incipit di libri da leggere

La notte mi circonda / dalle finestre spente dell’inverno / mi nascondo alla vita
Attraversamenti verticali, di Cristina Bove, edizioni Il Foglio, 2009

Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia.
i Cariolanti, di Sacha Naspini, Elliot 2009

Eravamo troppi.
Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici. Duecentotrenta metri quadri non bastavano per una banda di moccisoi venuti uno dietro l’altro senza che nessuno avesse il tempo per tirare il fiato.
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, di Monica Viola, Rizzoli 2008

Chiaro, scuro, luce, buio, chiaro, scuro, luce, buio. Nel finestrino del treno si alternano veloci fotogrammi di massicciate cotte dal sole, il nero delle gallerie, prati deserti, il nero delle gallerie, il profilo di una montagna e ancora il nero delle gallerie.
Pioggia battente, di Massimo Cassani, Sironi 2009.

un articolo scritto strano

Quando scrivo un libro o mi appresto a farlo nella mia mente scatta qualcosa: so che userò una scrittura particolare, da libro.
Succede la stessa cosa quando scrivo un articolo sul mio giornale: la tecnica giornalistica è cosa diversa dalla narrazione, ha regole precise (che hanno origine da quando i giornali venivano composti con il piombo).
E quando scrivo un post so di non avere regola alcuna: scrivo di fretta, scrivo quel che mi pare, scrivo da… post.
Ieri mi son detto, stavo lavorando e dovevo scrivere un articolo: ora scrivo questo articolo, ma lo scrivo come se fosse un post.
Eccolo.

Martedì 8 dicembre. Sono impegnato, dal mattino e fine alle 17, con i premi di Bontà. Poi vado a Trino, nella tenda allestita dai lavoratori del call center Phonemedia. Poi torno a casa, a Vercelli. Mangio, porto a spasso il cane, poi esco ancora: maledetto vizio del fumo, ho finito i sigari. Faccio due passi, incontro una persona che non vedevo da anni. Una donna, un po’ più giovane di me. Lei sa cosa faccio io, io di lei so poco. Parliamo. Le dico della mia giornata. Le racconto, le dico che per un’ora sono stato con i dipendenti di Phonemedia, gente che non riceve soldi da due mesi, gente giovane, tra i venti e trenta, ma anche tra i quaranta e cinquanta, donne soprattutto, molte di loro sole, con un figlio, un mutuo, le bollette da pagare e, stringi stringi, persone che non sanno dove andare a sbattare la testa, perché il futuro non fa presagire nulla di buono, perché in questi giorni devono pensare a vivere e sopravvivere, e non sanno come.
Ho perso il lavoro anche io, mi dice questa persona e, mentre lo dice, tira fuori dal portafogli 10 euro, “ma sto meglio di loro”, precisa, porgendomi quei soldi.
Mi ha letto nel pensiero questa donna: volevo, da mercoledì 9 dicembre, iniziare una raccolta di fondi per i lavoratori di Trino, comininciado a chiederli questi soldi al personale che lavora con me. Così ho fatto.
Mercoledì 9 dicembre. Entro in redazione, al giornale. Le prime persone che incontro sono la segretaria e due dipendenti della grafica. Dico (e lo dirò poi ai miei giornalisti) che a Trino ci sono già due iniziative. Un conto corrente del Comune di Trino, che poi distribuirà quanto incassato tra i lavoratori, in parti uguali, e una cassa lì, alla tenda, dove ho scoperto (prima non lo sapevo) che un numero elevato di lavorati sono di Vercelli città (gli altri sono di Trino, Santhià, Crescentino).
Non inizia, oggi, una colletta autonoma della Sesia. Oggi noi cominciamo a raccogliere dei soldi, chi può dare 10 euro li dia, chi un euro va bene lo stesso, tanta gente, purtroppo, non potrà dare niente.
I soldi che raccoglieremo li gireremo, poi, in parti uguali al conto corrente del comune di Trino e alla cassa dei lavoratori. Una cassa che serve loro per la benzina, fare la spesa. Trascorreranno questo mese in tenda, giorno e notte, aspetteranno il Natale, Capodanno e, soprattutto, qualche buona notizia per il loro futuro.
Noi possiamo fare molto poco per loro. Questa raccolta, lo spazio sul giornale.
Ringrazio la persona che ho incontrato martedì sera, sotto i portici di piazza Cavour. “Son messa male, ma loro stanno peggio”.
Finché si incontra gente così c’è speranza.

