C’ è una nuova Pagina in questo blog, quella con gli incipit (messi in modo non ortodosso; vedi link a fine pagina) dei miei libri. Tutti. Libri vecchi, nuovi, metà e metà, belli tutti spero, ma chi lo sa?
Ma come si comprano i libri?
Io, nove su dieci, li compro leggendo e sfogliando le prime pagine. Ma anche seguendo consigli. In passato una mia lettura era il vecchio blog di Giulio Mozzi, un autore come Franzen ma anche alcuni autori che pubblicò Sironi (Luisito Bianchi, su tutti) me li ha fatti conoscere quel suo vecchio blog, oppure seguendo i consigli di Luigi Bernardi (Luigi, dimmi un autore che mi consiglieresti di leggere. E lui, senza pensarci: Crumely. E io: e il più bello di Crumley? E lui: L’ultimo vero bacio), oppure leggendo o parlando con alcuni blogger (Annarita Verzola mi ha consigliato una grande giallista: Elizabeth George), a volte due persone della mia città: due avvocati, un uomo e una donna. Sono grandi consumatori di libri, mi piacciono le loro recensioni parlate quando li incontro.
Oppure i libri li scelgo – è il modo che più mi piace – o in libreria o tra le bancarelle dell’usato.
Trascorrere un’ora tra le bancarelle in via Po, a Torino, quando facevo l’università, e c’erano in offerta i libri di seconda scelta è uno dei ricordi più belli di quegli anni. Belle giornate, anche se pioveva.
Nelle bancarelle dell’usato cerco tutti i Maigret, ne ho una quarantina, me ne mancano parecchi, ancora, in una bancarella, una vita fa, comprai un libro di poesie di un certo Bukowski, che allora non conoscevo, mentre in libreria, sfogliando le prime pagine, ho scoperto (senza aver letto prima recensioni) due autori fantastici: Jean-Luc Bannalec e John Banville.
Gli autori che ho citato in questa pagina – Jmaes, Crumley, Elizabeth George, Jean-Luc Bannalec, John Banville – sono sulla scia (ovvio, a mio avviso) di grandi scrittori come Chandler, Mankell e Oliveri. Nei loro libri ci sono le caratteristiche che cerco:
la descrizione di un ambiente
una scrittura incisiva
una storia e dei personaggi mai banali.
Basta leggere un incipit per capire se un libro ci piacerà?
A volte.
In ogni caso: i miei incipit sono QUA.
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Quando metti un po’ della tua vita nelle pagine di un libro
Quando metti un po’ della tua vita nelle cose che scrivi… Ma procediamo con ordine.
Se c’è stato un momento della mia vita di scrittore che mi sono avvicinato alla serie A (appunto degli scrittori) è stato quando è uscito il mio libro Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel.
Quel libro fu Libro del mese e finalista Libro dell’anno a Fahrenheit (radio 3, Rai), grazie a quel libro fui contattato da Newton Compton che mi chiese un romanzo, quel libro fu anche molto recensito (grazie alla post fazione di Marco Travaglio?) in quel libro c’è un protagonista – Lo scommettitore – che prima lavora per i politici fregandosene di ogni regola e poi lascia tutto e fugge e tira avanti con pochi soldi in tasca.
Mentre prima scommetteva sulle sue capacità (se non verrai eletto potrai anche non pagarmi) la sua nuova vita è un’altra scommessa: campare con poco.
Naturalmente, in questo c’è dell’autobiografismo.
Nella mia vita c’è stato un momento (durato 9 anni) in cui ho guadagnato bene (direttore di un giornale) nella mia vita ci sono stati momenti in cui ho tirato la cinghia. Parecchio anche, come nei due anni vissuti da disoccupato. Avevo qualcosa da parte, ma per tirare avanti facevo di tutto: pulizia cantine, il cameriere, il correttore di bozze…
Oggi va così così. Ho appena ricevuto notizia che a dicembre deve revisionare l’auto che non uso mai (1500 chilometri in due anni). Avevo in mente di regalarmi una pipa nuova per Natale (una dunhil, una delle meno care: 250 euro), niente: auto-regalo rimandato.
