nenti sacciu (bastardo posto)

bastardo posto, il mio prossimo libro, è un libro che ho scritto malvolentieri.
mi si torcevano le budella, mentre scrivevo.
mai successo prima.
bastardo posto parla di mafia e di mafie in una città imprecisata.
in realtà il posto è preciso: la mia città, le vostre città.
del sud come del nord e del centro italia.
la mafia al nord non è certo uguale a quella del sud.
qualcosa di uguale c’è, però.
è arricchita, fecondata, rinforzata dalla sua grande, schifosa complice, che è l’omertà.

anni fa a Vercelli morì un ragazzo. secondo la questura, che se ne occupava, era una disgrazia, secondo i carabinieri, che avevano fatto solo alcuni accertamenti, ci poteva essere qualcos’altro.
insieme a un mio collega andai sul posto, poi cercammo testimonianze, racconti tra la gente d un paio di piccoli e tranquilli paesi del ricco nord.

nenti sacciu.
già, non eravamo in Sicilia, ma mentre chiedevo, o vedevo la gente chiudersi in casa, o la vedevo che mi spiava da una finestra, pensai a nenti sacciu.
e pochi giorni fa, proprio pochi giorni fa, ho saputo che un politico – e un politico, anche se fa ridere, dovrebbe essere al servizio della gente – a proposito di un’ingiustizia ha detto: Non possiamo farci niente, ci metteremmo contro i poteri forti.
la gente tiene famiglia, insomma: dalle stazioni sciistiche del nord ai paesini dell’entroterra di Sicilia e Sardegna; ma lì, almeno, c’è una paura avolte giustificata.
lì t’ammazzano.
altre volte, troppo spesso, la paura è egoismo.
meglio non vedere e non sapere e soprattutto meglio convincersi: che tutto va bene.
e infatti va bene se si fa come gli struzzi.
poi ci sono le eccezioni, che per lo più sono i calpestati.
quelli che quando vanno  dormire pensano di essere soli, pensano di vivere in un bastardo posto.

una storia sbagliata

lo so lo so, è una storia sbagliata, questa, che non si dovrebbe.
ma li ho rivisti, abbracciati, e son quasi vent’anni che Luca e Maria li vedi così, a spasso, abbracciati, che parlano tra loro senza badare agli altri perché tra loro l’affetto è tanto, da sempre.

più o meno vent’anni fa, era sera, passai davanti a casa loro.
Maria era fuori, anche se inverno, senza cappotto o piumino, in strada.
Tremava Maria. Aveva anche la stanghetta degli occhiali rotti.
lui l’aveva riempita di botte.
dissi, Che stronzo…
mi disse, Aspetta che ti spiego una cosa, mi disse una loro vicina di casa.
mi disse, Non conosci Maria.
mi disse, Non conosci Luca.
mi disse che lui, Luca, era un bonaccione, incapace a vivere senza di lei. e che lei, in casa, e soprattutto quando arrivavano ospiti, lo umiliava, sempre.
Maria, lingua tagliente, gli diceva Stupido ciccione, fallito, e lui, Luca, timido, era incapace di reagire.
e non reagiva tutti i giorni, o quasi.
perché Luca, un paio di volte l’anno, esplodeva e spaccava tutto e metteva pure le mani addosso a Maria, sbattendola fuori di casa.
ma poi, mi disse la loro vicina, tornano a cinguettare, ché non sanno vivere luno senza l’altro, lei così serpente, lui così babbacchione che ogni tanto esplode, e non sa controllarsi.

io la rividi un’altra volta, fuori dall’uscio, che tremeva.
li ho rivisto ieri sera, abbracciati

buona domenica

come vengono le storie

Fabrizio De André raccontava che l’idea per scrivere La canzone di Marinella gli venne leggendo un trafiletto anonimo di un giornale locale di Alessandria.
Si leggeva, nel trafiletto, che una prostituta, rincasando, era scivolata nel fiume, ed era annegata.
Ecco, io credo che certe storie nascano così. Da uno spunto: ché le storie, invece, se sono tratte dal vero sono cronace, se invece sono ispirate a cose già viste o lette sono storie disoneste, e se invece sono l’ammirazione e la descrizione del proprio ombelico sono patetiche.
Quando parlo dei bar, e delle storie sentite nei bar, non penso, poi, a una loro codificazione in racconto; sono gli spunti, che servono, bastano quelli: ma vanno bene anche gli auotobus, i treni, le finestre: vedendo dall’alto si possono cogliere storie…; oppure i ricordi: avvolti dalla memoria che, minuto dopo minuto, si oscura, anche se impercettibilmente, anche lì, o forse soprattutto lì, nei ricordi, si annidano spunti.
Insomma: per scrivere non serve avere avuto una vita avventurosa come quella di Rimbaud.
Può bastare quella di Pessoa, movimentata dentro…
E ci son canzoni che sono storie in miniatura, questa per esempio

Ma di Lella, son convinto, i romani preferiscono la versione di Lando Fiorini.

