Raccontiaquattromani/2

L’Uomo che vendeva sogni

”Quanto costa un sogno d’amore?” chiese Blankman.
”Dipende” rispose Necromandus.
”Da cosa?”
”Da quanto tempo è che non sogni più e da come vorresti che fosse il tuo sogno d’amore.”
Blankman accese una sigaretta e andò a pescare i suoi ricordi tra gli anelli di fumo.
”Era tanto tempo fa” disse. ”Sognai che con forbici, fogli, colla e matite confezionavo fiori di carta.
Poi li mettevo in un cesto avana, e i miei fiori colorati spiccavano nell’anonima tonalità del cesto.
Giravo per i ristoranti, andavo davanti ai cinema e ai capolinea degli autobus.
Vendevo lì i miei fiori di carta.
Li vendetti tutti, tranne uno viola. Per me era il più bello, e lo tenni per me.”
”Poi?” chiese Necromandus.
”Fine dei sogni” rispose Blankman spegnendo la sigaretta in un posacenere di ceramica marrone.
”E’ passato molto tempo” fece Necromandus. ”E il sogno d’amore che vuoi comprare da me come dovrebbe essere?”
Blankman si deterse il volto con un fazzoletto blu.
”Intenso” disse. ”Non un sogno fugace.
Vorrei che tu mi vendessi un sogno persistente, capisci? Uno di quelli che lasciano un ricordo per più giorni e che ti fanno affrontare dolori e disagi avendo sempre come salvagente quell’amore.
La possibilità dunque, di poterlo rivivere e respirare ogni volta che un’avversità si frappone tra me e la mia vita.”
Necromandus tirò fuori dallo scaffale un libro dalla copertina di stoffa istoriata con foglie di vite. “Nella culla di Morfeo”, era il titolo del volume.
”Sfoglia tu stesso” disse Necromandus.
Blankman girava le pagine lentamente scorrendo figure eteree, rassicuranti, aggressive, torbide.
Circa a metà del libro si fermò e puntò il dito.
”Inutile che prosegua” disse.” Eccolo.”
Necromandus prese il volume e guardò attentamente, studiandola, quella pagina.
C’era una donna in abito coloniale. Era sola a pescare acqua dentro un ruscello limpido.
Non era particolarmente bella né sembrava voler sedurre nessuno.
”Ti avverto, ha un prezzo molto alto questo sogno” disse Necromandus rialzando la testa.
”Pagherò quel che devo” rispose Blankman.
Come spesso accade, fu tutto naturale. Quella notte quando si addormentò andò al ruscello, e la vide. E negli occhi di lei trovò il suo sguardo, nelle sue parole i propri pensieri, nei suoi silenzi la quiete, nel suo corpo l’infinito.
Il mattino dopo vivere fu molto meno difficile, perché finalmente quell’uomo vuoto aveva un sogno dentro. Lo portava con sé al lavoro, lo custodiva gelosamente in un angolo dell’anima e lo cullava quando tutto sembrava andare storto.
Le notti in cui sognava erano il suo rifugio. Imparò a conoscerla, e sembrava così reale quando rideva, quando nei suoi occhi scuri compariva un lampo viola di ironica comprensione, di consapevolezza.
Avrebbe voluto che lo fosse.
Poi una notte lei, alzando la testa dalle mani di lui da cui stava bevendo l’acqua azzurra e fresca del ruscello, disse: “Qualunque fosse il prezzo, ne è valsa la pena”.
”Il prezzo di cosa” chiese lui.
”Il prezzo del sogno che ho comprato.”
Lui la guardò negli occhi, e capì. Riuscì solo a sussurrare “Anche tu…”
Si svegliò di colpo. Era buio ancora, ma corse fuori, alla bottega di Necromandus, ne tempestò di pugni la porta chiusa.
”Apri, bastardo, apri! Devi dirmi lei chi è, dov’è. Devo trovarla, devo averla. Ora che so che esiste devo..”
Nessuno rispose. Nessuno avrebbe mai risposto.
Non gli restava che attendere di incontrarla di nuovo.
Ma la notte seguente non sognò, né quella dopo ancora. Né più.
I suoi giorni tornarono a essere vuoti, e li trascinava stancamente. Era la sua vita di sempre, ma con l’acuta consapevolezza di aver perso una parte di sé che non aveva mai saputo di avere. Dormire significava soltanto non pensare, come era stato prima.
Poi una notte sognò di nuovo.
Ma sognò una giornata normale, lavoro casa problemi rabbia dolore vuoto. Ebbe la sensazione di aver toccato il fondo. Al risveglio non aprì gli occhi. Non voleva più vedere quel mondo. Si sentiva preso in giro, derubato anche dell’oblio del sonno. Basta, basta, pensò.
”Basta”’ sentì un’altra voce dire. La ricordava, quella voce. Come avrebbe potuto dimenticare?
Aprì gli occhi, e la vide davanti a sé mentre li apriva a sua volta.
”Ma cos’è successo?” chiese lui.
Lei allungò una mano per accarezzargli le labbra.
Sssst, disse.
Gli sorrise, e aveva un lampo viola nello sguardo.

