Scrivere, suonare l’armonica a bocca (e le 10mila donne di Simenon)

Se i miei libri fossero brani musicali li suonerei con un’armonica a bocca, per strada, con un cappello ai miei piedi, per le monete.
Scherzi o sogni a parte, sta pensando per davvero di imparare a suonare l’armonica a bocca. Il primo strumento musicale che mi regalò mia madre, quando facevo le elementari. Lei lo chiamava “l’organetto”. A orecchio, qualche brano lo so già suonare. Poi, però, anche in caso di miglioramento, non andrei per strada.

Perché non smetti di scrivere?, mi chiedo, quasi tutti i giorni. E ripenso alla scommessa che feci quando mi iscrissi a Lettere, lavorando in fabbrica. La scommessa con me stesso fu questa: il primo esame che ti andrà male prenderai il libretto universitario e la lancerai dal finestrino. Addio sogni di gloria.
Prima di scrivere La suora qualcosa del genere me l’ero detto: se questo libro non andrà bene, meglio smettere.

Stamattina ho letto una recensione di Valerio Calzolaio a un libro di Simenon, “Il mediterraneo in barca”.

ebbe varie mogli, quattro figli, diecimila donne (così si tramanda, di cui oltre ottomila prostitute… secondo i propri stessi vaghi ricordi), duecento pipe…
Non lavorava né scriveva senza corrispettivo, però scriveva tantissimo tutti i giorni, un bisogno vitale (come il sesso), notoriamente.
 

(L’intera recensione potete leggerla qui)

Insomma, scrivere non è come suonare l’armonica a bocca. (Una volta scrissi che per me è come respirare. E comunque: un conto è scrivere un altro è pubblicare, no?)
Infine. Sulle diecimila donne, mi chiedo: meglio averne diecimila o due, tre, quattro, cinque ma da ricordare?