Racconti a 4 mani/10

La duecentesima rosa

“Non ti amo per chi sei tu, ma per chi sono io quando sto con te”

Il professore usciva tutte le mattine alle otto. Due giri di chiave, un giro di tacchi sullo zerbino ed era fuori. La strada era la stessa da trentasei anni: un vialetto ombroso d’estate e brullo d’inverno, ma sempre lungo quattrocentoventidue passi.
Le case, in tutto quel tempo durato un battito d’ali di colibrì, avevano cambiato colore, forma e intenzione, ma non si erano mai spostate: gli era quindi sembrato assurdo incappare in quel roseto al trecentododicesimo passo. Una panchina verniciata di un verde acceso, circondata da cespugli di rose colorate, faceva da preludio ad una minuscola villetta bianca, che a quanto sembrava, era sempre stata là, in attesa del suo passo numero trecentododici e del suo naso all’insù.
Perplesso, aveva proseguito e raggiunto il bar, per il solito caffè con due zollette.
“Sei vecchio” – gli avevano detto – “La villetta dei conti Corinzi c’è da una vita.”
Lui aveva sperato che nessuno avesse notato le sue nocche farsi bianche dallo sforzo per trattenere la rabbia. Non aveva mai visto quel roseto. Non aveva mai visto quella casa.
Era stato come, all’improvviso, aprire la porta dell’armadio e scoprirci un’intera stanza nuova.
“Vecchio.” – pensava – “Forse hanno ragione” – ma voleva controllare, avere la prova del nove, come in ogni buona operazione matematica. “Alla fine i conti devono tornare. Sempre.” – borbottava lungo la via del ritorno.
Sembrava proprio che i Conti fossero tornati, alla fine, e si fossero ripresi la casa.
Le parole si prendono certe libertà che i numeri non osano, e il professore questo lo sapeva: ecco perché aveva sempre cercato rifugio nella sicurezza di conteggi, elenchi e formule. Tutto – diceva – può essere ridotto ad una formula.
Tutto? Sì, non potevano esserci dubbi, solo errori di calcolo.
Eccolo quindi di nuovo lì, il mattino dopo, a rifare daccapo l’operazione.
I passi erano giusti, trecentododici, ma quelle rose, quelle rose non avevano ragione di esistere, né di essere lì.
Ortensia era comparsa dopo poco, tra la conta dei mattoni e quella delle auto blu.
Il professore era trasalito: bellissima, almeno quanto i suoi detestabili fiori. Una rosa di capelli argentati trattenuti da uno spillone da zingara. Due occhi scuri e curiosi, quasi libertini nel suo fissare senza remore lo sconosciuto che rallentava il passo osservando in tralice la sua casa.
Lui non aveva resistito: il complimento avrebbe nascosto il desiderio di parlarle, di sapere.
“Signora, le sue sono le rose più belle del quartiere.”
Lei aveva sorriso sghemba, con le braccia ai fianchi. “E lei che ne sa?”
“Prego?”
“Tutti i giorni non va oltre al bar. Non sembra uno che viaggia parecchio ma, se crede, si sieda e mi racconti delle rose che ha visto. O perlomeno delle mie. Mi piacciono i complimenti. E sono sicura che piacciano anche a loro.”
“E lei come sa quel che faccio io tutti i giorni?” – il professore aveva girato velocemente i tacchi e per la prima volta era ritornato a casa senza andare al bar.
Mi racconti. Che vuole che le racconti? – pensava.
Prima di entrare si era voltato, ad assicurarsi di non essere seguito, e aveva dato un veloce sguardo al suo cortile di mattoni. Nessuna rosa. – aveva pensato, sorridendo.
I giorni passavano, ma lui si fermava sempre lì, dopo trecentoundici passi, come bloccato da un’equazione troppo difficile da risolvere.
“Sicuro che al bar non saranno preoccupati?”
Era così preso dal contare, da non sentire la domanda.
“Ogni giorno spunta un nuovo bocciolo, com’è possibile?”
“Ma lei conta tutto ciò che vede?”
“Certo che no, che domande!” Diamine sì, che domande! – avrebbe dovuto e voluto rispondere. “Ma si nota ad occhio, che aumentano.”
“Ha una mente troppo logica, è questo che si nota ad occhio. Insegnerà mica Matematica?”
Un altro errore nel sistema. Come poteva quella donna, senza prove né sperimenti, trarre conclusioni così precise? Le sue certezze iniziavano a scricchiolare. Ma quando la vita di una persona è scandita dai calcoli, la cosa migliore non è forse mischiare qualche fattore alle somme, togliere o aggiungere qualche cifra? Magari può bastare un piccolo cambiamento al giorno, grande quanto un bocciolo di rosa.

“Ho quasi passato l’intera estate qui, tra le tue rose” – le aveva detto durante una delle ultime visite. Lei aveva sorriso, gli occhi socchiusi al sole.
“Vero. E i boccioli da allora sono aumentati e fioriti.” – dolcemente aveva abbassato lo sguardo sui petali – “Manca poco alla duecentesima rosa, e quando spunterà non potremo più vederci.”
Non poteva finire così. Grazie a lei e alle sue rose aveva smesso di contare: i passi, gli uccelli, le auto, il bar: non contava più niente. Contava solo Ortensia, alla fine aveva dovuto dirglielo.
“Mi sono innamorato di te.”
Ortensia aveva smesso di sorridere.
“Lo so.”
Avrebbe strappato l’intero roseto a mani nude. Per farla tornare alla realtà, per risvegliarla da quella favola così assurda e illogica, e tornare ad una quotidianità serena insieme. Ma in realtà l’avrebbe strappato per diminuire il numero delle rose, perché in cuor suo sapeva che era vero, e avrebbe ritardato l’arrivo di quel momento con qualsiasi mezzo.
Alla fine non aveva potuto far altro che andarsene a casa a rimuginare su quanto lei si fosse rivelata imperfetta nel suo credere ciecamente ad una stupida conta da zingari. Quando aveva letto che l’ortensia è il fiore di chi fugge, tutto gli era chiaro.
La mattina dopo era uscito prima del solito, poiché l’amore non si può misurare, o contare, e neppure scrivere in tutti i libri che il professore aveva in casa. L’amore si deve vivere.
Nonostante la corsa e i salti di marciapiede, di Ortensia non c’era più traccia. La casa era in vendita, rose comprese.
Seduto sulla panchina, aveva iniziato a contarle finché si era accorto che erano centonovantanove. La profezia era sbagliata, lei se n’era andata di sua volontà.
Pochi metri dopo, però, aveva calpestato qualcosa: un bocciolo di rosa, dal colore intenso e vibrante quanto il dubbio.

