parlare da soli

Quando ero ragazzo c’erano quelli che parlavano da soli per strada, magari sbraitando.
Ne rammento uno, sempre incazzato, in bicicletta, urlava agli automobilisti, a volte senza un perché. Mi dissero che da piccolo aveva visto fucilare i suoi genitori (presumibilemte fascisti) dai partigiani. Il bello è che lo incontravo spesso nella libreria di una signora comunistissima.

Mi accorsi che le cose stavano cambiando quando nel 2006, presi l’areo per andare a presentare Lo scommettitore a Roma. Ci saranno stati sei, sette ragazzi venti trentenni che sembravano fatti con lo stampino: eleganti, ben pettinati, gel a go go, occhiali di marca, ventiquattrore. Pure loro parlavano da soli, a voce alta, come i matti della mia infanzia: solo che loro lo facevano al microfono del telefonino.
Parlando di affari, donne, cene. Alcuni a voce molto alta.

Ieril’altro. Vedo a una decina di metri da me uno che conosco e che non mi sta particolarmente simpatico. Uno di quelli che ti spiegano il mondo. E la luna. Una volta mi ha anche offerto l’aperitivo: lui parlava, io ascoltavo pensando ad altro.
Comunque. Lo vedo, e lui mi fa un cenno di saluto.
Poi dice: Fai un salto da me?
(Io penso che anche sua moglie non è il massimo…).
Rispondo: Ho fretta, sto andando al giornale (vero era).
E lui: Sto parlando al telefono, ciao.
Ciao, dico.
Ciao, mi dice (ma anche l’altro o l’altra al telefonino avranno sentito dire Ciao: che casino).

leggere un libro triste

Ho riletto Agota Kristof in Salento, durante le ferie. La trilogia. C’è un perché di questa lettura – a parte il fatto che la Kristof sia morta da poco, a parte il fatto che la sua scrittura mi piace (le frasi così scarne, come alberi spogli. E i verbi che cambiano – presente, passato remoto, poi presente poi ancora passato remoto – perché il tempo non ha tempo).
Il perché scelgo di rileggerla è la vita: che ha volte ti dà una spallata e tu barcolli, poi, brancoli.
Come dice la Kristof certe vite sono più tristi del più triste dei libri.

Allora, mancano due tre giorni alle ferie. Non vedo l’ora, sono stanco, più degli altri anni.
Ho voglia di leggere di notte, di camminare tra sabbia e mare, pensando, fumando la mia pipa (che in Salento è cosa strana, nessuna la fuma, e i bambini ti guardano strano se la fumi).
Ho voglia di andare in posti dove nessuno mi conosce.
E sto pensando a queste cose due tre giorni prima di partire, durante una cena nel basso monferrato con pochi amici.
Distrattamente sento un racconto…perché tra gli amici a cena c’è anche un medico, un chirurgo: si occupa anche di malattie brutte, tanto brutte.

Un bimbo sano e un bimbo malato, due fratelli, insomma. Cresciuti con attenzioni – è giusto che sia così – particolari verso il bimbo malato. Molto malato. Non sarà mai normale, insomma.
Succede però l’imprevedibile.
S’ammala il bimbo sano.
Ha pochi mesi di vita, c’è un maledettissimo cazzo da fare.
Imprecare e piangere.
Il bimbo quasi non si accorge di nulla.
Gli ultimi giorni però il bimbo è uno straccio: e non riesce nemmeno più a parlare. E quando suo padre torna a casa non riesce a dirgli Ciao Papà, e si dispera di questo, e piange. Poi muore. Fine della storia.
Triste più di un libro triste.
Più triste: perché vera.