Ci sono due mucchi recenti di terra smossa nel giardino. Su ognuno mazzi di fiori ormai secchi legati da nastri viola che scoloriscono al sole.
Non sono vicini.
In mezzo scorre un ruscello.

Raccontiaquattromani/1

Rugiada

[solitaria moltitudine a tre voci]

1. [lui]

Alla visione delle sue gambe lunghe e affusolate, distese ed allargate sull’erba umida di rugiada, cominciai a perdere l’equilibrio. E dovetti stringerle il ventre e le cosce per riprendere coscienza di me.
Lei articolò un paio di parole in una lingua straniera, tra mugugni rantoli e sospiri. Ma io non mi preoccupai di capire. Sentivo le sue mutandine bagnate nella stretta delle mie mani, e cominciai a strofinare cercando tra il cotone e i peli umidi. Ora le ero disteso accanto, con la bocca all’altezza della sua bocca, una mano tra le gambe e l’altra tra i capelli. Ma non pensavo a lei. E quando la sua mano incontrò la patta dei miei pantaloni, chiusi gli occhi ed ebbi, in un lampo, quell’altra nella mente. Poi solo i sensi miei. Il desiderio di svuotarmi fino all’annullamento. La voglia matta di dimenticarmi. Riuscire per qualche attimo a non esserci.
Non importa con chi si affronta il viaggio verso l’oblio. L’arrivo è sempre solitario. Tutto il resto, finzione.

2. [lei]

Era bastato che allargassi le gambe, su quel manto d’erba intrisa di rugiada, per attirarlo a me come una condanna irreversibile. Mi stava addosso e frugava nelle mie mutande che pareva cercasse qualcosa di essenziale alla sua stessa vita, il respiro dopo l’apnea dell’immersione. Per fortuna non avrei capito quel che avrebbe potuto dirmi, ma l’unica lingua che desideravo comprendere, allora, era quella che usava per leccare i miei capezzoli e il mio ombelico. Dalla gola mi salì un sospiro compresso, sillabai un nome per subito ricacciarlo in gola. Non era il suo, non poteva esserlo. Lui era uno sconosciuto.
Dopo, mi riassestai le gonne, la mano di piatto a lisciare le pieghe di stropiccio, e senza dire nulla, senza un saluto o un cenno, ritornai da dove ero venuta. Raggiunsi il tavolino al dehor, dove avevo lasciato gli altri dicendo che sarei andata a fare due passi nella pineta, ché avevo bisogno di stare un poco sola, e guardai negli occhi l’unico e il solo uomo, da cui avrei voluto ricevere un battesimo di sangue e seme, un nuovo nome, il palmo caldo sulla vena giugulare, il battito profondo dell’inguine dorato. Lo guardai come se niente fosse, come una donna qualsiasi che gli passava accanto per la via. Mi porse, distratto, un bicchiere freddo di mojito e le nostre dita, per un momento, si sfiorarono, mescolando la condensa fredda ed il sudore. Sentii un vuoto nel petto che era un urlo, niente, a confronto, quel piccolo sospiro di piacere, un serpentello verde salvia, che era affiorato come una macchia di sangue sul cotone, sotto le labbra di quello sconosciuto senza nome, mentr’io pensavo che avrei voluto solo riuscire per qualche attimo a non esserci, sparirgli tra le gambe, lasciarmi mangiare dall’impeto della sua fame.

3. [L’altra]

Cos’è che la infastidiva tanto, di lui?

Era quel suo modo di far l’amore, dottoressa.

Cosa provava, lei, quando succedeva?

Gelosia. Una gelosia feroce.

Gelosia? E verso chi, mi scusi?

