quei libri che, giustamente, sopravvivono al mercato, quel libro scritto e pubblicato o da una piccola o da una casa editrice media è moribondo, due anni dopo dopo è morto e sepolto.

Sarebbe bello (e ci sto pensando) se venisse organizzato o un concorso o un salone dedicato al libro dimenticato. Così, per dare un po’ di fastidio all’epoca dei libri usa e getta come fossero lamette.

Parntesi politica, 9 anni fa giusti giusti

Nove anni fa lasciai la direzione del giornale La Sesia per candidarmi a sindaco (Sel più una lista Civica, Voce Libera. Era l’anno del Pd di Renzi, che infatti stravinse. Noi prendemmo il 6 per cento. Fu una bella esperienza; fu meno bella quella di consigliere e di assessore all’ambiente, che durò meno di due anni. Detto in soldoni… ci rimisi (per davvero) un bel po’ di quattrini ma non mi pento di quella scelta. Ritenevo e ritengo l’ambiente una priorità dimenticata di questo territorio. IL bello della diretta è questo: da assessore, il centrodestra mi attaccò per problemi ambientali vecchi, il centrosinistra non appoggiò alcune mie richieste (per l’ambiente non c’erano soldi, per concertini e sagre sì), e così salutai per tornare a scrivere libri e fare il giornalista. Avevo un sogno (ero il nostro slogan: abbiamo un sogno), quello di migliorare l’aria di Vercelli. Magari con un grande parco oppure con tanti piccoli parchi o aree verdi. Tutto sfumato, finito, dimenticato. E non è una questione di destra o sinistra. Destra e sinistra, ho imparato da quell’esperienza, usano l’ambiente per scannarsi a vicenda. Quelli che ci tengono davvero sono pochi pochi.

Allora, il libro che sto scrivendo….

Titolo. Il sentiero dei papaveri.
Ci son giorni che penso (già successo con La suora; con La donna di picche; con Bastardo posto): sto scrivendo il mio miglior libro; ci sono giorni che dico (mai successo prima): sto scrivendo il mio peggior libro. E mi dico anche: stavolta (mai successo prima) non troverai un editore.
E se qualcuno lo pubblicherà arriveranno tanti complimenti ma anche tante stroncature, tante sassate.
È un libro fiaba o forse no. Non si sa se l’azione si svolge dopo il Covid o negli anni Sessanta (favolosi? dipende dai punti di vista.)
Ci sono giorni in cui scrivo 30mila battute, ci sono giorno in cui ne scrivo 2000.
All’inizio pensavo: sarà il libro con più pagine che ho scritto.
Invece è molto probabile che sia (sarà) quello ccon meno pagine (sulle 160mila battute).
Ci saranno alcuni capitoli con riferimenti da spiegare poi, nella pagina finale: nel tal capitolo parlo del figlio di un personaggio vero, un figlio di cui non si è saputo nulla. Nel talaltro, invece, c’è un prete che ho visto davvero, mentre celebrava messe strane con le imposizioni della mani, ma che dirà cose che diceva don Luisito Bianchi, un grande prete, un grande uomo, un grande scittore (autore del libro-capolovaro La messa dell’uomo disarmato).
Ci son cose autobiogarfiche anche, disseminate qua e là.
Quando ho del tempo scrivo, leggo, rileggo, correggo.
Per la prima volta ho fatto una scaletta. Insomma, prima ancora di iniziare sapevo e so come andrà a finire. Ci son notti che dormo male, pensando al libro. O alla scaletta da modificare.
In questo perido – insomma da inizio febbraio – non ho visto un film, leggo in fretta i giornali al mattino, non ho visto una serie tv, non ho letto un libro.
Lavoro al giornale e alcune cose le faccio, come seguire le partite di basket di mio figlio. O portare a spasso il cane, due volte al giorno. O tenere il corso di scrittura a Santhià (le lezioni le preparo sempre la sera prima).
Ma diverse cose le faccio coi tempi diversi, chessò, a mezzogiorno mangio un pezzo di focaccia con le olive oppure una banane in dieci minuti e poi mi fiondo davanti al mac.
Il libro che sto scrivendo è un po’ come un’ossessione voluta: come Romolo Strozzi, protagonista de La suora, che vive e mentre vive pensa a lei, alla suora.
Sono arrivato a (vado a vedere…) a 110,007 battute.
Può darsi che lo finisca in tre giorni, può darsi che lo finisca in tre settimane. Poi per un mese, forse due, correggerò, limerò, riscriverò, soprattutto taglierò.
A giugno lo invierò in lettura a qualche editore. Ho in mente i primi sette invii: a Giulio Mozzi, a Sergio Fanucci (non credo rientri nelle sue corde), a Golem, ad Arkadia, a Marcos y Marcos e a… una grossa (tentare non nuoce).
Se non ricevo risposte soddisfacenti magari me lo stampo da solo e lo vendo in quache presentazione. Amazon? Così fan tanti, non mi va.
E intanto continuerò – come ho sempore fatto – a correggere, tagliare, aggiungere.
Adesso ho un’ora di tempo libero. Poi ho da fare cose. Stanotte – fumando la pipa e bevendo caffè (e tanta acqua, anche) – lavorerò dalle 23 (circa) alle 4. Domattina posso permettermi di svegliarmi alle 9.
Buone cose a tutti.
PS se ci son refusi scusate, ma son di fretta…
perché sei di fretta?
Perché tante cose le ho appuntate, ma tante le ho in testa e ho paura che scappino via…

