L’oste

Oggi non ha resistito, e ha aperto la serranda.
Sono ancora vivo, dentro però non potete entrare, dicono i suoi occhi alla gente che passa.
Cucina casalinga, si spendeva poco, non lavorava per diventare ricco.
Non riaprirò più, dice. Poi piange.
È vecchio. Stanco, Sconfitto.
Tovaglie bianche sui tavoli.
#vittimecovid

Certezze

Siamo i personaggi e gli interpreti di un brutto libro. Non conosciamo il finale, non conosciamo chi lo sta scrivendo.
Sappiamo poco, eppure tanti urlano.
Le certezze, già.
Mamma, metti una mano sul mio pancino che così mi passa il maldipancia.

Due recensioni e una pagina di giornale dedicata a me, anni fa

Due recensioni al mio nuovo libro:
QUESTA di Stefania Nardini su Artapartofculture

e QUESTA di Natham Greppi su Off

(c’è chi viene intervistato dalla Rai, chi dal Corriere eccetera, eccetera, eccetera, eccetera. Qualche rara volta ho beneficiato anche io di qualcosa di importante, per esempio Fahrenheit, di Radio Rai tre. Nel 2006 Lo scommettitore, edito da Fernandel, divenne libro del mese e fu finalista del libro dell’anno Fahrenheit.
(Oddio, mi andò bene ma fui anche un po’ sfigato: se il tuo libro diventa il libro del mese a luglio come premio hai delle locandine in tutte le librerie Feltrinelli il mese successivo, cioé agosto…)
E poi. Nel 2008 il giornale Liberazione mi dedicò una mezza pagina, dove ospitarono una mia intervista. Era un’intervista da incorniciare, o forse no: LEGGI QUI

Sette al giorno

Ho sempre fumato.
Prima sigaretta a 12 anni. Era una windsor. Al fiume Sesia, di nascosto. Una windosr, poi un’altra. La sera mi addormentai ripensando al gusto di quella sigaretta.
Poi ho continuato a fumare qualche sigaretta. Notte prima degli esami (diploma), nei miei sette anni di fabbrica. Ms, a volte Marlboro, spesso sigarette senza filtro. Ma anche alcune boccate di una pipa, trovata in un cassetto all’oratorio.
Poi succede che mi iscrivo all’università, anno scolastico 1982-83. Mattino a Torino, facoltà di Lettere, pomeriggio a Vercelli, fabbrica. La notte per studiare. Imparo così a dormire poco, pochissimo. Quattro ore di sonno. Ma stare sveglio dalle 23 alle 3 di notte è dura: per farlo ho degli alleati: una caffettiera da tre, uno o due pacchetti di patatine Fonzies, la mia gatta Lilli che ogni tanto mi saltava in braccio, le sigarette. Cominciai a contare quante ne fumavo. La media era 28.

La faccio breve ora.
Non era solo una questione di stare svegli la notte. Fumare mi piaceva e mi piace, fumare fa male. Soprattutto se le Marlboro sono 40. Così ogni tanto passavo ai sigari, o alla pipa. Il fumo del sigaro, già.
Ricordo una delle tante volte che avevo smesso. Era una domenica mattina, passeggiavo da solo per Vercelli. A un tratto mi domandai: perché sto facendo questa strada? Dove sto andando? La riposta: stavo seguendo un uomo che fumava un sigaro toscano. Inseguivo il fumo, non lui.
Ho sempre fumato, a volte ho smesso, da anni fumo la pipa, incessantemente, dal primo caffé fino alle 3 di notte, prima di andare a dormire. Fumo tanto quando sono teso, fumo ancor di più quando scrivo.
La pipa è diventata parte di me. La prima parola che ha pronunciato mio figlio Cico non è stata né mamma né papà, ma pipa.
E comunque. Giorni addietro colgo dei segnali che non mi piacciono, provo a ridurre, solo qualche pipata al giorno. Va meglio. Ma ridurre la pipa è un casino…
Mi torna così in mente il papà di una mia amica, tabagista. Per diminuire andò dallo psicologo, si fece ipnotizzare. Risultato: da 40 e più cominciò a fumare 5 sigarette al giorno, a orari precisi.
Da giorni sto facendo così anche io. Autoipnosi (un esercizio imparato anni fa) e sette sigarette. Sette merit. Due al mattino, due al pomeriggio, tre per la sera o notte, per la scrittura insomma.

