Perdisa, plagi, Toscana

Mursia, Fernandel, Newton Compton, Perdisa (ma anche Historica e Senzapatria):
Insomma, per ogni libro ho avuto un editore diverso.
Stavolta, salvo varie ed eventuali, però mi fermo con Perdisa: e il 9 novembre di quest’anno è in programma l’uscita di Vicolo del precipizio.

Poi.
Cose brutte che avvengono in rete: i plagi.
E’ successo alla mia cara amica Lucia Marchitto.
Leggete qua.

Infine.
Io ho sempre sostenuto, ma a lume di naso, che in Toscana si viva di più e meglio.
Oggi lo dice anche Il Corriere.it

incontri

Giorni fa, alla presentazione del mio libro alla libreria Centofiori di Milano ho rivisto un’amica che non vedevo da vent’anni. Me la sono ritrovata tra il pubblico, in fondo alla sala (gremita, a volte, ma è raro, le mie presentazione sono così, gremite; per lo più son “scarne”, comunque).
Poi, alla fine, abbiamo parlato: pochi minuti
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi e io in un solo saluto…
(ora però siamo in contato: su facebook).
Con Monica e altre tre persone, tutti giovani, era il 1991, avevamo costituito un gruppo teatrale, e io mi volevo cimentare nella regia, così alla buona (io, come regista, valgo nulla; ma avevo un’esperienza interrotta, in carcere, e ci tenevo a riprovare). Ci trovavamo nella grande cantina di una birreria che ora non c’è più, tre sere a settimana. Lavoravamo su Non si sa come di Pirandello, un testo che a me piaceva tantissimo.
Andò tutto a puttane: litigammo per delle stronzate che faccio fatica a ricordare, ci lasciammo, ma senza rancori.
Poche ore fa ho rivisto Lorenzo, anche lui, vent’anni dopo, anche lui, come Monica, faceva parte di quel gruppo che voleva fare un po’ di teatro.
Lorenzo, stamattina, mi ha presentato sua moglie, che stava allattando: un esserino di tre mesi. Lorenzo mi fa, Ha un problema, il 17 deve essere operato.
E ha trattenuto una lacrima, o forse no, mica l’ha trattenuta.
Sai che ho rivisto Monica pochi giorni fa?, ho detto io, per sdrammatizzare.
Lui si è girato verso la moglie, dicendole, Monica faceva teatro con noi, te l’ho raccontato…
In bocca al lupo per tutto, gli ho detto, ché avevo fretta.
Mi ha sorriso, preoccupato, mordendosi il labbro.
Vedrai che andrà tutto bene, gli ho detto.
Lui mi ha sorriso, come sorridono le persone felici. E non me l’aspettavo, io, quel sorriso. E poi ho visto che la moglie ha guardato prima il bimbo e poi lui, raggiante.
La vita che corre, quanto corre la vita.