La presenza delle cose, reali eppure assenti

La traccia del cervo

che nel giardino si perse la notte scorsa,

si ferma sotto il melo senza frutti

delineata e rilucente per la brina.

Puoi percepirla, qui, sull’orlo di ogni immaginabile,

il cervo che se n’è andato splende con la presenza

delle cose che sentiamo, reali eppure assenti.


Charles Tomlinson

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Tomlinson

(dal blog akatalēpsía)

Il sentiero dei fiori senza nome

Il libro che sto scrivendo, allora.

Sono a 80mila battute, e non so dire se sono arrivato a un quarto o alla metà, però questo so: che adesso, e magari domani e poi dopodomani, invece di andare avanti tornerò indietro, tagliando magari 20 o 30mila battute.

E’ un libro diverso dagli altri, non importa.

Aveva un bel titolo: Il sentiero dei papapaveri.

Pensavo: uno dei titoli migliori tra i libri scritti.

Purtroppo dovrò cambiarlo, diventerà: Il sentiero dei fiori senza nome.

Era meglio “dei papaveri” ma il libro – non io – ha preso un’altra direzione.

(ma potrei cercare un altro titolo, comunque)

Vendite su Amazon e libri di carta

Vendite Amazon: dopo mesi La suora non è più il mio libro più venduto.
È stato sorpassato da La donna di picche.
Io ogni giorno vado a vedere: quando qualcuno compra anche solo la copia di un mio libro uscito mesi o anni fa, che sia La donna di picche o un altro, dico che va bene così. Che è un miracolo picccolo piccolo, microscopico.
Oddio, c’è un’altra cosa che a me sorprende: il libro de La donna di picche costa 6,77 mentre l’ebook 7,99. Il più venduto? L’ebook.
(Amazon cambia i prezzi in continuazione).
Per dire. Anni e anni fa fui contattato da una casa editrice (non ricordo il nome, non so se è ancora nel mercato) che pubblicava solo ebook. Mi chiesero un manoscritto. Dissi no grazie.

Su Amazon c’è anche il mio primo lbro ristampato, riveduto e (profondamente) corretto: Il bar delle voci rubate: l’editore (I buoni cugini) pubblica solo su carta.
Sono circondato da libri, ho uno studio che è più piccolo della cella di un francescano, un tavolo, una cassettiera, libri alla mia destra e alla mia sinistra, sistemati in doppia fila, messi come capita. Ma va bene così. I libri, io, quelli belli, quelli a cui tengo, li voglio di carta.

Quando ti stroncano un manoscritto (che poi diventa un libro premiato, per di più)

Vecchie mail con invio di manoscritti e risposte, perlopiù negative.

