scrivere

Solimano, in un commento, scrive

faccio una osservazione, che non ritengo banale: per chi scrivono gli scrittori? Per gli altri scrittori? Anche, ma soprattutto per i lettori.

E per chi scrivono i blog? Per gli altri blog? Se è solo così, forse c’è qualcosa che non va nell’approccio. Sarebbe bello discuterne en plein air, perché gente che gira in rete ce n’è tanta, e non è detto che siano sfigati solo perché non hanno un blog.

Allora. Per chi si scrive.
Io scrivo per un’ombra, un volto che non conosco. Mentre scrivo mi chiedo chi sia, mi chiedo insomma.
Ma scrivo anche per le persone a cui tengo. O che ho incontrato.
Per esempio, non quando scrivo ma quando rivedo quello che ho scritto penso spesso alla fabbrica, o alle persone semplici.
So che non hanno tempo, loro, per certi orpelli. E quindi bado al sodo, o cerco di.

Questo condiziona, mi condiziona, soprattutto nella scelta dei registri linguistici. Non nei contenuti. Chi legge poco, io credo, non perde il bandolo della matassa di certe storie complesse.
Il grande poeta russo Esenin diceva se lui era diventato un poeta lo doveva a sua nonna analfabeta, che gli aveva raccontato, quando era piccolo, le fiabe della mitologia russa.

Buona domenica E poi c’è chi dice, in questo caso canta, che scrivere serve a sentirsi meno fragili.

mica facile leggere

Comprare un libro non è difficile, è difficile leggerlo. Si va in libreria, si sceglie un volume, si paga, si ritira lo scontrino. E’ facile. Ma leggere? Quando trovare il tempo? e il luogo opportuno? Il telefono squilla. Bussano alla porta. Passano gli amici per una visitina, per anticipare gli auguri di Natale: lo fate anche quest’ anno, l’albero? I familiari borbottano, sottovoce. Una volta tanto che sta in casa, quello (oppure: quella) ecco lì che si isola da noi. Un suggerimento: ammalatevi, se volete concedervi una bella lettura abbandonata, come quelle di una volta. Le malattie sono sempre, in tutto o in parte, psicosomatiche. Vanno e vengono a comando. Le malattie presentano sempre delle “utilità secondarie”; ampiamente utilizzate da tutti gli ammalati, oltre che doviziosamente descritte in Proust e in Freud. Una bella influenza, per esempio; non c’ è di meglio. E’ come piantare una bandiera in casa. Beniamino Placido (La Repubblica, 1992)

Segnalazioni. * Su Bottega di lettura la recensione del libro di Franz Krauspenhaar, Era mio padre. E’ un libro autobiografico, certo. Unico filtro, la memoria. Gli anni passano ma il passato non passa, dice Franz. Non l’ho ancora comprato. Lo farò oggi, o domattina. Ma mi viene in mente un incipit, invenzione di un blogger, Arimane: Dove va a finire il passato? La domanda è semplice lo so.

* Il culto dei morti: da Lenin a padre Pio. Partendo dagli egizi, però. Post da habanera (che è diventato ormai un bel blog collettivo).

* La Costituzione ha dei luoghi, precisi, di pellegrinaggio. C’entrano nulla i libri: leggete qua.

stasera si fa la luna, disse

Sabato 10 maggio non sarò al Salone del libro e un po’ mi spiace.
Sarò a Borgolavezzaro, piccolo centro del novarese a presentare La donna che parlava con i morti.
Ho preso l’impegno, contento d’averlo preso: mi stanno bene le presentazioni dove si fa festa se ci son dieci persone.
Sabato 10 non sarò a Torino, quindi. Ci potessi andare, non perderei la presentazione del libro di Giorgio Bona, Chiedi alle nuvole chi sono, Besa editore.
(Ci sarà tra il pubblico, credo, una persona che vorrei salutare e ringraziare per una bella recensione sul mio ultimo libro).