Racconti a 4 mani anno 4°, così andò

Abbinamenti e votazione finale: così è andata (e diecimila grazie alla signora T. e mille grazie ai due giurati Stefania Mola ed Enrico Gregori).
Poi verrà l’ebookde I racconti a quattro mani quarta edizione con i primi sei che verranno impaginati per primi (il premio questo è) e la copertina di Mario Bianco

Irene De Sanctis e Mario Bianco La vedova d’Alfonso 51
E.l.e.n.a e Ivano Porpora Il volo 39
Gloria Gerecht e Francesca Ramacciotti La prima volta 31
Giulia Meli e Lasaramandra smoke on the water 28
Roberta Bianchin e Luca Briante La duecentesima rosa 24
Maria Giovanna Luini e Cristina Pasqua Lo strappo 23
Anna Costalonga e Lucia Tosi Una vita lunga 13
Cristina Vezzoli e Carlo Rossi La lentezza dell’organismo sferico e biancastro 12
Cristina Vezzoli e Martina Marini Lo Sgrumpio 12
Maria Lucia Riccioli e Mavie Parisi Tarocchi di Sicilia 10
Annalisa Ferrari e Donatella Righi Come fu che Malik perse il suo sogno 10
Cristina Bove e Fausto Marchetti La corsa e l’attesa 7
Sandra Mazzinghi e Fabrizio Tummolillo Sanfermines 7
Morena Fanti e Marco Freccero Pantaloni bianchi 5
Silvia Ancordi e Rita Zaghi Zucchero filante 1
Marco Crestani e Paola Mattiazzo Il foglio bianco è davanti a lui 0

Si vota

Si vota. Oggi, sabato e domenica.
Spariscono i commenti in moderazione, quindi.

I racconti son sedici, votarne sei è come avere un esercito con più caporali di soldati ma tant’è: sei su sedici e arrivederci e grazie.
Il primo racconto aprirà l’ebook, poi verranno secondo, terzo e via discorrendo, fino al sesto. Poi verranno gli altri, a caso.
L’impaginazione dell’ebook sarà curata dalla signora T., la copertina sarà di Mario Bianco.
Dopo il voto si conosceranno anche i nomi degli autori.

Modalità di voto.
Possono votare tutti i partecipanti con un commento che abbia due caratteristiche:
1, non sia anonimo
2, proponga una valutazione di sei racconti (non cinque o quattro: sei)
Al miglior racconto si daranno 6 punti: al secondo 5; al terzo 4; al quarto 3; al quinto 2; al sesto 1.
La giuria (composta da Enrico Gregori, Stefania Mola e se vorrà Monia Casagrande) avrà un peso specifico maggiore: 12 voti al primo, 10 al secondo, 8 al terzo, 6 al quarto, 4 al quinto, 2 al primo.
(Io e la signora T, ricordo, non votiamo: perché conosciamo i nomi degli autori).
Poi, alla fine, verrà l’ebook. Con nomi e cognomi.