Donne e la gente giovane, colta, perlopiù di sinistra

Avrò avuto diciassette, diciotto anni. Andai in ferie a Cortona e mi innamorai di una ragazza romana. Perdutamente. Finì tutto a settembre, quando feci il mio primo viaggio da solo per andare a trovarla: i suoi genitori, gente molto cattolica, mi impedì di vederla spedendola da dei parenti, via da Roma, olé.
(Lei comunque, anni dopo, ripagherà tante amorevoli attenzioni: fuggendo con un quasi cinquantenne, padre di famiglia…).
Anche il mio Amico migliore di quel periodo, lui di anni ne aveva tre più di me, la stessa estate si innamoro perdutamente: di una ragazza del suo paese, mogli e buoi dei paesi tuoi sembrava la formula fortunata.
Passammo l’autunno, io e questo Amico migliore, a fare le ore piccole raccontandoci.
Lui toccava il cielo con le dita e la mano tutta: aveva trovato la ragazza della sua vita, perché era bella, la più bella del suo paese, perché era intelligente; lo avrebbe raggiunto, sarebbero andati a vivere insieme o a Milano o a Torino, avrebbero lavorato e studiato.
Poi, questo mio Amico migliore, da quella ragazza aveva ricevuto un gran regalo: c’era stato insieme, una notte intera. Per lui era la prima volta, per lei no, ma chissenfrega diceva lui, e chissenefrega dicevo io, eravamo gente che ascolta gli Intillimani e i Genesis mica Orietta Berti.
Chissenefrega un cazzo. Perché quando questo mio Amico migliore, a Natale, andò a trovare la sua ragazza, tutto andò all’aria.
Quando tornò mi disse: L’ho scopata per l’ultima volta.
Sembrava una scena di c’era una volta in america (per la colonna sonora c’era il juke-boxe del bar).
Che è successo di tanto grave da mandare all’aria tutto?, domandai io.
E lui mi spiegò: in paese gli amici (gente giovane, colta, perlopiù di sinistra) e i parenti (borghesi fin che vuoi, ma in certi casi vanno rivalutati) gli avevano fatto notare che la ragazza più bella del paese se l’era fatta tutto il paese.
Io gli dissi, Magari stai facendo una cazzata, ma lui ormai ci aveva messo una pietra sopra.
Gli dissi anche: E perché non te l’hanno detto prima?
E lui: Pensavano che lo sapessi e che per me non fosse una cosa seria.
(Per la ragazza la cosa era seria: dopo l’estate si erano sentiti al telefono tutti i giorni, si erano scritti anche tutti i giorni. Mica c’era la chat di google allora).
Io un po’ ci restai male. Perché quella ragazza bella e intelligente, e che non conoscevo, mi stava simpatica.
Lui perse un sogno e io un Amico migliore: perché da quel giorno s’incattivì.
Si è trasferito, lui. Ha moglie, figli, una bella casa mi dicono. In vent’anni l’avrò visto tre, quattro volte. Pochi minuti. Un viso insoddisfatto.

E comunque. Questo mio Amico migliore di tanti anni m’è venuto in mente tre anni fa, a capodanno. Un brutto capodanno. Invece di girare senza una meta, aspettando che passi, come piace a me, avevo detto sì a un invito. Gente simpatica,giovane (dai trentancinque ai quarantacinque) colta, di sinistra (moderata).
Va di noia fino alla mezzanotte. Poi, complice il vino buono e gli spumanti e i liquori, le lingue si sciolgono e perdono inibizioni e freni, altrimenti che capodanno è, giusto?
E qualcuno comincia a parlare dei bei tempi della scuola e delle mele, insomma. Di quello che andava con quella che poi però ha sposato quell’altro.
E va bene.
Di quella che nei bagni faceva i pompini a questo e a quest’altro. Di quella poi che è stata con quello e con quello e poi con quello ancora, e con quello ancora una volta l’hanno vista in pieno giorno dietro la chiesa di…: i maschi raccontavano e le femmine ridevano.
Io quella notte di capodanno pensavo al femminismo e a quel mio Amico migliore. E alle voci: di gente giovane istruita, perdipiù di sinistra.

giorni che sanno di morte

Ci son giorni, anche belli perché oggi è un giorno bello, che sanno di morte.
I morti ci chiamano, si sa, anche quelli che non si conoscono.
E’ morto mio cognato, mi dice al risveglio la voce (che sa di pianto) di un amico.
Dovevamo vederci per lavoro, io e questo amico: appuntamento disdetto.
Mi racconterà.
In redazione, poi, ne arrivano di notizie sui morti: da farci un trafiletto, o una notizia. Son tempi, questi, in cui si muore troppo facilmente da giovani: inceneritori, nucleare, smog, prodotti chimici usati in agricolutra, chi è il colpevole?
Che ci stiano avvelenando è fuori di dubbio. La Pianura padana è messa malissimo, l’Italia è messa male, tutto il mondo è messo male: la ditatura dell’economia fa il cazzo e i danni che vuole. L’importante è fare soldi.
Comunque. E’ morto un uomo di 39 anni. Ucciso dalla malattia bastarda, un tumore. Lascia un figlio di pochi anni e uno più piccolo, di un anno e mezzo.
Cazzo.
Poi anche la posta elettronica ci si mette: una cara amica blogger mi dice che una comune amica, blogger pure lei, ha perso il fidanzato.
La conosco bene questa blogger, che da oggi è rimasta sola: una ragazza bella, solare.
Un giorno di morte insomma, ché quelle che vedi in tv o leggi sul giornale ti sembrano lontane, vere ma comunque lontane.
Vado a fare un giro, ora. Quando ci sono i giorni che sanno di morte non resta che camminare, pensando a camminare.

