Da Orta, diretta instagram

Fotografie di Viviana Martoccia

Romolo Strozzi, protagonista de La suora, conosce Nora il 24 gennaio 2010 a Orta. E’ un lunedì, è tarda sera, ci sono loro e la nebbia. Parlano per un paio d’ore, forse di più. Prima di salutarsi perché si è fatta notte, e proprio mentre Romolo Strozzi sogna di passare la notte accanto a Nora, lei gli dice che presto diventerà una suora di clausura…

Oggi martedì 26 aprile sarò a Orta, alle 19, per una diretta instragram con @roseange.eventi.
(Rosangela Colombo).
Sarà un po’ come essere Romolo Strozzi che torna dove ha conosciuto suo Beatrice, che lui si ostina a chiamare Nora.

Libri miei: incipit e un’ultima frase, importante

A proposito di incipit. Miei.
L’ultimo, quello de La suora. C’era l’incipit, ma non mi piacevano le prime frasi. Appena scritta mi son detto, Va bene. Introduce il libro e il personaggio principale.

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.

Penso di averla scritta dopo la prima stesura. Ma l’incipit, che in assoluto, preferisco, è quello di Bastardo posto.

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
È una notte di marzo. Sta diluviando.
In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fissando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del manichino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.

Non ricordo quando lo scrissi, questo incipit; di sicuro non quando cominciai a scrivere il romanzo.
Fu invece la prima cosa che scrissi l’incipit del mio primo libro, ora ristampato con il titolo: Il bar delle voci rubate).

Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo e un vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i tavoli e le seggiole son tutti di noce.

Poi c’è La donna di picche. Ha due incipit: del prologo e del primo capitolo. Ma de La donna di picche io ricorderò sempre l’ultima frase. È una frase che mi ha accompagnato nelle notti insonni dell’ultima stesura. Un mantra, quasi.

Sono la donna di picche quella che non dimentichi.

Portiere di notte

Per tre anni, ho fatto il portiere di notte. Un lavoro particolare. A volte ho scritto qualcosa, qualcosa di vero. Per esempio questa cosa qua…

Ha cominciato a lavorare da poche ore, il nuovo portiere di notte. E spaesato nel grande albergo di lusso. Spazi infiniti, ascensori, passaggi che non conosce.
Gli hanno fatto vedere come si registrano i documenti, come funziona il centralino telefonico, come si imposta la sveglia per i clienti, come si fa con chi paga con carte di credito. E altro. E tutto questo in due, tre ore. Poi – lui non se l’aspettava – lo lasciano da solo.
E un po si preoccupa, lui. Di schiacciare qualcosa che non va, di dover parlare in inglese (lo sa, ma andava male a scuola), in francese (dieci, dodici parole), in russo (son cavoli), ha paura di far casini insomma. Per esempio con l’aria condizionata. O con limpianto di filodiffusione. O con la cassaforte.
E tutto un mondo strano. Eppure tanta gente, lì, è di casa.
Come negli aeroporti. Cè chi sa e va spedito, cè chi vaga spaesato.
Lui è spaesato, anche alcuni clienti lo sono. Pochi.
Il portiere di notte ha con sè un libro. Machiavelli. Studia lui. E per questo che ha accettato il lavoro. Gli avevano detto che se vuole, di notte, può dormire. Lui deve studiare. E il lavoro ideale, insomma.
Qualcuno suona, saranno le tre di notte.
Vogliono una stanza.
Un signore sui sessanta, una prostituta con lui, che fa di tutto per farti vedere che è una prostituta: fa ruotare la borsa, canticchia, guarda l’uomo con uno sguardo affatto bello. Come a dirgli: Non vedi l’ora, eh?. E l’uomo, quasi intimorito, ha la testa bassa.
Il portiere di notte, educato, chiede: Desiderano la sveglia?
(Vuol vedere se ha imparato).
L’uomo, però risponde: Facciamo in fretta, noi.

Fanno in fretta. Neanche un’ora.
Scendono, l’uomo paga.
Ma è cambiato tutto.
La borsetta bianca della prostituta sembra che possa cadere da un momento all’altro. La mano della prostituta sembra stanca, sembra trascinarla quella borsetta bianca.
Anche i volti sono diversi. L’uomo ha l’espressione di uno che è soddisfatto, la donna sembra vergognarsi quando, il portiere di notte, educato, saluta.
Li vede uscire. E sente: l’uomo sta fischiettando.