Racconti a 4 mani/16

Zucchero filante

Adoro l’odore dello zucchero filato. Fin da piccolo lo avvertivo da lontano, nascosto fra i mille odori del Luna Park e correvo verso il carretto dove un uomo sorridente riusciva a fare enormi fusi di filo bianco dolce e molliccio, in cui affondavo i denti soddisfatto e mi ritrovavo con la faccia tutta appiccicosa. Il suo profumo penetrava nel naso e diffondeva un senso di abbraccio che mi rilassava. Anche le ciambelle fritte erano una tentazione ma mia madre le vietava per la mia tendenza alla rotondità. Era per mangiare lo zucchero filato che accettavo di andare al Luna Park. Come ora, per mio figlio e per lo zucchero filato. A dire il vero, quando era più piccolo, lo chiamava zucchero filante.
Non ho mai amato il chiasso e la folla. Per non parlare delle mille luci lampeggianti delle varie giostre. Rosso, blu, giallo, rosso, blu, giallo, all’infinito. Mi turbava tutto quel colore pulsante. La ruota panoramica invece era qualcosa di fantastico. Esiste giostra migliore?
L’emozione più forte era restare lassù, seduto dentro il cestello, fermo, con il cuore che batteva forte, a scrutare l’orizzonte e cercare con gli occhi il punto in cui il cielo si fondeva con la terra, un punto così lontano che non ho mai ritrovato. Nella terra dove non si distingueva più nulla, immaginavo mostri da sconfiggere e principesse da salvare.
“Vieni qua, devi stare vicino a noi” ripeteva mio padre quando mi allontanavo per vedere i pesci rossi nuotare in circolo dentro bocce di vetro così piccole da far venire la claustrofobia. Sarebbe, pensavo, come tenere un uomo in una vasca da bagno: non è poi così comoda!
“Angelo, tieni i gettoni per le giostre. Quando sono finiti questi andiamo a casa” diceva mia madre mettendomi una decina di monete di plastica colorata in tasca. Mi chiedevo perché non potessi usare i soldi di carta del monopoli che secondo me valevano di più, e avrei potuto fare più giri. I gettoni, adesso, esistono solo per le giostre dei bambini nei centri commerciali. Se vai nei parchi paghi un ingresso, spesso salato, e accedi a tutte le attrazioni, ora le chiamano così. Mi spiace non ripetere il gesto di porgere il gettoni al giostraio che passava con il barattolo, udire il tintinnare del metallo, come autorizzazione per poter gioire ancora una volta di un volo, di un giro, di due urla di spavento.
Mi piaceva molto osservare mio padre che tentava di vincere il peluche gigante a forma di cane sparando su lattine disposte a triangolo come un castello di carte. Posava il  fucile sulla spalla e, dopo avermi fatto l’occhiolino, sparava nel mucchio. Non aveva mira e quelle non cascavano mai, neppure quando diceva “Hai visto che le ho prese?” e io annuivo per farlo contento.
Non capivo perché i peluche erano sempre di improbabili colori: il cane giallo, l’elefante azzurro, la balena rosa. Giusto la rana era sempre verde, forse per farle un dispetto.
Ora che sono padre è tutto diverso: la ruota panoramica è la giostra più sfigata. “Vuoi mettere le montagne russe?” dice mio figlio per convincermi a fare un giro che in trenta secondi ti permette di vomitare l’intero pasto appena ingerito.
Il missile, le montagne russe, la nuvola, il galeone dei pirati mi scuotono fino dal profondo, risvegliano in me la paura della velocità o dell’altezza e non riesco nemmeno a pensare. Tutto si addensa in pochi secondi, brucia dentro l’adrenalina che esplode. È un viaggio mentale, e ne esco sempre shakerato, come dice mio figlio ridendo soddisfatto. Gli piace l’idea di diventare per qualche secondo più coraggioso e forte di me. Poi entriamo nella sala degli specchi come quando ero piccolo e in alcuni ritrovo la mia immagine tonda e burrosa di quell’epoca, in altri sono così basso da sembrare io il figlio e lui il padre, alto e magro.
“Papà, queste sono giostre antiche” dice facendomi sentire un relitto mentre mi trascina verso la nuovissima attrazione in 3D. Fingere di essere su un carrellino che percorre una miniera sotterranea è divertente. Come pure navigare dentro un fiume con le rapide e il rischio costante che la canoa si ribalti per la corrente vorticosa e le rocce che affiorano dal fondo scuro. Solo quando si riaccendono le luci ricordo che è tutto finto, tutto inesistente e noi ci troviamo nella pianura piatta, arida a volte. Mi piace questo mescolare la realtà dei sensi e scoprire il profondo coinvolgimento della realtà virtuale.
Mia moglie si rifiuta di venire con noi. Dice che è un modo stupido per buttare dei soldi, ma sospetto che voglia lasciarci soli, permettere a noi due di trascorrere del tempo insieme.
Dopo qualche ora di gioco ci fermiamo al carretto dello zucchero filato dove una giovane straniera ci sorride mentre affusola i cristalli di zucchero dopo aver chiesto “Volete bianco, rosa o azzurro?” ne gustiamo uno ciascuno, rigorosamente bianco, e troviamo la complicità che non ho mai avuto con mio padre. Fortuna, almeno lo zucchero filato è rimasto, quasi, quello di una volta.

il… bravo sindaco (intermezzo salentino 2)

Mi son chiesto: possibile che nessuno commenti?
Scusate, scusate e ancora scusate: il rincoglionimento postferie mi aveva fatto dimenticare che avevo messi i commenti in moderazione (con la signora T. le cose insomma funzionavano meglio).

