“Quasi diario” di uno scrittore di serie D: il quarto libro e la potenza di radio e tv (settima puntata)

Estate del 2006. E’ uscito Lo scommettitore, che a luglio è diventato anche Il libro del mese della trasmissione Fahrenheit, di Radio Rai 3. Sono in Spagna (a Valencia), ospite di amici. Ho dietro il computer. Mi serve per aggiornare questo blog, mi serve per scrivere: ho in mente una storia, che però non decolla.
Il computer si rompe. Ne ho un altro, ma senza connessione. Così la notte, quando gli altri dormono, scrivo; per il blog e la posta elettronica faccio così: appena sveglio, mezz’ora a piedi da dove sono io c’è un bar con alcuni pc: mi collego e scrivo cose varie sul blog, il tempo di un paio di caffè e un paio di sigarette (Gitanes senza filtro).

In un post scrivo che ho in mente di scrivere, anzi no che sono alla prese con la stesura del mio quarto libro, che non ho ancora in mente il titolo, ma che parlerà di una donna che parla con i morti, che ho conosciuto.
A settembre ricevo una telefonata dalla Newton Compton. Sono interessati, mi dicono, al mio nuovo romanzo. Insomma, a differenza del passato, non sono io a proporre un manoscritto a una casa editrice ma è il contrario.
Probabilmente, la Newton Compton vide delle potenzialità nel libro, inoltre sapevano che ero stato “Libro del mese” di Fahreneheit.
Vado così a Roma, a firmare un contratto al buio. Conosco così Raffaello Avanzini, AD della casa editrice. È giovane, di poche parole.
Mi fa una domanda: Cos’è importante per un libro?
Non rispondo, attendo che sia lui a spiegare, a dire.
Mi dice: Tre cose. Uno, la distribuzione. Due, il titolo. Tre, la copertina.
Chiaro: autore e scrittore, per lui, vengono dopo. Affinché un libro venda credo che avesse ragione. Discorso, lungo, comunque.

Torno a casa e da novembre a febbraio scrivo il libro. Allora ero direttore del giornale La Sesia. Andavo a lavorare alle 11 del mattino e restavo in redazione fino alle 22, anche le 23 o 24 se serviva. Scrivevo quindi di notte: da mezzanotte alle cinque, Verso le tre, per evitare di addormentarmi, mangiucchiavo qualcosa. Risultato: in quei mesi ingrassai di quasi 10 chili (che non ho perso).

Il libro all’inizio mi faceva tribolare. Scrivevo e distruggevo. Poi mi compare, come in un sogno, Anna Antichi. È una commessa di libreria, innamorata di un poliziotto vedovo che scompare. È divorata dai sensi di colpa, Anna Antichi: suo padre, Leone l’anarchico, è morto mentre lei stava festeggiando un esame universitario. Non avrebbe dovuto, pensa. Perché sapeva che suo padre soffriva di cuore. La donna che parla con i morti sta sullo sfondo.

In libro è andato bene (4000 copie prima tiratura e 1500 la seconda) e non è andato bene. Un pessimo editing (un anno dopo, sempre con la Newton, mi trovai invece benissimo con Antonella Pappalardo, bravissima e competente editor… una delle migliori incontrate sulla mia strada).
Fu anche recensito, e bene. Per esempio da Famiglia Cristiana, da Repubblica Torino… Addirittura il giornale Liberazione mi dedicò mezza pagina…. che non ho incorniciato: sbagliarono foto. Misero quella di Marino Magliani (candidato allo Strega) al posto della mia. Succede.
Ma è meglio la nuova edizione de Il Vento Antico. Con Lilli Luini editor abbiamo rivisto errori del vecchio libro, anche miei.
Insomma, la radio (Fahrenheit) mi aveva fatto approdare a una casa editrice medio grande. Anche il blog, in parte.

Che la radio e la televisione siano di estrema importanza lo capii anche nell’estate di due anni dopo.

