Racconti a 4 mani/4

La lentezza dell’organismo sferico e biancastro

“Si però dai, la Kate è più fine della Pippa”. Le due ragazzine si riposano ai miei piedi; non hanno mai smesso di chiacchierare, nemmeno durante la salita lungo l’acciottolato che porta alla rocca, in cima a questo sperone roccioso.
Da più di duecento anni la brezza dondola e fa parlare i miei aghi resinosi; il fruscio aromatico accompagna quassù soldati, nobili e, ultimamente, turisti. Il frate botanico mi ha piantato proprio dopo l’ultimo tornante; così chi giunge in cima all’erta si appoggia al mio tronco per  riposare ed io offro generosamente la mia ombra coniforme. Sono il pino ingegnere.
Dal mio elevato punto di osservazione sviluppo i miei ragionamenti stocastici. Chi ha radici profonde (pari al doppio della propria altezza) è costretto a morire e soprattutto a vivere dov’è nato; ciò può sembrare una triste condanna, ammenoché tu sia un ingegnere. Un ingegnere ha sempre una tesi da sviluppare e -dunque- non s’annoia mai!
Da sempre, mentre ragiono, accumulo una sopra l’altra lunghe molecole di lignina che, intrecciate alla cellulosa, mi hanno reso il pino più alto del circondario.
Ora il mio angolo visuale è di 360°.
Attorno a me c’è l’isola, attorno all’isola c’è il lago e attorno al lago ci sono le montagne.
Il mio mondo è tutto qua: in alto il cielo, in basso il lago (che, avendo origini glaciali, ha forma  ellissoidale con i fuochi ravvicinati e per me, che amo la precisione, è di grande conforto geometrico). Le cime circostanti smorzano l’impeto dei venti e quindi il clima è mite anche se, essendo il bacino alimentato da sorgenti sotterranee provenienti dalle montagne, la temperatura dell’acqua non supera mai i 298,15 gradi Kelvin (che sono poi 25 gradi centigradi). Le sue acque scure (tipica tonalità dei laghi di mezza montagna) vedono il contrario di quel che vedo io, secondo il noto principio della specularità. Insomma, è un bel posto per un pino ingegnere.
Mi chiedevo, giorni fa, quale fosse la cosa più lenta che lo percorre in superficie. Ho escluso dalla ricerca ciò che vi sfreccia sopra o sotto (p.es. gli uccelli o i pesci) per ridurre il campo di indagine ad elementi certi e misurabili. Per la verità ero partito dall’analisi della campana. Mi spiego meglio. A 35 m dal mio tronco sorge la settecentesca cappelletta. Accanto ad essa svetta un campanile a base pentagonale con una campana incardinata insieme al suo contrappeso e il tutto -ovviamente- costituisce una massa risonante smorzata; per soli due euro i visitatori possono impegnarsi a tirare energicamente la corda ma il ritmo del rintocco, per quanti sforzi impieghino, risulta sempre assai rallentato. Suona oggi, suona domani, un ingegnere certe domande se le fa.
Dunque ho cominciato a cercare la risposta al quesito [qual è la cosa più lenta che percorre il lago, (n.d.p.i., ovvero nota di pino ingegnere)]. Anzitutto ho scartato i mezzi più veloci (va precisato, caro lettore, che qua non è consentita la navigazione a motore). Essendo un bacino privo di correnti superficiali, in assenza di venti superiori ai 2 nodi, è stato eletto a sede mondiale dei campionati di canottaggio. Non vi dico come sfreccia l’otto con. Niente da fare. Allora ho analizzato le piccole, leggere imbarcazioni lignee da noleggio, ma il vogatore improvvisato generalmente si sbraccia per far colpo sulla sua bella: niente da fare, troppa fretta, troppa gioventù. Quindi ho preso in esame le grandi, piatte barche a propulsione umana (leggasi rematore) che portano qua i turisti. Ne controllo la traiettoria, calcolo il tempo di avvicinamento, valuto in base al grado di inclinazione se il peso è distribuito in modo uniforme. Potrei dire che sono queste placide imbarcazioni la cosa più lenta, a buon motivo. Ma ieri pomeriggio ho verificato che il barcaiolo anziano impiega 2T (tempo doppio) rispetto agli altri. Quindi ho stabilito con ragionevole certezza che la cosa più lenta del lago è lui, con buona pace dei malcapitati turisti che lo eleggono a Caronte lacustre.
Però oggi, con mia grande meraviglia, qualcosa si muove ancor più lentamente: pare un organismo sferico e biancastro. Ricorda le meduse degli abissi e si dirige in direzione s/o a 2 m dalla riva. Si sposta impercettibilmente, direi di 11,5 cm/min. Ha un diametro di circa 60 cm. Si intravede sotto il suo dorso vitreo una cavità studiata da madre natura per raccogliere la giusta quantità di aria che compensi, con una spinta dal basso verso l’alto, il suo peso (Archimede confermerebbe compiaciuto). Ecco: è questo magnifico sferoide opalescente (e indefinito) la cosa più lenta del lago. Parola di pino ingegnere.

Questo è il lago del niente. Niente discoteche decenti, niente pub con musica passabile, niente centri commerciali, niente vita notturna. Zero. Ci sono solo stupide barche a remi che ti portano sull’isola dove stupidi turisti suonano una stupida campana. Non c’è nemmeno la spiaggia per prendere il sole, l’acqua non è calda e se vieni qua, a parte romperti i coglioni, fare il giro a piedi e guardare le anatre non hai altro da fare. La gente? Vecchi, bambini, famiglie: minchia che palle. E le ragazze sono delle emerite stronze che se la tirano e ti ridono in faccia.
Questa è veramente la peggiore vacanza della mia vita.
Ieri notte, tanto per far qualcosa, io e quello sfigato di Ciro abbiamo smontato la boccia a un lampione del lungolago. Si svita, è di plastica. Ci abbiamo giocato a pallone per un po’ e poi a un certo punto dal balcone dell’albergo un tizio si è affacciato e ci ha cazziato. Dice guardate che ho chiamato i vigili, delinquenti disgraziati. Allora l’ho buttata in acqua con un calcio; dopo ce ne siamo andati. Oh, non è mica andata a fondo. Galleggia.

14 pensieri riguardo “Racconti a 4 mani/4”

  1. Poco convincente. Il finale lo riscatta, ma il pino ingegnere l’ho trovato troppo saccente. Sarà un mio limite, non amo lo sfoggio di cultura.

  2. “Chi ha radici profonde (pari al doppio della propria altezza) è costretto a morire e soprattutto a vivere dov’è nato;” Eh!
    Questa cosa saggia che enuncia il pino ingegnere potrebbe valere per tutti i Pini del mondo, e non solo per loro.
    Che poi se ci si radica troppo, si finisce per fare l’anatomia ai dettagli, alle minuzie, a porsi domande oziose, e la piccola novità diventa un fenomeno paranormale inspiegabile.
    Ecco perché ci sta bene quel finale lì.

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