Secondo post sul Salento: l’ho scritto nel sito del giornale che dirigo.
Titolo (fatto da una mia collega):
Applausi al sindaco: sarà pure ladro ma chi se ne importa.

tutte le direzioni (intermezzo salentino 1)

Mentre aspettiamo l’ultimo racconto, vi propongo alcuni appunti da turista. I turisti, si sa, dicono minchiate per non morir di caldo e depressione.

Intermezzo salentino, 1
Saranno le cinque di un pomeriggio qualsiasi.Ché tanto in vacanza lunedì o domenica son lo stesso, perché star lì a controllare, no?
Sono a S., devo fare benzina. Fa caldo, ho sete, e così, mentre faccio il pieno,penso che devo fermarmi a bere qualcosa, e se per primo incontro un bar sarà un bar, se sarà un supermercato sarà birra Dreher, in Salento tutti bevono birra Dreher. Prima di pagare il benzianaio l’occhio cade. patatunpintun, sulla targa della strada: Via Carlo Alberto re d’Italia, c’è scritto.
Fa troppo caldo per fotografare, ma il Salento è così: birra Dreher e “tutte le direzioni” indicano i cartelli.
E comunque, incrocio per primo un piccolo supermarket. Scende mia moglie. Io mi accendo la pipa e, fumando con la testa fuori dal finestrino, resto in macchina col piccolo, che dorme.
Sono sotto un ulivo. Fa caldo, ma non troppo, quindi.
Sotto l’ulivo c’è un contenitore blu della carta.
Carta, c’è scritto. Comune di S.
Da un ramo dell’ulivo scende una cardicella in cui è legato un apribottiglie.
E mentre penso a Carlo Alberto re d’Italia (e perché no? imperatore di tutte le russie) vedo che si avvicina un tipo, birra Dreher  in mano. E’ del posto, perché punta subito l’ulivo con apribottiglia penzolante, apre la sua Dreher, se la scola, mi guarda, fa un ruttino, educato però, non sveglia nemmeno il piccolo, e un verso di auto-compiacimento per la bevuta tutto-d’un-fiato, quindi scaraventa la bottiglia nel contenitore della carta.  Se quelli del Comune scrivono che Carlo Alberto è stato re d’Italia che vuoi che sia una povera bottiglia Dreher, per di più scolata, nel regno della carta?

Racconti a 4 mani/15

Come fu che Malik perse il suo sogno

La motoretta doveva essere rossa.
Di questo Malik era sicuro. Si sedeva sulla collina, appoggiato a un cespuglio, e voltava le spalle alla città, puntando lo sguardo all’acqua lontana. Chiudeva gli occhi. Chiudere gli occhi era necessario: ingrandiva il rumore del fiume che, affamato di spazio e di caduta, precipitava e rombava portando con sé il terreno secco sfiorato dai suoi palmi, l’aria calda che gli respirava addosso, la camicia strappata e il buco allo stomaco. Così, poteva vederla bene, la sua motoretta, e lucidarne i metalli cromati, facendo splendere con uno sputo deciso e un panno robusto il sedile di cuoio, e riempiendo il serbatoio dietro al grande fanale che avrebbe illuminato loro la strada quando fosse venuto il momento.

Le gerbere dovevano essere gialle.
Oppure rosa. Samirah cambiava spesso idea, almeno tante volte quante cambiava il vestito prima di accettare con buona grazia di far visita alla zia Nabilah, che bisognava tener buona e onorare con cortesia, prima che il demonio del pozzo, per punirle dello scarso rispetto, cavasse loro un occhio ciascuna, come alla moglie del mercante e a sua sorella. Per quanto, Samirah pensava a volte che sua sorella si sarebbe meritata di rimanere senza un occhio, visto che le rubava sempre il vestito a fiori e le sandalette bianche con i buchi, che avrebbe messo con la fascia rossa sui capelli e il mazzo di gerbere in grembo. Gerbere gialle, oppure rosa, questo era da vedere.