Marino Magliani (allora ci sentivamo spesso, ora ci siam persi di vista) mi invita a una rassegna, a Porto San Maurizio, Imperia. Invita me e altri due scrittori, più quotati di me. C’è da scegliere la data. Due presentazioni a fine luglio, una ad agosto. I due scrittori (più quotati) scelgono fine luglio. A me resta dunque la data d’agosto.

Ma succede questo: che quel giorno d’agosto, mentre sto per partire da Vercelli, squilla il telefono. E’ la Rai, sede ligure di Genova. Evidentemente quel giorno non era successo nulla e quindi mi intervistano su libro e presentazione. Non solo. La sera, quando arrivo a Porto San Maurizio c’è anche una telecamera Rai, per una breve intervista.
Non ricordo il nome del posto, al chiuso, ma c’era il pienone. E il libraio vendette più di trenta copie del libro. Mi pare trentacinque.
C’erano dei vercellesi in ferie da quelle parti. Alcuni vennero. Che io scrivessi libri lo appresero quel giorno, dalla radio.
Insomma, radio e televisione, soprattutto se potenti, aiutano, e non poco.

Infine, altra considerazione. La mia ambizione è scrivere, mi basta un editore piccolo, ma serio. Mi basta e mi bastava. Mentre stavo scrivendo La donna che parla con i morti, un’agenzia letteraria (sulla base dei primi capitoli) mi disse: Perché non proponiamo il libro a un editore più grande? A me Newton Compton bastava e avanzava. E poi volevo essere corretto fino in fondo. Se stavo scrivendo il libro lo dovevo ad Avanzini.
Sbagliai. Nell’editoria ognuno pensa a sé.

La donna che parlava con i morti è un giallo. Il titolo lo scelse Avanzini. Ne parlai con la compianta Tecla Dozio, della Libreria del giallo (Tecla e la Libreria, conoscenze che avevo fatto grazie alla scrittrice Elisabetta Bucciarelli). Mi disse che era un buon titolo, giusto; sebbene la donna che parla con i morti è un personaggio secondario, la vicenda ruota attorno a lei. Al centro di tutto ci sono lei e una moneta, simbolo del senso di colpa… che è il vero colpevole dell’omicidio di cui parla il libro. Ecco l’incipit (edizioni de Il vento Antico).

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano – ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne – che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi fu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.
La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e per altri piaceri, chissà.

3 pensieri su ““Quasi diario” di uno scrittore di serie D: il quarto libro e la potenza di radio e tv (settima puntata)

  1. Ciao Remo, ci si perde di vista ma si resta amici, almeno per quanto mi riguarda, erano altri tempi, per le presentazioni che organizzavo gli ospiti ricevevano 200 euro, poi mi invitasti a cena, e forse non ero neanche solo, e la sera hai dormito con Francesca da me. Una bella serata. Mi pare che un autore fosse Gianni Biondillo e vi presentavo alla Palazzina Liberty, se ben ricordo. Ci si sentiva, sì, e ricordo un tuo buon aiuto in un mio momento di fragilità. Poi sono passato da Vercelli e una volta sei venuto a una mia presentazione.

  2. Marino carissimo, è bello risentirti. Ti immagino tutto impegnato a rispondere a gente che ti chiede del premio Strega. Hai già ottenuto un grande, grade risultato, ma spero che tu ottenga di più. Sì, per quella presentazione, grazie a te, ricevetti 200 euro come rimborso spese. Gli altri autori che presentasti prima di fu furono Biondillo e il povero Binaghi. Poi andammo a cena, poi ci ospitasti e facemmo le ore piccole a parlare, ma quello che ricordo maggiormente è il pranzo, il giorno dopo. Ci portasti un una trattoria di paese, ti conoscevano bene, lì. Cucina casalinga, tovaglia a quadrettoni, prezzi modici. A volte penso che vorrei tornarci… ma non ricordo se era Dolcedo o un altro paese. Un abbraccio

  3. Ciao Remo, il povero Binaghi sì, non ricordavo. ora che mi ricordo ci incontrammo anche in Umbria da Stefania, che ricordo con affetto. I miei limiti sono che sparisco, nei miei boschi, qui al Nord, ma i ricordi restano. Ti auguro un buon percorso con Golem, come lo è stato altrove.

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