Verso un qualsiasi corpo che non fosse il mio. Ho sempre avuto il sospetto che pensasse ad un’altra quand’era con me.

E che cosa glielo faceva pensare?

Era il suo modo. Era quella sua fame d’affamato che non trova scampo. Era quel suo serrare gli occhi, alla fine, quando si abbandonava col viso tra i miei seni. Era come una nave che salpava, il suono della sirena che annuncia il distacco dalla banchina, il fischio del capostazione, le ruote che si sollevano dalla pista, il rombo dei motori.

Forse era la resa dell’abbandono. Nient’altro. Non lo crede anche lei?

No, no, quello era il suo modo oscuro per tradirmi. Era la sua cattiveria nel disconoscermi. Era tutti i nomi che non sapeva darmi e quegli altri che mi cuciva addosso. Era il bambino dalla faccia ottusa che allontana il granchio dal mare. Con un bastoncino, tanto vigliacco da non usare la mani per paura della stretta delle chele, ne devia il percorso. Un bambino cattivo, con un grosso neo sulla guancia sinistra, un marchio di propensione al male. E io, una piccola carne nascosta da un duro carapace con delle ridicole tenaglie piccole piccole, puntate verso il cielo.
I suoi occhi chiusi, dottoressa, erano tutto questo ed altro ancora. Erano tutte le donne del mondo, donne qualsiasi, le straniere, le sconosciute da scopare sopra un’erba intrisa di rugiada; ed io ero un calco, una cosa piccola, piccola la mia carne rinchiusa in un guscio, lontana dalla sua vista, dalla vista dell’unico, l’unico e il solo uomo, da cui avrei voluto ricevere un battesimo di sangue e seme, un nuovo nome, il palmo caldo sulla vena giugulare, il battito profondo del suo inguine dorato. Ma lui non mi vedeva. Chiudeva gli occhi, come se niente fosse, ed io diventavo una donna qualsiasi, una di quelle che gli passavano accanto per la via.

Bene, ne riparliamo la prossima volta. Per oggi, il tempo è scaduto.

si parte, quasi

Diciamo che
1. Il tempo per aderire a raccontoaquattromani è scaduto; ma se entro domenica arriva qualche ritardatario non faccio il fiscale (e diciamo anche che se per caso che se nascono… problemi di coppia, se ne possono formare altre, ma a due condizioni:avere già aderito e riuscire a scrivere il racconto di 5500 battute più biografie più illustrazione del sistema di lavoro adotattato entro il 15 di agosto. Sarò fiscalissimo su questa data).
2. Da domenica (credo) comincerò a postare il primo racconto. Proseguirò alla spicciolata, postandoli qui, in forma anonima, ma dal 15 di agosto in poi proseguirò più spedito, così da pubblicarli tutti, prima possibile.
3. Dopo un paio di giorni che avrò postato l’ultimo racconto (anonimo), riproporrò poi il tutto, in questa forma, con note biografiche e note sul sitema d lavoro adottato (e poi chiederò a un’amima pia di farmi un ebook).
4. Quando avrò riproposto il tutto chi ha partecipato potrà, inviandomi una mail, votare i sei migliori racconti (degli altri).
Voteranno anche le persone che mi hanno dato e mi daranno una mano nella lettura.
E se la cosa va a buon fine si riparte con altro, altrimeti arrivederci e grazie.
I racconti tutti restaranno qui, come pagina del blog.

dite, se volete

Domani o dopo (dipende dal tempo e da altro) posto il primo racconto a quattro mani.
Il primo che è arrivato, il primo che io e Monia abbiamo letto.
Si può commentare, certo, ma se vedo mail o IP sospetti cancello: chi vuole dica, certo, ma o apertamente o con un nick noto.
Son cinque, per ora, i racconti a quattro mani che sono arrivati.
Chi sta lavorando lavori; chi incontra difficoltà mi scriva.
Chi vorrebbe partecipare faccia ancora un tentativo, perché ancora qualche possibilità di abbinamento c’è.
Al 99, 98 per cento io non partecipo.
Chi vuol chiedere cose chieda o scrivendo al mio indirizzo personale, bassini.remo(chiocchiola)gmail.com oppure qui. Su raccontiaquattromani@gmail.com mandatemi
1. il racconto
2. brevi (meglio se brevi) note biografiche, che pubblicherò solo alla fine
3. un resoconto di 10-15 righe su come avete lavorato (che pubblicherò, sempre, alla fine).
E buone cose.