Racconti a 4 mani/9

Il foglio bianco è davanti a lui

Demetrio è seduto nel salotto di casa sua. Cerca di scrivere, ma non riesce. Il foglio è bianco davanti a lui.
Guarda l’orologio e vede, perplesso, che segna l’una e venti. La neve cade piano. Non c’è vento e delicati fiocchi si posano sonnolenti sulla strada vuota.
Demetrio è seduto alla scrivania, attorniato da pagine scritte, ma non riesce a comporre nulla. Il silenzio lo aiuta, ma la luce intensa della lampada gli affievolisce la vista e i contorni delle parole sono meno definiti.
Giulio ha mostrato alcuni scritti di Demetrio al redattore di Segnale per nottambuli, una rivista di recensioni online fondata da un collettivo di scrittori, che ha una smodata reputazione di sito web vivace e autorevole. Così ora Demetrio fa parte di una squadra di sette persone che recensiscono romanzi ed è assediato da scatoloni pieni di libri. Riesce a recensirne tre, anche quattro per volta, impegnando almeno trecento parole sul romanzo più rilevante e una frase di una quarantina di parole sui cosiddetti minori.
Ha imparato sulla propria pelle cosa si può e non si può scrivere in trecento parole. Certe trame non si possono sintetizzare tanto facilmente, si può solo abbozzare una situazione, suggerire una somiglianza. Nei manuali consigliano di limitare l’uso di aggettivi ma, talvolta, non è proprio possibile.
Pauroso, mediocre, vago, debole, spiccio, violento, confuso, coinvolgente, suggestivo. I luoghi comuni sono tali proprio perché stringati, pratici e visionari, ma Demetrio elabora un metodo del tutto personale. Rinuncia a luminoso e a fervido, a spassoso e a farsesco, a mitico e a banale. È stata dura ma, secondo lui, ce l’ha fatta e ora è contento dei risultati. Il suo è un modo di giocare equo. Una frase sferzante deve essere bilanciata da un’altra del tutto circostanziata.
Tutte le settimane, al sito, arrivano le mail di tre o quattro autori che fanno notare, con parole sdegnate, quello che non è stato scritto del loro libro.
Contribuire alla rubrica è una considerevole integrazione al reddito di Demetrio, non tanto per ciò che scrive quanto per tutti i romanzi che fa vendere attraverso il sito. A ogni libro è associato un valore ben preciso: in questo modo Demetrio sa esattamente quanto guadagna sulla vendita di ciascuno. Si considera uno specialista nel  capire come non si deve scrivere un romanzo.
Sopra la credenza c’è in bella vista una pila di libri di Anton Cechov. Sta preparando una serata dedicata a Sachalin, l’isola dei deportati.
Vorrebbe abbandonare quella pagina bianca e preparare al meglio la serata sul maestro del racconto, ma sa che non deve. Quello che ha iniziato va terminato.
Posa la penna e prende il foglio tra le mani. Rilegge quello che ha scritto, solleva gli occhi verso la finestra e accartoccia il foglio. Avverte una contrazione al cuore, si sente vile, debole, confuso, spossato. Si copre gli occhi con il palmo della mano. Non riesce a trovare il bandolo della matassa. Si impone di essere più sobrio di emozioni, minuziosamente imparziale. Scrive, e mentre scrive pensa a quanti multiformi legami ci sono tra letteratura e vita. Tra la letteratura che scorre tra le sue mani e la sua vita. Rammenta quando era bambino e correva nel cortile in cerca di quelle che, allora, sembravano fantastiche avventure. Lì, in quel cortile, aveva provato i più intensi momenti di gioia e di ottimismo della sua vita.
Era tutto molto più semplice, quando era bambino. Poteva permettersi di dire o di scrivere qualsiasi cosa, anche la più sfrontata, senza paura e senza rimorsi. Fin dalle elementari aveva dimostrato una fantasia senza pari, una notevole proprietà di linguaggio e la capacità di raccontare e di scrivere storie avvincenti, suggestive. Erano sufficienti poche parole, una frase da usare come incipit, il titolo di una canzone, per dare vita a racconti che tenevano incollati al banco di scuola, totalmente assorti nella narrazione, i suoi compagni di classe.
La maestra prima e poi gli insegnanti delle scuole medie si congratulavano con i suoi genitori per le grandi capacità che dimostrava e consigliavano di iscriverlo al liceo classico e, perché no, alla facoltà di lettere. Demetrio seguì il sentiero indicato dai propri insegnanti; anzi, a sua volta divenne insegnante di italiano. Con la maturità, però, aveva perduto quella freschezza e quella naturalezza che lo avevano contraddistinto. Tutta quella sincerità e quell’assenza di pregiudizi nel dare la propria opinione sui più disparati argomenti sembravano perdute.
Ormai tutti si aspettavano cose ben precise da lui. Poteva anche recensire un libro che non gli fosse piaciuto affatto usando parole poco entusiaste oppure mostrando una certa freddezza. Di certo, tuttavia, non avrebbe mai potuto consigliare di non acquistarlo oppure decretarne la bruttezza con sentenze inappellabili.
Se mai avesse osato tanto, oltre a essere espulso dal Segnale per nottambuli, con la conseguente perdita dei preziosi introiti sulle vendite, si sarebbe fatto troppi nemici tra scrittori e recensori, che avrebbero potuto ostacolarlo – un domani – se avesse tentato di diventare egli stesso scrittore.
Però, quel foglio bianco davanti a lui è un irresistibile richiamo. Quel libro non gli aveva regalato una minima emozione; anzi, in alcuni passaggi, la confusione e la noia avevano raggiunto livelli così elevati che era stato costretto ad abbandonarne la lettura. Salvo, poi, riprenderla poche ore dopo per evitare di trovarsi troppo in ritardo con le letture successive.
Quel foglio è così bianco. Demetrio guarda fuori dalla finestra; una coltre bianca, spessa circa una spanna, ricopre il cortile e la strada deserta. La neve è così candida e immacolata che dispiace uscire a calpestarla, a rovinarla.
Quel foglio è così bianco e lindo, che pare un peccato lordarlo con parole vuote, false.
Demetrio si alza in piedi e osserva pensieroso quel foglio bianco davanti a lui. Si volta, spegne la luce ed esce dalla stanza. Nel buio, quel foglio bianco risplende del riverbero della neve.

