l’armonica e i ricordi

L’avevo adocchiata da tempo. E mi ero ripromesso di entrare e chiedere, Quanto costa quell’armonica a bocca. Che poi, io, mica la so suonare l’armonica a bocca. So strimpellare a orecchio e solo con una mano il pianforte; se uno mi chiede fai Imagine io eseguo. Ma l’armonica a bocca ce l’avevo da ragazzo. Sapevo suonare due tre cose. Il silenzio, per esempio. Poi il motivetto che fa “il cow boy sul sua bianco cavallo, nel far west un bel dì tornerà”. Però su yuotube avevo visto che c’erano corsi, trucchi per suonarla. A me avevano sempre detto che si suona a orecchio, e che se non ci tieni la lingua vicina fa “l’effetto fisarmonica”. Io comunque non c’ero mica entrato in quel negozio di strumenti musicali che c’è vicino a casa mia. Però stamattina ci sono passato davanti. Avevo un mal di testa infernale: mi ero addormentato alle 3 e alla 6 ero già sveglio colpa del piccolo, di Federico Libero che voleva giocare. Passa davanti al negozio e proprio davanti al negozio c’è il proprietario, che è anche un bravo suonatore di jazz. Come li invidio io quelli che sanno suonare. E mentre passo, cercando di tenere il piccolo che si rifiuta di dare la mano e cercando anche di non pensare al mio mal di testa, d’istinto, dico al proprietario del negozio: Quanto costa una armonica a bocca proletaria? Si parte dai 4 euro, mi dice lui, gentile. Entro col piccolo. MI fa vedere le armoniche a bocca. C’è qualla piccina da 4 euro, c’è quella più grande da 12. Le prendo tutte e due, dico. Poi in strada il piccolo si è stupito e sorrideva: che io sapevo ancora suonare Il silenzio e quella che fa “Il cow boy sul suo bianco cavallo…”. Impegnandomi, durante la giornate ho provato l’Ave Maria di Shubert, Bandiera Rossa e Mamma mia dammi cento lire. Volevo – guardando su youtube ma non ne ho avuto il tempo – imparare a suonare Yesterday. Vedremo nei prossimi giorni. Perché oggi (o ieri fate voi, sono le 3 di notte passate da 16 minuti, ora) ho lavorato per il nuovo sito del giornale e poi, dopo cena e dopo aver portato in giro il cane, mi son messo a lavorare su Vicolo del precipizio, il libro che esce l’8 novembre di quest’anno per Perdisa. Magari sull’aletta di copertina suggerisco a Paolacci (direttore della collana Perdisa Pop ed editor) di mettere una frase nemmeno orginale, credo, ma che rappresenti l’essenza del libro.

 

A un certo punto della vita, se ti volti, vedi che restano solo i ricordi.

 

Ora vado a letto, che è meglio.

cara Monia ti scrivo

Ti continuo a leggere sempre, e sempre mi stupisco di quanto poco si parli della tua scrittura. Sono meccanismi strani che non capisco bene, ma da lettrice ho la presunzione di immaginare che molti e molti altri lettori vorrebbero leggere storie come le tue. Un saluto dalle Marche, Remo.

Sono due giorni che penso a queste tue poche righe, cara Monia, e vorrei poterti rispondere ma mi è difficile. Ti spiego: per risponderti vorrei avere a disposizioni almeno due bocche, ma forse tre sarebbero meglio, così da poter dire cose diverse ma vere, contemporaneamente.

Allora provo a risponderti con altro, cara Monia.
Il mio prossimo libro è sulla scrittura, per esempio, ma lo è ancora di più sul tempo e sui ricordi: sono l’unica cosa che ci resterà quando diremo addio a questo mondo.
I ricordi, e non i libri (anche se, io, ora, senza scrittura, senza lettura, senza libri non saprei vivere).

Sai Monia, c’è anche chi dice che io scriva schifezze. Alcuni ce l’hanno con me per partito preso, ma altri no, son sinceri.