mamma ho scritto un libro, forse

Avrò avuto tre, quattro anni. Ho un ricordo vago vago di quei giorni. Quando i miei genitori mi mandarono, per una ventina di giorni, dai miei nonni materni, a Cortona. Piccola parentesi: mia madre, che da ragazza votava Pci ma di nascosto perché il padrone non doveva saperlo, è una donna timorata di Dio. Va in chiesa, fa la comunione, è una credente insomma.
Non è stupida, mia madre. Quando venne a prendermi per riportarmi a casa, non disse nulla quando sentì che io, in quei venti giorni, avevo imparato soprattutto una cosa: a bestemmiare.
Mia madre pensò: lo lascio fare, faccio finta di niente, così smette, è meglio fare così coi bambini, spesso.
Io però ero un bambino insistente, un bambino rompicoglioni, insomma. Non mi chetai: continuai, per ore, a parlare intercalando madonne varie.
A un certo punto (qui il ricordo c’è, non è vago) sentii sulla faccia il bruciore noto (ma stavolta bruciava di più) di un ceffone, improvviso. Guardai mia madre, vidi che non sorrideva più, che aveva uno sguardo cattivo cattivo che non prometteva nulla di buono. Ero un bambino rompicoglioni ma anche sveglio, credo: perché capii, immediatamente, che di certe madonne era meglio che io mi dimenticassi.

Nei mesi scorsi ho scritto un libro. Che ha due possibili titoli, mi piaccion tutti e due. Vicolo del precipizio, oppure, altro titolo, Di bestemmie e folli amori.
L’ho inviato a una quindicina di case editrici, grandi, medie, piccole.
Tre (due medie, una piccola) mi han già risposto picche. Altre quattro mi hanno comunicato che sono in lettura.
Lo spunto per scrivere queste storie me l’ha dato lei, mia madre. Il quaderno di mia madre. Metti che qualcuno mi pubblichi e il libro esca con il titolo Di bestemmie e folli amori, lei, mia madre, come la prenderà?
Comunque: sul “quaderno di mia madre” nel settembre 2007 scrissi un post.
Odio i link, io, preferisco i taglia e incolla.
Eccolo, quel post.

Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ un madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.

bella

Dal momento che non ho niente di interessante da dire sono andato nel mio vecchio blog, alla ricerca di qualcosa di magari-anche-solo-un-po’- interessante, per esempio un vecchio ronzino da riproporre.
Tra le cose che ho riletto ho scelto questa cosa qui.

Quando ero ragazzo, sui 17, 18 anni, avevo un rituale la domenica mattina. Mi svegliavo verso le 9 e poi, con un libro, andavo nel bar dove ero solito incontrare alcuni amici.
C’era una salettina con 15, 16 sedie, un paio di tavolini, un telefono a gettone, la luce soffusa e, in fondo, un juke boxe.
C’è un po’ di pioggia e il cielo è grigio nel ricordo di quelle mattine.
E c’è il mio bicchiere di latte tiepido accanto alle mie sigarette (Ms o Gitanes).
E c’ero solo io, lì dentro, a sognare, tra una pagina e l’altra
E c’è una canzone, colonna sonora del ricordo

bella, col fermaglio tra i capelli a forma di stella
gli anni, sono quelli che ci fregano dentro sono gli anni
che ci lasciano soltanto e solo dei ricordi
che ci lasciano qualcosa che non tornerà
sei sempre bella, passa il tempo….

non entrò mai nessuna ragazza con un fermaglio a forma di stella

Qualcosa sui miei libri (e un po’ di scommettitore)

