Racconti a 4 mani/11

Una vita lunga

A. fa le valigie e parte da sola, senza un soldo, per un posto qualunque, all’estero. Un’emigrante 2.0. Lavora nella fabbrica dell’assistenza informatica. Otto ore con turni a partire dalle 6, dal lunedì al venerdì, sabato e domenica liberi e la libertà di spendere tutto lo stipendio il quindici del mese.
Per ogni chiamata che riceve, deve fare un report. Un ticket, lo chiamano. Così la multinazionale dell’assistenza prende i milioni di euro e lei lo stipendio e la libertà di circondarsi di cose. Poi impara a scrivere in inglese mentre parla in francese e tutto questo mentre è collegata al pc di un cliente a cercare di risolvere i suoi problemi. 8 ore di fila, 5 giorni la settimana, più gli straordinari e nessuna vacanza. Certo, non è come scaricare cassette al mercato. Certo non è come piantar chiodi nei bancali. Per 8 ore, 5 giorni la settimana, quasi 12 mesi di fila, per 4 anni e altri a venire.
Quando esce dal lavoro, A. prende la bici e va al caffè in centro, quello gestito dalla gente del suo paese, con cui può scambiare una parola in dialetto. Come stai. Bene e tu. Prendi qualcosa. Sì, questo o quello. Ciao, alla prossima.
Un giorno incontra un uomo con le stampelle, un friulano come lei.
Un sessantenne che parla e parla e parla.
“Secondo me, mi vuole ipnotizzare” pensa.
L’uomo con le stampelle parlava ormai da un’ora quasi, senza  che A. potesse trovare lo spazio e la forza di interromperlo. In fondo, era affascinante ascoltare uno del suo paese che era emigrato prima di lei, uno che ci aveva fatto fortuna con questi tedeschi. E come. “Hai un processo? Scordati che i Richter ti diano ragione, appena vedono il tuo cognome italiano. E tu sai come mi sono fatto rispettare? Con la pistola. Tu Richter non mi dai ragione? E io ti ammazzo. Ti faccio paura? Anche ai miei figli faccio paura, mi dicono che sono esagerato, ma io così mi sono sempre fatto rispettare, sai. Con la pistola. Scordati la scalata sociale, qui. Non ti faranno mai entrare in certe cerchie, perché non sei tedesca. Se sei inglese forse sì, ma se sei italiano sei poco più di uno zingaro. E quest’idea che siamo zingari, chi gliel’ha data? Quegli stupidi, quegli imbecilli dei registi neorealisti. Ladri di biciclette, figuriamoci. I danni che hanno creato, i danni! Questo in Europa volevano sentirsi dire, che la nostra cultura italiana è cosa da poveracci. E ancora ci credono. Finché non scendono a Milano o a Firenze o a Roma e si sentono gente di provincia”.
A. ascolta senza batter ciglio. Cosa le importava dell’Arte, in fondo, lei creava ticket e viveva di ticket, mica di arte. “Il popolo è ingenuo, beve tutto quello che gli viene detto. Ad esempio, il pacifismo. Che razza di ideale è? Mica si rendono conto che è un imbroglio che serve ad ammansire. Tutti a credere che fosse un santo, quell’impostore con il lenzuolo…come si chiamava?”
“Gandhi?” “Sì, Gandhi, giusto. E tutti gli indiani ad ascoltarlo, a credere nella non-rivolta, nella pace che è in realtà un “non tocchiamo il padrone”. Bravi. E non si sono accorti che gliel’ha messa in quel posto, Gandhi. Poi guarda che fine ha fatto.”
Gli aceri davanti alla Thomaskirche  vibravano, mentre l’aria andava oscurandosi velocemente.
“Forse è meglio che vada”.
“No, aspetta! Fammi vedere le mani”.
“?”
“Le mani. So leggere le mani, io: ho antenate balcaniche.”