L’acqua, le lucertole volanti, Nora

Parlo con l’acqua e, di notte, anche con Nora, ho la fissa delle caviglie delle donne, la gelatina mi fa vomitare e non ho mai usato un preservativo perché mi ricorda la gelatina, ho scelto di farmi adottare da una Valle che con le mie radici non ha niente ma proprio niente da spartire, e mi è rimasta la paura delle lucertole perché quando ero piccolo avevo una cazzo di zia che mi diceva che dovevo stare bravo altrimenti sarebbero arrivate le lucertole volanti, e a me questa cosa delle lucertole che volano mi è rimasta impressa per anni e ancora adesso che di anni ne ho un bel po’ non se n’è andata del tutto, accidenti a quella zia, che poi era giovane, mica una vecchia acida. Insomma, di stranezze ne ho un vagone. La più grande, la più inspiegabile è lei. Nora.

Perché ho fatto il copia incolla di questo estratto de La Suora.

Perché a gennaio, al Circolo dei lettori (Torino), davanti a una decina di persone, chi mi presentava ha scelto di leggere questo brano. E poi ha detto cose molto belle su La suora, insolite.
Sto parlando di Federico Audisio Di Somma, scrittore. Che questa sera presenterà il suo nuovo libro, “Pan”, a Vercelli.

Ci sono giorni

Ci sono giorni avvolti dal senso di inutilità, e non sai ribellarti.
Così ripensi ai giorni che contano. E ti chiedi: quanti ne ho vissuti?

Così ripensi ad alcune canzoni.
Quasi quasi mi faccio uno shampoo, di Gaber.

No, meglio una frase di Cristina Campo: “I giorni passano così in fretta, così lenti”

Pasqua, pensieri a cavolo

Io comunque preferisco Natale. A Natale mi regalavano libri, quando ero piccolo.
Pellirosse in armi, per esempio.
Non ho ricordi precisi e belli di Pasque passate. Sì, riunioni familiari dalle quali, spesso, fuggivo. Non per altro: a un certo momento sentivo il desiderio, forte, di silenzio.
A volte, nel giorno di Pasqua, ho scritto: per fuggire da tutto, anche da me stesso.
Oggi non so. La giornata, qui a Cortona è una giornata di sole e vento.
Pellirossa in armi e Betty Zane, comunque, sono letture che mi sono rimaste.
Pellirosse in armi mi spiace averlo regalato. A volte regalo libri, libri a cui tengo. Pellirosse in armi però l’ho regalato alla persone sbagliata. Chissà perché, ma oggi mi è tornato in mete sta cosa.
Certi libri restano. Quello che è rimasto più di tutti è Il male oscuro di Berto.
Quando lessi Pellirosse in armi avrà avuto quindici anni e, da grande, pensavo che avrei fatto il cowboy amico degli indiani.
Quando invece ho letto Il male oscuro di anni ne avrò avuti 36, 37. Ricordo che, leggendolo, pensai: se un giorno diventerò uno scrittore la mia storia sarà simile a questa.
Un male oscuro. O un vizio assurdo, anche.
Pensieri in libertà, fumando la sigaretta elettronica (alternata a qualche sigaretta, tre al giorno, massimo quattro. Però rimpiango la pipa…).
Buona Pasqua, comunque.
Nell’uovo ho trovato un po’ di pensieri a cavolo.