Qualcuno, con mail o sulla bacheca di facebook, mi chiede dei miei libri.
Allora.
Inutile chiedere del mio ultimo libro in libreria: La donna che parlava con i morti è fuori catalogo, esaurito credo (e un po’ lo spero e un po’ mi spiace che non ci siano più copie). Nel magazzino di Roma, mesi fa, non ce n’erano più (così mi han detto, quando ho chiesto una copia che volevo inviare a un critico che me l’aveva chiesta).  Inutile cercare anche Il quaderno delle voci rubate, si trova solo a Vercelli; spero in una ristampa, di un altro editore.
Penso che Dicono di Clelia, invece si possa ordinare, così come si può ordinare in libreria la raccolta di racconti Tamarri, e il mio terzo romanzo, Lo scommettitore. Che si può ordinare scrivendo a Fernandel: arriva tramite posta ordinaria, senza spese aggiuntive.

Una presentazione, ora, del personaggio Scommettitore: non ha nome, è semplicemente uno che scommette su quello che fa: lavorando per questo o quel candidato politico.

Il ballottaggio, lo scontro tra due candidati, era un po’ la sua droga.
Due candidati. Uno contro l’altro, come due pugili sul ring.
Vince il più scaltro, sono ammessi colpi proibiti.
Vince il più intelligente.
In mezzo ai due candidati c’è il caos: galoppini, portaborse, servi.
E poi consulenti-esperti di tutto, di come farsi fotografare, di cosa dire, di che colore la cravatta, dello slogan da coniare; e di sondaggi, di previsioni. Oppure ci sono investigatori, o spioni. A volte, più spesso di quanto si immagini, ci sono anche delinquenti, organizzazioni criminali; loro e gli spioni lavorano nell’ombra, i politici e gli esperti invece, tra un sondaggio e una previsione, una previsione e un altro sondaggio, cercano di capire come vive e cosa pensa la gente: poi, finito il can can, dopo il voto, arrivederci e grazie.
Dietro ogni candidato c’è una strategia e uno stratega.
Se accanto allo stratega ce ne sono altri è un suicidio: perché fanno confusione, si annullano, litigano.

E poi c’è il popolo elettore.
Che sceglierà: uno dei due.
Per uno dei due lavora lui, lo scommettitore.
È lo stratega, la mente del suo candidato.
Il resto è contorno. Solo lui, con la sua intelligenza, si spaccherà la testa per prevedere, contrastare, annientare le mosse dell’altro, giorno e notte, sempre, fino a quando la gente va a votare e sta ancora votando: nell’ultimo giorno e nelle ultime ore c’è ancora tempo per un ultimo colpo basso e, soprattutto, per parare quelli altrui. E poi si aspetta, si aspetta lo spoglio dei voti.
A quel punto il suo candidato è al centro del ring. Pronto per alzare le braccia al cielo, Ho vinto, ho vinto.
Lui in quel momento di solito è in albergo a fare le valigie.

Ancora una pagina, tratta sempre da Lo scommettitore

Un mattino Ornella, entrando nella sua stanza per spazzare, spolverare, aprire la finestra, notò, dal momento che fuoriusciva dalla tasca esterna della bella valigia sistemata ai piedi del letto, un’agendina gialla. La prese in mano, senza esitazioni: in fondo quell’uomo le aveva detto troppo poco di sé, aveva il diritto di spulciarla.
Trovò numeri, sicuramente conti.
E s’immaginò, Ornella, che la scritta DP per affitto, significasse Da parte per affitto. Non per altro:
accanto c’era segnata la cifra più grossa, 45 euro, superiore a DP per spesa, 13,50, a DP per vestiti, 6, a DP per senza filtro, 1,15, a Varie, 0,30.
Seguivano alcune pagine bianche. Nella rubrica telefonica, in fondo, neanche un numero di cellulare o di un apparecchio fisso. Prima di riporla, e sistemarla com’era prima, Ornella diede un’ultima controllata, veloce veloce, non voleva essere sorpresa da Giacomo.
E quando vide che nei fogli interni, con una grafia brutta e piccola, c’era scritto altro, decise di mettersela in tasca e di andare in bagno a leggere, con tutta tranquillità. Aveva paura di scoprire qualcosa di poco piacevole, Ornella, in quell’agendina gialla, con fogli senza le righe, spessi, di bella carta.
E invece in quell’agenda c’era la vita del suo inquilino.