Qui sul blog c’è un vecchio commento che incornicerei.
Una donna mi racconta di aver letto La donna che parlava con i morti, e mi ringraziava per averlo scritto. Ma il bello di quel commento era il modo in cui questa donna, di cui non so l’età e non ricordo il nome, so solo che vive a Genova, arrivò ad avere tra le mani il mio libro. Glielo avevo portato suo marito, che lavora in una discarica. Vedendolo galleggiare tra i rifiuti aveva pensato di avere una moglie che leggeva tanto e che forse avrebbe apprezzato.
Mi sono rimasti impressi tanto la storia del libro recuperato dalla discarica quanto questa donna, che dopo averlo letto mi aveva cercato su google, per scrivermi.
Ma non posso dimenticare nemmeno che qualcuno o qualcuna aveva pensato che quel mio libro meritava di galleggiare tra i rifiuti.

Quando si scrive, cara Monia, si soffre di depressione, perché ci si sente poco capiti, e si diventa dei frustrati. Sospettosi, anche.
Una volta (sempre a proposito de La donna che parlava con i morti) mi capita di ricevere una mail di una certa Silvia.
Diceva che il libro l’aveva stregata. Diceva che lei e sua sorella erano andate allo stand del salone del libro e ne avevano comperate due copie. Diceva altro quella mail, che io catalogai come scherzo di qualcuno (pensai, qui è qualcuno dei due tre che l’han con me e quando possono vanno in giro per la rete a dire che scrivo cazzate) così la archivia, ma non la distrussi.
C’è voluto facebook per capire che non era uno scherzo: quella Silvia esiste per davvero, e mi ha chiesto l’amicizia su facebook confermando quanto aveva scritto. Io non ho avuto il coraggio di dirle che aveva ipotizzato fosse uno scherzo.

Però son contento, cara Monia, quando tu e qualcun altro dite bene dei mie libri, chiaro. Mi va bene così, e mi basta così diceva Adriano Pappalardo in una sua canzone che ascoltavo al juke boxe quando ero ragazzo.

In fondo quando ero ragazzo io sognavo di scrivere un libro, mica altro. Ricordo un film, in bianco e nero: c’è uno scrittore che tutte le mattine aspetta che il postino gli porti buone nuove da qualche editore. Quello volevo, io: scrivere, attendere. Era meglio il sogno, ma non devo nemmeno lamentarmi.
La vita è bastarda e corre via, ho scritto nel quaderno delle voci rubate.
Ti abbraccio Monia, grazie.

PS Avrai tempo tra un mese a farmi da segretaria di redazione alla quarta edizione dei Racconti a quattro mani? E la signora T. che non sente da tempo farà ancora l’e-book?