Forse non morirò di giovedì:
una risposta:
Mi spiace, ma il libro è scritto male: troppe digressioni. Il tuo personaggio non riesco proprio a farmelo piacere, mi spiace.

Altra risposta:
Il libro ci è piaciuto, ma non al punto di sceglierlo per una pubblicazione.

Poi arrivò una telefonata da Golem.
Che lo pubblica e poi la propone al Concorso letterario Città di Cattolica: primo posto, ex equo insieme a un libro edito da La nave di Teseo.
Primo tra cinquecento, disse nel corso della premiazione il presentatore.

Ma torno alla prima mail.
Rispetto le opinioni di tutti, ora non scrivo per rivalsa (chi me la inviò è un buon editore, uno, per intenderci, che legge anche i manoscritti degli esordienti).
Quando la lessi non passai una bella giornata, ma oramai ero avvezzo a qualsiasi risposta. Bocciature, ma non solo: anche mail da incorniciare (soprattutto per due libri: Bastardo posto e La donna di picche).

Quella mail che stroncava “Forse non morirò di giovedì” dicevo: l’avessi ricevuta quando scrissi il primo libro mi avrebbe mandato al tappeto. Sarebbe stato un kappaò violentissimo.
Nessun giudizio è perfetto: né quello di un editore che ti stronca né quello di una giuria che dice che sei stato il migliore.

I giudizi son come “le nuvole di DeAndré”: vanno, vengono, qualche volta si fermano.



La recensione di Forse non morirò di giovedì su Il Fatto.

Infilare pantofole di pezza agli scrivani

Questo breve estratto di Madame Bovary di Flaubert piaceva molto a Yates e Flannery O’ Connor

(Emma) Batteva sui tasti con disinvoltura percorrendo senza posa la tastiera, da un’estremità all’altra. Di seguito così scosso, il vecchio strumento, con le corde che vibravano, si faceva sentire fino in fondo al paese quando la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del balivo, passando per la via principale a capo scoperto in pantofole di pezza, si fermava in ascolto, il foglio di carta fra le mani.

La O’Connor (nel libro Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere) scrive questo:

Flaubert doveva creare un paese credibile dove collocare Emma. Non va dimenticato che cura immediata dello scrittore di narrativa non sono tanto idee grandiose ed emozioni tumultuose, quando infilare pantofole di pezza gli scrivani.

Ne ho parlato al corso di scrittura che sto tenendo, a Santhià.
Nella lezione introduttiva ho detto: Vi dico quello che ho imparato in vent’anni, son cose che mi avrebbero aiutato che avrei voluto sapere quando ho iniziato a scrivere…

I miei corsi di scrittura

Cosa insegno io ai miei corsi di scrittura (ieri a Santhià, in provincia di Vercelli, la prima lezione di un corso che durerà cinque incontri; c’erano 15 partecipanti).

1) Cose imparate seguendo il vecchio blog di Giulio Mozzi, che ora non è più iun rete. Mozzi e altri docenti (come Massimo Cassani che ho conosciuto anni fa e che ho letto, o come Giorgia Tribuiani che ho recensito sul blog che ho sul Fatto) hanno un’interessante scuola di scrittura: BOTTEGA DI NARRAZIONE.

2) Cose imparate nei pochi (per la verità) incontri che ho avuto con Luigi Bernardi, che con Perdisa Pop mi pubblicò (e ne curò l’editing) uno dei libri a cui tengo di più, Bastardo posto (vedi video, sotto). Mi ha dato indicazioni su come si fa un editing e raccontato il malfunzionamento della grande editoria nel recepire i manoscritti.
A proposito di editing: i miei libri non hanno mai subito editing pesanti. Gli interventi e le modifiche sono nel novanta e più per cento farina del mio sacco. Ma c’è stata un’eccezione: La notte del santo, primo libro che ho pubblicato con Fanucci. Ci furono interventi (erano suggerimenti) di una editor a mio avviso molto brava, si chiama Rita Feleppa. Interventi che accettai e che ho conservato e che mi sono serviti per i libri successivi (La donna di picche, uscito sempre per Fanucci, e gli ultimi, per Golem).
Insomma, c’è sempre da imparare.