Anche mio nonno, che è morto a 89 anni, fumava incessantemente: sigari (al contrario) e la pipa. Fumava o davanti al camino o sull’aia. Credo che fumasse un tabacco diverso, però… Un po’ come il latte, che era diverso anni fa: niente antibiotici, niente estrogeni.
Discorso lungo, questo.

Una scrittura distante e i turchi

Sto leggendo un giallo di un autore giovane, molto quotato. Il libro è ben scritto, ma c’è un ma: non mi prende. Ha ritmo, la scrittura è decisamente notevole. Elegante, ma al punto giusto. Insomma è un libro che ha tutto. E piace. Difficile da spiegare perché non mi prenda. Ho la sensazione del libro costruito, di un autore insomma che ha imparato i segreti del mestiere, forse troppo. La mia sensazione? Che il libro lo abbia scritto un robot.

Vado di palo in frasca, ora. Ho appena visto una serie su Netflix. Si intitola Innocent.
L’ho vista con interesse, è un mondo lontano a noi, la Turchia.
Ho un ricordo sulla Turchia e sulla paura di ciò che non si conosce.
Una quindicina di anni fa, quando dirigevo il giornale storico di Vercelli La Sesia, vennero da me alcuni ragazzi turchi, che erano a Vercelli per uno stage. Volevano vedere un giornale da vicino. Li incontrai due volte, poi arrivò il giorno dei saluti. Mi regalarono un tappetino per il mouse (perché lei è un uomo libero, mi disse una ragazzina) e poi mi raccontarono del loro soggiorno vercellese. Mi dissero che la sera non erano mai usciti. E perché?, domandai. Avevamo paura, risposero.

Innocent me li ha ricordati. E comunque: è proprio vero che i turchi fumano tantissimo.

Alla prossima

Una pagina da Forse non morirò di giovedì

Questa è una pagina tratta dal mio nuovo libro, Forse non morirò di giovedì, che racconta di Antonio Sovesci, direttore di un giornale di provincia. E’ una pagina a cui tengo (anche i miei personaggi, come me, collezionano ricordi).

Perché non sono andato al bar di Dessì? La domanda se l’è posta entrando nella “Torrefazione Noemi”, che non frequenta da anni e che, da anni, ogni qualvolta ci passa davanti, evita di guardare. Quando ripensa ai giorni più felici della sua vita, Sovesci ripensa a questo bar, che da quando Simona è andata via ha cercato di cancellare dai suoi pensieri.
Stamattina, invece, c’è entrato senza pensarci, come sospinto da una forza sconosciuta.
L’arredamento del piccolo bar-torrefazione è un po’ cambiato. Il pavimento di legno è lo stesso, rivede le scarpe da ginnastica di Simona che lo calpestano. Simona aveva un’eleganza tutta sua: maglioni e giacche eleganti, ma abbinati a blue jeans; e Superga bianche, oppure nere; calzini bianchi.
Spremuta di limone per lui, di arance per lei. Caffè doppio per lui, caffè d’orzo con una brioche alla marmellata di albicocche per lei, che poi gliene offriva un morso. Erano felici. Dal bar potevano salutare la finestra della loro casa, al quinto piano del condominio color granata, dall’altra parte del viale, tra i rami e le foglie. Al di là della vetrina, mentre si stringevano la mano sotto il tavolino, specialmente quando lei era triste, potevano osservare il mondo variopinto di umanità che transitava davanti ai loro occhi.
Le succedeva spesso, di essere triste.
«Stammi vicino, ho voglia di piangere senza sapere perché. Vuoi consolarmi dicendomi qualcosa di carino?»
Dietro la sua voglia di piangere c’era un profondo senso di insoddisfazione. Prima di sposarsi, la sua vita era stata un susseguirsi di studi interrotti e di lavori abbandonati. Due gravidanze andate male nei primi anni di matrimonio avevano aumentato le sue insicurezze. Voleva fare qualcosa, poteva andare bene tutto, riprendere gli studi, oppure un lavoro da commessa, scrivere. Scrivere articoli per il giornale?
«No Antonio, ti metterei in difficoltà.» Lui cercava di starle vicino e di consolarla. «Simona, lo sai, io credo in Dio e credo che ci sia un aldilà. Giorni fa ho però pensato che a me di andare in paradiso non importa. Il paradiso sei tu, è questo bar, è la nostra colazione.»
Era scoppiata a piangere, lei, e quel giorno fu un grande giorno. La sera a cena, poi una lunga notte di carezze e di parole dolci. Ma il senso di insoddisfazione sarebbe tornato presto, un po’ come certe malattie di cui non ci si libera.