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=A7q7Zgve2iI

i miei libri: il punto

E’ confermato, dunque: il 9 novembre esce il mio sesto romanzo, Vicolo del precipizio, con Perdisa. Sono contento di uscire di nuovo con Peridisa (a cui sono approdato grazie a Luigi Bernardi),  meglio un piccolo editore serio che uno medio grande ma menefreghista. Mai avuto, io, la fregola di pubblicare con l’editoria nota e potente (quella più distribuita, quella che ti fa guadagnare di più, quella che ti fa ottenere qualche recensione in più).
L’editore più grande con cui ho pubblicato è stato Newton Compton. Mi contattarono loro, avevo scritto Lo scommettitore (che, pubblicato da Fernandel, era diventato il libro del mese a Fahrenheit nell’agosto 2006 e che fu anche finalista per il libro dell’anno Fahrenheit) e sul mio blog avevo annunciato che stavo scrivendo un altro libro, La donna che parlava con i morti.
La Newton mi chiese la sinossi e un capitolo, dopodiché mi proposero un contratto. Dissi di sì a loro e ignorai altre possibilità: la Newton era stata la prima a farsi avanti e io diedi la precedenza alla casa editrice di Raffaello Avanzini.
(Non solo: La donna che parlava con i morti io l’avevo già proposta agli editori con cui avevo già pubblicato, cioè Mursia e Fernandel, appunto perché non vado alla ricerca spasmodica della grande editoria; dallo sguardo “a entusiasmo zero” dei miei interlocutori avevo però capito che era meglio battere ad altre porte).
A novembre, quindi, esce Vicolo del precipizio, il prossimo anno, invece, dovrebbe uscire un’antologia della Marcos y marcos con otto racconti noir (e uno degli otto è il mio) ambientati a Milano e dai quali verranno tratti dei cortometraggi. E con i racconti Marcos y marcos proporrà il cd dei cortometraggi (forse un cofanetto), che prima verrà trasmesso da Sky.
Il progetto è partito da alcuni giovani registi milanesi.
Intanto devo scrivere due racconti per due antologie e procedere con un altro romanzo, il settimo.
La situazioni dei miei libri è comunque questa.
Il quaderno delle voci rubate, che fu pubblicato nel 2002 dal giornale La Sesia (allora ero giornalista, ora lo dirigo) è fuori commercio. Il romanzo, che ebbe una diffusione solo locale, è in lettura da alcuni editori, per una ristampa.
So che la mia agente lo ha proposto anche ad editori stranieri. Vedremo.
Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel nel 2006, si trova ancora: basta scrivere alla casa editrice.
Dicono di Clelia, Mursia 2006, stessa cosa; credo che Dicono di Clelia sia il mio libro andato peggio. Poche recensioni, poche vendite. E’ in vebndita su Ibs.
La donna che parlava con i morti, Newton Cmpton 2007, è fuori catalogo e io sono rientrato in possesso dei diritti del libro. Per ora è al vaglio di Perdisa per una eventuale ristampa nel 2012.
Tamarri, raccolta di racconti (molti dei quali già comparsi in rete) pubblicati da Historica è ancora in vendita su Ibs.
Bastardo posto, Perdisa Pop 2010, è ancora in circolazione; in libreria si trova poco, la casa editrice comunque ha ancora copie; e a luglio farò un’altra presentazione, a Torino.
Il monastero della risaia, racconto lungo pubblicato da SenzaPatria, è ancora reperibile: in qualche libreria, su Ibs.
E adesso è quasi tempo di editing per Vicolo del precipizio, libro strano, questo. Il protagonista è un editor che lavora per un agente letterario e che insegue i ricordi suoi e della sua famiglia, in quel di Cortona, che è il mio paese. Alcuni ricordi sono boccacceschi, i richiami all’editoria, invece, hanno il sapore dell’invettiva. In pratica: il mio protagonista dice dell’editoria quello che ho sempre pensato e detto, in questo blog.
Ma il punto di partenza vero è stato il quaderno di mia madre.

la stretta di mano e il carillon

Tra le nove e le dieci di stamattina.
Ho parcheggiato dove c’è il viale più bello di Vercelli, ho il didietro appoggiato alla mia auto, sto aspettando qualcuno, e poiché l’attesa non sarà breve, calcolo più o meno venti minuti mezz’ora, ne approfitto per leggere.
Non è una bella giornata di sole, ma il tempo non è nemmeno malaccio, sicché sul viale un po’ di vita c’è: pensionati che vanno a spasso e, soprattutto, mamme con bimbi.
E tanti piccioni.
E io leggo, tranquillo.
Davanti a me passa un signore tra gli ottanta e i novanta: lui non sa chi sono io, io invece (basta essere un giornalista che non frequenta rotary o salotti ) so chi è lui: uno studioso, un ex insegnante, una brava persona.
Lo guardo un attimo, mi preme leggere.
Lui si avvicina e mi tende la mano.
Voglio stringerle la mano perché sta leggendo, solo per questo, mi dice, e se ne va.

Pochi minuti fa.
Sto cazzeggiando su youtube prima di rimettermi a leggere.
Trovo una canzone che pensavo di non conoscere: la ascolto, mi piace, mi fa però pensare che io, tanti anni fa, ma chissà dove e chissà come, conoscevo il ritornello, almeno quello.
Ci sono arrivato in pochi minuti.
Era la musica – e solo ora so di che musica si trattava: della colonna sonora di Giulietta e Romeo di Zeffirelli – di un carillon che regalai a mia figlia quando nacque.
Era il 1980 e io, che avevo 23 anni, volli farle il primo regalo. Sul carillon una ballerina girava su se stessa.

la strada

Davanti a casa mia c’è la Caritas. La disperazione, insomma.
Alla Caritas non so che orari facciano, di sicuro al mattino da lunedì a venerdì, poi non so dire. So che spesso, fuori, c’è gente che suona il campanello, implora, magari piange, spesso non capisce l’italiano.
Oddio, a volte vedi gente che vanno alla Caritas – ben vestiti, ben pettinati e ben muniti di telefonino – che proprio sofferenti non sembrano, ma i più lo sono, le madri specialmente.
E ci va il mondo, alla Caritas. Una volta non era così, una volta erano facce da stranieri. Ora no, non solo stranieri.