Morgan ha scritto un post su Gramos. Andate a vedere, ché ne ha scritto anche uno sulla Solitudine dei numeri primi.

versi diversi

Tratto da Sailing to Byzantium, di William Butler Yeats
(la poesia inizia con Questo non è un paese per vecchi. I giovani…; “vecchio” è colui che si sente estranea al mondo contemporaneo).

Un uomo anziano non è che una cosa miserabile
una giacca strappata su un bastone, a meno che
l’anima non batta le sua mani e canti, canti più forte
per ogni strappo del suo abito morale
né v’è altra scuola di canto se non lo studio
dei monumenti della sua magnificenza
e per questo io ho veleggiato sui mari e sono giunto
alla sacra città di Bisanzio


Da Non recidere, forbice, quel volto, di Eugenio Montale
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre

Da …?, di Gregory Corso

Qual è l’odore di Berlino?
Ogni città ha il suo odore.
New York sa di scarpe nuove
Parigi sa di cinematografo
Londra sa di carcere correzionale
Stoccolma di biancheria lavata
Atene di pista battuta
Barcellona di rosso
Amsterdam di budino di mele
Venezia di umanità
E Berlino.
Non conosco l’odore di Berlino

scrivere

Un’altra adesione, appena arrivata.
Ne approfitto per dire che c’è ancora tempo, facciamo fino a domenica.
E che i racconti devono essere di 5500 battute circa (e che quelli che superano le 6mila li taglio io, quindi).
E che possono essere spediti entro il 15 di agosto. E che lunedì posto il primo.

Non ho forzato la mano, non ho chiesto, a parte donna laura, a nessuno (mi pare) di partecipare.
Fino a due giorni fa.
Due giorni fa mi sono accorto che una persona che qui a volte interviene e che scrive, scrive per sé al momento, non si è fatta viva. Allora le ho scritto (ma avrei voluto scrivere anche a Titty e Viridian, per esempio), chiedendole, Perché non partecipi?
Per timore.
In rete si incontra di tutto. Chi mi scrive e dice, Io scrivo bene, chi ha timore a mostrarla la sua scrittura.
Allora, non ricordo bene il momento, ricordo che lavoravo in fabbrica, quindi avrò avuto 24, 25 anni, prima insomma di iscrivermi in università.
Fecero un giornale, i colleghi del sindacato. Diedi consigli sugli argomenti da trattare, ma restai in disparte, ebbi insomma paura: no, non di dire le cose, che le cose le dicevo, e se serviva le urlavo in assemblea, ma di dirle scrivendo.
Bloccato, non so dire da cosa.
E lo stesso mi accadde dopo aver scritto il mio primo libro. Lo diedi in lettura a una brava scrittrice ed editor e, mentre aspettavo (la sua risposta mi arrivò dopo otto mesi), mi ribloccai, incapace a scrivere un rigo.
E’ forze per questo che, spesso, di fronte soprattutto a persone timide, cerco di invogliare a scrivere.
Scrivere per pubblicare?
Magari uno ci pensa, poi. Per molti il vero problema iniziale è scrivere e lasciarsi leggere da qualcuno.
E infine.
C’è tanta spocchia in giro. Gente che si lamenta, gente che guarda solo la propria scrittura.
E son tanti quelli che non sanno scrivere in modo decente.
Ma ci sono anche tante belle scritture, in ombra.
E per me questo è un argomento affascinante.
E buona giornata, che la mia sarà dura, fino a quasi mezzanotte.

PS. Ho scritto di getto, in fretta, bevendo un caffè, fumando una sigaretta. rispondendo al telefono. Il primo articolo che scrissi (facevo il portiere di notte, un metronotte mi raccontò Vercelli di notte) lo scrissi impiegandoci una giornata, credo. Era domenica, feci solo quello.
La scrittura ha bisogno di voci, di conferme alla prima domanda: sono chiaro?
E ancora.
Mi succede di ricevere dei racconti (già raccontata questa). Accompagnati magari da una lunga mail. Bene, succede spesso che la mail sia bella e il racconto no. Molti pensano, scrivendo, che occorra stupire con effetti speciali.