Pubblicherò un libro, sorridere, poi piangere

Ero il direttore della testata storia di Vercelli (La Sesia) e scrivevo libri, anche. Un giorno sono al giornale. La segretaria mi dice che c’è un ragazzo che vuole parlarmi (non mi piacciono gli appuntamenti: quando potevo ricevo, se non potevo dicevo di tornare).
Ho tempo, lo ricevo.
Ha stampato sul volto il sorriso di una persona felice. Non dimenticherò mai quella sua espressione da… bambino. Certe espressioni ce le portiamo appresso finché morti non ci separi dal mondo.
Lui era felice.
– Pubblicherò un libro, mi dice.
– E dal momento che so che anche lei è uno scrittore, mi piacerebbe essere intervistato da lei quando il libro esce.
– Volentieri, ma…
Cominciai a fargli domande. Casa editrice, che non avevo mai sentito, Contratto. Candidamente mi dice che pagherà qualcosa «ma il mio professore mi ha detto che si pubblica se si è raccomandati oppure se si paga…».
Un docente universitario gli avevo detto questo.
– Fammi vedere il contratto, gli dissi.
Andò a casa, me lo portò. Solito contratto truffa. In cambio di tanti soldi, tot numero di copie che poi devi vendere tu.
Non aveva ancora pagato, lo convinsi a non farlo.
Giorni dopo sul suo profilo facebook lessi una frase, provo a riportare quel che mi ricordo:
– Mi hanno preso in giro, mi hanno fatto sognare.
Non l’ho più visto né sentito. Non ricordo nemmeno il suo nome.Mi avesse chiesto di leggere il manoscritto l’avrei fatto.
Non lo dimenticherò. Felice nell’annunciarmi che sarebbe diventato uno scrittore, sul punto di piangere quando gli avevo spiegato che l’avevano preso in giro.

“Quasi diario” di uno scrittore di serie D: La donna di Picche, La suora, la voglia di scrivere che è andata via (puntata 11, l’ultima)

Ultima puntata.

Allora, dopo aver pubblicato un po’ di libri nel 2014 staccai da giornalismo e narrativa. Candidato sindaco, poi consigliere comunale, poi assessore. Nel 2016, però, sbatto la porta e saluto.

In quegli anni avevo letto poco e scritto niente o quasi.

No, qualcosa riscrivevo: un giallo. Gli ultimi amori di un poliziotto per bene.
Però avevo perso i pochi ma importanti contatti che avevo. Ed ero sprofondato nella moltitudine degli scrittori di serie D e C.
E comunque, di quel giallo ambientato a Torino, avevo fatto invii vari. E avevo ricevuto o dinieghi o risposte da case editrici che non mi convincevano.. Nell’arco di una settimana (autunno 2016) si fa viva la mia agente (ora ex: preferisco fare da solo) che mi dice: «Guarda che Fanucci è interessato a pubblicarti.»
Non mi sembrava vero. Fanucci è un ottimo editore. Ben distribuito, paga anche degli anticipi (piccoli anticipi li avevo ricevuti anche da Perdisa). Fanucci vuol dire risalire, vuol dire serie C o anche B (ho visto una graduatoria che lo inserisce tra i primi trenta editori italiani).
Succede questo, però.
Rileggo il libro e non, rileggendolo, vedo che non mi convince. In dieci giorni lo riscrivo e lo rimando a Fanucci, precisando: «Prendete in considerazione questa versione.»
Poi arrivano due giorni folli. La mia agente mi chiama, sconsolata: «Sembra che non siano più interessati», poi, nell’arco di poche ore, mi richiama: «No, ti pubblicano».
Li avevo convinti inviando in extremis la versione riveduta e corretta?
Comunque, vado a Roma, firmo il contratto, conosco la mia editor (bravissima, da lei ho imparato tanto: Rita Feleppa) e scambio due parole con Sergio Fanucci. Che mi dà alcune dritte e mi propone di cambiare titolo: La notte del Santo.
Per me ci sta. È la prima volte che il titolo non lo decido io. Ma mi sembra un buon titolo, pertinente.
Quando sono davanti a Sergio Fanucci vedo il manoscritto: era la seconda versione. Quella inviata in extremis. Avevo fatto bene a riscriverlo in dieci giorni, insomma.
Il libro esce a le vendite vanno anche abbastanza bene. Al punto che, l’anno successivo, Fanucci mi scrive e mi chiede se sto scrivendo qualcosa. La mia risposta è affermativa. Stavolta ho il titolo in mente, e nessuno deve cambiarlo: La donna di picche.
Fanucci è un editore, diciamo, estroso.
Successe questo. Gli invia La donna di picche, versione uno, poi però mi venne in mente di apportare modifiche profonde, partendo dalla frase finale del libro.

Sono la donna di picche, quella che non dimentichi.