Saranno state le sette di sera. Sto uscendo. Appena in strada vedo due persone che stanno suonando alla Caritas. Faccio finta di niente e mi dileguo.
Quelle due persone, che suonavano con insistenza, erano una coppia, gente come me. Improvvisamente disperati.
Non potevano sapere, loro, che per i disperati c’è un orario: tutte le mattine da lunedì e venerdì.

E c’è, sempre vicino a casa mia, un signore che ogni sera dà da mangiare ai gatti.
E’ un uomo molto curato, sempre ben rasato, elegante, vive in una bella casa.
Quando mi vede mi saluta, sorride al mio bimbo se c’è (una volta gli ha detto: Guardando te i tuoi generi vedono il futuro, io non ho nessun futuro da guardare), a volte mi chiede del mio gatto zingaro.
Anche lui ha un gatto, bianco e rosso, che certe sere invece di seguirlo preferisce restare in strada. Guarda – gli dice – che resti fuori tutta notte.
In effetti vive al secondo piano di un piccolo, elegante stabile con porticina bunker, da cui non passa nemmeno una lucertolina.
Il gatto lo sa che se resterà in strada poi strada sarà. Tutta notte.
C’è una sorta di gioco, che dura minuti: il gatto guarda la strada, il suo padrone gli parla, tenta di convincerlo, ma lui niente, fa il sordo e, alla fine, se ne andrà, gatto ingrato.

perché la vita non è un puzzle perfetto

Ad eccezione di Bastardo posto, il titolo dei miei libri è venuto dopo (Il quaderno delle voci rubate; Lo scommettitore; La donna che parlava con i morti) oppure mentre li scrivevo (Dicono di Clelia; Vicolo del precipizio).
Titoli più o meno azzeccati, più o meno giusti. Dipende da tanti punti di vista.
Adesso sto scrivendo una cosa, per ora sono a cinquemila battute più appunti vari, che non so mica come andrà a finire, magari farà la stessa fine di altre dieci o quindi: cestinate.
Ma forse forse se mi va di scrivere questa cosa (diversa) è proprio per questo motivo: per la sua diverstà.
Dei racconti che camminano lungo le strade di una città, incrociandosi oppure no.
Perché la vita non è un puzzle perfetto, come certi film o libri.
E mi è venuto in mente un titolo, che può sembrare del cavolo, ma è comunque attinente: Il ciccione (voci di una città).

E’ stata da me un’amica, l’avevo rivista dopo vent’anni, alla presentazione di Bastardo posto a Milano.
Abbiamo cercato di ricomporre alcuni puzzle delle nostre esistenze: comuni amici, fatti visutti insieme. La mia memoria e la sua memoria: un puzzle comunque incompleto.
Quando l’ho salutata mi è venuto in mente il titolo: sarà brutto ma, vi assicuro, è attinente.

Se scrivi, qualcosa resta

Le prime pagine del mio sesto romanzo, Vicolo del precipizio, che uscirà il 9 novembre pubblicato da Perdisa.