POSSIBILI LAVORI
Il commesso.
L’aiutante in un distributore di benzina.
La maschera in un cinematografo.
L’autista per piccoli trasporti.
Il lavapiatti.
Il portiere di notte.
L’imbianchino.
Il fattorino (consegna giornali, pane o altro).
Pulire cantine.
Pulizia scale condomini.
DA VALUTARE
Fare le pulizie dove ci sono cessi.

DA EVITARE
Prostituirmi con donne anziane.
Lavorare per avvocati o investigatori.
Chiedere l’elemosina.

QUESTA ESTATE
Vendita bibite e panini a turisti.
Vendita bibite a chi prende il sole al fiume.

IDEE
Portare in giro cani di altri (se mordono?).
Fare annunci sul giornale (che telefono lascio? Ornella?).
Comperare giornalini e libri usati da rivendere (dove?).
Acquistare capi d’abbigliamento da Zagor e rivenderli (dove e a chi?).
Ornella tirò un sospiro di sollievo. Era grosso modo l’uomo che lei si era immaginata. Anche se non capiva quel non voler lavorare per avvocati o investigatori.
Ma la cosa più brutta era “Prostituirmi con donne anziane”.
Anziane quanto? E poi: esistono donne che pagherebbero per portarsi un uomo a letto? si domandò Ornella.
Io non lo farei mai, pensò, non pagherei.

prima dell’appuntamento

Sono nei giardini di un grande ospedale, a cento chilometri da dove vivo io.
Devo vedere un primario, per motivi professionali, di lavoro, diciamo.
So come si chiama, e basta.

La giornata è una bella giornata. C’è il sole, non fa troppo freddo. Accendo un mezzotoscano, appoggio il sedere alla panchina, sono in anticipo, ho con me l’iPhone e un libro, ma preferisco guardare gli alberi e in lontananza, il miscuglio di sole e foschia; l’ospedale, il grande ospedale, è alle mie spalle.
Hai un mezzotoscano?, mi fa una voce, secca, un po’ roca.
Mi volto: un barbone.
Ha una camicia rosa, stropicciata ma pulita (ma non ha freddo?), ha un paio di jeans col cavallo basso basso (perché non se li tira un po’ su?), ha la barba lunga bianca ed è spettinato (nessun interrogativo, qui; qui va bene), ha lo sguardo da pazzo: gli occhi sono spalancatissimi.
Mai negato del fumo un barbone, così gli allungo un mezzotoscano, ma prendendolo io dal pacchetto, con le mie dita, son schizzinoso, chissà quanti germi ci sono nelle sue mani, meglio evitare contatti.
Quando però mi chiede d’accendere il contatto c’è: perché quando tendo l’accendino (acceso, chiaro) verso le sue labbra, le sua manacce, a mo’ di imbuto, toccano il dorso della mia mano.
Poco male, dopo aver fumato andrò in bagno, mi laverò con cura, penso mentre se ne va dopo avermi salutato con una scrollata di capo.
Proseguo a fumare, poi, con un po’ d’anticipo, dopo aver lavato le mani, salgo alla ricerca del primario con cui ho l’appuntamento.
Ascensore, sala d’attesa, corsia,  infermieri, parenti e pazienti: solite scene d’ospedale.
Chiedo, un infermiere o dottore, insomma uno col camice, mi indica l’ufficio del primario,
“vada avanti, il primo sulla destra”
“grazie”.
Busso, c’è nessuno. Guardo se c’è un campanello che magari non vedo, macché.
Omminchia chi si rivede, riecco di nuovo il barbone di prima, si sta dirigendo verso di me, il mezzosigaro non l’ha fumato tutto, ne ha ancora un pezzo (spento, chiaro) tra le labbra, lo sta masticando, è a un metro da me, dalla tasca tira fuori la chiave dell’ufficio, il suo ufficio: già il barbone.
“Lei è?”
“Sono”.
Con la testa mi fa cenno di entrare. La camicia rosa, prima non ci avevo fatto caso, dietro, non è mica infilata bene nei pantaloni.