Notti e notti insonni per riscrivere il finale, anzi no, i due finali…
Invio così la seconda versione a Fanucci che non la prende bene, e mi dà una rispostaccia. Ma il lavoro definitivo non doveva essere il manoscritto che mi hai già inviato? Non si fa così.
Quando però legge la seconda versione (quella definitiva) però mi scrive una mail da incorniciare. Il libro gli è piaciuto, tanto.

Che La donna di picche sia un buon libro lo penso anche io. Spiego perché. Ne ho scritti quattordici, i tre che rileggerei (non rileggo mai i miei libri), sono Bastardo posto, La donna di picche e La suora, uscito da pochi mesi per Golem.

Il personaggio che invece preferisco è Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti e Vegan. Le città di Dio.

Il libro ottiene alcune ottimi recensioni, lo presento al salone, insomma faccio le solite cose che si fanno quando esce un libro. Per esempio si rompono le scatole al prossimo su facebook. Forse faccio di più, stavolta….
Con La donna di picche, per la presentazione nella mia città, a Vercelli, mando delle mail di invito: mai fatto.
Credevo e credo ancora in quel libro. Che però ha venduto poco. Ci sta, anche se mi spiace, ovvio.
Era sbagliato il titolo, la copertina, cosa? Non lo so.

Intanto (siamo nel 2020) stavo rivedendo un libro scritto in passato: Forse non morirò di giovedì. Un libro che parla di giornalismo, un libro in cui, lo confesso, credevo poco.
E invece lo ha pubblicato Golem, mi sembra che sia andato bene e per la prima volta è anche successo che io abbia vinto un premio. Primo ex equo al Premio internazionale città di Cattolica.
Quando sono salgo sul palco del teatro di Cattolica, settembre dell’anno scorso, il presentatore dice: «Cosa si può dire di un libro che vince su duemila altri libri? Chapeau».
Io dico: «Ho scritto quattordici libri, è la prima volta che ricevo un premio, non credo che accadrà più. E come dice il proverbio… il primo premio non si scorda mai».

Intanto stavo scrivendo La suora, che ho proposto a Golem e che inizia così: Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.

Scriverò ancora, non scriverò più? Non lo so.
Anni fa questa domanda non me la sarei posta.
Anni fa non mi sarei mai chiesto “Cosa scrivo?” e “Per Chi scrivo?”, perché, anni fa, avrei scritto a basta.
Anni fa, ogni tanto, mi chiedevo: Sei uno scrittore?
Me lo chiedo ancora. Non mi interessa cosa significhi per gli altri, definirsi scrittore.
Per me significa vivere scrivendo, vivere, insomma, ma aspettando che vengano la notte il silenzio e le parole.
Questa attesa, adesso, mi manca.
Che dipenda dal fatto che non fumo più sigari e pipa ma son passato alla sigaretta elettronica? Scherzi a parte, spero che questo diario sia servito a qualcuno. È un diario che parla e quindi promuove un po’ anche i miei libri: ma vendere qualche copia in più non mi cambia certo la vita…

Un saluto a tutti coloro che passeranno di qui.

Link delle puntate precedenti.
1) Un “quasi scrittore” di serie D: LEGGI QUI
2) “Quasi diario: scrivere per fuggire lontano: LEGGI QUI
3) “Quasi diario”: scrivere sorprendendosi. Il mio primo libro: LEGGI QUI
4): “Quasi diario”: la magia della scrittura e il mio terzo libro: LEGGI QUI
5) “Quasi diario”: Parentesi sui manoscritti da inviare: LEGGI QUI
6) “Quasi diario”: Il terzo libro e un grave errore: LEGGI QUI
7) “Quasi diario” e la potenza di radio e tv: LEGGI QUI
8) “Quasi diario”. Libro annunciato poi bloccato, insomma un pugno allo stomaco che fa ancora male. LEGGI QUI
9) “Quasi diario”: il sogno infranto e la lunga pausa. LEGGI QUI
10) Quasi diario: Leggere e scrivere, sporcandosi la mani LEGGI QUI

“Quasi diario”: leggere (si ma come?) e scrivere: sporcandosi le mani (puntata 10)

C’è modo e modo di leggere. Chi vuole scrivere, io penso, deve leggere con altri occhi.