PS E li ho cestinati altri post che parlavano di cose di editoria e d’altro. Non avevano senso, oggi. E penso che ci stanno avvelenando, ma sanno che tanto noi ci acconteremo di scandali e di scandalizzarci.

La prima voce

Questo è il secondo capitolo del mio primo romanzo, Il quaderno delle voci rubate. Potrebbe anche essere il primo capitolo, perché i due, primo e secondo, hanno (per me) pari dignità. Ed è anche, Il quaderno delle voci rubate, il mio libro meno conosciuto: fu distribuito nelle librerie di Vercelli, poi io, con gli anni, ne ho regalate una cinquantina di copie.
Eccolo dunque

 

Rende bene questo vecchio bar. Per tanti anni mi sono fatto un culo tanto: barista, cameriere, cuoco e naturalmente cassiere. Sempre solo. Tanto, troppo lavoro al mattino per le prime colazioni degli operai che vanno a lavorare in autobus per le otto, e che hanno fretta di caffè, cappuccini, mentre leggono la Gazzetta dello Sport; peggio ancora tra l’una e mezza e le due e un quarto: sono quarantacinque minuti di sudore per via degli impiegati della banca che c’è qui, all’angolo tra la via principale e la piazza: mentre trangugiano panini e insalate miste arrivano i primi pensionati, che al bancone consumano caffè aspettando che si liberino i tavoli, e che io li pulisca per bene, cosicché possono giocare a scopone per tutto il pomeriggio. Tra le due e le due e un quarto vivo quindici minuti d’inferno: gli impiegati vogliono, e in fretta, il conto e il caffè, così possono sgranchirsi le gambe prima di rientrare in banca. E i pensionati, per lo più ex operai ed ex muratori, per lo più fedelissimi di Rifondazione comunista che non hanno simpatie per quei bancari vestiti e pettinati bene e che masticano con la bocca chiusa, pretendono anche loro un trattamento veloce: vivono di ricordi, di partite a carte, di chiacchiere e (tanta) noia, ma non hanno tempo di aspettare, e appena entrati mi indicano la macchina del caffè, non si sprecano nemmeno ad aprire la bocca, ma forse è colpa mia che li ho abituati così. Li so tutti a memoria i loro caffè: corretti Fernet, grappa Libarna o Piave o della Serra di Chiaverano, corretti Vecchia Romagna, oppure lunghi per chi ha avuto problemi di cuore.
Tra loro e gli impiegati ce ne saranno in tutto dieci che chiedono semplicemente un caffè. Naturalmente gli impiegati sono peggio: ad esempio il più vecchio, un torinese, credo sia il vicedirettore, un giorno è capace di ordinare caffè con latte freddo a parte, e il giorno dopo caffè corretto Fundador.
In quel quarto d’ora faccio da trenta ai settanta caffè, non c’è male per la cassa.
Ma preferisco la sera: meno guadagni ma perlomeno respiro, perché allora c’è il giro di gente che piace a me.
Di giorno, anche se il lavoro è tanto, io comunque ascolto. Ascolto sempre. Quando mi avvicino ai tavoli per servire, le persone continuano a parlare senza badare a me. Raramente s’interrompono. Pare quasi che la gente sia convinta che io sia sordo o che a me delle sue storie, delle sue confidenze, anche intime, non importi nulla. La mia riservatezza è un fatto scontato: del resto il paese è piccolo, la gente sa che bado ai fatti miei.
Non è così. Per un certo periodo della mia vita, quando restavo da solo, su un quaderno avevo preso l’abitudine di collezionare le “voci” che più mi colpivano.
Ho iniziato per gioco. In quel quaderno vuoto, con la copertina nera e lucida, a quadretti – dimenticato una mattina da una studentessa impaurita perché, sola e rintanata goffamente nel bar, aveva fatto taglia da scuola – inizialmente, avevo cominciato a scrivere le barzellette più divertenti che ascoltavo: le riscrivevo per non dimenticarle e, all’occorrenza, raccontarle. Ma questo non è mai avvenuto. Passai ad altro.
Volevo vedere se esistono risposte furbe alla domanda che quasi tutti fanno quando si vedono, anche a distanza di poche ore: «Come va?».
Così, nella terza pagina del mio quaderno, in alto e in maiuscolo, ho scritto il titolo: «Come va?».
Sotto, dovevano starci le risposte furbe. Quelle diverse. Fu un tentativo inutile. Feci solo un’indigestione di «Bene grazie», «Potrebbe andare meglio», «Facciamola andare», «Così così», «Va!», di «Non c’è male», «Insomma», di (tantissimi) «Finché c’è la salute», di (qualche) «Come vuoi che vada? Di merda no?». Era destino che in quella pagina, sotto quel titolo, dovesse restare solo dello spazio bianco. Del resto anch’io una risposta furba non l’ho ancora trovata. Faccio parte della categoria di chi dice «Insomma». Insomma, dico una balla.