Racconti a 4 mani/8

Lo Sgrumpio

Rincasando verso le diciotto e trenta di un venerdì d’Ottobre, Miss Girasole trovò sul suo zerbino un grosso scatolone. Sulle prime restò sorpresa perché si trattava di un cubo anonimo, ma poi si ricordò che aveva ordinato dei vestiti su un sito di moda dark, martedì sera.
Emozionata e stupita per la rapidità della consegna, si infilò in casa e lo depose sul tavolo della cucina. Vestiti nuovi!
Accese la luce, si sfilò la giacca e aggredì il cartone con le forbici per strappare lo spesso nastro adesivo che lo sigillava.
“Chissà perché non c’è allegata la bolla di consegna” si disse mentre gettava nella spazzatura i nastri. “Sarà andata persa, il nuovo postino chissà dove ha la testa”.
Le sfuggì uno strillo: lo scatolone si era leggermente mosso. “Non è possibile!” si disse tremando leggermente. Prese fiato, aspettò qualche secondo e infine sollevò i bordi, con cautela, per guardare (da una certa distanza) il contenuto del pacco.
Non erano vestiti.
Il primo impatto fu traumatico, ma poi lo spavento si trasformò in una piacevole scoperta: i vestiti non c’erano, certo, ma il contenuto della scatola era un qualcosa di altrettanto carino.
Era difficile da definire: indubbiamente si trattava di un animale, un… mammifero? Piccolo, peloso, sembrava l’incrocio tra cane, cavallo, gatto, cervo, leone e pantera. Emetteva flebili mugolii che ricordavano, soltanto vagamente, quelli di un gattino appena nato.
Sì, un gattino appena nato a cui stanno strizzando la coda, magari.
Quell’ibrido adorabile ed indefinibile coso finì col chiamarsi semplicemente Sgrumpio. Nonostante le accurate ricerche su wikipedia (il sito del sapere), l’animaletto paffutello e salterellante non corrispondeva a nessuna descrizione. Un alieno? Una mutazione genetica andata a male? Una creatura dell’isola-che-non-c’è? Be’, Miss Girasole non l’avrebbe mai saputo, però era troppo carino per resistergli. Carezzò il suo pelo tiepido: sarebbe stato suo, senza chiedersi chi fosse il reale proprietario o da che misterioso paese esotico provenisse.
Lo Sgrumpio cresceva a una velocità sbalorditiva.
A un solo mese dall’arrivo ad ogni movimento seguiva immediata rottura, compresa quella del vaso di ciclamini che a Miss Girasole piaceva così tanto.
A due mesi dall’arrivo era troppo grasso e grosso per passare dalla porta.
A tre mesi per dargli da mangiare era necessario salire in soffitta e gettargli cazzuolate di sbobba nelle fauci. Sì, perché la sua testa ormai sbucava dalla finestra del soggiorno.
La sua fame era graziosamente proporzionata alla sua stazza
Inutile dire che Miss Girasole fosse un tantino preoccupata.
La situazione era degenerata irrimediabilmente: lo strano animale non smetteva di espandersi. Non solo non si nutriva più di scatolette o croccantini ma ingeriva qualsiasi cosa trovasse: tavoli, sedie, libri, che divorava come se al posto dello stomaco avesse una voragine.
Lo Sgrumpio era di buon carattere, d’accordo, ma la sua dimensione stava diventando imbarazzante.
E non solo la dimensione: quella bestia faceva cacche immense, che piovevano improvvise dal terrazzino su cui erano poggiate le sue terga. Schizzavano violentissime sull’asfalto sottostante e il fetore devastava le narici di chiunque per chilometri. La polizia, dopo le numerose segnalazioni pervenute, intervenne in grande stile. Forze speciali si disposero sui tetti circostanti in vigile e costante osservazione del Fenomeno. Che fare?
Urgeva la soluzione finale.
L’intenzione delle A.F.A.S.  (Ardimentose Forze Anti Sgrumpio) era: lo prendiamo e lo ficchiamo in gabbia. L’intenzione, insomma, era buona, però nessuno sapeva come estrapolarlo. Tentarono di tirarlo fuori in tutti i modi: con pesanti funi, pesanti arieti, pesanti carri attrezzi manovrati da pesanti pompieri. Ma mentre le mura della casa si sbriciolavano come un castello di crackers, la maledetta bestia restava dove era.
I media avevano trovato molto interessante la faccenda ed erano massicciamente intervenuti con fastidiosi servizi per il telegiornale in cui pretendevano a tutti i costi di intervistare la povera Miss Girasole, riprendendo per noiosissime ore il terrazzino da cui sporgeva il culo dello Sgrumpio (sperando nell’evento cacca).
Divenne insomma un vero e proprio spettacolo: accorrevano genti, padri madri e bambini, tutti col naso in su ad osservare la scena. Si proponevano svariate ed improbabili soluzioni (qualcuno suggeriva una guerra lampo, altri speravano in un aereo kamikaze che si lanciasse contro l’edificio). Tutti insomma avevano la risposta, anche se nessuno sapeva la domanda. Lo Sgrumpio strillava nel frattempo la sua stizza sgrumpiesca, con evidentissimo disturbo per la quiete pubblica e privata. Alcuni furbastri approfittarono dell’occasione per vendere ai curiosi untuose frittelle, magliette personalizzate e, sottobanco, si scommetteva sulla sorte della bestia.
Alla fine si optò per: IL TIRO ALLA FUNE PIU’ GRANDE DEL MONDO.
La fila si estendeva a perdita d’occhio e tutti coloro che avevano deciso di parteciparvi si impegnarono come non mai, perché era diventata una questione di orgoglio: uomo contro animale.
L’evento venne ripreso dalle televisioni di mezzo mondo. L’altro mezzo tirava la fune.
Finì come finì, i giornali ne parlarono per settimane: gli animalisti a difendere lo Sgrumpio e i media a diffondere fino a stordire le foto tessera delle vittime da schiacciamento-effetto-domino. Si celebrarono solenni funerali e per l’occasione Eltongionn scrisse ed eseguì un brano davvero commovente.
Fattosta.
Fattosta che Miss Girasole, quella famosa sera di Ottobre verso le diciotto e trenta, quando vide lo scatolone anonimo davanti al portone, decise di riportarlo subitissimo all’ufficio postale perché sì, è vero che aspettava un pacco di vestiti dark, ma senza uno straccio di bolla di consegna non avrebbe mai e poi mai accettato alcunché.
Fine.