3) Ma il contro di tutto sono le puntate radiofoniche di Giuseppe Pontiggia, della trasmissione DENTRO LA SERA (recuperabili su Youtube). Puntate-lezioni scoltate e riascoltate. Preso appunti. Ogni tanto o lo riascolto o rileggo gli appunti. Ogni tanto ascolto altre lezioni di altri docenti che si trovano in rete, ma Pontiggia resta al centro di tutto. A Pontiggia aggiungo alcune dritte lette sul libro (un gioiello, per me) di Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax.

4) Quello che ho imparato io, scrivendo, dal 2002 (quando uscì il mio primo libro) agli anni 2008-2009 (quando ho collaborato gratuitamente con un editore) a oggi. Ho scritto: Quello che ho imparato io, scrivendo, aggiungo Ma non solo. Alcune lezioni e tanti libri dei miei anni universitari – di psicologia e di teatro – hanno lasciato il segno. Quando feci il primo corso negli anno novanta al carcere di Vercelli erano (insieme alle mie letture e insieme a Lettere a una professoressa di don Milani) tutto quello che avevo. Alcuni detenuti che non avevano studiato e avevano perso la dimestichezza con la scrittura, mi raccontarono pagine della loro vita, che scrivemmo poi insieme. Insegnai, ma imparai, anche.

(Infine. Nei miei corsi parlo anche di giornalismo. Punti in comune con la scrittura di romanzi o racconti, differenze spesso abissali.)

Continua: domani racconto un paio di cose

Svegliarsi con una canzone di Gino Paoli in testa

Mi sono svegiato, stamattina, con una canzone di Gino Paoli in testa: “Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai”, insomma Una lunga storia d’amore.
Ho amato per anni solo De Andrè, pur apprezzando altri cantautori: da Piero Ciampi a De Gregori eccetera.
Paoli… sapevo che esisteva.
Da piccolo, quando mia madre mi portava al bar per vedere il festival di Sanremo (non volevo: ero costretto), l’avevo visto e ascoltato cantare “Ieri ho incontrato mia madre, ed era in pena poerché…”. Lo trovai tristissimo.
Il 23 settembre del 2004, per il mio compleanno numero 48 decido di regalarmi un giorno tra Genova e a Boccadasse. Per puro caso mi imbatto in un concerto di Paoli (anche lui nato il 23 settembre) organizzato per il suo settantesimo compleanno.
Mi stupisce due volte: fuori dal palco, perché si muove come un grillo, e sul palco: la sua voce è potente e melodica, rende di più da vivo che ascoltata alla radio o su disco.
Da alloro divento un suo fan (alcuni anni fa è stato ospite del mio paese, Cortona, io non c’ero ma mi hanno parlato di lui, con la Marlboro sempre a portata di mano e magari anche il whisky che preferiva al vino).
Torno al concerto del 2004: fu proiettato un filmato con don Gallo che diceva “è Paoli il vero cantante di Genova”. Genova ce l’ho nel cuore (non come Orta ma quasi) come ho nel cuore Boccadasse, che ho frequentato per anni la domenica sera: è per questo che c’è un po’ di Liguria e di Genova nei due romanzi che ho scritto con Anna Antichi protagonista (La donna che parlava con i morti e Vegan, le città di dio).
Una vita, quella di Paoli, con tanti successi, alternata da momenti così così, come quando per campare suonava il pianforte e cantava nei locali, una vita spericolata anche: come quando, già sposato, si legò alla Sandrelli, allora minorenne, o quando si sparò un colpo al cuore tentando il suicidio.
“Sono anarchico da sempre. Il gene dell’anarchia l’ho ereditato da mio nonno, analfabeta, che conosceva a memoria gli scritti di Carlo Cafiero, le canzoni di Pietro Gori, l’autore di Addio a Lugano, e anche la Divina Commedia”.
Paoli: una vita davvero spericolata, la sua.
(Se farà un concerto per i suoi novant’anni giuro che ci andrò. Ho visto pochi concerti in vita mia, tutti per caso…)