Mentì anche quell’uomo, con un solito «Bene grazie», che mi diede lo spunto per scrivere altro. La sua fu la prima voce.
Arrivò solo. Avrà avuto fra i quarantacinque, e i cinquant’anni, non di più. Era elegante, eppure avevo la sensazione che in lui ci fosse qualcosa di strano.
Comunque aveva una faccia simpatica, da persona importante; importante ma cordiale. Oramai ci ho fatto il callo, io: i gasati li annuso subito. Quell’uomo poteva essere un bravo avvocato, di quelli che prima pensano a risolverti la grana e poi alla parcella, o uno scienziato, un pianista, uno scrittore. Esclusi che si potesse trattare di un medico: è una razza, quella, che, difficilmente ha dell’umanità negli occhi. Ordinò una birra bionda, alla spina.
«Se vuole gliela porto al tavolo».
«La ringrazio, ma preferisco sgranchirmi le gambe, sono stato seduto per ore al volante».
Poi, senza che io gli avessi domandato altro disse: «Sto attendendo una persona».
Aveva l’aria di uno che non vede l’ora.
E in effetti continuava a guardare il vecchio pendolo che c’è vicino alla porta d’ingresso. Dopo un po’ si decise. Ordinò un’altra birra e si accomodò in fondo alla sala.
Lontano da me, quindi, e da Benito e Francesco, due pensionati che, in un tavolo vicino al banco, concentratissimi giocavano a dama.
Era un afoso pomeriggio di luglio di quattro anni fa. Ricordo che grondava sudore e ogni tanto, lentamente, si asciugava la fronte con un fazzoletto bianco che aveva nella tasca interna della giacca appoggiata sulle spalle.
Finalmente, arrivò la persona che aspettava. Era una signora piuttosto anziana, poteva avere una settantina d’anni portati molto bene, distinta, tutta ingioiellata e profumata. Vestiva un completino viola, il mio colore preferito. Appena la vide le andò incontro. Si abbracciarono e si baciarono con affetto.
«Allora Sandro, come va?» fece lei.
«Bene grazie».
Si sedettero, sempre nello stesso tavolo.
La signora, dopo aver ordinato un bicchiere di acqua naturale, mi domandò se avevo qualcosa di solido – «e di gustoso» specificò – da mangiare. Proposi della crostata di mele fatta in casa.
«Anche se sono fuori orario, devo ancora pranzare. Che ne direbbe invece di un bel prosciuttino crudo magro, oppure meglio: ha della buona bresaola?».
«Ho una bresaola squisita».
«Benissimo, mi faccia un bel panino e me la condisca con limone, olio di oliva e tanto pepe; mi raccomando il pepe, ho uno stomaco di ferro, sa?» disse con un bel sorriso.
Quella signora elegante e disinvolta emanava vitalità. L’uomo invece pareva inebetito, stanco. Fissava il vuoto.
«Gradisce un’altra birra?».
«Come scusi? Ah sì, grazie, un’altra alla spina va benissimo».
Quando tornai dalla cucina con birra e bresaola i due pensionati, che avevano terminato la loro partita a dama, si erano spostati nell’altra sala del bar, la più piccola, che è più ventilata perché dà sull’esterno dove c’è un piccolo spiazzo che ho fatto pavimentare, il pezzo di terra dove una volta mio nonno coltivava rose e pomodori. C’era anche un melo.
Col vassoio mi avvicinai al tavolo dei due clienti venuti da chissà dove; l’uomo, che stava parlando, mi dava le spalle. Non badò a me. Il tempo di avvicinarmi, di posare il vassoio sul tavolo e di allontanarmi mi fu sufficiente per ascoltare.
«Non mi ha sentito rientrare, non sapeva che io fossi in casa. Per puro caso, sento che dice: tu almeno hai un padre che è qualcuno, il mio è una nullità. Anzi no, ha detto: il mio non vale un cazzo. Ho pensato: starà imitando qualche comico, di sicuro non si sta riferendo a me. Però volevo esserne certo. Così, senza fare rumore lo raggiungo. Non stava imitando nessuno: steso nel letto, stava parlando al telefonino con un suo amico, credo. L’ho visto per un attimo, lui non si è accorto di me perché aveva il braccio che gli copriva gli occhi».
Posai velocemente il vassoio nel tavolo, poi, a testa bassa, con la sensazione di avere addosso lo sguardo della signora, mi allontanai. Ma feci in tempo a sentire un’altra breve frase, sempre di lui: «Sono giorni che ci penso, ci penso e piango».
Anch’io, come quell’uomo che non vidi mai più, avevo sentito per caso.
Fu la prima “voce” che segnai nel quaderno dopo la pagina bianca dei “Come va?”.
Ne capitano raramente di voci così: una, al massimo due al mese.