Già: dieci euro. E neanche tanto tempo fa. Un anno e qualche mese. Per lui era normale lasciare dieci euro di mancia al ristorante.
Ora invece con dieci euro ci campava. In un discount aveva fatto la spesa come minimo per due giorni: una confezione con quattro würstel, due scatole di fagioli, due mezzi litri di latte, due bottiglie d’acqua, tre scatolette di tonno, una scatola grande di carne in gelatina, un litro di succo di frutta al pompelmo, del pancarré, un paio di calze di spugna grigie. Totale otto euro e ottantun centesimi.
Poco più di un euro di resto, sufficiente per un caffè al bar tabaccheria dove, inaugurando una banconota da cinque, comprò il solito pacchetto di Esportazioni senza filtro: si era abitua- to a fumarle con un bocchino, così da stemperare quel tabacco acre.
Quelle sigarette, che di bello avevano solo il pacchetto, verde con un veliero disegnato, le aveva fumate da ragazzo. Rubate dalla tasca della giacca del nonno, intento a vangare nell’orto. Che puzzassero così non lo ricordava.
Stasera invece di mangiare una cipolla cruda con del formaggio – il solito Fontal del discount – che magari mi restano sullo stomaco, ceno con latte e pane vecchio inzuppato. Mi lasciano un buon sapore in bocca. Poi, forse, mangio una mela: era vicino ai bidoni dell’immondizia di un supermercato. C’è sempre ressa di barboni, e non solo, alla ricerca di frutta e verdura. La mela l’ho presa, l’ho messa in tasca, l’ho lavata e rilavata. Ma non so se riuscirò a mangiarla. Non credo.
Non la mangerò.

A proposito di vendite (lettera di un’amica)
Post non facile, questo: sulle vendite dei miei libri.
Una persona amica, due giorni fa, mi ha inviato una mail. Mi ha scritto: Guarda che sbagli a scrivere che i tuoi libri vendono poco.
Mia riposta: Hai ragione, ho una certa propensione a evitare le autocelebrazioni In effetti, ho aggiunto, con La donna che parlava con i morti, libro oggi ristampato da Il vento antico, dopo la prima edizione, di 4000 copie, ci fu una ristampa di altre 1500 copie).
In genere, case editrice e scrittori tendono a barare un po’ sulle vendite.
Non tutti.
Mozzi per esempio è sempre stato sincero, e se oggi dice che Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi sta andando a gonfie vele tra vendite e ristampe vuol dire che è così.
Ed era sincero Vitaliano Trevisan, morto da poco, che per molti è il migliore scrittore italiano, quando sulle sue pagine di facebook diceva che dei like non se ne faceva nulla, comprate i miei libri piuttosto, diceva, lamentando basse vendite.
Vengo a La suora. A distanza di un anno continuo ad avere dei riscontri positivi su Amazon.
Continuerò a promuoverla, parlandone, facendo presentazioni eccetera.
Ricordo ancora – era il 2003 – quando andai nella sede della casa editrice Mursia a firmare il primo contratto. Mi fanno vedere due libri. Mi dicono: questo è stato recensito da tanti giornali, questo no. Sa quale dei due ha venduto di più? Quello non recensito. E sa perché? Perché per le vendite dei libri vale soprattutto il passa parola.
Vale il passa parola, aggiungo io, ma vale anche pubblicare con una casa editrice ben distribuita (poi certo, altro discorso, se uno va in tv stravende…).
Fine del post, insomma, oggi seguo i consigli della persona amica che mi ha scritto.

Vedo solo ora (aggiornamento delle 15,14).
Anche gli ebook de La donna di picche, qui sotto, e de La donna che parlava con i morti (sotto) non sono messi male nelle classifiche Amazon.


Fabrizio: un libro (vero) che non so se scriverò
Di un mio libro, Vicolo del precipizio (storie contadine ambientate a Cortona e narrate da un ghostwriter) ho un ricordo carino. Prima di proporlo a Luigi Bernardi e a Perdisa lo proposi anche a due altri editori.
