Preghiera in agosto, 17 anni dopo

Hai in mente un libro, una storia, poi un fulmine ti colpisce, e ti spacca dentro, lacerandoti.
La storia che avevo in mente di scrivere era questa.
Periodo fascista, la moglie di un ricco possidente ha una storia clandestina con una figura importante del Fascio. Il marito disonorato, e i suoi fratelli, possono solo prendersela con lei. Fanno così costruire un casolare in fondo a una vallata. Vivrà e morirà lì. Il 17 agosto ero andato a vedere la vallata, volevo iniziare a scrivere.
Ma il giorno dopo arriva il fulmine. Così lasciai perdere la storia e il libro (che scriverò anni dopo).
L’idea del libro l’abbandonai perché il 18 agosto 2005 morì mio fratello Moreno.
Sul giornale La Sesia scrissi questa lettera-ricordo, che per me è un po’ come una preghiera.

La sera di giovedì 18 agosto, in via Dante qualcuno, passando, ha sentito un rumore sordo, forte: era il corpo di Moreno Bassini, 30 anni e un mese, precipitato dal quarto piano.
Era mio fratello.
E’ volato giù – così mi hanno detto – sotto gli occhi atterriti di una giovane madre. E’ successo mentre tentava di introdursi nell’abitazione dei suoi e miei genitori, lontani da casa, in ferie. L’ingresso del condominio è in via Ara, ma il cortile dove è precipitato il corpo di Moreno dà su via Dante.
Era un gesto che non avrebbe dovuto fare perché quella, da oltre un anno, non era più casa sua. Ed è stato un gesto che gli è stato fatale: sebbene Moreno pesasse poco, per passare da una portafinestra interna al balcone e superare la veranda aveva bisogno di un appoggio per i piedi: cioè i fili della biancheria. Che stavolta non hanno retto il peso. Di Moreno, così, è rimasta solo la traccia del suo “passaggio”: il filo spezzato, le impronte delle mani sulla veranda, nel tentativo disperato di aggrapparsi.
Eppure quel gesto stupido Moreno l’aveva fatto altre volte, addirittura poco prima, quel giorno stesso: così, quasi per gioco, per dimostrare che, chiavi o non chiavi, lui in quella casa poteva tornare quando voleva.
La ricostruzione dell’accaduto è stata effettuata, per ore e ore, dai carabinieri di Vercelli. Hanno fotografato, ispezionato, verificato. Sono stati loro a contattare me e mia sorella, Silvia.
Al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea sono stato io a riconoscere il corpo senza vita di mio fratello. Un’esperienza terribile, vedere un volto che ti è caro ma che non è più quel volto. Che si è addormentato, per sempre, nel peggiore dei modi.
I miei genitori hanno appreso della disgrazia solo l’indomani mattina, venerdì 19 agosto, appena rientrati da due settimane di ferie trascorse a Follonica, nella Maremma toscana (dove anche Moreno, fino a pochi anni fa, andava).
Moreno Bassini, 30 anni dicevo, e una vita difficile la sua, irrequieta: lavori precari, canne, pomeriggi e serate trascorsi da un bar all’altro, o peggio con le macchinette mangiasoldi. Ore e ore a camminare per Vercelli, spesso con il suo cane, Tobi, oppure chiuso nel suo appartamentino di via Pietro Micca, magari ad ascoltare canzoni (la preferita era Per amore solo per amore mio, ho giocato sempre a strabiliare), o a leggere Quattroruote, perché aveva la «fissa» delle auto di cui era, in effetti, un grande intenditore, o Diabolik, il giornalino a cui è rimasto fedele negli anni, o La Sesia, il giornale «dove lavora mio fratello», diceva orgoglioso. A tutti.
Era una gran testa di cavolo Moreno, sofferente di una grave malattia: incapacità a vivere, lavorare, relazionarsi con gli altri, anche per via di una timidezza estrema. Fragile e sensibile, era con i cani, con i gatti e con i bambini che diventava un altro: il suo viso cambiava, era di una dolcezza infinita destinata poi a dissolversi, vivendo.
Nei suoi trent’anni ha anche avuto la fortuna di incontrare persone buone, a cui lui ha voluto bene e dalle quali è stato ricambiato: come Franco, Alessandro, Monica e altri, che ringrazio. Con loro ha vissuto momenti felici, lo so.
Non credo, né mi risulta invece che qualcuno possa dire che fosse un ragazzo cattivo: aveva sempre bisogno di soldi, certo, ma se si ritrovava con un solo euro in tasca e se qualcuno quell’euro glielo avesse chiesto ebbene Moreno glielo avrebbe dato. Senza esitazione, con quel suo sorriso ingenuo, da perdente.
E aveva una grande dote: mai un pettegolezzo, una cattiveria o una volgarità gratuita, su nessuno; anzi, se sentiva «sparlare» lui guardava il vuoto, chiaramente a disagio.
Era strano, era infelice. Se n’è andato lasciando un grande rimpianto nelle persone che gli hanno voluto bene – e in me soprattutto -: che qualcosa in più, per lui, poteva essere fatto.
Era fiero di me, mentre io non lo ero di lui. A trent’anni, gli dicevo, non va bene che tu ti faccia ancora mantenere dai tuoi vecchi (che, disperati, hanno fatto di tutto per aiutarlo e hanno bussato, invano, a tante porte: forze dell’ordine, servizi socio-assistenziali. Niente, chi ha un figlio difficile, oggi in Italia, se lo tiene).
A volte, discutendo con me, Moreno, faceva lo spaccone: Prima o poi ne combino qualcuna delle mie così poi devi scriverlo sul giornale e ti vergogni.
In effetti stavolta l’hai combinata davvero grossa Moreno, ma non mi vergogno di te, giuro che non mi vergogno. Riposa in pace, «fratello fragile».
Remo Bassini
Vercelli, agosto 2005