Veronica, e le strade che si incrociano

Io conosco un po’ Giulio Mozzi (e dico la verità: per diverso tempo ho sperato che Mozzi diventasse il punto di riferimento che adesso ho e che si chiama Luigi Bernardi) e un po’ di più conosco Marco Travaglio: compagni di università alle lezioni di Corrado Vivanti, poi le nostre strade si sono incrociate negli anni 90, quando lui venne a Vercelli inviato dal Giornale di Montanelli, e successivamente, quando collaborammo entrambi per L’Indipendente di Daniele Vimercati. Ci sentiamo ancora, ma sempre meno, ovvio…
(Dimenticavo: ha scritto anche la post fazione del mio libro, Lo scommettitore).
E poi c’è lei, Veronica Tomassini, della quale sentii parlare anni fa, un’amica in comune, la signora T. mi disse: Conosco una scrittrice siciliana brava, ma non so come aiutarla.
A questa amica (che ne parlò anche con don Luisito Bianchi) dissi: Mozzi…
Infatti le strade di Mozzi e di Veronica erano destinate a in crociarsi, fra loro eanche con quella di Travaglio).
Allora, Veronica Tomassini.
Ha pubblicato Sangue di cane, per Laurana.
E io l’ho citata nel post Gabbiani, Strega, piccoli editori.
Ci conosciamo grazie a Facebook io e Veronica: qualche scambio di messaggi, di reciproca stima.
Oggi (se non sbaglio) Veronica è intervenuta per la prima volta qui.
Spiegando e dicendo “cose importanti” mi pare.

ciao Remo,
in effetti uno scrittore dovrebbe guardare oltre, manifestare innocenza, purezza e repulsione infine per certa gloria egocentrismo eccetera. sappiamo che è altamente improbabile, che la destinazione finale per molti scrittori è proprio quel premio dibattuto e controverso. lo ammetto per me è così, è una destinazione. ad ogni modo, sento che comunque può essere meritata, dopo silenzi eterni, rifiuti continui, precarietà e anonimato. grazie a Giulio e al gruppo Laurana ho ottenuto dei risultati importanti per me, ho potuto valutare stima e invidia, scoprendo entrambe dove non mi aspettavo, penso anche chi ha taciuto sul mio romanzo immotivatamente, questo è accaduto dalle mie parti, dove vivo, penso a tutti i livori rimediati insieme agli “allori”. non credo ci sia nulla di nuovo nell’ambire a qualcosa ad ogni modo.
un abbraccio
veronica