Uno mi rispose che la storia era bella, mail finale era da riscrivere e ripensare, l’altro mi scrisse che il libro non era convincente, eccetto il finale, davvero bello.
Succede. Chi legge in una casa editrice non è Dio in terra. Fa valutazioni sue, punto (lo spiega bene Pontiggia in un suo racconto).
Ma la editor che elogiò il mio finale scrisse anche un’altra cosa: che la mia biografia (scuola, poi fabbrica, poi studente lavoratore, poi disoccupato, poi portiere di notte, poi giornalista( era interessantissima.
Forse dovrei usare parte della mia mia biografia, e magari poi prestarla a un personaggio. Magari a uno scrittore che per campare fa il cameriere.
Ecco cosa ho scritto stanotte.
Sto piangendo mentre mangio un Buondì Motta. Sono a scuola, frequento la seconda elementare. Non è un giorno qualunque.
Il maestro, severissimo, oggi mi ha dato il permesso di mangiare il mio Buondì prima dell’intervallo. L’ha fatto perché poche ore fa è morto mio fratello Fabrizio, che aveva solo dieci mesi.
Quando mamma mi ha svegliato mi fa: Remo, devo dirti una cosa.
Allora non sapevo che Fabrizio era malato, però quando mamma pronuncia quelle parole – Remo, devo dirti una cosa – capisco che a Fabrizio è successo qualcosa di brutto.
Piansi ininterrottamente, quel giorno, prima a scuola e poi a casa. Ero attaccatissimo a Fabrizio. Quando mamma si assentava per fare la spesa badavo io a lui. Lo cullavo, gli facevo il solletico, qualche volta gli davo qualche “granellino” di parmigiano grattugiato.
Tornato a casa da scuola, pensai: e se l”avessi ucciso io? Non avrei dovuto darglielo qual parmigiano, la mamma non avrebbe voluto.
Arrivò il fotografo, che abitava nel nostro stesso condominio: l’unica fotografia della breve vita di Fabrizio è la foto di Fabrizio che, tutto vestito di bianco, dorme per sempre.
Poi arrivarono le suore, maledette. Mi presero in giro, mi dissero che Fabrizio adesso era felice su una nuvola «guarda in cielo, è là», così io smisi di piangere, dissi «che bello, Fabrizio è là», nemmeno al funerale piansi.
Ma non dimentico. La bara bianca scende, le gambe di mamma non la tengono in piedi, sta per cadere, ci pensa mio padre a sorreggerla. Il peggio fu tornare a casa: non piangevo più, ma la casa senza Fabrizio non era più la stessa.
Anni dopo, sono da una psicologa. E’ molto bella, molto brava, molto sensibile. E io sono un soggetto molto interessante, per lei. Sgrana gli occhi quando le dico che…
(non so se continua)
(però accetto consigli)
(la foto di Fabrizio è incorniciata e appesa alla mia sinistra)
La suora, un anno dopo
Uno anno fa contavo i giorni: si avvicinava l’uscita de La suora.
Da allora ho provato a scribacchiare qualcosa ma non ho partorito nulla. Avrò scritto l’incipit di una ventina di romanzi interrotti a due, tre massimo quattro pagine.
È la seconda volta che mi blocco.
La prima volta successe venticinque anni fa, dopo aver scritto il mio primo libro: Il quaderno delle voci rubate (ripubblicato e in gran parte riscritto con il titolo Il bar delle voci rubate).
Per anni, inviavo il manoscritto agli editori ricevendo o rifiuti (ho ancora in mente il primo: di Frassinelli) o nemmeno un rigo. E intanto mi dicevo: forse non sei uno scrittore.
Il secondo blocco è di pochi anni fa, dopo l’uscita de La donna di picche. Il mio editore (Fanucci) mi disse: il prossimo libro che scrivi deve essere bello almeno come La donna di picche.
È una parola, pensai.
