L’editore migliore

Se scrivi ti confronti con il mondo.
Con te stesso, innanzitutto. Se una frase, una pagina, un capitolo scritto ti piacciono ti senti bene. Ma in genere la scrittura – parlo per me, ovvio – è costellata da mille dubbi.
A chi sto scrivendo?
Per chi sto scrivendo?
Cosa sto scrivendo?
Come sto scrivendo?
È proprio necessario che io scriva?
Si scrive, e basta. Poi si attende il Giudizio universale: prima degli editori e poi dei lettori.
Chi scrive vive di giudizi altrui: non per altro: per continuare.

Capitolo editori.
Più sono grandi è meglio, ovvio.
Più sono grandi e più sei distribuito. Con quelli piccoli o piccoli piccoli a volte è come non avere scritto.
Cinquecento copie vendute, oppure ottantasette.
Capitoli editori, dunque.
Parlo sempre per me. Per me conta trovare un editore che creda in me.
Mi è successo, ho toccato con mano: quando ho pubblicato con Perdisa, con la regia di Luigi Bernardi, e quando ho pubblicato con Fanucci (Sergio Fanucci).
Luigi Bernardi credeva come me e forse più di me in “Bastardo posto”.
Sergio Fanucci credeva e ha creduto fortemente ne “La donna di picche”.
Ti abbiamo iscritto al premio Scerbanenco, sei tra i cinque libri scelti dalla casa editrice… Poi tu lo Scerbanenco né lo vinci né arrivi in finale ma sai che il tuo editore ha creduto in te.

Luigi Bernardi, Fanucci e poi ce n’è stato un terzo: si chiama Ivo Tiberio Ginevra, è di Palermo: casa editrice I buoni cugini.
Con lui nel 2019 ho pubblicato “Il bar delle voci rubate” che è una revisione del primo libro, “Il quaderno delle voci rubate”. Una revisione profonda: titolo diverso, primi capitoli diversi, tagli e inserimenti all’interno del libro, finale completamente diverso.

L’editing me lo ha fatto lui, Ivo Tiberio Ginevra (che casino avere due nomi più un cognome che è un nome di donna, un bel nome, antico anche). Lo conoscevo da anni. Aveva scritto delle ottime recensioni di alcuni miei libri, insomma: sapevo che mi stimava. Ivo Tiberio è tante cose: un critico, uno scrittore, un editore (affiancato dalla moglie, Anna Squatrito) e, soprattutto, un uomo che lavora con passione.

Purtroppo “Il bar delle voci rubate” è uscito due tre mesi prima dell’arrivo del Covid: una sola presentazione, nessuna recensione. È passato inosservato. Peccato. Oddio, non è che gli altri miei libri siano passati “osservati”. Forse uno: La donna che parlava con i morti (Newton Compton, ora ristampata da Il Vento antico, altra ottima casa editrice).
E comunque.
Questo è un periodo no, per me.
A dicembre, La suora compirà un anno: e a dicembre farò un bilancio, severo e il più possibile oggettivo, su questo libro a cui tengo molto.
Poi.
Leggo libri che in genere non mi piacciono. Trovo difetti nelle serie Netflix che vedo la sera tardi. Non mi piace quello che scrivo (ho iniziato tre romanzi, poi accantonati).
Ma se un giorno dovessi scrivere qualcosa so già che lo proporrei ai due editori che hanno creduto in me: Fanucci e I buoni cugini.

Il ritratto in copertina è della pittrice Lorena Fonsato