Meglio… meglio una pagina letta e riletta che un libro al giorno, mi vien da dire. Non è sbagliato. Non ci sono regole, ci sono strade, e ognuno deve cercare la sua, perché io, per esempio, in alcuni periodi della mia vita ho letto anche un libro al giorno. La coscienza di Zeno, per esempio. In una domenica. Dovevo leggerlo per un esame universitario, cosa che dimenticai leggendolo.

Discorso diverso per Calvino. Che a me non piace (come non mi piace King, e qui tutti a dirmi: Ma come, non ti piace King? No, ne ho detti sei o sette, ora basta. Preferisco rileggere Chandler). .Calvino dicevo. Tra gli italiani preferisco Fenoglio, Pavese, Pratolini, Berto, Bassani. Ma la scrittura di Calvino m’insegna. È un sapiente “dosatore” di aggettivi e avverbi, ma non solo. La sua scrittura è come l’acqua di un ruscello: chiara. E la chiarezza non è un dono così diffuso, per esempio tra tanti giallisti contemporanei. Quando una frase ti costringe a una seconda lettura c’è qualcosa che non va.
Ma sto divagando.

Dicevo che c’è modo e modo di leggere.
Ecco, se io leggo solo per il gusto di leggere leggo anche molto. Mi piace. Ma io, dal momento che scrivo, leggo soprattutto per imparare.
E adesso racconto qualcosa di autobiografico.

Ho 22 anni, lavoro in fabbrica. Scelta ideologica, figlia degli anni settanta, ottanta. Ho rinunciato all’università: fabbrica e sindacalismo mi lasciano poco tempo libero. E poi non sto bene. Un volta ogni due mesi ho una crisi epilettica (ora non più: nessuna crisi dal 1991, ma non dimentico…).
Sono anni difficili, per me. Grigi. Da ragazzo avevo due sogni nel cassetto: insegnare lettere, scrivere un libro (uno solo).
La fabbrica e la salute me lo stanno impedendo.
Un giorno, dopo una violenta crisi, mi metto a scrivere. È l’unica cosa che non ho distrutto, perché negli anni a venire scriverò e distruggerò, scriverò e distruggerò, scriverò e distruggerò…. Fino al primo libro, di cui ho detto nella prima o seconda puntata.
Allora, inizia a scrivere. Avevo in mente una storia ambientata in fabbrica. Insomma, conoscevo bene l’argomento (scrivi di ciò che sai, ciò che conosci, primo comandamento) e poi… poi avevo letto un fottio di libri. Tanti e tanti e tanti ancora. Romanzi, poesie, saggi (per esempio Freud, scoperto a vent’anni).

Ma c’è un ma. Avevo letto come legge un lettore, e non come dovrebbe leggere chi vuole scrivere. Insomma, alla mia scrittura mancava qualcosa. Di importante. Chi vuole scrivere non deve scopiazzare. Sarebbe umiliante, poi non serve. Delle scritture altrui – ora cerco un’espressione poetica, forzata – si deve sfiorare l’anima, impossessarsene è impossibile. Pittori e musicisti osservano, studiano altri poeti e musicisti, che utilizzano tecniche diverse.

Ecco, dicevo prima di aggettivi e avverbi. A me piace la scrittura asciutta. Pochissimi avverbi, solo quelli indispensabili, pochi aggettivi, poche anche le similitudini. Prediligo il ritmo, l’essenza. Ma apprezzo altre scritture, diverse. Con aggettivi sapientemente dosati così da rendere una pagina, un passo, una descrizione con più poesia.
Le strade della scrittura son tante, in genere tutte in salita.

Io ho fatto due scelte. Una scrittura secca, per quanto riguarda la forma, una scrittura figlia del mio “sporcarmi le mani con la vita”., per quanto attiene ai contenuti. Insomma, i miel libri sono figli della vita, non ci sono contaminazioni (e se ci sono sono involontarie) di serie tv o ispirate dalla rete. In Vegan, le città di Dio ci sono capitoli ambientati nella città francese di Narbonne. Ne parlo perché ci sono stato.