Racconti a 4 mani/7

Tarocchi di Sicilia

Non esistevano leggi fisiche speciali che regolassero il moto strascinato di chi camminava lungo il corso Umberto, a Taormina, con i clogs ai piedi.
Dunque Pancrazio, così chiamato ventotto anni prima causa santo patrono, ma adesso detto Ridge per via della mandibola, incedeva disinvolto e senza intoppi, nonostante i suoi zoccoli fossero del colore della crema di pistacchi.
Il resto dell’abbigliamento era scontato, non perché l’avesse preso ai saldi ma per il fatto che ogni play boy marino, da Cesenatico alla costiera amalfitana e ancor più giù, sa che non c’è niente di meglio di un pantalone bianco e una camicia attillata per fare risaltare in un sol colpo abbronzatura, occhio chiaro reso lucido da sentimento traboccante e addominali a carapace di chelone.
Taormina quella sera era una bella donna, ingioiellata di bar e di localini. Il profumo di gelsomini saturava l’aria meglio che in un negozio del suk di Marrakesh. La pietra bianca delle scalinate e l’andirivieni multicolore ubriacavano.
Pancrazio gettò uno sguardo senza particolare interesse verso la spagnola che leggeva i tarocchi appollaiata con grazia indolente su uno sgabellino basso mentre i clienti seguivano le variopinte occorrenze del proprio futuro cullati dalla cantilena morbida e oscura dei vari “empezado” e di altre strane parole.
Fece un’altra vasca lungo il corso. Poche turiste papabili, indigene poco o niente appetitose… si ritrovò così ad aspettare il proprio turno davanti al tavolino della maga, naturalmente solo per rimorchiarla, e tentò di darsi un tono controllando lo stato dei propri capelli nella vetrina della gioielleria di fronte.
Costano una valle, ‘sti gioielli. Pensò. La crisi c’è solo per me.
Così immerso in questi originali pensieri non poté fare a meno di notare che l’unico monile della spagnola era un braccialino rosa di fili intrecciati.
Già che c’era diede un’occhiata anche al resto: un caftano bianco con ricami tinta su tinta che accentuava un pallore, inusitato per il luogo e  la stagione. La indovinava armoniosa, sotto il vestito, ma era solo una proiezione dei suoi desideri giacché non si vedeva nulla.
Le mani però erano belle e danzanti e lui ne seguiva i gesti che andavano a tempo con il moto ondoso della massa di capelli neri.
Era così intento che non si accorse che era arrivato il suo turno. La spagnola gli fece segno di avvicinarsi con il dito indice che si muoveva a uncino come un vermetto sull’amo.
– Hola – gli disse, a conferma che era proprio spagnola. Eh eh, ci indovinava sempre, Pancrazio.
Poi indice e medio si divaricarono come a dire vittoria, ma la spagnola voleva soltanto significare che il consulto, diciamo così, era venti euro.
Ridge si sedette e si presentò e lei non fece altrettanto. Invece apparecchiò il tavolino con le carte divinatorie e dopo un accurato esame iniziò a parlare.
– Vedi, questo è il matto.
Intanto con il suo indaffaratissimo indice si picchiettava la tempia.
– Grande cambiamento. E questo cambiamento te lo porterà una mujer.
E che poteva mai dire mujer? Ridge, il bagnino, perché questo faceva per tutto il giorno al lido “La Romantica” di Giardini Naxos, cercò nella sua mente qualcosa che gli potesse dare un indizio e il dialetto siculo gli venne incontro.
– Ah… – disse trionfante – … mugghieri, mujer, moglie, sposa.
– No, non sposa, mujer – e nel dire questo la spagnola disegnò in aria una doppia curva che in tutte le lingue del mondo significa femmina.
Ridge colse subito la possibilità che questa rivelazione gli offriva e facendo ricorso al settimo comma del sesto paragrafo del quinto capitolo del manuale del seduttore perfetto disse:
– La mia vita è cambiata da questo momento – guardandola con occhi appassionati.
La spagnola si rivelò un osso più duro del previsto: non aveva voglia né di pizza né di gelato. In sintesi: fame zero. Sete: idem. E dire che aveva parlato tutta la sera. Forse queste maghe campano di vento, mah.
Fecero una passeggiata e poi la convinse a scendere in spiaggia. Strada ce n’era, ma lei sembrava volare con quei piedini che quasi non toccavano terra.
Quando la spagnola vide il mare rabbrividì.
– Senti freddo? – , le domandò sollecito Pancrazio-Ridge, che nonostante gli intenti rimaneva il bagnino premuroso di sempre.
La spagnola scosse la testa e lo prese per mano.
C’era una barca in secca e lì, accoccolati sul fondo, gli incollò le labbra alla bocca.
A svegliarlo, più della risacca che l’aveva cullato per tutta la notte, fu il chiasso dei bambini che giocavano sulla spiaggia e lo stereo di un bagnante che ascoltava house a capo di mattina.
Dov’era la spagnola? Che era successo dopo il bacio?
La testa gli girava forte, e dire che la sera prima non aveva bevuto nemmeno una birretta.
Gli era rimasta addosso una traccia sottile del profumo di lei, leggermente fruttato. Agrumi. Tarocchi, per la precisione.
Bah, l’avrebbe cercata a Taormina quella sera stessa e avrebbe svelato l’arcano, si disse, autocompiacendosi per la battuta.
Forza, Pancrazio. Alzati e vai a lavorare.
Si stiracchiò pigramente, ma d’un tratto balzò a sedere, perfettamente sveglio.
Sul fondo della barca, oltre ai suoi clogs, che di mattina avevano anche l’odore del pistacchio, c’era un mucchietto di vestiti da cui proveniva uno strano miagolio.
La spagnola – si rese conto in quel momento che non ne conosceva neanche il nome – gli aveva lasciato uno scialle? Non gli sembrava ne avesse uno. E quel miagolio? Vuoi vedere che un gatto aveva avuto la loro stessa pensata e si era messo a dormire nella barca?
Aprì con cautela il fagottino di stoffa e…
Era un neonato, anzi una neonata, senza dubbio.
Che scherzo era quello? Pancrazio-Ridge la guardò come un interdetto per un po’ senza saper che fare, poi la prese cautelosamente in braccio.
Nell’involto non c’era nient’altro, a parte un filo di stoffa colorata. Il braccialetto della maga, e anche gli occhi della bimba, a ben guardare erano uguali. Era la figlia della Spagnola.
Tre chili quattroecinquanta.
Tanto pesava la pupazzetta, secondo la bilancia di Peppe il pisciaro, il pescivendolo di Giardini.
Era stata una richiesta della farmacista. Non poteva vendergli latte se non sapeva quante settimane avesse o almeno il peso. Il “Non lo so” dell’impappinato Pancrazio – un neo padre, sicuro – l’avevano intenerita e fatta incazzare, tutto insieme.
Ecco perché la “spagnoletta” – detto così pareva un articolo di merceria – adesso si trovava in mezzo a sarde tonni e gamberetti.
Tornò dalla farmacista trionfante e comprò latte e pannolini.
Pancrazio o Ridge, non sapeva più nemmeno lui come si chiamava, prese un giorno di ferie, il primo della sua onorata carriera di bagnino, lasciò la bimba a una zia e senza aspettare che si facesse sera, salì a Taormina a cercare la ragazza.
Di andare alla polizia e mettere nei guai la spagnola, pure se non gliel’aveva data, che poi non era sicuro neanche di questo, non se ne parlava proprio.
Andò per prima cosa in cima alla scalinata dove la notte prima c’era il banchetto dei tarocchi, ma si rese conto che era ancora troppo presto. Ci sarebbe tornato alla calata del buio, ma nel frattempo avrebbe girato l’intero paese, vicolo per vicolo.
La donna sembrava essere sparita nel nulla.
Dopo molte ore, stremato, tornò al punto di partenza, dove nel frattempo tutti gli altri ambulanti della sera prima avevano ricostruito le loro postazioni. C’era il keniota, con il lenzuolo a terra e le sue statuette di legno, c’era il tavolino del cinese pieno di ogni sorta di inutilità, il suonatore di sassofono che sembrava un indiano pellerossa, il siculo venditore di giocattoli, la tipa nordica che intrecciava braccialetti.
E cominciò proprio da lei, le chiese se conosceva una ragazza spagnola che leggeva le carte, se era stata lei a darle il braccialetto – e nel far questo lo estrasse dalla tasca per mostrarglielo.
Nel vedere lo sguardo smarrito della giovane, Pancrazio si alterò:
– Non puoi non conoscerla, era qui fino a ieri sera.
La ragazza continuò a guardarlo ancora più smarrita, cercando il contatto visivo con gli altri attorno.
Il suonatore di sassofono tacque, il cinese abbassò lo sguardo. Si sentì solo la voce forte e bassa del keniota, le sue sclere brillavano come non mai.
– Amico, cosa cerchi? Vai via, Mercedes è morta qualche giorno fa. Caduta in mare insieme a sua figlia, non sapeva nuotare… L’hanno trovata proprio ieri, stanno cercando ancora la bambina.
Pancrazio si sentì svenire, ci mancò poco che dovessero chiamare l’ambulanza.
Dopo qualche secondo aprì gli occhi, si vide attorniato da facce di tutti i colori e pensò che era giunto il giorno del giudizio, poi accese anche il cervello e fuggì via a velocità.
Destinazione zia.
Gli ronzavano nella testa le parole di Mercedes: “Una mujer ti cambierà la vita”. Non aveva specificato quanto fosse piccola questa mujer.
Avesse vissuto altri cento anni, non avrebbe mai più voluto sentir parlare di tarocchi, anche se spremuti gli piacevano tanto.

uno, due, tre, quattromani

uno.
Sul blog di Gaspare Armato (Babilonia61) c’è questa breve intervista al sottoscritto.

due.
Stefano Cafaggi (Fragmenta) ha scritto questa recensione su Bastardo posto.

tre.
i racconti a quattro mani proseguono9 grazie alla signota T.
Io li ricevo lei li posta (lei, come tutti gli anni, farà l’e book finale).
quest’anno, causa un sovrapporsi di impegno a luglio, i racconti sono partiti troppo tardi, gli altri anni, infatti, a fine luglio il più era fatto.

va da sè che per questa edizione ci sarà una maggiore elasticità da parte mia: ho già detto di sì a due partecipanti che potranno inviarmi il racconto oltre ferragosto.

e non penso che alla fine voteremo per i primi sei. votare sei racconti fu un’idea mia il primo anno quando pensai di premiare un quarto dei partecipanti; se non ci sono obiezioni farò così anche quest’anno (per esempio, se ci saranno 16 racconti verranno votati i primi quattro, se saranno 12 o… 11 i primi tre).

ci sarà comunque l’e-book finale, a cui tengo.
lo considero come un portafortuna ormai.
buona giornata

PS vedo che l’aver messo i commenti in moderazione ha fatto calare tensioni e numero di visitatori; meglio così, però. se ci saranno – come spero – altre edizioni i commenti saranno ancora in moderazione.

Racconti a 4 mani/6

Sanfermines

No, non è quello. È il modo in cui ti guardavano in piazza quando ti sei alzata maglietta e reggiseno. Capisci? È il modo in cui tu guardavi loro, il modo in cui sorridevi, le cose che ti urlavano. Io ero di sotto, le sentivo.
– Anche te, dico, potevi urlarmi qualcosa di bello, no? Perché mi urli ora, stronzo! Sono stanca di essere trasparente per te! Non mi vedi, mi sposti se passo nuda davanti alla tv quando guardi quelle partite del cazzo, non E-SI-STO per te! Ma io esisto, eccome, hai sentito cosa mi dicevano, no? Io esisto!
– Ho sentito, ho sentito anche troppo bene. Contenta tu…
– Ma che cazzo ne sai tu di quello che mi fa contenta? Parli solo di estratto conto-mutuo-banca-lavoro-modellounico-5permille!
– Appunto. Si era detto: veniamo qui a Pamplona e facciamoci tre giorni fuori di testa, senza pensare alle solite menate così stacchiamo la spina per un po’. E infatti…
– E infatti… mi hai riempito il bicchiere troppe volte, e sono andata fuori di testa, guarda, sono ancora fuori di testa… disse lei togliendosi la maglietta lì. Traballò sui tacchi e un sorriso sguaiato la fece sembrare più brutta. Ma erano le tette sbandierate che attiravano l’attenzione e non la sua faccia stordita…
Lui si girò e si incamminò verso una strada laterale.
Fu l’ultima volta che lo vide.