Lo stesso libro: 300 copie, poi 100mila

L’articolo che segue è di Luigi Bernardi, editore, scrittore, scopritore di talenti, traduttore. Ha scritto uno dei libri più belli usciti in Italia: Senza luce, edizioni Perdisa.
E’ un vecchio articolo, del 2002, ma Bernardi lo ha riproposto due giorni fa, sulla sua pagine di facebook.
Perché è sempre valido. A me ha fatto pensare, leggendolo, che la differenza tra un manoscritto dimenticato e un libro di successo la fa la fortuna.
Ho fatto il titolo del post pensando da giornalista. Ogni articolo, ogni post, ogni libro, cinema eccetera può avere un titolo più appropriato.
Ecco, penso che un titolo più appropriato poteva essere “la propensione alla leccaculaggine”.
Buona giornata e buona lettura.

Nel 1993 facevo l’editore, ero indipendente. Niente e nessuno condizionava le mie scelte, neppure il mercato perché ero bravo ad accontentarlo. Lo compiacevo con i prodotti giusti, loro mi restituivano la possibilità (i soldi) di togliermi i piccoli piaceri della professione. Per esempio, pubblicavo fumetti giapponesi e investivo i guadagni nel lancio di nuovi disegnatori e scrittori.
Nel 1993, quando facevo l’editore, pubblicai un romanzo di Giuseppe Ferrandino, si intitolavaPericle il nero ed era molto bello. Aveva uno stile e una storia, entrambi potenti. Con quel romanzo avrei sfondato anche nella narrativa, pensavo io, già reduce dalla pubblicazione di Carlo Lucarelli e Marcello Fois, Paco Ignacio Taibo II e Léo Malet. Macché: Pericle il nerovendette poco più di trecento esemplari ed ebbe una sola recensione, casuale perché non generata dal centinaio di copie inviate a giornalisti e critici. Nel 1998, quando la mia casa editrice era ormai fallita, Adelphi ripubblicò Pericle il nero. Era lo stesso testo di cinque anni prima. Vendette oltre centomila copie, i recensori fecero a gara per parlare del libro, lo osannarono, lo riverirono. Ne fecero il caso editoriale dell’anno.
Ho pensato più volte a questo fatto. L’indipendenza è una condizione forse necessaria, certo non sufficiente. Anche Adelphi è una società senza vincoli, nata proprio come gesto di rottura di alcuni collaboratori dell’Einaudi, che consideravano troppo monolitica, persino asservita, la politica editoriale dello «struzzo». Non è solo questione di indipendenza, c’è dell’altro, soprattutto quando la libertà di qualcuno va a cozzare contro l’assoggettamento di altri. Tornando al mio esempio, è chiaro che i giornalisti culturali, sottovalutando un testo proveniente da una piccola casa editrice, operarono una sorta di censura. O quantomeno un’equivalenza arrischiata: testo di piccola casa editrice = piccolo testo. I giornalisti sportivi la chiamano sudditanza psicologica, e la addebitano agli arbitri quando sono chiamati a giudicare le azioni di un calciatore di una squadra blasonata. La sudditanza psicologica spingerebbe gli arbitri a fischiare a favore della compagine più forte, mai di quella più debole. Non sempre è così, però la sudditanza esiste, forse ancora di più nel mondo culturale che in quello sportivo.
I critici che recensirono la ristampa di Pericle il nero, dopo averne ignorato la prima edizione, di sudditanze ne subirono addirittura due: la prima del marchio Adelphi, la seconda di quello Gallimard. Cos’era successo? Era successo che l’ufficio stampa Adelphi aveva lanciato la ristampa del romanzo di Ferrandino come conseguenza del grande successo ottenuto dalla traduzione francese del libro, pubblicata da Gallimard, Era una trappola per gonzi, i critici vi caddero come sprovveduti. Se c’è un nome che mette sull’attenti i giornalisti culturali è Gallimard, chiedete loro perché. Pericle il nero ai francesi l’ho venduto io. So che la pubblicazione di Gallimard è passata pressoché inosservata, avrà raggranellato poco più di mille copie. Altro che grande successo o caso letterario, altro che i soliti francesi che per primi scoprono gli italici talenti… Si è trattato solo di una campagna promozionale bene orchestrata, che ha messo a nudo il nervo scoperto del giornalismo culturale italiano: la predisposizione alla leccaculaggine. Così alla fine, forse, il problema non sta nell’indipendenza, quanto nell’intelligenza e, soprattutto, nell’onestà.