Infine. Ho un amico che non vedo da anni, si chiama Pier Michelatti, è stato il bassista di De André. Mi piace ascoltare i suoi racconti e gli aneddoti su De André sul palco e fuori. Ma se dovessi scrivere un romanzo su un cantautore italiano non avrei dubbi, anzi no, un dubbio l’avrei: Gino Paoli o Piero Ciampi? Ma poi sceglierei Paoli, una delle colonne sonore dal 2004 a oggi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Paoli

Nora, Orta e l’isola di sempre: insomma “La suora”

Parlo con l’acqua e, di notte, anche con Nora, ho la fissa delle caviglie delle donne, la gelatina mi fa vomitare e non ho mai usato un preservativo perché mi ricorda la gelatina, ho scelto di farmi adottare da una Valle che con le mie radici non ha niente ma proprio niente da spartire, e mi è rimasta la paura delle lucertole perché quando ero piccolo avevo una cazzo di zia che mi diceva che dovevo stare bravo altrimenti sarebbero arrivate le lucertole volanti, e a me questa cosa delle lucertole che volano mi è rimasta impressa per anni e ancora adesso che di anni ne ho un bel po’ non se n’è andata del tutto, accidenti a quella zia, che poi era giovane, mica una vecchia acida. Insomma, di stranezze ne ho un vagone. La più grande, la più inspiegabile è lei. Nora.

Cara Nora, eccomi qui, a Orta. Ho affittato un appartamentino con vista su piazza Motta e, quindi, anche sul lago e sull’isola. Appena mi sveglio, preparo il caffè poi, con la tazzina in mano, vado alla finestra e ti saluto. La grande paura è passata, la grande paura è rimasta. Mascherine, poca gente nei ristoranti appena riaperti dopo il lockdown. Giorni di paura e di ubriacatura, anche. Il Covid-19 è tante cose, sapremo mai la verità?

Ma adesso sto guardando la tua isola, cara Nora. L’isola di sempre.

Nora e Orta, insomma
“La
suora”


Foto Viviana Martoccia

Orari di scrittura: ognuno cerchi i suoi

Non ho scritto mai romanzi troppo corposi: dalle 200 alle 300mila battute. E non so se questo che sto scrivendo sarà, alla fine, più o meno corposo degli altri.
Ieri sera ero arrivato a 38mila battute, bene mi sono detto alle 3 e mezza di notte mentre mi addormentavo (dormo sempre pochissimo quando scrivo, massimo quattro ore).
Poi stamattina ho riletto e le 38mila battute sono diventate 35mila, poi 36…
Meglio così: ho imparato a tagliare, interi paragrafi, oppure singole frasi.
Il titolo del libro (non credo che cambierò) è La strada dei papaveri.
Il protagonista è uno scrittore che, ogni tanto, dice a se stesso quel che dicono tanti aspiranti scrittori o scrittori: La scrittura è il mio grande amore non corrisposto.

A proposito di orari di scrittura.
Io, scrivendo, ho imparato due cose due.
Nella prima fase, quella di scrittura, quella del manoscritto che poi sarà da rivedere, scrivo a quelli che sono i miei soliti orari, e cioè dall’una di notte in poi. Ho cercato di cambiare, ma niente.
Anni fa sono in ferie nel Salento, sto scrivendo un libro (non ricordo quale).
Al mattino mi alzo presto, quindi la sera sono piuttosto stanco.
Così mi dico: invece di resistere anche grazie a caffè e sigari (oggi pipa) prova a dormire da mezzanotte alle cinque. Ti svegli, ti prepari un caffè doppio, scrivi fino alle 8, anche le 9.
Mi svegliai, bevvi il caffè doppio, non riuscii a scrivere un rigo. Meglio la sera stanco, oramai è così.
Ma poi c’è la fase – delicata – della riscrittura. Quando si riscrive (parlo per me, ovvio) occorre essere riposati, attenti. Per la riscrittura vanno bene tutte le ore del giorno in cui sono riposato. E mi sta bene farlo anche in un ambiente rumoroso, mentre per la prima stesura no: o c’è silenzio, oppure le idee non arrivano.

Insomma, questi sono i miei orari di scrittura: ognuno cerchi i suoi, non ci sono regole.