La casa doveva essere quella ocra, l’ultima dopo la svolta del sentiero che abbandonava il villaggio.
Il tetto appuntito sfociava nel loggiato, per ripararsi dalla luce del giorno, e il cortile era interno, con le palme a svettare spumose, dove trascorrere le serate con i bambini in giochi di biglie di terra seccata. E anche, dovevano esserci i limoni e gli aranci, che fanno succosa abbondanza, e l’ibisco con le sue corolle opulente e i gelsomini a contornare le finestre.
Una casa perfetta per Malik e Samirah, così doveva essere.

Poi Malik è sceso dalla collina dove portava il gregge a racimolare sterpi e ramaglie, ha svuotato le sue tasche e quelle dei fratelli. Il gruzzolo riluceva sulla stuoia al centro della stanza, sotto la luce della lampada di pelle di capra. Non era più tempo di restare, non c’era posto per tutti nella casa del padre. Per lui, Mbatu ha indossato il copricapo e versato sangue di bue, e ha danzato sotto il Grande Albero. Ora Malik è pronto, in tasca la piccola pietra nera di ossidiana a proteggerlo, sulla spalla il fagotto di sua madre e in testa un pensiero per non dimenticare.

Il rumore del fiume è scomparso, e davanti ai suoi occhi si muove pigra la schiena chiara e verde del mare, che è così grande da mangiarsi ogni spazio e ogni possibilità e così fiocamente rumoroso da imporre a tutti il silenzio. C’è il sole, oggi, e la città alle spalle si è già dimenticata di Malik e degli altri che lo spingono, muti, verso la passerella, e sfiorano la sua pelle sudata, urtano sgarbati la schiena rigida, si accomodano accanto a lui sulla panca affollata e stringono i corpi per far posto. Un uomo ha i capelli grigi e racconta piano che quello sarà un buon viaggio, tutti seduti, mare calmo, c’è acqua e un filo di speranza, e un paese dove il palo del mondo tiene alto il cielo e si potrà crescere. Malik vuole sapere se in quel luogo si potranno anche trovare motorette rosse, e se lui potrà portarci Samirah, e se si faranno fotografare seduti sul sedile di cuoio. Lui indosserà un abito con i bottoni e un paio di scarpe robuste, e avrà in mano una sigaretta; lei avrà una fascia rossa in capo e un mazzo di gerbere e le sue sandalette bianche.
Malik vuole sapere, ma non chiede. È un mondo nuovo, quello, e si vergogna. Così tace, e continua a lucidare il suo sogno.

Ben presto la schiena del mare si gonfia, la percorrono crepe gorgoglianti, spinte dal vento che straccia, scuote e spazzola le vesti e le facce silenziose. Ogni viaggiatore guarda avanti nell’angolo visuale improvvisamente ristretto, sempre mutevole, e il fissare diventa l’àncora in un mondo senza confini. Cigolano i legni, piangono la loro lunga esistenza, offrono il ventre screpolato alla ruvida forza del sale. Malik sospinge lo sguardo oltre la prua, dove s’inarca lo scafo e scoppiano boati di madreperla: eccola, ora la vede, come l’aveva sempre immaginata, Nabuch, la Regina delle Acque, avvolta nella sua spuma scintillante, che offre le lunghe braccia, li accarezza sulla cresta dei flutti e li chiede per sé.
Ma più indietro, tanto più indietro, sul patio polveroso, le preghiere di Samirah si alzano forti e precise a spingere avanti la nave sconosciuta, ché arrivi nel mondo nuovo col suo carico scuro e amato.