Luigi Bernardi
da Tribù astratte, 2002

Oggi è il 2 dicembre, caro papà, ricordi?

(racconto “di un attimo” in forma epistolare e ispirato da qualcosa di vero)

Ti scrivo, caro papà,
ma stasera, quando passerò sotto la tua villa, non si mica se avrò la forza di imbucare questa lettera.
Sai papà, e anche se lo dimentichi lo sai, che la persone che più ti vuole bene a questo mondo sono io.
Quando ero piccolo tu mi facevi ridere, stravedevo per te, volevo solo te, ti sognavo.
Così quando te ne andasti provai solo tanta rabbia, contro la mamma, contro me stesso e mio fratello, se tu avevo scelto un’altra donna, un’altra famiglia, era perché io la mamma e Francesco non eravamo alla tua altezza, non eravamo intelligenti e spensierati come te (ricordo ancora quando tornavi a casa e facevi capriole sul pavimenti), non eravamo belli come te (ho le tue foto, tu capitano dell’esercito, tu in motocicletta, tu in costume da bagno, le accarezzo ancora, sai papà?, e quando io penso a un uomo bello penso a te. Oggi hai sessant’anni ma sono sicuro che se io e te andassimo in un posto pieno di donne loro si volterebbero a guardare te: se solo riuscissi a muovermi con la tua eleganza, un’eleganza distratta…
Tutto questo, comunque, o già lo sai o te l’immagini.

Oggi però è il 2 dicembre, caro papà, il giorno del mio compleanno.
E’ anche il giorno in cui – e son passati vent’anni – io sono diventato un perdente.
Tu, oggi, con tua moglie e i figli, miei fratellastri che odio e sempre ho odiato, di sicuro non ricorderai che è il mio compleanno, non ti ricordasti vent’anni fa, figuriamoci se oggi vai a pensare che.
E’ ancora più sicuro che tu non sappia, né credo saprai mai, che il 2 dicembre di vent’anni fa io sono diventato quello che sono: un perdente che affonda la testa.
Sul lavoro, con le donne, dovunque io sono un perdente, caro papà.
Vent’anni fa, già.

Facevo prima Liceo e tu, da tre mesi (ricordo tutte le date, sai papà, anche il giorno in cui te ne andasti) già non vivevi più con noi. Però ti sentivo al telefono e tu al telefono mi facevi ridere e tu al telefono mi facevi sentire bene: ero ancora il tuo “grande Paolino”.
Con mamma non parlavi e con Francesco parlavi poco, sono due musoni, sono tristi, ma con me sì. Mi dicevi cose belle papà, e io quando mi addormentavo mi addormentavo bene, perché ripensavo e risentivo la tua voce.
No, sempre bene no: perché quando ti telefonavo sentivo la voce di quell’arpia che hai sposato, certo, più bella di mamma, ma ha due occhi cattivi quella donna quando vi incontravo, e al telefono ti metteva fretta, era gelosa.
(Diciamocelo papà: la tua vita è piana di successi e di scopate, lo so e lo sa tutta la città, ma hai sposato due donne da poco).
In ogni caso la notte del primo dicembre di vent’anni fa io ero felicissimo quando andai a dormire.
Risentivo le tue parole. Come un disco, una canzone il cui ritornello ti ha conquistato.
Domani vengo a prenderti a scuola e facciamo una grande festa, solo noi due.
Sto piangendo, ora, papà mentre scrivo.
Mi rivedo, rivedo il bambino che aspetta, era una giornata brutta, grigia.
L’avevo detto a tutti a scuola che tu saresti venuto ma all’una nessuno dei miei compagni ti aveva visto, che importa, pensavo, tu arrivi sempre in ritardo.
Piango papà, ho pena di me: mi rivedo che ti aspetto un’ora, due, tre, e tu non arrivi.
Saranno le quattro del pomeriggio e, davanti alla scuola, passa una macchina. Qualcuno mi saluta con la mano: è un mio compagno, lo chiamavamo Frassica perché non sapeva né scrivere né parlare in italiano, ma era comunque il figlio di un imprenditore. E io a Frassica l’avevo detto: Oggi festeggio con mio papà.
Sai che feci, papà, quando vidi che Frassica mi salutava con la mano?
Mi voltai verso il muro, pensa che scemo.
Sono vent’anni, caro papà, che, ma sì, penso sia la cosa più giusta da dire, mi volto e guardo le crepe di un muro, è successo anche la settimana scorsa quando con Anna siamo andati dall’avvocato per la separazione, a lei la coca e i cocainomani, così mi ha detto, fanno schifo.
(Lei non si è mai dovuta girare verso un muro, però).