Dieci anni dopo sono ancora qua – pensò la donna uscendo dalla pensione.

Non c’era stato verso di ritrovare quella in cui erano stati quella volta, in un vicolo della città vecchia. Meglio così. Troppo ricordi. Chiedendo informazioni riuscì ad arrivare all’inizio della salita di Santo Domingo, dove innalzavano i recinti dei tori. Senza la folla che intasava le strade nei giorni di San Firmino gli spazi sembravano più ampi, le prospettive si dilatavano. Prese la foto del giornale dalla borsetta, la studiò per l’ennesima volta e cominciò a cercare quel tratto di strada ritratto nello scatto.

Ogni giorno ti ho visto di spalle mentre andavi via da me… Ora devo ritrovare quell’angolo di questa maledetta Pamplona da cui sei svanito per sempre quel dieci luglio di dieci anni fa per correre in mezzo i tori mentre io ero fuggita da te… solo per qualche minuto di sesso con quel tipo che mi diceva cose con lo stesso accento accattivante di Antonio Banderas.

Nella foto lui è a terra, il tronco girato in una strana torsione. Indossa la tenuta del mozo: pantaloni bianchi, maglietta bianca, una sciarpa rossa a fare da cintura e un fazzoletto rosso al collo. La testa è rivolta verso il suolo, con il braccio cerca di attutire la caduta. L’orologio al polso è quello al quarzo che gli ha regalato la donna. Alle sue spalle il toro. Nell’istante successivo allo scatto ucciderà il ragazzo fracassandogli il cranio con il suo peso, dopo averlo incornato al deltoide. In terra c’è un paio di occhiali da sole bianchi. Sembra che siano caduti a lui ma lui non ha mai avuto un paio di occhiali così. Forse sono del ragazzo con la felpa della tuta sopra la tenuta da mozo. O forse del ragazzo di fianco con la polo verde. La donna non l’ha mai saputo. La polizia spagnola non ha rintracciato nessuno di quei ragazzi. Scomparsi. Mai esistiti.

Ricordo quando la mattina dopo la notte con lo sconosciuto, aprii gli occhi in quella squallida stanza di albergo: corna dorate di toro, nacchere, sullo scalcinato  frigobar un apribottiglie a forma di torero panciuto, ventagli aperti appesi alle pareti… tutto girava intorno a me. Non si sarà mica fatto incornare… due volte? E lo pensai sorridendo stupida e stupita in preda agli ultimi sgoccioli di sbornia. È questo pensiero che non mi perdono, questo tradimento. Devo ritrovare quell’angolo. Devo.

La donna attraversò la piazza del Municipio. Entrò in Calle Mercaderes e si fermò nella curva a gomito all’entrata di Calle Estafeta, dove i cronisti si accapigliano per scattare foto ai tori che scivolano. Arrivò fino al Callejón della Plaza de toros. Si fermò e si guardò attorno. Ottocento metri di strada, nemmeno cinque minuti di corsa fra tori, gente che cade, si rialza, perde scarpe, cappelli, fazzoletti, ride, urla, si piscia addosso la birra della notte prima, si aggrappa…
Tornò indietro fino al Calle Estafeta. Riconobbe le beole della fotografia, il muro, il tombino su cui sta scivolando il toro. L’uomo è morto lì. La donna lo sentiva.

Lo sento. È qui. Striscio il piede in questa fetta calda di strada, è come se ti accarezzassi. Guardo la foto, di nuovo per esser più sicura, ma è qui. La tua morte è qui. Dove quelle corna ti hanno ammazzato, e ci hanno spezzato la vita… Non serve a niente esser qui a immaginarti insanguinato e senza vita. Non serve a niente. Ma dovevo venire. Dovevo vedere. I miei sensi di colpa, assurdi forse, tramutati in incubi notturni mi seguono da dieci anni, non che con oggi mi sentirò più leggera… O forse sì.

La donna arrivò all’aeroporto la sera stessa. Si imbarcò che il sole cominciava a calare. All’edicola comprò il Corriere ma a bordo le passò la voglia di leggerlo. Le passò la voglia di fare tutto. Si mise a fissare il buio del finestrino.
Il vicino di posto, un uomo che assomigliava a Paolo Villaggio con una quarantina di anni in meno, le chiese il giornale.
– Se non lo legge… –
Glielo passò.
L’uomo aveva voglia di attaccare bottone. Sfogliò il giornale si fermò su una delle ultime pagine.
– Questa è buona. Vasco Rossi ha detto che smette di fare dischi. Ha sentito? -.
Alla donna venne in mente un concerto di Vasco Rossi a cui aveva assistito con il suo compagno pochi mesi prima di Pamplona. A lui piaceva Vasco. Pensò a tutti i dischi che non avevano ascoltato insieme, a tutti i concerti a cui non erano andati, a tutte le cose, i viaggi, le pizze, le incazzature, le parole e gli odori che in quei dieci anni erano andati persi da qualche parte. Sentì muoversi dentro come una frana, terra senza radici che scivola su strati di roccia, e sentì le lacrime annebbiarle gli occhi.
– Ma che fa? Piange perché Vasco Rossi ha smesso di fare dischi? – le chiese l’uomo.
– Sì –

Racconti a 4 mani/5

La prima volta

Sospinta dalla fiumana di gente frettolosa, Elena lesse il nome della sua stazione della metro con un moto d’orgoglio. Lei, che proveniva da un paesino di mille anime, dove la distanza più lontana da un punto all’altro era di dieci minuti a piedi, aveva vinto la riluttanza a farsi inghiottire dall’oscurità del ventre profondo della città e a essere trasportata nelle sue anse tortuose, come un boccone da digerire.
Appena arrivata a Milano, sei mesi prima, il suo timore peggiore era stato non saper calcolare il percorso, di non riuscire a raggiungere la sua destinazione. Invece non aveva mai sbagliato nemmeno uno scambio. E ogni arrivo era come una vittoria sulla sua insicurezza.
“Quando hai fatto una cosa la prima volta, le successive sono molto più facili.” si disse, mentre riemergeva all’aperto.
Sua madre lo ripeteva sempre e, per quanto evitasse il più possibile di pensare ai suoi genitori e ai luoghi comuni intrisi di saggezza popolare che le avevano propinato fino allo sfinimento, non poteva non riconoscere la profonda verità contenuta in quella frase. L’aveva fatta propria. Probabilmente era stata l’unica loro eredità che avesse accettato.
Nessuno l’aveva criticata per aver abbandonato il paese natio, appena seppelliti i suoi. Né per aver venduto la casa dove era nata e tutto quello che conteneva: mobili, libri, oggetti personali carichi di storia familiare. I suoi concittadini erano sempre pronti a dare consigli non richiesti, che erano in realtà velati giudizi maligni. Ma avevano trovato comprensibile il suo desiderio di fuggire da quel posto dove un pirata della strada, rimasto tuttora impunito, l’aveva privata degli unici affetti della sua vita solitaria. Per loro una nubile di trentasette anni era un’attempata zitella, cui non restava che accudire con dedizione i genitori. Lo avevano pensato anche quei vecchiacci egoisti dei suoi, mai abbastanza sazi della vita che lei si era lasciata succhiare, paralizzata da un intreccio di pochi ricordi felici, molto senso del dovere e troppa sfiducia in se stessa.
Invece qui a Milano era una giovane single, libera da obblighi e con infinite opportunità. Non era mai stata bella, per questo non aveva trovato un fidanzato al paese, ma aveva garbo, si vestiva con gusto e conosceva l’inglese. Dopo sei o sette colloqui aveva trovato un posto come commessa in una boutique del centro.
In realtà il primo incontro non era stato facile. Si era seduta senza appoggiarsi alla spalliera, rigida, arricciando di continuo le dita dei piedi, mentre l’esaminatore leggeva il suo curriculum.
“Do you speak English?” le aveva chiesto, senza alzare gli occhi dal foglio.
Aveva annaspato, in cerca di ossigeno e di coraggio, pensando di non farcela. Mentre stava per alzarsi e rinunciare, le era parso di vedere sua madre inarcare un sopracciglio e suo padre scuotere la testa.
“È una fortuna per la povera Elena che noi siamo ancora in buona salute.”
Sempre la stessa mimica e la stessa frase a ogni sua goffaggine, che le fosse caduta una pentola o che avesse inciampato in un gradino.
“Yes, I do. Fluently.”
Non aveva risposto all’uomo ma ai genitori e al loro scetticismo nelle sue possibilità.
“Quando hai fatto una cosa la prima volta, le successive sono molto più facili.” si era complimentata con se stessa dopo il colloquio.
Infatti agli incontri seguenti era stata molto più rilassata e al quarto tentativo le avevano assegnato il posto.
Mentre entrava nella boutique, pensò che era giunto il momento di tornare al paese per far vedere a tutti come la scialba, impacciata e triste Elena fosse diventata elegante, autonoma e determinata. In fondo era partita subito dopo il funerale, non aveva neppure visto la tomba dei suoi, si era limitata a commissionare la più costosa in assoluto, con sculture di angeli piangenti e aiuole fiorite.
Sorrise alla prima cliente, una giapponese con le gambe storte e il portafoglio pieno e decise che sarebbe andata il prossimo week end.