Sempre oggi, su Facebook, Veronica ha scritto:
quando non vedevo la luce, quando ho pensato sul serio: adesso basta; è accaduto questo:

segue ora la storia della pubblicazione di Sangue di cane scritta da Giulio Mozzi.

14 giugno 2008, sette di sera. Guardo la posta. Una lettera che dice: «Sono una che scrive, sono brava. Sono incazzata perché chi dovrebbe non mi cag… Avrei da proporle le mie buone cose, ma non allego. Se vuole fiutare il talento, avrà voglia di rispondermi. Sono balle, però, non capita sul serio. Non risponderà». Ci penso un momento. Lettere così ne ricevo tante, ma non tutte le lettere così sono così. Qui c’è una forza in più.
Rispondo: mi mandi le sue buone cose.
Il giorno dopo: «Però mi dica onestamente, la prego: le interesserebbero, visto che già edite? Le leggerà sul serio e poi il silenzio? Se le faranno schifo, non mi dirà niente e soprassederà? Perdoni la mia insistenza, sono anni che aspetto, sono stanca, è passato il tempo, ho superato i trenta e sono una morta di fame. Buchi nell’acqua di solito, al prossimo smetto di galleggiare però. Brutto carattere il mio. Attendo».
Il 18 giugno arrivano due libri. Raccolgono articoli che sono quasi racconti, scritti per il quotidiano locale. Raccontano la città, hanno una lingua fragile e splendida, e hanno una cura, un amore particolare per quella città parallela che c’è in ogni città e nella quale vivono le creature di Dio dimenticate dagli uomini. Questa donna, penso, quelle creature di Dio, non le dimentica.
Prendo il telefono, chiamo. Domando: com’è che tu conosci, vivi, questa parte nascosta della città? La donna comincia a raccontarmi una storia: una storia d’amore, matto e disperatissimo. Io la ascolto, e penso: questa storia va scritta. Il 23 luglio prendo l’aeroplano. Ci incontriamo. Parliamo, camminiamo, mangiamo insieme. Io guardo questa donna, ascolto la sua voce, cerco di vedere tutti insieme, nella mia mente, i pezzi della storia che lei mi racconta a brani, a strappi.

«Tu questa storia la scrivi». «Non interessa a nessuno». «Interessa a me, sarò il tuo primo lettore. La scrivi, e me la mandi man mano».
Quando rientro a Padova, il 26 luglio, il primo capitolo è già lì nella mia posta elettronica. Poi arrivano gli altri: 31 luglio, 4, 9, 14, 21, 25, 31 agosto, 2, 6, 8, 11, 15, 17 settembre. «Questo è l’ultimo».
Comincia il giro degli editori. All’epoca lavoravo per due editori. Entrambi respingono il romanzo. Allora lo faccio vedere a destra e a manca. Viene respinto a destra e a manca. «Ci vorrebbe più plot». «È pretenzioso». «Ha una lingua impossibile». Di nuovo, lo propongo, lo ripropongo.
Passa il del 2008. Passa il 2009. Insistiamo. Anche l’autrice fa circolare il testo. Anche a lei dicono: no, no.
Finché accade l’imprevisto. L’autrice manda il romanzo a un giornalista celebre, che aveva avuto occasione di conoscere (per modo di dire: il giornalista celebre nella città di lei per la presentazione d’un proprio libro, lei che gli fa due domande per il giornale locale). Il giornalista celebre legge, e passa a un suo conoscente che, a Milano, sta creando una nuova casa editrice di narrativa. Il conoscente s’innamora del testo: sarà il primo titolo della casa editrice.
La donna è Veronica Tomassini. Il romanzo s’intitola Sangue di cane. La città è Siracusa. Il giornalista celebre è Marco Travaglio. L’editore, appena nato, è Laurana. Dal 10 settembre 2010, due anni meno una settimana dopo il «Questo è l’ultimo», il romanzo è in libreria. E io sono felice.
Vi prego, leggetelo. È una storia d’amore matta e disperatissima, è un romanzo patetico e ridicolo, è una vita che vi viene offerta in dono.