Segnalazione.
Recensione della mia raccolta di racconti Tamarri su Via delle belle donne.

juke boxe: dall’1 al 16

quando avevo venti e pochi anni in più attraversai il periodo più nero della mia esistenza. Non fu lungo ma fu nero.
ricordo, però, che dicevo sempre: Però ogni giorno mi consolo con la musica.

Mi piace la canzone d’autore, il rock, il jazz, la musica classica e anche qualche opera lirica, la Butterfly in particolare (ho le cassette con l’interpretazione della Callas).
seguo poco, adesso, cosa esce o i gruppi nuovi, non ho tempo.
son rimasto ai Modena city rambler’s (e prima ancora).
comunque.
in questo albergo di un centro tra Milano e Bergamo ho pensato due cose.
la prima: che tanti post, questo per esempio, se esistesse ancora Cuore, rischierebbero di finire nell’apposita rubrica E chi se ne frega?

la seconda cosa che ho pensato, è questa.

che io  su un’isola deserta vorrei un juke box personale per esempio con queste canzoni

1. Memory.
2. The way we were (ogni tanto lo rivedo il film con Redford e la Streisand).
3. Canzone della bambina portoghese (di Guccini; la sento un po’ come un inno non alla vita ma sulla vita).
4. Ne me quitte pas (Jacques Brel).
5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15 De Andrè (almeno).
La sedicesima è ancora di De Andrè, ma io, scandalo (?), preferisco che sia  Zucchero a cantare che ha vista Nina volare.

il processo

Per la prima volta pubblico un post, chiudendo l’opzione commenti (solo a questo s’intende).
Allora, il post. Molti di voi lo sanno, scrivi libri e scrivo su un giornale, che dirigo: La Sesia, di Vercelli, che fu fondato nel 1871.
Quello che segue è un articolo del mio giornale. E che mi riguarda.
Fa parte della mia vita quello che leggerete.

Mercoledì 4 febbraio, con l’audizione dei primi testimoni, si apre al Tribunale di Treviglio, sezione del tribunale di Bergamo, davanti al giudice Patrizia Ingrascì, il processo contro il direttore de La Sesia, Remo Bassini. L’accusa è diffamazione a mezzo stampa (per una serie di articoli, primo tra tutti, quello intitolato Mandate via quel primario), i querelanti sono il primario di Oncologia, Elvira De Marino, e il marito della stessa, ingegner Giovanni Luigi Domenico Ciocca.
La richiesta danni è ingente: nel caso dovesse perdere il direttore de La Sesia, Bassini, dovrà risarcire la dottoressa De Marino (e il marito) di circa 300mila euro (comprendendo le spese legali).
Pubblico ministero del processo è la dottoressa Lucia Trigilio, del tribunale di Bergamo.
Remo Bassini è assistito dall’avvocato Roberto Rossi, Elvira De Marino, dall’avvocato Paolo Comoglio.
La Sesia riferirà con obiettività, e il legale della querelante potrà intervenire per precisare, ogni qual volta che lo desidererà.
Riporteremo, come detto, fedelmente la cronaca del processo, testimonianze comprese (di pazienti, medici, infermieri, giornalisti, sindacalisti, amministratori). Dei pazienti oncologici chiamati a testimoniare La Sesia riporterà quanto dichiareranno, ma ometterà il loro nome.

non ci sono prove, non si può far nulla

Una giovane donna che vive sola, una sera, rincasando, trova tutto sotto e sopra. Si spaventa da morire, pensa, E se avessi trovato i ladri in casa? Poi va a far denuncia, le dicono:
Saranno stati gli zingari.
Anni fa andai anche io a fare denuncia: di notte (ero al giornale, faccio rari strani io), uscnedo, trovai la mia auto forzata. Il danno era soprattutto la serrattura e il vetro infranto. No, anche il furto: una autoradio, un paio di scarpe da bowling, una sciarpa (mi spiacque assai), regalo di mia figlia. Andai a fare denuncia, mi dissero: Saranno stati gli zingari.

Ci sono casi di donne perseguiate da psicopatici.
Ne ho letto qui, su sorelle d’Italia;
ne parlai qui, su nazione indiana.
Se la donna, disperata, va a chiedere aiuto alle forze dell’ordine solitamente (dico solitamente, ché a volte si trova qualche maresciallo dei carabinieri di buona volontà) si sente rispondere che
Non c’è niente da fare.
Già.
Come chi ha una persona violenta in casa.
Assistenti sociali, centri del porco giuda, poliziotti, giornalisti anche: La risposta è sempre: Non c’è niente da fare.

Oddio.

Anni fa a Vercelli successe questa cosa. Comparvero delle scritte, tutte firmate, diciamo con un nick.
E le scritte erano poco carine nei confronti del sindaco di allora.
Anzi no, erano pesanti.
Successo questo.
Che ci fu una bella mobilitazione, con pedinamenti, web cam che di notte potessero beccare con le mani nel… pennarello l’autore delle scritte (anche intercettazioni quando capirono chi era…).
E in effetti quella volta giustizia trionfò.
E l’autore delle scritte fu smascherato.