Nell’altro blog, tempo fa, feci, tre, quattro volte, questo: prendevo dei libri a pagina 50 e copiavo, senza dire il nome dell’autore, alcune righe, sette, otto, dieci.
A volte non era pagina 50 ma 47 0 54: cercavo brani che non rendessero riconoscibile il libro.
Copiai e proposi anche un estratto del libro di Giorgio Bona, Erano voci, edizioni Il Molo.
Successero due cose.
La prima, Quel passaggio piacque più degli altri (e uno degli altri era Bukowskij) a chi lesse il post.
La seconda. In alcune librerie chiesero delle copie di un gran bel libro di Giorgio Bona, scritto qualche anno fa, Ciao Trotzkij, Besa editore.
Ora Bona esce con Chiedi alle nuvole chi sono.
Nella prefazione, scritta dall’autore, si legge.
Queste storie le ho portate con me per un lungo periodo, mi hanno fatto compagnia.

Si dà il caso che questo racconto sia anche un sogno. I luoghi della Val Susa in cui sono ambientati sono luoghi da sogno. Prima ancora di averli visti, li ho vissuti nei racconti di mia nonna e nei lunghi silenzi di mio padre.

L’incipit
Ero già a letto quando sentii il barba bestemmiare forte. Bestemmiava sempre forte quando faceva qualche considerazione a voce alta, bestemmiava e malediva il governo, anche se il governo non aveva da entrarci.
“Stasera si fa la luna” disse.

voci di periferia

C’è il doppio registro ne Il contagio, ultimo libro di Walter Siti, di cui oggi si può leggere un’intervista su Il venerdì di Repubblica.
Dopo Pasolini c’è Siti che racconta le borgate romane.
Le racconta, appunto, usando il doppio registro: l’io narrante è il docente universitario, colto, i virgolettati sono le voci della borgata, volgari e sgrammaticati. E che trasudano vita.
Siti, che al mattino quando si sveglia apre la finestra che dà sui giardini vaticani, dice (nell’intervista).
In borgata mi trovo meglio, vengo da una famiglia povera, trovo le maniere borghesi terrificanti, deleterie per l’eros. E quando capii di essere omosessuale, i muscoli si trovavano solo in periferia, muscoli funzionali, da pugili, non fini a se stessi come oggi.

Non so nulla delle borgare romane.
So – e qualcuno stenta a credermi – che esistono borgate poverissime anche qui, nel ricco nord.
Anche io, come, Siti, vengo da una famiglia povera.
Anche io, come Siti, ho ammirato quel mondo. Ragazzi che avevano imparato a spacciare a tredici anni perché la vita a loro aveva offerto solo quello.
Siti ha scritto un grande libro, è un grande scrittore.
Il registro della borgata, la parlata della borgata, l’anima della borgata è – ma è una supposizione, questa mia – l’asse portante del suo ultimi libro.
Siti però, al mattino quando si sveglia si sveglia e non è in borgata. E’ in una casa elegante (suppongo), ben riscaldata, pulita.
La borgata, al massimo, può essere la sua seconda casa.
Magari ci vorrebbe vivere sempre, non so.
Come dicevo ho passato due anni della mia vita con ragazzi senza futuro, spacciatori, delinquenti. Cresciuti in una povertà desolante.
A differenza di Siti io ho visto che molti di loro il sesso lo hanno vissuto nel peggiore dei modi: nelle case piccole e sovraffollate può accadere di tutti. Molti si vergognavano a raccontarmi. Molti, vergognandosi, hanno raccontato a qualche assistente sociale (ce n’è qualcuna che capisce quel mondo).
Comunque.
Stavo con quei ragazi fino le tre, le quattro di mattina.
Stavamo in una bettolaccia. Arrivavano dei barboni, dei rifiuti della società (ricordo un medico radiato dall’album, un ex medico), degli zingari. Arrivava la ragazza di sedici anni che, a sedici anni, sembrava una stupenda venticinquenne. Era cresciuta in quei postacci, lei, ora, grazie al suo corpo da modella, passava le sue serate con uomini piedi di soldi e di voglie.
Quei ragazzi (ma per tanto tempo ho pensato “i miei ragazzi”) erano imbarazzati con lei. Da lei.
Oggi sono stata a Lugano, raccontò la prima volta che la vidi.
Silenzio assoluto: ma Lugano dov’è?
Il vino, in quel posto, costava pochissimo e non era male, la Moretti costava come al supermercato, il caffè faceva schifo.
Imparavo.
Quei delinquenti – parlo di quindicenni, di sedicenni – mi piacevano.
Ricordo una delle prime sere.
Un ragazzo, col cellulare, aveva chiesto dei soldi a un altro, che arrivò, seguito da altri due.
Gleli consegnò davanti a tutti, poi, nel silenzio più totale, si strinsero la mano.
Quella stretta di mani non era una stretta di mano borghese, Ciao come stai.
Era una promessa. Una stretta di mano tra piccoli uomini d’onore.
Mantenevano la parola data. Tra loro erano solidali. Quelli che ho conosciuto io non avrebbero mai violentato una ragazza o dato fastidio a un anziano.
Eppure loro erano nati violentati.