Tra i quattordici libri pubblicati ce n’è uno brutto per copertina, impaginazione, anche editing. Si intitola Tamarri. Sono racconti tratti dal mio blog (pari pari, quindi scritti di getto, senza editing). Ecco, quel libro è figlio di un anno e più di frequentazioni serali in una bettolaccia di periferia, tra ragazzi tra i quattordici e i vent’anni. Alcuni erano nomadi alcuni erano figli di gente… marchiata. Fumavano canne, non avevano sogni. Qualcuno ogni tanto, per non dire spesso, finiva dentro. Ma se si stringevano la mano quella stretta significava qualcosa.
Un giorno vedo questa scena. Vedo un ragazzo piangere. Dice ai suoi amici. La mia macchina è andata a puttane… come faccio, mi serve per andare a lavorare? Uno dei presenti gli fa: Ti do, la mia, te la regalo. Dammi qualche giorno di tempo. Volevo darla dentro per prenderne un’altra usata, ma mi danno poco, preferisco regalarla a te.
Uno di quei ragazzi, una sera mi disse: Se mi arrestano, mi metti in prima pagina?
Un altro mi chiese: Senti, io un libro non l’ho mai letto: Cosa mi consigli?…non seppi consigliargli nessun libro: era tropo grande per I ragazzi della via Pal o per Salgari, troppo lontano da Moccia. Gli regalai dei fumetti.
Qualcuno di quei ragazzi non ha fatto una bella fine, di tanti non ho saputo più nulla. Ma un paio di loro li rivedo, ogni tanto…
Io in quella bettolaccia non c’ero finito per scrivere un libro: c’ero finito per caso… come per caso ho conosciuto prostitute, facendo il portiere di notte. Una di loro, ha ispirato un personaggio (Aldina) di Dicono di Clelia. I bar di periferia, comunque, sono i miei preferiti. Da sempre. E il corso di scrittura che ho tenuto e che non dimenticherò fu il primo: nel carcere di Vercelli. Insegnai e imparai, anche.

Infine. A volte penso che dovrei scrivere un libro sui miei anni in fabbrica. Si incontra un mondo. Ma sono ricordi troppo sbiaditi, vissi quegli anni in modo disattento. Non deve scrivere quello che vede, no, sarebbe giornalismo quello. Uno scrittore deve prestare attenzione a tutto, a cominciare dai piccoli particolari. Dai colori. Altrimenti la pagina è scadente, grigia.

Volevo chiudere con la storia delle ultime mie quattro pubblicazioni. Ma stamattina ho pensato a questo, messo giù alla “bruttodio”. Posto senza rileggere, ho fretta. Alla prossima.

“Quasi diario” di uno scrittore di serie D: il sogno infranto, e la lunga pausa (puntata 9)

Allora, per non annoiare il prossimo.
Sunto veloce della puntate precedenti. Dopo aver pubblicato libri, Dicono di Clelia (Mursia, 2006) e Lo scommettitore (Fernandel 2006), la Newton Compton mi contatta e mi chiede un nuovo libro, che esce nel 2007: La donna che parlava con i morti (ora ristampata da Il vento antico).

2008, con la Newton Compton dovrebbe uscre (c’è tutto: contratto, editing, copertina) anche Bastardo posto, che considero il mio libro più bello (insieme ad altri due, di cui parlerò domani, nell’ultima puntata), ma proprio il giorno in cui libro deve andare in stampa mi avvisano che è tutto bloccato, causa le poche prenotazioni (circa 850). Rompo con la Newton e Bastardo Posto esce con Perdisa Pop nel 2011.

Fine del riassunto.

Quel che accade dal 2010 al 2015 è cosa di poco interesse, soprattutto per chi scrive.

Dopo la morte di Luigi Bernardi, pubblico ancora con Perdisa Pop un libro dedicato al mio paese, Cortona, (titolo: Vicolo del precipizio) e sempre in quegli anni pubblico altri romanzi e racconti con piccoli editori che mi conoscono (Historica, SenzaPatria che non c’è più).
Nel 2016 con la (bella) casa editrice Tlon pubblico un giallo, secondo libro con Anna Antichi protagonista.
Un giallo in cui parlo di medicina alternativa, di buona alimentazione, che è come una medicina. Credo sia un buon giallo, commetto però un errore, grave. Anzi, commettiamo due errori gravi: io sbagliando il titolo (Vegan, Le città di Dio: il Vegan è di troppo, sarebbe stato meglio Le città di Dio) e l’editore sbaglia la copertina e la quarta: la copertina, solo gialla, fa pensare a un saggio, e sulla quarta c’è scritto che il libro si richiama a The China study. In realtà – sia chiaro, sotto forma di giallo – i miei protagonisti parlano di quanto sia importante vivere lontani dallo stress e con un’alimentazione sana. Vegana? Anche, ma non solo. Se il latte fosse quello di una volta (senza ormoni e senza antibiotici) sarebbe un ottimo alimento, stessa cosa per la carne: il montone con cui si cibavano i pellerosse ha poco da spartire con le carni rosse che compriamo al supermercato e fanno male. Ma ripeto, è un giallo. Anche se il cattivo ha un nome e un cognome: è una piccola big pharma di provincia (con diramazioni francesi).
(Sotto, copio e incollo l’incipt del libro).