Di questo lungo post a me rrimarranno impresi due aspetti.
I primo legato alla lettura dei manoscritti: forse bisogna toglersi (che mi tolga anche) dalla testa che possa bastare il solo invio.
Il secondo legato all’invidia e a chi volutamente ignora. La cattiveria e l’invidia, però, bisogna metterle in conto cara Veronica. Che poi: fanno male, sì, ma fanno più male ai mittenti che ai destinatari.

Ambrosoli, su Il Fatto

Su Giorgio Ambrosoli, e sulla prima teatrale di Un eroe borghese, a Vercelli, un mio articolo, qui su Informare per resistere (pubblicato mercoledì 30 marzo, pagina 14) su Il fatto quotidiano.
Lo stesso articolo si può leggere anche su Antimafia.

Giorgio Ambrosoli, interpretato da Federico Grassi, a un certo punto dice che quando inItalia si prende qualcuno con le mani nel sacco questo qualcuno dice che è tutto un complotto dei comunisti.
Ambrosoli comunista non lo era, da giovane era stato monarchico, e la frase del complotto comunista è vecchia, più di trent’anni, ma resiste.

i sorrisi del salone

Ho appena prenotato un albergo per il salone del libro, ci sarò il sabato pomeriggio e la domenica mattina; domenica pomeriggio, se è bello, vado in giro per Torino.
Ho resistito per tanti anni al Salone; gente che mi diceva è bello, vieni. Quelli che al giornale erano divoratori di libri ci andavano. E io svicolavo. Non amo gli assembramenti, al salone però, ho scoperto, è una fortuna essere un fumatore di sigaro: prendi e te ne vai fuori, magari dopo un caffè, e ti fai la tua mezz’ora di sigaro, ascoltando e guardando.
Ricordo una domenica di non so quale anno. Una voce dice, Guarda, ci dev’essere Coelho. Di sicuro c’era gente che quasi si spintonava per vedere qualcosa. Ora non so perché lo feci, di Coelho ho letto tre libri, uno mi è piaciuto poco gli altri due niente, ma mi alzai anche io; c’era Buttiglione che ciabattava, testa penzolante, ma non era lui l’oggetto d’osservazione, certo che no, e nemmeno Coelho. Era una donna, una bionda, la vidi per un attimo di schiena, che indossava uno di quei vestititini che hanno mandato in crisi il tessile: minigonna inguinale e schiena nuda. Eccerto che non poteva essere Coelho: la folla era di soli maschietti.

La prima volta che andai al solone fu nel 2002. Era un venerdì sera.
Vidi una cosa triste, che non pensavo. Vidi che c’erano delle persone che ne fermavano delle altre. Le persone che fermavano altre persone erano scrittori che avevano pubblicato per piccoli editori non distribuiti (magari a pagamento) e cercavano di vendere i propri libri.
Mi intristii. Pensai che era una cosa brutta, da evitare.
La più triste, insomma.
Col tempo (salone dopo salone) mi sono ricreduto: la cosa più triste è il sorriso a 32 denti, capsule comprese, che sempre alcuni scrittori fanno o a scrittori più famosi, o a critici o a editori. Mi ricordavano la mia infanzia a Cortona, quando passavo qualche giorno dai miei zii, mezzadri. Zii, fratelli “del mi babbo” che lgli ha sempre dato dei ruffiani (o peggio, delle teste di cazzo. Tra fratelli non ci son censure). Anche loro sorridevano così – cappello in mano – quando, in motocicletta, arrivava il padrone.
Poi però quando se ne andava via gli davano del cornuto. Sai che soddisfazione.
Quasi quasi non vado: se didisco l’albergo non è prevista penale.