Senza sogni non è vita

E’ un’unica, grande e brutta storia di sottrazioni, perdite.

Chi ha perso la vita, chi una persona cara magari morta sola, o suicida, chi la libertà che gli è cara come la libertà, chi la serenità, chi la voglia di vivere, chi una carezza, un bacio, chi un pezzo della propria esistenza che mai tornerà, chi la fiducia, la speranza e, infine, i sogni. Senza sogni non è vita.

Madame umanità

Scritto su facebook ad aprile 2017. Confermo tutto.

Studente (come tutti) poi, a 19 anni, la fabbrica, poi, a 26, iscrizione a lettere, studente lavoratore e pendolare insomma, poi, disoccupazione e lavoretti vari, poi, a 28 anni, due anni come portiere di notte, poi, a 30, correttore di bozze al giornale La Sesia, poi, a 32, l’assunzione fino a essere nominato caporedattore e direttore, dal 2004 al 2014. Il tutto inframmezzato dalla pubblicazione di libri per piccole o medie case editrici, e presentazioni, e contatti con scrittori, editor, editori, blogger, lettori eccetera. Ultima esperienza, 14 mesi come assessore. Mi volto indietro e se devo regalare un sorriso lo regalo ai miei anni di fabbrica. Un mondo duro, di ruffiani, anche, di umiliazioni. Ho visto gente piangere. Prendersi a botte. E si parlava di figa di calcio e d’altro ma c’era, come dire, un’ umanità che non ho più ritrovato. A chi mi dice che quelli erano altri anni rispondo che quell’umanità l’ho incontrata anche in carcere, tra i detenuti, quando, per due anni, feci dei corsi di scrittura. L’umanità degli ultimi, insomma, che non ti insegna nessun libro.

Si nasce tutti pazzi

ESTRAGONE Allora andiamo?

VLADIMIRO I pantaloni.
ESTRAGONE Come?
VLADIMIRO I pantaloni.
ESTRAGONE Vuoi i miei pantaloni?
VLADIMIRO Tirati su i pantaloni.
ESTRAGONE Già, è vero. (Si tira su i pantaloni. Silenzio).
VLADIMIRO Allora andiamo?
ESTRAGONE Andiamo.
Non si muovono.

(Samuele Bcckett, Aspettando Godot, ultime battute)

(Alcune pagine prima: che sia il vero finale?):
ESTRAGONE Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano.