Torino, luglio

La tazza è quella del latte, dei biscotti e di «sbrigati Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola».
Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, è sul terrazzino. Dopo che avrà finito di bere, porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a rincorrere i ricordi, scrivendo fino all’alba. La tazza è sorretta con la sinistra; la destra è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che questa tazza bianca lo ha seguito, sempre. E dovrebbe essere nata prima di lui, dalle mani di un cocciaio.
Fa caldo stanotte, a Torino. Sono le dieci e venti minuti e, ogni tanto, arriva qualche brezza di vento. Si è appena lavato la testa. Un rito: se non ha i capelli lavati non riesce a scrivere, né per altri né tantomeno per sé. Ha tutto quel che gli serve, qui sul terrazzino. Il computer portatile, due sigari toscani accuratamente tagliati in quattro mezzi, la compagnia discreta e silenziosa di Giada, la gatta che gli si sta strofinando tra le gambe, la fotografia che suo padre il mese scorso ha scattato alla mamma, di nascosto, al risveglio, mentre spalanca la finestra della camera da letto.
L’ha fotografata di spalle, babbo Felice. Oltre la vestaglia nera della mamma e i suoi capelli bianchi s’intravvedono alcuni rami dell’ulivo che salgono dal campo, sotto casa, e poderi lontani, verso la pianura della Valdichiana.
Il suo vecchio, quella foto, gliel’ha regalata due giorni fa – la solita visita veloce, un giorno e una notte, un altro giorno e un’altra notte con partenza al risveglio – quando Tiziano è tornato al paese. Gliel’ha allungata prima che partisse, incorniciata, senza dir nulla. Trattenendo le lacrime a stento, ché la Stefania non è più la Stefania.
Dopo averla messa a letto, quel che c’era da dire l’avevano detto la sera prima del suo ritorno, tra un bicchiere di vino buono e qualche biscotto fatto in casa, non è ancora tempo né di noci né di castagne.
Con la tazza del caffè ormai vuota e il cielo di Torino illuminato dalla luna piena, sta risentendo la voce del suo vecchio, ora. Gli sta raccontando di quel giorno di maggio, un lunedì, quando nella basilica di Santa Margherita sposò la Stefania. Alla cerimonia c’erano anche i genitori di Tito con Tito che venne sgridato, perché correva e smaniava proprio quando il prete, solennemente, diceva, «Felice, vuoi prendere tu questa donna come tua legittima sposa?»
«E pensare che sembra ieri» ha aggiunto, abbassando lo sguardo, solo due giorni fa, suo padre.
Ha pensato, lui poi, tornando in treno, che deve partire da quella frase,
E pensare che sembra ieri, per rimettersi a scrivere. Dai ricordi: se scrivi qualcosa resta.

Il marito (credo) e l’altro (suppongo)

Sto  passeggiando col piccolo fuori dal ristorante, un bel ristorante valsesiano, ottima cucina e buoni vini, il servizio è veloce, poca pausa tra una portata e l’altra nonostante il pienone, ché è tempo di prime comunioni. Il piccolo si stufa, e io ne approfitto per sgranchirmi le gambe: c’è un bel prato verde, fuori, ci son mucche, cavalli, il piccolo corre e io lo rincorro.
C’è anche una tavolata di gente fuori, sotto una tettoia. Non son vestiti da primecomunioni: magliette e jens, e tante risate.
Passo, mi allontano col piccolo.
Torno di nuovo, son distante da loro qualche metro.
La donna, maglietta bianca, pantaloni estivi blu “tagliati” sul polpaccio, ha alla destra il marito (credo) e alla sinistra l’altro (suppongo).
Perché succede questo mentre passo, e con la sinistra fumo e con la destra tengo il piccolo per mano.
Succede che il marito (credo) dica all’altro (suppongo): A d’voli ciulela ti?
Traduzione: Vuoi scoparla tu?
Silenzio assoluto, dopo queste parole.
Penso: qui magari finisce a schifio.
La donna si allontana, prende una sedia e va sul prato, chiudendo le palpebre, mentre il sole le abbronza il viso.
Rientro.

… le di nascosto osserva te, tu sei nervoso…

paradosso dell’editoria

Ancora Luigi Bernardi, in una vecchia intervista:

Nelle grandi case editrici, nessuno legge un testo se non è passato al vaglio di almeno un paio di “lettori” esterni. Questi lettori esterni sono spesso molto giovani, senza altra esperienza che la propria passione. È l’ultimo paradosso dell’editoria: un testo per essere valutato da chi se ne intende deve prima essere apprezzato da persone alle prime armi, pagate pochissimo, il cui unico interesse è raggranellare una discreta cifretta a fine mese

il giallo è imborghesito

Mi sono sempre piaciute le scritture popolari, perché sapevano nascondere dentro di sé straordinarie opere di frontiera. Il fumetto e la narrativa di genere avevano queste caratteristiche. Pian piano, soprattutto le narrative di genere, sono però andate a collocarsi in un segmento che, oltre all’evasione, prevedeva anche la consolazione. Sono, in altre parole, diventate bugie che non avevano più soltanto lo scopo di far divertire il lettore, ma anche quello, più subdolo, di regalargli sollievo. Se il mondo di tutti i giorni appare cinico e senza speranza, ecco che arrivano i narratori di genere, in particolare i giallisti, a dire che no, nelle loro storie il mondo può ancora essere cambiato, e il bene, i buoni sentimenti, la giustizia sociale, la redenzione morale e tutte queste belle immagini riescono ancora a trionfare. Non è un caso se il giallo è diventato la narrativa di bandiera dei lettori che potremmo definire “di sinistra”: il giallo propone un mondo che non c’è più, il lettore di sinistra lo riconosce come suo e vi si aggrappa disperatamente.