Ma quando finii di scrivere La suora pensai: è bello come La donna di picche, forse di più.
La scommessa, adesso, sarebbe quella di scrivere un romanzo che – a mio avviso s’intende (ma sono severissimo con me stesso) sia all’altezza de La suora.
Dal momento che non ci sto riuscendo non mi resta che continuare a parlare in questo blog o di libri d’altri o di libri miei, de La suora in particolare.
A un anno di distanza un libro è dimenticato, sommerso dalle nuove uscite. Ma non mi arrendo, io.
Oddio, prima che uscisse una voce mi diceva: vedrai, farà la stessa fine dei libri a cui tieni di più (Bastardo posto e La donna di picche).
Ma voglio insistere, io. Magari comprerò un po’ di copie e poi andrò a venderle scontate in qualche posto lontano, con poco chiasso e magari il mare non lontano, perché mi ha sempre fatto bene guardare e respirare il mare.
Cosa c’entri il mare con La suora non lo so, però mi andava di scriverlo, tanto.
Internet e la scrittura
Per quanto riguarda i libri che leggo e che scrivo ho una predilezione per quelli che leggo, predilezione che diventa scelta per le cose che ho scritto in passato: dai libri, e soprattutto dei gialli, mi piacciono le atmosfere. La Milano di Renato Olivieri, con il commissario Ambrogio che andava a mangiare le uova strapazzate in una trattoria ai Navigli, o la Parigi e certe cittadine della Vandea nei Maigret di Simenon, o la Bretagna descritta nei libri di Jan-Luc Bannalec, oppure la Torino o la Vercelli dei gialli che ho scritto per Fanucci – La notte del santo, e La donna di picche.
Descrivere i luoghi, respirarli, dipingerli nella mente, leggendo o scrivendo.
In un mio giallo (Vegan, le città di Dio) c’è la città di Narbonne: c’è, perché ci sono stato.
Non ci sono, nei miei libri, città o luoghi tratti da internet.
Non mi va, per scelta.
Mi succede, certo, di usare internet, ma quando mi succede lo scrivo.
Più il passato e i legami sono tenuti lontani dall’isola di San Giulio e meglio è: le suore possono così dedicarsi completamente al dialogo con Dio, pregando.
Su YouTube ci sono tanti filmati, con sporadiche interviste, cerimonie. I volti delle suore di clausura di San Giulio sono sempre sereni, felici. Il loro sorriso è un sorriso sincero. Vuol dire che hanno ragione loro. Lì, in quell’isola, dev’esserci Dio.
(da La suora)
Scrivere alla cieca, senza schemi, né regole
Lo scommettitore, che fu pubblicato da Fernandel nel 2006, è il libro che ha ottenuto il maggior numero di recensioni, tutte positive. Fu anche “libro del mese” e finalista al “libro dell’anno” della trasmissione Fahrenheit.
Perché ne parlo, oggi.
Sullo scrivere un libro si dicono tre cose:
che bisogna avere un’idea di partenza, magari una scaletta nebulosa.
Che dopo aver scritto una cosa è meglio prendersi una pausa, lasciar decantare, insomma, parole e pagine. Per poi rivederle e fare un editing.
E che nella fase di editing è importantissimo tagliare.
Allora: iniziai a scriverlo senza avere la minima idea di dove andassi a parare. Non solo: le prime pagine che scrissi, poi, le collocai a metà manoscritto.
Iniziai così.
Rileggendo la lettera anonima per l’ennesima volta, don Alberto pensò che se avesse potuto avrebbe fatto bene a fotocopiarla, ma non c’era tempo per studiare il modo di mandare qualcun altro, poteva mica andare lui in copisteria. Non era roba da prete perbene.