Elena girò stizzita intorno alla tomba dei genitori. Lei aveva dato disposizioni precise. Un’aiuola di begonie, adatta alla mezz’ombra, non di ortensie. Stupidi fiori né celesti né rosa.
Si guardò in giro, cercando il giardiniere.  Il cimitero era deserto, solo più in là si udiva un leggero tramestio. Guidata dal rumore trovò l’uomo poco lontano, intento a lavorare inginocchiato sull’orlo di una fossa scavata di fresco. La vanga era poggiata dietro di lui.
“Avevo detto begonie.”
Il giardiniere, colpito alla testa, crollò sul fondo della buca.
Elena pulì il manico della vanga con un lembo del cappotto e si sciacquò le mani alla fontanella del cimitero. Poi tornò alla tomba, dove i suoi genitori, persino nelle foto un po’ sfuocate, mantenevano il consueto sorrisino maligno.
Lo avevano perso solo nel vederla guidare verso di loro il trattore a tutta velocità. Aveva faticato un po’ a mettere i corpi in macchina, ma nemmeno più di tanto. Dopo cena aveva scaricato i cadaveri sulla strada provinciale, in un ansa buia dopo una curva, luogo di numerosi incidenti. Tutti sapevano che i suoi amavano fare una lunga passeggiata a piedi, nelle sere d’estate. Tornata a casa, il cuore che le si frantumava nelle orecchie, aveva parcheggiato la macchina in garage. La polizia l’aveva controllata, giusto per scrupolo, ma nessuno aveva pensato a guardare il trattore. Comunque non era stato semplice, non era riuscita a dormire finché l’inchiesta non era stata chiusa.
Stette qualche minuto in raccoglimento, le mani giunte e le palpebre socchiuse. Prima di andarsene gettò un’occhiata verso la fossa. Poi alzò le spalle.
“Quando hai fatto una cosa la prima volta, le successive sono molto più facili.” mormorò, chinandosi a baciare le foto dei genitori.

Racconti a 4 mani/4

La lentezza dell’organismo sferico e biancastro

“Si però dai, la Kate è più fine della Pippa”. Le due ragazzine si riposano ai miei piedi; non hanno mai smesso di chiacchierare, nemmeno durante la salita lungo l’acciottolato che porta alla rocca, in cima a questo sperone roccioso.
Da più di duecento anni la brezza dondola e fa parlare i miei aghi resinosi; il fruscio aromatico accompagna quassù soldati, nobili e, ultimamente, turisti. Il frate botanico mi ha piantato proprio dopo l’ultimo tornante; così chi giunge in cima all’erta si appoggia al mio tronco per  riposare ed io offro generosamente la mia ombra coniforme. Sono il pino ingegnere.
Dal mio elevato punto di osservazione sviluppo i miei ragionamenti stocastici. Chi ha radici profonde (pari al doppio della propria altezza) è costretto a morire e soprattutto a vivere dov’è nato; ciò può sembrare una triste condanna, ammenoché tu sia un ingegnere. Un ingegnere ha sempre una tesi da sviluppare e -dunque- non s’annoia mai!
Da sempre, mentre ragiono, accumulo una sopra l’altra lunghe molecole di lignina che, intrecciate alla cellulosa, mi hanno reso il pino più alto del circondario.
Ora il mio angolo visuale è di 360°.
Attorno a me c’è l’isola, attorno all’isola c’è il lago e attorno al lago ci sono le montagne.
Il mio mondo è tutto qua: in alto il cielo, in basso il lago (che, avendo origini glaciali, ha forma  ellissoidale con i fuochi ravvicinati e per me, che amo la precisione, è di grande conforto geometrico). Le cime circostanti smorzano l’impeto dei venti e quindi il clima è mite anche se, essendo il bacino alimentato da sorgenti sotterranee provenienti dalle montagne, la temperatura dell’acqua non supera mai i 298,15 gradi Kelvin (che sono poi 25 gradi centigradi). Le sue acque scure (tipica tonalità dei laghi di mezza montagna) vedono il contrario di quel che vedo io, secondo il noto principio della specularità. Insomma, è un bel posto per un pino ingegnere.
Mi chiedevo, giorni fa, quale fosse la cosa più lenta che lo percorre in superficie. Ho escluso dalla ricerca ciò che vi sfreccia sopra o sotto (p.es. gli uccelli o i pesci) per ridurre il campo di indagine ad elementi certi e misurabili. Per la verità ero partito dall’analisi della campana. Mi spiego meglio. A 35 m dal mio tronco sorge la settecentesca cappelletta. Accanto ad essa svetta un campanile a base pentagonale con una campana incardinata insieme al suo contrappeso e il tutto -ovviamente- costituisce una massa risonante smorzata; per soli due euro i visitatori possono impegnarsi a tirare energicamente la corda ma il ritmo del rintocco, per quanti sforzi impieghino, risulta sempre assai rallentato. Suona oggi, suona domani, un ingegnere certe domande se le fa.
Dunque ho cominciato a cercare la risposta al quesito [qual è la cosa più lenta che percorre il lago, (n.d.p.i., ovvero nota di pino ingegnere)]. Anzitutto ho scartato i mezzi più veloci (va precisato, caro lettore, che qua non è consentita la navigazione a motore). Essendo un bacino privo di correnti superficiali, in assenza di venti superiori ai 2 nodi, è stato eletto a sede mondiale dei campionati di canottaggio. Non vi dico come sfreccia l’otto con. Niente da fare. Allora ho analizzato le piccole, leggere imbarcazioni lignee da noleggio, ma il vogatore improvvisato generalmente si sbraccia per far colpo sulla sua bella: niente da fare, troppa fretta, troppa gioventù. Quindi ho preso in esame le grandi, piatte barche a propulsione umana (leggasi rematore) che portano qua i turisti. Ne controllo la traiettoria, calcolo il tempo di avvicinamento, valuto in base al grado di inclinazione se il peso è distribuito in modo uniforme. Potrei dire che sono queste placide imbarcazioni la cosa più lenta, a buon motivo. Ma ieri pomeriggio ho verificato che il barcaiolo anziano impiega 2T (tempo doppio) rispetto agli altri. Quindi ho stabilito con ragionevole certezza che la cosa più lenta del lago è lui, con buona pace dei malcapitati turisti che lo eleggono a Caronte lacustre.
Però oggi, con mia grande meraviglia, qualcosa si muove ancor più lentamente: pare un organismo sferico e biancastro. Ricorda le meduse degli abissi e si dirige in direzione s/o a 2 m dalla riva. Si sposta impercettibilmente, direi di 11,5 cm/min. Ha un diametro di circa 60 cm. Si intravede sotto il suo dorso vitreo una cavità studiata da madre natura per raccogliere la giusta quantità di aria che compensi, con una spinta dal basso verso l’alto, il suo peso (Archimede confermerebbe compiaciuto). Ecco: è questo magnifico sferoide opalescente (e indefinito) la cosa più lenta del lago. Parola di pino ingegnere.