Io, però, in mezzo a loro ero un estraneo.
A volte mi riempio la bocca. Ho fatto del volontariato in carcere, ho passato due anni dell mia vita con questi ragazzi al confine.
Ma quando io ero con loro, benché cercassi di stare in disparte, di non farmi notare, ero comunque una presenza lontana di un mondo lontano.
Un borghese. Uno che stringe mani dicendo Come va?
Uno che, al mattino, quando si sveglia, non si sveglia in una casa umida, pregna di piatti da lavare calzini puzzolenti e di canne che mamma e papà si son fatti prima di andare a letto.
Questo ho pensato, leggendo l’intervista a Siti.
il libro lo voglio leggere con attenzione.

La borgata (o periferia più squallida) ha una grande contraddizione (ma non solo la borgata): non ha “voce propria” per raccontarsi.

Buon primo maggioPer la cinquecentesima volta ricordo che io ho scritto questa cosa qua. Di getto e di rabbia. E’ un omaggio: a quei ragazzi. Qualcuno non c’è più. Qualcuno, invece, ha saputo ribellarsi. Uno di loro, mesi fa, ha fatto un commento in questo blog. L’ho incorniciato quel commento.

vuol comprare il mio libro?

Era il 2002. Mettevo per la prima volta piede al salone del libro, a Torino. Per un motivo o per l’altro, negli anni precedenti avevo sempre rimandato. Era venerdì sera. Avevo appuntamento in uno stand e lì andai, e li mi fermai tutta sera. C’era un discreto via vai. E c’era una donna di mezza età che mi incuriosì. Fermava la gente con un libro in mano. Domandai (a quelli dello stand). Mi dissero che stava vendendo i suoi libri.
Scritti da lei medesima?, domandai.
Scritti da lei medesima, confermarono.
M’impressionò l’insistenza di quella donna: faceva delle presentazioni volanti. Pochi secondi, perché l’interlocutore diceva No grazie e se ne andava, qualche minuto invece con gli indecisi che, alla fine, cedevano e compravano il libro.
Vidi che non era la sola.
Pensai: potrei farlo anche o, certo, ma con un libro di un’altra o di un altro. Scusi, ho scritto Il quaderno delle voci rubate, mi creda, è davvero un bel libro… con che faccia?
(Già mi vergogno quando devo parlare dei miei libri alle presentazioni).

Avevo visto la stessa scena, anni prima, nella mia città. Un vecchio insegnante, a teatro, tra un atto e l’altro di non ricordo quale spettacolo di Pirandello. Andava dalle signore impelicciate e mostrava il libro che aveva scritto e fatto stampare, lui, a spese sue.
Qualcuno fece dell’ironia, a me fece pena.
Sbagliavo.
Le impressioni, spesso, fregano.
Domenica un amico critico, parlandomi di quel libro (un libro d’arte, di cui esistono ancora copie invendute) mi ha detto d’essere un estimatore di quel vecchio, ora molto vecchio, insegnante.
E mi ha spiegato, il mio amico critico, che preferì farlo stampare e poi cercare di venderlo porta a porta anziché abbassarsi a chiedere sponsorizzazioni ad assessori o enti.
Può andare a testa alta, non ha mai chiesto nulla a nessuno, mi ha detto il mio amico critico di quel vecchio insegnante.
Sbagliava chi lo prendeva in giro, sbagliavo io a provare pena.