Lui non lo era, un prete perbene. Piccolo, grasso, vicino ai settanta, aveva ancora una voglia matta di donne. Certo, ne aveva una, ma troppo in là con gli anni, solo cinque meno di lui. Don Alberto avrebbe dato chissà che per una bella trenta-quarantenne. Anche il quadro di valore, di artista ignoto ma di epoca rinascimentale, unica cosa degna di nota in quella chiesa scalcinata: tanto poi avrebbe detto che erano stati i ragazzi dell’oratorio, che non sopportava, a rubarglielo. Con la sua quasi coetanea, poi, era una cosa penosa, e tanto. Doveva ricorrere al Viagra e a dosi massicce di fantasia. Per questo la lettera gli era piaciuta così tanto. Perché, miracolosamente, gli aveva provocato un rigonfiamento, per di più naturale, che per lui non era certo cosa da tutti i giorni.
Sapere che l’avvocato penalista più famoso della città lega la moglie al letto, nuda, col sedere che dà verso l’alto dei cieli, e che quel sedere, bene in mostra a tutti i santi del paradiso grazie a due cuscini sotto la pancia della signora, viene trafitto dal manico di una scopa, a don Alberto provocava una sorta di preorgasmo. Che aumentava, leggendo di frustate e sputazzate sulla schiena della signora, lei sì bella e, da quanto ricordava, sui trentasei-trentasette, massimo trentotto anni. Era un’immagine sacra, da tenere a mente, in vista della prossima penosa puntata con la quasi coetanea.
Insomma, un primo capitolo scritto senza sapere dove andare, al buio. Ma poi, scrivendo, mi venne in mente il personaggio dello scommettitore. E quel primo capitolo scritto rimase lì, a galleggiare, finché non lo ripresi sistemandolo a metà libro.
Che scrissi in una settimana. Ma in forma ridotta. C’era tutto, ma era una sorta di Bignami del libro.
Insomma: invece di tagliare aggiungevo.
Il tutto in due mesi. Lavoravo e appena potevo pensavo al libro e appena potevo (di notte) scrivevo.
Lo inviai a Fernandel, a Giorgio Pozzi, che mi aveva già bocciato un libro (Dicono di Clelia, pubblicato da Mursia).
Gli piacque, lo pubblicò in poco tempo….
Il vero incipit è questo:
Dieci euro, neanche tanto tempo fa, li aveva regalati alla bambina che aveva aiutato i nonni a portare le posate in tavola. Aveva arrotolato, piegato e pigiato la banconota così da farla sembrare un bastoncino, in modo da ritardare la sorpresa: Guarda, ho un bigliettino per te.
In quella trattoria di un paesino isolato, di bassa collina, lambito dalla nebbia della vicina pianura, aveva incontrato per la prima volta Carmen Severi, la candidata. Un anno e quanti mesi prima? Preferiva non pensarci, lui, meglio perdere il conto del tempo che ti separa da un ricordo che fa male, quasi un incubo.
A scegliere il posto era stata Carmen; la trattoria era dei suoi zii che, nell’occasione, avevano chiuso il piccolo ristorante, così da evitare occhi indiscreti, ma tenuto aperto il bar, per i vecchi incalliti giocatori di scopone scientifico.
La bambina gli aveva detto che faceva la terza elementare. Faceva pure tenerezza, per via della macchinetta ai denti e della montatura degli occhiali, rosa su lenti spesse. Restò sorpresa, finita la cena, quando ricevette la banconota travestita da bigliettino; non disse nulla, andò in cucina, poi tornò, opportuna- mente istruita: La ringrazio signore, non doveva.
Era dolce come la zia, la cuginetta di Carmen.
Già: dieci euro. E neanche tanto tempo fa. Un anno e qualche mese. Per lui era normale lasciare dieci euro di mancia al ristorante.
Ora invece con dieci euro ci campava. In un discount aveva fatto la spesa come minimo per due giorni: una confezione con quattro würstel, due scatole di fagioli, due mezzi litri di latte, due bottiglie d’acqua, tre scatolette di tonno, una scatola gran- de di carne in gelatina, un litro di succo di frutta al pompelmo, del pancarré, un paio di calze di spugna grigie. Totale otto euro e ottantun centesimi.
Poco più di un euro di resto, sufficiente per un caffè al bar tabaccheria dove, inaugurando una banconota da cinque, com- prò il solito pacchetto di Esportazioni senza filtro: si era abitua- to a fumarle con un bocchino, così da stemperare quel tabacco acre.