Questo è il lago del niente. Niente discoteche decenti, niente pub con musica passabile, niente centri commerciali, niente vita notturna. Zero. Ci sono solo stupide barche a remi che ti portano sull’isola dove stupidi turisti suonano una stupida campana. Non c’è nemmeno la spiaggia per prendere il sole, l’acqua non è calda e se vieni qua, a parte romperti i coglioni, fare il giro a piedi e guardare le anatre non hai altro da fare. La gente? Vecchi, bambini, famiglie: minchia che palle. E le ragazze sono delle emerite stronze che se la tirano e ti ridono in faccia.
Questa è veramente la peggiore vacanza della mia vita.
Ieri notte, tanto per far qualcosa, io e quello sfigato di Ciro abbiamo smontato la boccia a un lampione del lungolago. Si svita, è di plastica. Ci abbiamo giocato a pallone per un po’ e poi a un certo punto dal balcone dell’albergo un tizio si è affacciato e ci ha cazziato. Dice guardate che ho chiamato i vigili, delinquenti disgraziati. Allora l’ho buttata in acqua con un calcio; dopo ce ne siamo andati. Oh, non è mica andata a fondo. Galleggia.

Racconti a 4 mani/3

La vedova d’Alfonso

C’era una volta una vecchia barbuta che rientrò zoppicando, di notte, nel suo sottoscala, pieno di buste di plastica, stracci e cacche nere di zoccole sfrontate.
La barba era un vero lusso: le teneva calda la gola tutta arroventata dal fumo risucchiato, a mo’ di brace, dalle cicche raccolte in mezzo alla strada. Le cicche le metteva tutte nella scodella viola che già fu di sua sorella Teresina che diceva portava fortuna, per via del colore strano. Quando stava piena di cicche, la scodella, la vecchia co’ le cartine si faceva ‘na serie di sicarette e le metteva tutte in fila in piedi sul ripiano della moka, di fianco, che facevano un bel vedere, sembravano poveri bianchi soldatini.
Sotto ‘sto ripiano, c’aveva la bombola e però gli altri tenevano paura che per distrazione e cattiveria poi la facesse scoppiare e allora saltava in aria la casa con quelli de supra cioè la famiglia maledetta Amitrano quelli che battevano a terra co’ la scopa quando la vecchia ‘na volta l’anno cantava, magari male, ché Vincenzo Misericordioso c’aveva donato un boccione di vino finalmente buono.
Una volta all’anno!

Comunque, scacciati via i molesti pensieri, si preparò una zuppetta di pane e vino cattivo, e accese il transistor:
Vola colomba bianca vola, diglielo tu che non verrà.
Mentre inzuppava e ripensava a quando s’era rotta il femore due anni prima, i sei gatti (Mimì, Lelè, Ciccillo, Caterina, Pupetta e Rossella O’Hara) mezzo ciecati e spelati da una tigna incurabile perché mai curata, le si strusciavano contro le calzette di lana, quelle a mezza coscia, che le fermavano il sangue, facendo diga contro le vene varicose.
Tié micio, tié micia, la nonna vi dà la zuppetta. Slurp, lap, slarp, brup.
Dicono che solo gatti sozzi e scostumati potevano stare co’ la vecchia dalla barba: così sparlavano gli Amitrano.
Sua sorella Teresina invece era buona davvero e si sarebbero fatte tanta compagnia, ma la picòndria l’aveva portata via per cui a un certo punto della sera, alla vecchia ci venne ‘na terribile melanconia. Lanciò lo sguardo sul quadretto di Santa Teresina del Bambin Gesù e fece n’orazione proprio dal cuore. E dopo st’orazione crollò in un sonno di piombo sotto una coperta ecru di cartone pressato e pidocchi.

In sogno le apparve suo marito Alfonso, morto in Russia, tutto congelato.
Un commilitone che s’era messo in salvo e poi era rimpatriato, le aveva riferito: la giacca di panno si fece di cristallo come i lampadari e gli scarponi di cartone somigliavano a due trote imbalsamate nell’atto di risalire il torrente.
Questa cosa delle trote le era rimasta impressa, alla vecchia, perché le trote erano buone. Ma imbalsamate, però le facevano schifo. Meglio appunto congelate che gli Amitrano le comperavano pure al supermercato e le facevano vedere a lei per attizzare invidia.
Lei se l’era magnate una volta, più o meno 68 anni prima, a una festa di matrimonio. Alfonso all’epoca pareva uno stoccafisso imbrillantinato di buona volontà. Ma se l’era portato via il Nonno Gelo aveva detto il maestro Scaccheri. E il fatto del Nonno Gelo era una vergogna a dirlo a una povera vedova di Russia.

Però adesso nel sogno Alfonso somigliava a Socrate.
La vecchia non sapeva niente di Socrate. Lo ignorava. E dunque non sapeva di non sapere. E invece Socrate stava dentro il sogno suo, tutto impettito, magari per far bella figura, con una vestina che gli arrivava alle ginocchia.
“Donna”, disse, con voce tonante, “tu non sai di non sapere”.
La vecchia lo guardò e ripensò alle trote che però non c’erano, manco imbalsamate.
Alfò, che te possino ammazzà” bofonchiò la vecchia, “ma come cazzo te sei vestito?
Al che Alfonso le fece la faccia brutta con quel suo labbro di sotto arrivoltato in su e nell’atto della smorfia si voltò e mostrò il didietro. Già davanti con la veste accorciata pareva un poco di buono, ma l’obbrobrio era che di dietro era nudo, e faceva scandalo a guardarlo. E con la voce incazzata, che non era cosa sua abituale, ‘st’anima in pena d’Alfonso sillabò:
Hai visto che non sai? Perché le cose c’hanno un davanti e un didietro. E tu stai sempre a vede’ solo ‘l davanti…”
La vecchia quasi senza fiato e strizzandosi il petto gli fece: “Ma chenneso io! Alfò! Non hai mandato più notizie per tant’anni e ora vieni qui a mostrarmi il culo! E cosa devo sapere?”
Lentamente l’anima purgante si voltò e stentoreo, come Mosè che parla al popolo idolatra, proclamò ‘na poesia:

                 Noi anime disossate, defunte in Russia siam vaganti,
                 e c’abbiamo il compito di soccorrere i viandanti,
                 siccome fummo uniti dal santo matrimonio,
                 mò ti farò dono di un picciol patrimonio,
                 vai dunque alla caffettiera vecchia napolitana
                 e ci troverai ‘na minuta chiave, sana sana,
                 mò la pigli e c’apri la porticina
                 che conduce giù in cantina,
                 nell’otre magica troverai denari sonanti
                 che ti faran ben campar d’ora in avanti”

Detto questo ‘sto cristo vagante d’Alfonso scomparve in una nuvoletta giallo pallido, lui e la sua vesta vergognosa, lasciando uno strano odore di lavanda Col di Nava quella che gli piaceva tanto quand’era vivo e vegeto.

