Tre incipit

Incipit di alcuni libri che mi hanno lasciato qualcosa. (“L’inverno del nostro scontento” è anche un ricordo: della mia prima taglia da scuola. Rintanato in un bar, passai cinque ore a leggerlo col timore che entrasse qualche conoscente di famiglia o, peggio, qualche professore)

Opinioni di un clown, di Heinrich Böll

Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo.
Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor più meccanico, senza perdere in scioltezza.

L’inverno del nostro scontento, di John Steinbeck

Quando il mattino biondo oro di aprile destò Mary Hawley, ella si volse al marito e lo vide, coi mignoli in bocca le faceva le smorfie.
«Scemo» disse. «Ethan, hai trovato l’estro comico.»
«Senta, Topolina, mi vuol sposare?»
«Ti sei svegliato scemo?»
«Il buon dì si vede al mattino.»
«Mi par proprio di sì. Ricordi che è venerdì santo?»
Con voce cupa egli disse: «Gli sporchi romani passano in rango per il Calvario».
«Non esser sacrilego. Marullo ti farà chiuder bottega alle undici?»
«Pulcino mio, Marullo è cattolico e terrone. Magari non si fa nemmeno vivo. Chiudo a mezzogiorno e fino al termine dell’esecuzione.»

Il quartiere, di Vasco Pratolini

Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. Via Pietrapiana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l’Arno sulla destra, i Giardini e l’Annunziata sulla sinistra.
Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figlia a scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie “grasse”” del Trecento. Via de’ Malcontenti ne era un’arteria e un monito; via dell’Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in età lontana un immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, “rallegrandolo”. Panni alle finestre, donne discinte.
Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.

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