Quelle sigarette, che di bello avevano solo il pacchetto, ver- de con un veliero disegnato, le aveva fumate da ragazzo. Rubate dalla tasca della giacca del nonno, intento a vangare nell’orto. Che puzzassero così non lo ricordava.
Dopo aver bevuto il caffè e pagato, guardando fuori oltre la vetrina ebbe un sussulto: una donna che, da dietro, era simile a Carmen Severi. Piccola di statura, magra e coi capelli neri neri, cortissimi, da maschietto. Sapeva che non poteva essere lei: non aveva né l’andatura un po’ ciondolante né lo zainetto nero, che Carmen non abbandonava mai; a tracolla, oppure ai suoi piedi, era come se fosse parte di lei.
In strada si accorse che quell’immagine lo aveva distratto al punto che era uscito dal bar dimenticandosi di portar via, non era rubare quello, un bel po’ di tovagliolini da utilizzare come carta igienica: non voleva usare quella della signora Ornella, la sua padrona di casa.
Il pensiero di Carmen, ricorrente perché non era la prima volta che credeva di vederla ben sapendo che non era lei, la dimenticanza dei fazzolettini e un leggero mal di testa, probabilmente provocato da una birra scadente bevuta di notte, lo innervosirono, tant’è che da quel pacchetto tirò fuori e accese la sigaretta che si era ripromesso di fumare appena rincasato, ste- so sul letto ad ascoltar la radio.
Sentendosi improvvisamente irritato rispolverò un gesto che apparteneva al suo passato, quando, teatralmente, voleva far in- tendere a tutti che non era giornata. Si tolse dalle labbra la siga- retta e la buttò per terra. Un gesto improvviso, stizzito. Una volta l’avrebbe polverizzata con un movimento brusco e veloce della suola di cuoio; ora invece la suola di gomma delle scarpe comprate a buon prezzo al mercato accennò un movimento im- percettibile, poi interrotto, frenato. Non poteva più permettersi di fare e pensare come prima. Così si chinò a recuperare il boc- chino, barattato al mercatino dell’usato con una cravatta.
La sigaretta finita per terra no, resto lì: Morirò schizzinoso, pensò.
Tre mesi prima, scendendo dal treno ancora non sapeva se si sarebbe fermato in quella città.

Cose di giornale (questa è da non credere): tentata rapina
Certe cose Il Corriere della Sera e Repubblica non le scrivono. Certe cose appaiono solo sui giornali locali. Sul vecchio blog avevo creato una sezione “Cose di giornale”, Erano gli anni in cui dirigevo La Sesia, testata storica di Vercelli. Quelle “Cose di giornale” non sono andate perse (come succede spesso nel web) perché le avevo conservate facendo il copia incolla. Ne riproporrò qualcuna. La prima non sembra vera. Sono appunti miei, ma il resoconto di questo episodio su La Sesia di allora c’è. Ecco cosa scrissi.
Tentata rapina
Venerdì 24 Novembre 2006
E successo pochi giorni fa.
Un uomo di mezzetà, né alto né basso, né bello né brutto, si presenta in una piccola banca e, arrivato il suo turno, mostra un foglio alla cassiera.
Questa è una rapina, mi dia l’incasso, sono vittima degli usurai.
La cassiera lo guarda. Ha un difetto, o un pregio chissà, quelluomo: ha la faccia di un buono. Che non fa paura. Non sembra nemmeno uno fuori di testa. E uno che non sembra niente, ecco.
Così la cassiera gli dice: Mi spiace la cassa è chiusa.
Lui allora risponde: Va bene, allora vado via.
E scappa.
Ora lo stanno cercando.
Se lo beccano è comunque tentata rapina.
Delle balle, ma tentata rapina è.
Letargo
Ogni giorno vorrei mettermi a scrivere, ma.
Scrivere significherebbe due cose: stare meglio, andare lontano con la testa.