Cose dette da Luigi Bernardi in questa intervista.

ragazzi: educatamente lontani

E’ da più di un’ora che parlo, per l’esattezza un’ora e quaranta minuti. Mi hanno invitato a tenere una lezione sul giornalismo, ho accettato, dico sempre di sì senza mai chiedere soldi. Ho di fronte a me una ventina di ragazzi e ragazze di un istituto professionale religioso; c’è anche la loro insegnante, in fondo all’aula, seduta.
Ha parlato di giornalismo, e i ragazzi mi hanno ascoltato, ho parlato di internet, ho parlato di scrittura. Adesso, dopo un’ora e quaranta minuti, devo parlare di come si fa un giornale.
Cos’è una notizia. Come si scrive un articolo. Il lead. Le 5 W. La titolazione e l’impaginazione. I menabò…
Però mi accorgo, dopo un’ora e quaranta minuti, che questi ragazzi mi ascoltano, sì, e mi hanno pure fatto delle domande, certo, ma sono lontani.
Educatamente lontani.
Dico a me stesso: Vediamo come passare questi 40 minuti, che ho sete, voglia di caffè e di una sigaretta, e poi devo correre al lavoro.
Ho la sensazione che quei ragazzi si sentano delusi da me così come io mi sento deluso da loro.
Domando. Quanti di voi usano internet? Alzano la mano tutti. Quanti di voi sono su Facebook? Quasi tutti.
Quanti di voi hanno letto un libro che non sia un libro di scuola?
Nessuno.
Allora mi siedo. Vedo che quasi quasi si compiacciono nel dirmi “che leggere annoia”, che “tanto non ci sono libri che parlano della nostra vita”.
Li provoco. Dico loro: siete un branco di pecore, vi consolate a vicenda perché nessuno di voi ha letto un libro, ma sappiate che vi state facendo del male.
Affondo ancora di più il coltello.
Dico: Siete destinati a essere dei perdenti.
Parlo di don Milani, della scuola di Barbiana, e loro mi ascoltano.
Dico: Di sicuro non sarò io a convincervi a leggere libri e giornali, ma sappiate, e magari cercate di ricordarvelo, che sarete dei perdenti.
Dico: Ma lo sapete che la televisione vi ha fatto il lavaggio del cervello? Lo sapete che voi avete imparato a parlare un po’ dalla vostra famiglia e un po’ dalla televisione?
C’è una grande attenzione in aula.
MI guardano, vorrebbero dire qualcosa che non sanno dire.
Una ragazzina fa: Me lo dice anche mia madre…
Un’altra, mordicchiandosi le labbra: Lo sappiamo…
Cazzo penso guardandoli negli occhi: questi un libro non l’hanno mai letto ma sanno che affronteranno la vita sapendo di essere dei perdenti. Dei lavoratori interinali se va bene.
Dico loro che la colpa è della mia generazione, non loro.
Cerco insomma di fare un po’ di marcia indietro.
Mi sorridono, alla fine mi regalano anche un applauso.
Prima di andare a fumare una sigaretta bevo un bicchiere d’acqua gassata con la insegnante e la direttrice della scuola, una religiosa giovane e sveglia.
Mi fanno i complimenti.
L’hanno ascoltata con interesse per due ore, mi dicono.
Io però non sono soddisfatto di me.
Quando uno di loro mi avevo chiesto che autore leggere avevo detto, Provate con i racconti di Yates, sono meno noiosi di Pavese e Fenoglio.
Ma va bene anche Moccia, dico…
Ora so dalla direttrice e dell’insegnate che questi ragazzi non hanno una vita facile. E magari non hanno nemmeno i 14 euro necessari per comperarsi un libro.
Ripenso alla domanda-considerazione della ragazzina che mi ha posto almeno dieci quesiti: Ma c’è qualche scrittore che racconta la nostra vita?
No cara ragazza, non credo. Nemmeno io: vorrei ma non so, o so comunque troppo poco di voi.
(Sono stati gentili, comunque con me; m’han detto una bugia, per esempio: che leggeranno).