Ci venne un sussulto terribile alla vecchia, si prese la gola mezza strozzata dalla paura, e si disse: “Mò schiatto per l’affanno, l’infarto, la sincope altro che le trote imbalsamate… ché so’ io imbalsamata in vita!”
A fatica riuscì a ficcarsi in piedi sospirando tanto che pareva rendesse l’anima non si sa a chi. Poi appoggiandosi dove e come poteva si alzò e urlò:”
Ma guarda ‘sto figlio di ‘n trocchia, in vita pareva ‘n’omo quasi normale e mò viene co’ ‘sta vesta orrenda da frocio a dirmi del tesoro in cantina che quando mai ce l’avemo avuta, na cantina! Ma è proprio vero che non sapevo! Altro che ‘n’anima purgante è questo..! Che mi so’ svenata a farci dire cento messe: è un anima de dimonio a prendere per il culo la povera vedova sua scarmigliata!
E poi si abbatté sulla branda e pianse come non aveva pianto mai, ma tanto tanto. Nemmeno quando arrivò la cartolina ‘n dove si diceva che Alfò stava disperso si sbatté il petto così. Che tristezza! E che rabbia!

Dicono che da un po’ di tempo la vecchia va al monumento ai caduti con un involto in mano.
Dicono i pisciasotto che lei nel pacchettino c’ha della merda di gatto e la lascia ogni giorno proprio sotto ‘n dove ci sta scritto:
Alfonso Di Diase, disperso in Russia.

Racconti a 4 mani/2

Pantaloni bianchi

Mi stanno alla perfezione, si vede che sono di uno stilista. È la prima volta che mi permetto una spesa simile; sono una calamita per gli uomini, tanto bianchi da abbagliarli. Inserisco l’allarme dell’automobile, mi volto, vedo un uomo all’ingresso del bar che mi sorride. Ripiega il giornale, lo infila sotto il braccio e si allontana; per un po’ continua a guardarmi, ammirato.
Aldo, invece, non si è neppure accorto del mio nuovo acquisto.
Cammina davanti a me, saltella sulla stampella; pochi passi e siamo arrivati. Ci sediamo a un tavolino; Aldo prende un analcolico, io un caffè. Alziamo lo sguardo e vediamo arrivare l’uomo, di corsa. Indossa un abito stropicciato e ha il viso sudato.
Si avvicina e ci porge la mano, ma Aldo non si muove e gli dice: “Non perdiamo tempo. Parliamo d’affari”.
Lui deglutisce, dice: “Certo” e si passa un fazzoletto sulla fronte. Se ne sta lì in piedi, sposta lo sguardo da Aldo a me e viceversa.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”. Aldo gli fa un gesto brusco.
Lui si lascia andare sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Allora ragioniere? Spero ci porti buone notizie” dice Aldo.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca, estrae un foglio piegato in quattro. Aldo lo prende e gli getta un’occhiata. “Diecimila?” e gli rende il foglio. Quando non sa cosa fare abbassa il capo e si sfrega il mento: come ora. Decido di intervenire:
“Per tacere, diecimila sono pochi. Vogliamo parlare della gamba di Aldo? Non lavorerà per almeno due mesi ed è senza contributi. Se venisse un’ispezione, e scoprissero altri lavoratori in nero, scatterebbe la chiusura del cantiere. Non ve lo potete permettere, coi ritardi che avete. Ne vogliamo almeno il doppio” affermo.
Aldo alza la testa, annuisce e lo fissa. Apre la bocca e dice: “Ventimila. Di meno non accetto”.
Il ragioniere sospira, prende il foglio, scrive la nuova cifra e lo porge a Aldo. Lui lo prende con religiosità, quasi fosse una cambiale. L’ometto si alza e fa per andarsene. Lo tiro per la manica: “Quando?”
“Domani sera alle nove nel parcheggio dell’Ipercoop. Vicino all’uscita sul fiume”. Si è chinato e l’odore del suo dopobarba mi fa rivoltare lo stomaco. In un attimo è già sparito.
“Bene”, dice Aldo; le sue labbra si piegano in un sorriso che non gli arriva agli occhi. Ripenso a com’era all’inizio, a come mi sorrideva prima che tutto questo accadesse. Intanto, si rigira il foglio tra le mani, non gli stacca gli occhi di dosso. Ripete: “Ventimila. Una bella somma per una settimana di lavoro”.
Accavallo le gambe e dondolo il piede destro; mi aspetto che noti i pantaloni bianchi ma lui vede solo il foglio con la cifra.
La sua voce mi strappa dai pensieri, sollevo il viso e lo guardo.
“Che hai?” chiede. “Sei strana. Con quei soldi ci faremo una vacanza, quando avrò tolto il gesso. Grazie alla mia intraprendenza”. Penso che la sua intraprendenza gli avrebbe fatto accettare i diecimila euro, ma non dico niente: si altera facilmente in questi giorni.

È l’ora. Aldo freme vicino alla porta. Prendo la borsa rossa, è grande e ci sta un sacco di roba.
Una punta di rimorso mi chiude lo stomaco ma mi passa subito.
“Ti muovi?” Aldo mi guarda impaziente, vuole mettere le mani su quei soldi, dice di avere un mucchio di progetti per noi due. Ventimila euro: ne parla come fossero la strada per il paradiso.
In macchina Aldo cambia canale in continuazione, sentiamo brani di Vasco e di band degli anni ‘70. Sento che dice: “La felicità è un diritto”; spengo il motore, siamo a destinazione.
Il parcheggio è semivuoto: l’iper sta chiudendo e la gente si affretta alle macchine senza far caso a noi. Lui indossa l’abito del giorno prima, sempre più spiegazzato. Ci osserva arrivare, si guarda intorno e fa cenno di sbrigarci. Ci spostiamo tra due autovetture. Il ragioniere mi mostra la valigetta e io gli mostro la carta che Aldo ha firmato. Quella in cui dichiara di essere caduto in casa nostra, come ha detto al Pronto Soccorso quando l’ho dovuto accompagnare. Hanno creduto alla versione dei lavori di ristrutturazione e della scala scivolata sul terrazzo.
L’ometto tace, legge tutta la dichiarazione di Aldo alla luce dei lampioni, infine annuisce, piega il foglio e se lo infila in tasca.
Guarda perplesso i miei pantaloni bianchi, forse li avrebbe preferiti scuri. Scrolla le spalle, solleva la valigetta, fa scattare l’apertura e ci mostra il contenuto. Sfoglio qualche mazzetta mentre Aldo sorride.
Dopo mezz’ora siamo a casa. Aldo si siede in cucina, apre la valigetta e resta immobile. Accarezza le banconote; mi avvicino, lo abbraccio da dietro. “Saremo felici?” chiedo, gli giro attorno e siedo sulle sue ginocchia, mi passo una mano sui pantaloni. “Sì sì”, mormora, e aggiunge: “Ne possiamo fare di cose”.
“Non sono tanti. Qualcosa bisogna risparmiare”.
“Che problema c’è?”. Si stringe nella spalle: “Tu continui con le ripetizioni. Poi mi cercherò qualcosa. Devo guarire bene, ci vorrà tempo”. Gli accarezzo il viso, e sento come se qualcosa sotto le dita si sbriciolasse. È ancora Aldo quello che appare, eppure non è più lui. È un uomo con cui i miei ricordi faticano a restare in contatto.
Mi alzo, dico:
“Datti un rinfrescata, che sei sudato. Dopo mi farò una doccia”. Strabuzza gli occhi, mi fissa senza vedermi: “Buona idea”. Chiude la valigetta, si alza in piedi, incerto per qualche secondo. Poi la solleva, se la infila sotto il braccio. Impallidisco, dico: “Ma che fai?”. Si blocca, ruota appena il capo, sorride imbarazzato:
“È vero. Ci sei tu qui”. La posa sul tavolo e l’ultimo sguardo è per lei.
Si ritira in bagno; gli ci vorrà un bel po’ con quel gesso. Resto immobile finché non sento scorrere l’acqua.
Tutto si svolge senza esitazioni, o ripensamenti. Il parcheggio dei taxi è a un paio di minuti, l’aeroporto a trenta chilometri. Prendo la valigetta e la borsa rossa in cui metto qualche vestito. Scrivo un biglietto: “La felicità indossa pantaloni bianchi ma tu cosa guardi?”.
Mentre chiudo la porta mi sento leggera.