Ci provo, scrivo qualcosa, ma poi non continuo. Ho centinaia di file con incipit e romanzi appena abbozzati, nella, però, che mi abbia convinto a continuare.
E son cose che dimentico di averle scritte.
Ieri per esempio ho trovato un racconto incompleto. Si intitola Lo strano.
C’è qualcosa di buono e qualcosa che non va in questa bozza di racconto.
La cosa che va. Rileggendolo mi sono chiesto: ma l’ho scritto io? È una storia che non ricordo… E questo è positivo: quando scrivi qualcosa e poi ti sorprendi potresti essere sulla strada giusta.
La cosa che non va. Non mi convince al punto di continuare.
Insomma, il letargo prosegue.
Del resto un lungo letargo l’ho già vissuto.
Tra il primo libro che scrissi, era il 1995 (Il quaderno delle voci rubate, ora ripubblicato con il titolo Il bar delle voci rubate), al secondo, era il 2003 (Dicono di Clelia) passarono otto anni.
Per sette, otto anni continuavo a chiedermi: ma tu sei sicuro di essere uno scrittore?
Motivazione
“Remo Bassini gioca con i piani temporali e spaziali, passando da una decina d’anni fa al tempo attuale, il lockdown dell’inizio dell’anno 2020, tornando al 1945, tra il lago d’Orta, la Valsesia, Vercelli, Cuneo, punte di Puglia e cenni di Milano, con sapienza e maestria. Non soltanto: gioca con i generi, incominciando con una storia d’amore per poi sprofondare, con meccanismi narrativi precisi come la geometria di un frattale, nella profondità del giallo puro. La prosa è quella di uno scrittore che ha affinato il talento con l’esperienza, che sa scegliere come una massaia accorta quel che serve, lasciando fuori la chincaglieria.”
Motivazione del terzo posto al Premio Monti 2023

Giornalisti a volte becchini, sciacalli
Il nostro è il lavoro più bello del mondo, dicono alcuni giornalisti.
Il direttore Antonio Sovesci, protagonista di “Forse non morirò di giovedì” (Golem) non è proprio d’accordo.
Ecco cosa dice a una sua ex giornalista, durante un’intervista
“L’aspetto nobile della professione è denunciare il marcio ed essere i portavoce della sofferenza e delle ingiustizie. Ma c’è il rovescio della medaglia, inutile nascondersi dietro a un dito. Noi giornalisti siamo peggio dei becchini, siamo sciacalli che si avventano sulle disgrazie altrui, fingendo poi, con un’espressione contrita, di essere partecipi del dolore che diventerà un articolo con titolo e fotografia.”
Mi scusi direttore, ma davanti a certe tragedie emerge anche la sensibilità dei giornalisti.
“Ha ragione, anche gli sciacalli a volte piangono.”
Non le sembra di essere troppo duro?
“Quando si viene a sapere che a una persona nota i medici hanno dato poco da vivere, lei sa, vero, cosa fanno i giornalisti? Si precipitano a cercare informazioni e fotografie, la morte degli altri non dovrà coglierli impreparati.”
Funziona così da sempre.
“Al mio giornale non funziona così.”
Perché?
“Perché non voglio.”
I luoghi de La suora (non potevo fuggire quindi scrissi)




Due foto in alto, scattate in Valsesia, a Riva Valdobbia, due sotto, a Orta:
Durante il primo lockdown, una sera, passeggiando con il cane in una città nebbiosa e deserta ho avuto nostalgia di questi due luoghi, a cui sono particolarmente legato.
Così tornai a casa e scrissi dell’incontro a Orta tra Romolo Strozzi e Nora, che presto, ma Romolo Strozzi non lo sa, diventerà una suora di clausura.
Romolo Strozzi ha in animo di trasferirsi in Valsesia, Nora di diventare Suor Bealtrice nel convento benedettino dell’isola di San Giulio, appunto a Orta.
Scrissi quelle pagine, ma non sapevo ancora che sarebbero diventate un romanzo.
Scrissi per fuggire.