Sono anni, quelli che vanno dal 2011 al 2014, in cui perdo diversi contatti con l’editoria. Per due motivi.
Il primo: con Bastardo posto non ero riuscito – e ci speravo – a diventare uno scrittore di seria A o B. Cosa significava, per me, diventare uno scrittore di A o B. Significava vivere di scrittura, anche con poco. So vivere con poco, io.

Nel libro Lo scommettitore, che è la storia adi uno 007 politico pentito, racconto che il mio protagonista ricomincia una nuova esistenza in una nuova città e con pochi soldi in tasca. È un’esperienza che ho vissuto quando restai senza lavoro, disoccupato per due anni, dopo la fabbrica. Studiavo lettere e facevo di tutto, per vivere. Pulizie cantine, per esempio. Ecco, quando il protagonista de Lo scommettitore va al supermercato fa quello che facevo io in quegli anni. Acquistavo, calcolando. Ho 5mila lire, allora compro delle ali di pollo perché costano poco, fa 900 lire, mi restano 4100 lire, procediamo.
Fumavo esportazioni senza filtro, in quegli anni. A volte mi succedeva di entrare in un bar con l’intenzione di bere un caffè per poi uscire: avevo dimenticato che in tasca non avevo un soldo.

E comunque, torno alla mia biografia di scrittore.
Secondo motivo che mi fa allentare i rapporti con editori, editor, scrittori. Nel 2014 lascio la direzione del giornale La Sesia per candidarmi a sindaco di due liste, una di sinistra e una civica. Prendiamo il 7 per cento. Divento prima consigliere comunale e poi assessore all’ambiente. Per due anni scrivo poco e niente e leggo anche poco. Ma nel 2015 sbatto la porta, e mi dimetto, e, nauseato, lascio la politica. E torno a scrivere. Libri e su un giornale on line (Infovercelli24).

Dal 2015 a oggi ho pubblicato altri quattro libri, di cui parlerò nell’ultima puntata di questo “Quasi diario”, e grazie a due piccole case editrici pubblico anhe la ristampa di altri due libri, di cui ho già detto.

Prima di chiudere, ancora due cose.
In questi anni a volte ho letto manoscritti di scritttori esordienti. Causa problemi di tempo (lavoro, impegni vari a cominciare da mio figlio Cico, nato nel 2010) non ho mai detto di no a nessuno. Chiedo un primo capitolo, una sinossi, poi mi confronto con l’autore. Non solo. Per anni, su un blog che ho su Il Fatto quotidiano, ho pubblicato estratti di inediti (incipit, un secondo estratto, una ipotesi di quarta di copertina, una breve biografia). Bene, alcuni di queste proposte editoriali sono poi state pubblicate da piccoli ma seri editori.

Perché leggo estratti di inediti? Perché per i miei inzi fu importante la scrittrice ed editor Alessandra Buschi (una scoperta di Tondelli). Non mi conosceva, eppure lesse uno dei miei primi libri, Dicono di Clelia, dandomi dritte preziose e non solo: lei stessa lo propose a qualche editore.

Ho fatto mia questa sua generosità.

Come spero di aver imparato “cose” da Luigi Bernardi. Quello che mi ha insegnato, insieme a quel che appresi negli anni 2003 e 2004 dal blog di Giulio Mozzi (la rete serve), insieme alle puntate radiofoniche (si trovano in rete: sono preziosissime per migliorare la propria scrittura) che ho trascritto e imparate quasi a memorie di Dentro la sera (conversazioni sullo scrivere di Giuseppe Pontiggia) ho tenuto anche dei corsi di scrittura. Sempre gratis.