Ma tra una donna minacciata, minacciata per davvero, magari per anni, e delle scritte, diciamo pure offensive, diciamo pure cattive, diciamo pure velenose, cos’è peggio?

Diciamo che la colpa è degli zingari e non se ne parla più.

PS Perché sono partito dalla giovane donna che vive sola; perché la giovane donna che vive sola poco tempo fa ha letto sul giornale che dei ladri sono stati smaschrati grazie al rilevamento delle impronte digitali.
Lei mi ha chiesto: e come mai da me non sono state prese le impronte? Per me il danno è stato ingente.
C’è da pensare male, della giustizia che è uguale per tutti. C’è da pensare che se a un poveraccio rubano 300 euro, e per quel poveraccio quei 300 euro sono di vitale importanza, 300 euro non sono nulla al confronto di una collana di perle che può far piangere una signora dell’alta società, he non ha certo problemi di sopravvivenza. La legge può mica fare le proporzioni.

la vita e i racconti: nei bar

Allora è confermato, Bastardo posto, il mio quinto romanzo, esce a maggio. E’ la prima volta che pubblico due libri consecutivi con lo stesso editore, e cioè con  la Newton Compton (editore ccon cui ho pubblicato La donna che parlava con i morti).

Su consiglio, direi insistente, di alcuni amici, ho proposto Il quaderno delle voci rubate – tentar non nuoce – a due grossi editori, per una possibile ristampa. E’ un libro praticamente invisibile Il quaderno: uscì a Vercelli e solo a Vercelli nel 2002 (era un omaggio agli abbonati del mio giornale) e poi ha avuto una piccola risonanza in rete, perché ne ho regalate, ad amici e blogger, una settantina di copie.
Alcuni – e mi spiace che lo abbiano fatto -, alcuni dicevo (altre cinquanta persone o giù di lì) lo hanno invece acquistato on line, dal sito del giornale La Sesia di Vercelli.

La cornice (il contesto, la scenografia che sta dietro) del Quaderno è il bar, il bar di un paese che esiste solo nella mia testa: quel paese non è nient’altro che una sorta di sintesi dei luoghi della mie esistenza: Vercelli e Cortona.

Ho letto il primo libro di Steinbeck, in un bar, una mattina di gennaio; ho fatto il cameriere in un bar, avevo 17 anni; ho conosciuto la mia prima moglie in un bar (dopo una manifestazione studentesca); ho scritto parti de Il quaderno e parti de Dicono di Clelia, in un bar; ogni sera, con mia moglie Francesca, andiamo in un bar, a leggere.
Quando frequentavo l’università a Torino (il mattino) e lavoravo in fabbrica (il pomeriggio), prima di prendere il treno andavo al bar della stazione, lo gestiva un mio amico, aprivano prestissimo, ricordo che si incrociavano prostitute che dovevano rincasare e pendolari assonnati, io, prima di prendere il treno, mi condevo mezz’ora al bar.
Stesso rituale: un pacchetto di Ms, un caffè e poi un altro, due canzoni al juke box (era il 1983, mettevo sempre Vacanze Romane dei Matia Bazar e un De André a caso) e leggevo il giornale, ché poi sul treno avrei studiato.

Però non ero un elemento da bar. Uno che sta in un tavolino, legge, beve caffè, non è un elemento da bar.
Ma così facendo ho sentito storie, nei bar, e ho visto piangere, nei bar.

Dicevo di Bastardo posto, il mio quinto romanzo. Manca ancora la copertina, insomma c’è ma non c’è; ma per me è cosa quasi archiviata.
Certo, lo presenterò, sarò contento se il libro andrà bene e mi deprimerò per le critiche, ma è così, sarà così, tra una presentazione e l’altra (ne farò poche, comunque).
So di essere invidiato, da molti.
So che dovrei essere contento.
E invece, io, non lo sono e non lo sarà mai.
Forse per questo sto pensando  sto già scrivendo qualcosa di nuovo.
Un romanzo storico, “salgariano“, ed è una scommessa, devo prima prepararmi, studiare.
E dei racconti: tratti dalle cose viste e sentite nei bar, da quando avevo 17 anni a ieri sera.
Stavo leggendo un libro, ieri, sera, in una piccola e bella birreria di un paese vicino a Vercelli. Lo stavo finendo. E c’era una bella ragazza con una voce squillante che mi impediva di leggere con attenzione (Francesca no, lei era tutta presa un libro di Marco Venturino).
Quando ho finito di leggere la ragazza si è zittita: giuro: nemmeno una parola, poi.
L’ho guardata pensando, e parla no?
Nei bar succedono le stesse cose che succedono nella vita, insomma.
(Mi han detto, ma non s se è vero, che anche Piero Chiara frequentava i bar di Luino ed ascoltava storie…).

Dimenticavo: ho sognato amori, nei bar.

Vi segnalo Incipit, gioco narrativo, sul blog di Claudio Martini (autore de I racconti del ripostiglio, Besa editrice)