A. non ama queste cose, ma le pare brutto sottrarsi a quel vecchio impomatato, con le stampelle: non saprebbe cosa dirgli. Stende la destra. “Dammi anche l’altra”. “Ohoho! Vedo una bella linea della vita, ben marcata: sarà lunga. E guarda quest’altra. Vedi qui? Qui è adesso: non sei felice, non hai un buon lavoro…Ma guarda poco dopo: si distende, si allunga, arriva fino in alto: è la linea del destino. Prenderai delle iniziative importanti, fra non molto, deciderai di dare una svolta decisiva alla tua esistenza, non appena ti capiterà l’occasione giusta e sarà fra breve”. A. vorrebbe chiedergli dell’amore, ma teme di apparire la solita sciocca sentimentale, e poi, come fare ad inserirsi in quel fiume in piena? Ma lui la precede: “Qui, più sulla mano sinistra che sulla destra (la sinistra è la mano dalla parte del cuore, tieni presente) la linea dell’amore è nitida e profonda: passionale, eh, signorina?”. A. questa volta sottrae le mani, provando  quasi una scarica elettrica: “Con una scusa o l’altra la buttano sempre sull’intimo. Ma chi ti conosce”. Sorride, abbozza: “Ora devo proprio andare, tra l’altro il tempo sta mettendo al brutto. Alla prossima!” Inforca la bici e mentre dà le prime pedalate sente l’uomo gridarle: “Sarai fortunata, vedrai…un buon lavoro, un amore…una vita lunga, molto lunga”. Nonostante il fastidio che il tipo le aveva provocato: “Bel tipo di fascistone, pieno di pregiudizi: che cazzo sono stata là a sorbirmi come una scema le sue tirate sulla crisi mondiale, la giustizia, i tedeschi…persino Gandhi…ma come si fa a parlare male di Gandhi?”, era più forte di lei: non riusciva a non provare un certo compiacimento schifato. Le aveva predetto una vita lunga e dei cambiamenti interessanti, persino l’amore! E a breve. Lasciò Augustusplatz, passando davanti alla Gewandhaus e all’Oper Leipzig. Mandò un bacio ai due palazzi, pensando al concerto dell’indomani e a quello della settimana successiva. L’unica cosa che amava veramente era la musica, l’unica cosa per cui valeva vivere, si disse. Stava soffiando un vento contrario che la faceva faticare sui pedali e lampi e tuoni cominciavano a susseguirsi più  ravvicinati. Imboccò il Georgiring per dirigersi a Johannisplatz. “Ma pensa se mi riesce di mollare quel lavoro di merda, se accolgono almeno una delle domande che ho fatto! Sarebbe una botta di culo! Gli pago da bere, una cena, tutto quello che vuole se va come ha detto, a… coso…lì…”. Non  ricordava il nome. Per far presto salì sulle rotaie del tram con la bicicletta, diretta all’attraversamento pedonale. Slittò leggermente, stava cadendo qualche goccia di pioggia. Slittò ancora, mise istintivamente giù un piede. La ballerina le scivolò via. Scese per riprenderla, in velocità, impacciata dalla tracolla, mentre le gocce aumentavano trasformandosi, in pochi secondi, in un temporale. “Non è esattamente il posto migliore al mondo…”. Sentì lo scampanellio, vide anche i fari e subito dopo udì un altro scampanellio e altri fari. La prima ad essere colpita fu la bicicletta che emise un frastuono come di armi che cozzano improvvise, i pezzi furono lanciati oltre il tetto del tram. In una frazione di secondo diventò un ammasso di abiti, carne, tendini, grasso, pelle, vertebre. La testa si assottigliò schizzando lontano da sé gli occhi, che rotolarono nel binario liberato dalla furia del metallo, a guardare un destino luminoso, una vita lunga, lassù, tra le stelle.

13 pensieri su “Racconti a 4 mani/11

  1. Trovo che la seconda mano ha snaturato l’uomo con le stampelle: uno che parla a quel modo non crede alla lettura della mano, secondo me.
    Non riesco proprio a non trovare raccapricciante gli occhi che schizzano via.

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