La gratuità, già. La insegna nei suoi libri don Luisito Bianchi, prete e scrittore di assoluto valore. (La messa dell’uomo disarmato, il suo libro più importante. Ne parlerò). In vita sua, Luisito face il prete rifiutando lo stipendio del sostentamento del clero perché, diceva, Gesù Cristo non è morto in croce in cambio di una paga, e nemmeno i giovani partigiani che andarono a combattere e morire lo fecero per denaro…
Sono contento di averlo conosciuto e di essere stato suo amico. Era del 1927, è morto da qualche anno. Ho scritto diverse volte su di lui e, quando posso, parlo di lui e dei suoi libri.

Insegnare è uno scambio, per me.
E un libro, sempre per me, è un incontro.
Alla prossima.

Da Vegan. Le città di Dio.
Incipit.

Un giorno mio padre mi disse che la voce di dio si sente solo quando la notte è fonda: è l’acqua del fiume che scorre.

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente.
Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, crocefisso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.
E comunque. Non è da Luca uscire a quest’ora, senza un biglietto. Per essere uscito è uscito: mancano i jeans e le scarpe nere di cuoio, che alterna con quelle da ginnastica. Ha preso l’ombrello verde; diluvia, adesso. Prima pioggia di settembre.
Non sa che fare Andreina. Da tre, quattro mesi, Luca non è più Luca. Si è messo a rincorrere il fantasma del padre, che fino a qualche mese prima era un ricordo da due soldi.

La suora su instagram: #setconlautore

Da Instagram: roseange.eventi

“Arrivò il quinto e ultimo pensiero: adesso ti bacio. “Anche io sto per cambiare vita” sussurra, abbassando gli occhi. Ma poi li rialza. Il suo viso, adesso, è un volto fiero. “Tra un mese diventerò una suora dell’ordine benedettino. Andrò a vivere nel monastero dell’isola di San Giulio”. Mi manca il fiato.” @remobassini , La suora, @golem.edizioni 2021.

Questo romanzo , che ho letto tutto di seguito sino alla fine perché volevo sapere al più presto come andava a finire, è scritto in modo molto scorrevole ed appassionante. Non è solo un romanzo d’amore, è una storia che ha come fil rouge un assassinio, è un affresco della ricerca quotidiana di se stessi, dei timori in mezzo alle fatiche quotidiane. Avvincente e delicato nello stesso tempo.

Il lago d’Orta fa da cornice splendida al racconto ed è per questo motivo che incontrerò Remo, in diretta Instagram, il 26 aprile alle 19 proprio dalle sponde del lago, per farvi assaporare l’atmosfera dei luoghi, provare intense emozioni e intravvedere dalla riva il monastero benedettino sull’isola. Non perdetevi questo appuntamento del mio nuovo format settimanale #setconlautore, per provare le emozioni dei racconti proprio dove si svolgono i fatti narrati con la partecipazione straordinaria degli autori

La guerra e la bestemmia. E l’informazione

Lo sai che cosa è una guerra e quante ce ne sono in terra… cantava Lolli.

MI è venuta in mente una cosa. Anni e anni e anni fa seguo una trasmissione televisiva. Si parla della preghiera e della bestemmia. Mi colpì il racconto di un sacerdote, che disse: «Sono stato in Sudan, in un campo profughi. Proprio durante la messa della domenica la missione è stata bombardata, c’erano morti, feriti, urla, gente che fuggiva. Il prete che celebrava la messa no, non è fuggito. Si è appoggiato all’altare, ha guardato il cielo e ha bestemmiato. Ecco quella bestemmia: per me era come una preghiera, un domandare a Dio: perché tutto questo?»

Fine del racconto della trasmissione. E comunque: anni e anni di uccisioni, stupri, violenze, fughe, carestie…
Campi profughi, Caschi Bliu che arrivano Caschi Blu che si ritirano, tregue, mediazioni.

Non ricordo il titolo della trasmissione. Ricordo l’anno ma ricordo l’ora: ero appena rientrato, dopo mezzanotte, insomma.

E non ricordo titoli sulle atrocità commesse in Sudan nelle prime pagine dei giornali, il giorno dopo.