Nel mondo nuovo ci sono campi di pomodori, rossi come il sangue dei buoi della prateria, frutti succulenti che Malik deve strappare alle piantine prostrate sul terreno e infilare in grandi secchi da svuotare sul carro. Nel mondo nuovo le motorette sono rosse, blu, nere, con i cerchioni cromati e lucenti, i sedili in pelle morbida, e appartengono ai padroni. Malik ogni sera, steso sul vecchio materasso, conta gli spiccioli, monete di troppo poco valore per comprare un sogno. Il sonno arriva e non lascia tempo per guardare la luna o le stelle, così spente e solitarie nel mondo nuovo. L’alba giunge presto, caliginosa e soffocante; non ha colori che incendiano le nuvole e vapori rosati che inarcano il cielo. Con il mattino giungono i distributori di braccia, a portare Malik e gli altri sulle strade polverose che separano le piane, e a pagarli con scarse monete.
E qui l’acqua è lontana, il tempo poco e la fatica troppa, per poter sognare. Malik raccoglie, dorme, raccoglie, impara parole nuove e straniere, raccoglie, ha una maglietta rossa e un nuovo paio di scarpe di pezza. Se passa una motoretta, non si gira più a guardarla.

Più indietro, tanto più indietro, su un patio polveroso, qualcuno vede seduta una ragazza con un vestito a fiori. Che farà Samirah con le sue gerbere?

Racconti a 4 mani/14

Il volo

Il corteo avanza veloce.