prima comunione: con dieta

Prima comunione, sono contento, più o meno. Mi hanno vestito a festa, mi hanno regalato il primo vero orologio della mia vita.

Però è successo anche questo, cavolo, e dalla foto non si vede: da qualche giorno sono anche a dieta.
Va spiegata bene, questa cosa qui, ora.
Fu un trauma mica da poco.

E’ tempo di prima comunione e io so già quello che mi attende. Dopo la prima comunione andremo al ristorante, e io quando si va al ristorante son contento perché la mamma mica li fa gli antipasti e i dolci,  lei mi fa crescere con minestre, verdure che palle, fettine, “e guai a te se lasci qualcosa nel piatto”.
La mamma mia è una mamma che mi sta troppo addosso.
Appena torno a casa da scuola mi fa, Fammi vedere i quaderni.
Ogni tanto, o abbastanza spesso, mi sgrida: prendo brutti voti, note.
Sono disordinato, litigo, il maestro si lamenta sempre.
Anche lui è uno che mi sta col fiato sul collo. Sempre compiti.
Così io, che vorrei respirare, pochi giorni fa ho detto alla mamma che sto male, mi fa male la pancia, non era mica vero ma mi sono impegnato tanto tanto, quasi piangevo, così lei mi ha portato dal dottore e quello – bravi i dottori – dopo avermi visitato e toccato la pancia, certo io ho fatto “ahi” ma vorrei vedere, la mia pancia è piccola, lui, il dottore ha della mani che son badili,  ha fatto una faccia brutta e ha detto, “Signora è meglio farlo operare, il bambino ha l’appendicite”, e io l’ho presa bene, perché subito dopo il dottore ha fatto il foglio alla mamma, niente scuola da domani.
Stasera non dovrò nemmeno andare a dormire presto. E niente compiti. Alla faccia del maestro (sto male maestro, hai capito o no che sto male, e magari è tutta colpa tua).
Comunque va tutto bene. Farò in tempo, prima dell’operazione (sono già un esperto, ho appena fatto la circoncisione, si sta mica male in ospedale, certo dopo l’operazione viene tanta sete, e ti danno l’acqua, che gente, con un cucchiaio, ma tutti che ti portano regali, sono gentili e soprattutto niente scuola), a fare la mia prima comunione.
Solo che quando il dottore, dopo al visita, aveva detto la parola dieta io mica avevo capito bene il significato di quella brutta parola lì, dieta.
Mica vero, insomma, che va tutto bene (ma io questo ancora non lo so).
Mi stanno facendo la foto, e a casa sono già a dieta.
Ma un conto è la dieta a casa, un conto è la dieta al ristorante.

No che non va bene. Dopo la Prima comunione c’è quindi in pranzo, con la Prima dieta: gli altri mangiano gli antipasti, io li guardo; gli atri mangiano gli agnolotti, io la minestra (noo, anche qui); gli altri che mangiano il dolce e a me, che sono goloso, che impazzisco per i dolci, ne danno solo un assaggino.
Stai bravo tra due giorni si va in ospedale, mi dice la mamma.
Io penso al dottore, al maestro, alla dieta: che Prima comunione del cavolo (giustappunto).