Un premio. E poi la fortuna o meno

Scrivo da vent’anni, in tutto ho pubblicato tredici libri, undici sono romanzi e due sono raccolte di racconti.
Per pubblicare, in genere è andata così: invio del manoscritto, risposta dell’editore magari dopo anni, oppure anche solo dopo un mese (per esempio con Mursia. Furono veloci a rispondere, poi però aspettai anni prima di vedere il libro pubblicato.)
Con la Newton Compton non andò così. Estate del 2006, il mio libro Lo scommettitore edito da Fernandel è libro del mese di Fahrenheit (Radio Rai Tre). Sul mio blog scrivo che sto scrivendo un nuovo libro. La Newton Compton mi contatta e firmo un contratto per un libro che è ancora da scrivere.
Titolo provvisorio: Uno di quei giorni. Uscirà con il titolo La donna che parlava con i morti.
Vent’anni di scrittura, pochi soldi guadagnati, tanti maldipancia (l’editoria è un bastardo posto, mi scrisse Luigi Bernardi) e un isolamento in parte volontario.
Ogni tanto qualche soddisfazione. Il mio nuovo libro, Forse non morirò di giovedì, Golem edizioni, è arrivato primo (ex equo) al Premio letterario internazionale di Cattolica.
L’altro libro arrivato primo lo ha scritto Maria Antonia Avati (figlia di Pupi Avati): A una certa ora del giorno, edizioni La nave di Teseo.
Vent’anni di scrittura, tredici libri e due riconoscimenti insomma. Fahrenheit nel 2006 e questo, in questo assurdo anno.
Non sono finalista allo Strega, insomma, né pubblicherò il prossimo libro con Mondadori o Feltrinelli o affini.
L’ho già scritto un’altra volta, mi pare.
Non penso di essere stato fortunato, perché forse (ma è anche colpa mia) non ho raccolto quanto ho seminato.
Ma penso anche di essere fortunato. Penso che ci siano altri scrittori che non hanno avuto la mia stessa fortuna nell’ottenere risposte dalle case editrici.

Giorni che restano/1: Remo, devo dirti una cosa

Sono giorni senza sogni, questi. E allora torno indietro con la mente, a qualche giorno della mia vita.

Avevo sette anni, facevo la seconda elementare. Avevo una mamma, un papà e un fratellino di 10 mesi, Fabrizio.
Ogni tanto vedevo che i miei genitori si vestivano bene, poi prendevano Fabrizio e se ne andavano, lasciandomi con una zia (che non sopportavo).
Dove andassero non lo sapevo. Non chiesi mai, mi pare. Sapevo che sarebbero tornarti nell’arco di un paio d’ore.
Non c’era la televisione, eravamo poveri. Badare a Fabrizio, stargli accanto a me piaceva. Mia madre pensava che io fossi geloso, e io lasciavo che lo pensasse. Pensava che fossi anche un po’ scemo, quando mi diceva “Sei più bello tu”.
Mia madre era una donna insopportabile: mi tirava culi stratosferici, voleva che studiassi, che andassi a servire messa, che fossi ordinato. Ma la cosa che più mi faceva incazzare era che sapesse leggermi dentro. Stai pensando questo, vero, Remo? Ma vaffanculo, pensavo.
Forse però anche io sapevo leggere qualche suo pensiero.
O almeno, una volta successe.
Un mattino, quando venne a svegliarmi, mi disse: Remo, devo dirti una cosa.
Remo, devo dirti una cosa…
Remo, devo dirti una cosa…
In quel preciso istante capii che Fabrizio era morto.
Scoppiai i piangere, disperato.
Sopra la mia testa, sulla parete ci sono un po’ di foto incorniciate. La prima foto che fu fatta a Fabrizio gliela fece un fotografo, che abitava nel nostro stesso palazzo. Morto, con un vestitino bianco.
Mi dissero che era morto per un soffio al cuore. IO non sapevo che fosse malato.
(Seppi solo anni dopo che Fabrizio aveva la sindrome di down. Probabilmente perché mia madre durante la gravidanze fece gli orecchioni. La parotite, insomma. Quando si vestivano bene, i miei lo portavano da qualche specialista.)
Remo, devo dirti una cosa…

Andai lo stesso a scuola, quel mattino. Mi ci portò mio zio Quinto, fratello della mamma. Prima, però, mi comprò un buondì Motta. Quando arrivammo a scuola mi accompagnò in classe e andò a parlare con il maestro. Non ricordo nulla di quel giorno di scuola. Ma ricordo che mentre lo zio e il maestro parlavano, io, invece di andare al mio banco, andai nell’angolo dove c’era il cestino, scartai il buondì Motta, e non avrei dovuto, il maestro non mi aveva dato il permesso, avrei dovuto aspettare l’intervallo, e mi misi a mangiarlo. C’erano anche le mie lacrime in quel buondì.