I bambini sono stati lasciati a casa.
“Alla rupe! Alla rupe!” si sente urlare. Di me, parlano. Il loro tormento è il mio nome. Il mare rumoreggia e spuma.
Ora si sente soltanto il rumore dei loro sandali, che, rapidi, si avvicinano alla scogliera.
Io non ho paura. Ho smesso di averne quando mi hanno scelto.
“Alla rupe, alla rupe!” hanno urlato a più riprese. E io a sorridere come fossi stata la regina del mondo nel punto in cui il mondo s’inerpica verso il cielo. In quel momento ho smesso di aver paura. Qualcuno mi ha vista impallidire, ma era stanchezza. Ora stanca non lo sono più
“Barbara”, dicevano, urlando sottovoce. Io pensavo “Eccomi”, e ho poi detto “Eccomi”. Ancora non sapevo che cosa m’attendeva, e ho sorriso. Ancora non avevo capito che avrei smesso di aver paura perché in quel momento la morte era entrata in me. Forse mi hanno scelto proprio perché sapevano che non avrei avuto paura. Non credete che ci sia un destino a determinare il nostro stare al mondo? A misurarne spazi, tempi, luoghi, necessità?
Io sono qui perché devo essere qui.
Hanno facce livide, abbruttite e occhi di fessura. Poi torneranno a casa con la coscienza mondata dei loro peccati, abbracceranno i figli sui quali non ricadranno colpe. Quelle no. Il senso di un qualcosa di irrimediabile, forse.
Questa terra rossa è dura, arida e solcata dal sole quanto le loro menti. Imbattuti i cuori.
Procedono come ciechi privati del cane guida. Sbattono gli uni contro gli altri per la furia di arrivare in cima e la fretta di lasciarsela, poi, alle spalle. La scogliera domina una gola stretta. Il vento fa il suo giro e qui torna a squassare il respiro e i passi. Il calore è un baluginio all’orizzonte, lungo il filo di lama del mare. Il sacrificio si sta per compiere e io non ho paura.
Le donne son cagne, gli uomini duri come sterco lasciato al sole. I loro figli, tutti storpi. È da un anno che i figli di questo popolo nascono storpi. Prima il figlio del macellaio, poi quello del biscazziere. A uno il braccio s’arrestava alla mano, come a limitargli la presa; all’altro mancava l’orecchio.
“È nato senza orecchio!” urlò il cugino, ridendo sguaiato a tavola e brindando alla sua schiava, che gli avrebbe partorito tre giorni dopo il primogenito. “A lei, che quando le mogli son terreni incolti le schiave sono piantagioni!” E giù un boccale a ridere per lei che, tre giorni dopo, il primogenito gliel’avrebbe dato davvero. Nato senza occhi, cuciti come la borsa dell’avaro; e Dio preso a parole di fuoco.
La rupe è adunca come il naso di una vecchia. Era là che in tempi lontani venivano gettati i figli storpi o non voluti; là che fece il suo volo, in una notte di pece, il figlio del biscazziere. Il padre non lo si vide piangere, ma bere; a chi gli chiedeva dov’era finito quel figlio ancora senza nome rispose girandosi piano “Figlio? Quale figlio?”
Io sfioravo la mia pancia, immaginando una sventura di lì a poco condivisa. E invece.
“Barbara!” si dissero al parto le bocche semichiuse e tumide di chi progetta un assassinio.
E non me lo perdonarono. Io, la tessitrice, che attiravo le elemosine di fronte alla chiesa perché sciancata da una caduta, sin da quando ero bambina, partorii una figlia bella, la pelle liscia, i capelli sottili.
Maddalena, l’avrei chiamata. E Maddalena non ha il maleficio di una privazione. Il peso di un marchio di dolore.
Nemmeno il tempo di tagliarle il cordone e le parole volarono di bocca in bocca come sassi a lapidare la nostra sorte. Dalla levatrice alle altre donne e poi agli uomini che tornavano dal mare, le reti a secco e pochi pesci per sfamare.
Poi, una processione. Tutti a vedere. Tutti a stupirsi prima e a sussurrare; poi ingiurie. Le voci montavano come marosi in tempesta. Si fecero più alte. Le cagne diventate lupe assetate di sangue; gli uomini cinghiali. Affilarono i denti e dissero che non era giusto. Era, peggio, un affronto.
Gli uomini si guardarono, capendo che dovevano fare qualcosa. Subito. Per sedare tutta la rabbia di essere così impotenti di fronte alla vita.
“Barbara!” si dissero, le bocche semichiuse e tumide di chi progetta un assassinio.
“Solo una strega poteva interrompere il sortilegio che il fato ci ha riservato!”.
“Strega!”, si dicono ancora su questa rupe.
Sono tutti d’accordo. Non si leva una voce contraria; nessuna compassione. Sono loro, i giudici di questo destino che li ha resi genitori di figli storpi, segnati per sempre nella loro sorte di reietti. Le donne, che hanno sfiancato i loro ventri pur di riuscire a figliare. Le ragazze, che sanno di non avere un futuro perché nessuno le vorrà più, portatrici di una matrice marcia che mina i corpi come una malattia di cui nessuno conosce il rimedio. Gli uomini tutti, grandi e piccoli, che sanno di non avere nulla da offrire se non un seme infetto. Nessuno sa di chi sia la colpa. Ciascuno la sente su di sé con la forza di un peso che non sa sopportare. Che è peggio della fame, del dolore di una ferita di lancia, del travaglio di un parto.
Le donne mi guardano, in attesa; alle loro spalle i cani ringhiano.
Dio intanto ha scelto di prendere una corda e appendersi al ramo della grande quercia, accanto a un burattino di legno messo tempo fa.
Prendete pure la mia vita, penso. Tenetela, penso, e forse lo grido.
“Tenetevela, la vita!”, grido stavolta davvero.
La scogliera è alta. Sotto, gli spuntoni cambiano colore se bagnati dal mare. I cani ringhiano più bassi e minacciosi; le donne mi puntano.
“Tenetevela!” urlo di nuovo. La voce del mare aumenta il proprio clamore.
Maddalena è già lontana, ormai.
Sono sull’orlo del precipizio.
Guardo giù e penso che non ho paura.
Le loro mani non le vedo perché chiudo gli occhi.
Le sento. Sento le loro mani. Prima di darmi la spinta sono colpi violenti contro di me.
Sono pugni. Sento le unghie. Sono graffi. Le loro voci, ormai indistinguibili.
Un urlo collettivo che sale dalle loro viscere e si propaga riecheggiando nella gola sottostante.
Nemmeno il rumore del mare riesce a tacitarlo.
Poi, come ad ubbidire ad un comando che non vedo né sento, le mani tutte mi spingono.
Inizia il mio volo.