Ciao Lilli

Quando piove ripenso spesso – mica sempre sempre: “spesso” – ripenso, dicevo, a quel giorno d’autunno o forse di inverno del 2003 o forse 2002….
Così a volte, vado e da lontano guardo quell’orto dove, un mattino d’autunno o forse d’inverno del 2003, io e mia figlia Sonia seppellimmo Lilli, la gatta nera che aveva vissuto vent’anni.
Pioveva quel giorno e quindi io, a volte, quando piove, passo di lì e dico Ciao Lilli, abbassando il finestrino dell’auto, e se mi pigliano per scemo non importa, tanto succede solo a volte che io vada lì, però ci penso spesso, insomma ci penso quando non ci vado e quando mi ricordo: direi spesso.

(Dico anche ciao Giuditta, c’è anche Giuditta lì, il cane di mia sorella Silviia, che tiene compagnia a Lilli, specie quando piove)

(E mentre scavavo per seppellire Lilli pioveva, ci pioveva sul viso a me e a Sonia ma tanto lo sapevamo tutti e due che insieme alla pioggia piovevano lacrime).

Qualche complimento sparso qua e là

Così, cazzeggiando su facebook dopo aver controllato la posta elettronica (nessuna nuova) e le classifiche dei miei libri (in particolare La suora) su Amazon (vendite da depressione) mi ritrovo sul profilo di una mia amica argentina, si chiama Mirta, che ha postato una foto che le hanno scattato al mare mentre sta leggendo La suora, e così, dopo averla ringraziata, guardo distrattamente le sue foto e, tornando indietro, scopro di averla taggata – era il 20 novembre del 2020 – quando postai, sul mio profilo, la recensione al libro Bastardo posto che Livia Profeti scrisse su Left.
E mi accorgo che tra i commenti, Cristina Bove, poetessa che ho incrociato nei blog e su facebook, scrisse (su Bastardo posto): l’ho letto, Paola, e mi sono più volte sorpresa a chiedermi se non stessi leggendo un “grande”…
devo dire che il martellante ripetere del nome ha un effetto che turba, che amplifica la suspence, e imprime il ritmo a tutto il romanzo.
i luoghi si imprimono con una loro dolenza visionaria, i vissuti si intrecciano con sapiente piglio giornalistico.
insomma, non so se si è capito, mi è piaciuto un sacco!!!

Mi ha fatto piacere leggere quel commentoi in una giornata bigia, di pioggia.
Bastardo posto, La donna di picche, La suora: i libri che “sento di più” e che, in fatto di vendite, non sono andati (o non stanno andando, con riferimento a La suora) bene.
Non mi resta che accontentarmi di qualche complimento, sparso qua e là.

L’incipit di Bastardo posto (che so a memoria) in questo video.
Piove sulla prima pagina di Bastardo posto, come qua, ora.