E infine: martedì 6 agosto sono a Imperia, zona presidiata (d’estate, ché d’inverno sta inOlanda) da Marino Magliani, un amico, un bravo scrittore. Parleremo anche di Guido Seborga, che sto leggendo e che verrà ricordato nel 2009, centenario dalla nascita.

oppure, Fa che ogni tuo giorno conti

L’inizio di una storia, per me, non comincia mai davanti al pc o a un bloc notes.
Inizia mentre cammino, o penso di notte, in cucina, solo, in compagnia del borbottio della caffettiera e del cane che spera in una crosta di formaggio e fa le ore piccole con me.
Così nei giorni scorsi, camminando, ho intravisto una storia.

Non v’annoio.
Immaginate un sessantenne scorbutico, capo di un ufficio, sempre efficiente, sempre arrabbiato.
Arriva presto, pensa solo al lavoro.
Gli altri lo sanno che lui va in ufficio anche la domenica.
Gli altri lo sanno che è un infelice…
Eccetera.
Ecco, qui ho visto un evolversi, altre cose, e via discorrendo. Però non ho scritto ancora niente e niente scriverò di quel che ho visto, camminando.
Mi son fermato alle prime righe, non scritte, del primo capitolo, che mai scriverò.
Comunque, questo l’ho visto: un mattino, il tipo, invece di radersi, leggere il giornale, salire in macchina, fa una cosa che non è da lui.
Va al fiume a vedere l’acqua che corre, in bicicletta.
Quando arriva al ponte uno dei suoi impiegati lo incrocia e pensa, Questo ormai è andato (oppure pensa: speriamo s’affoghi).

E quindi.
Non ho scritto niente.
Stamattina mi sono svegliato e non ho fatto la barba, ché la faccio una volta ogni sette giorni, io, solitamente il venerdì.
Ma, in bicicletta, sono andato al fiume, a vedere l’acqua che corre.
Strada sterrata, calda di luglio. Era la strada di Barone, il mio vecchio cane.
Alò Barone.
Non c’era nemmeno un cane, stamattina, lì.
Ma ho visto che quel che avrei dovuto scrivere era meglio viverlo perché io, quando pensavo di scrivere, ho pensato e visto il mio protagonista che, un mattino, svegliandosi, si dice: Voglio dare un senso alla mia giornata, oggi, e quindi?
Quindi cerco qualcosa che mi faccia venire in mente Verde che te quiero verde…O Fa che ogni tuo giorno conti…

E poi.
Uno. Domani a Fahrenheit, c’è Franz Krauspenhaar (ore 17). Dirà di Era mio padre, il suo ultimo libro.
Due. Il libro che invece ho appena scritto uscirà, così pare, a marzo 2009, prima del Salone. La donna che parlava con i morti è stato il titolo più lungo dei romanzi che ho scritto. Il titolo di quest’ultimo sarà invece il più corto (qualche amico lo sa, ma per ora preferisco tacere).
Tre. E infine. Venerdì a Vercelli c’è il mio amico, poeta, gran poeta, Guido Catalano. Provo a rilanciare l’appello che feci, tempo fa, a tutti gli assessori d’Italia. (Ma mi sa, Guido, che gli assessori d’Italia mica mi ascoltano a me).

scrivere su commissione

Quella che segue è una mail che ho ricevuto da Mario Bianco.
(L’ho modificata appena appena).

Caro Remo,
mi piacerebbe che sul tuo blog trattassi il tema della scrittura su commissione, a tema cioè, ed eventualmente con vincolo di lunghezza.
Mi spiego. Andrebbe sfatato l’igenuo e sciocco luogo, molto comune, della narrativa solo sotto l’effetto di chissà quale magica ispirazione. Come dire: tu che sei giornalista, sai benissimo che un direttore ti può comandare di scrivere una colonnina di commento su una madonna che piange a Quinto Vercellese, per dire, e tale pezzucolo può diventare gean bella cosa.
L’Arte è stata prodotta per secoli su commissione, per far cosa gradita alle corti, per vivere, per essere pagati da imperatori, re e papi e arcivescovi: non vi era altro modo di far arte, i poeti scrivevano odi dedicatorie e poemi imponenti, drammi e commedie, per le corti preso cui servivano….etc.
Fino al Settecento è quasi tutta una storia così. Poi col romanticismo nascono ‘ste cose, piuttosto ambigue, dell”ispirazione”, dell’Arte per l’arte, che han gettato una sorta di fumigine confusa che sovente perdura nella testa degli sprovveduti.
ciau Remo
Mario Bianco

mettersi in gioco, scrivendo

Sono già arrivati cinque racconti fatti e finiti.
Appena saranno stati letti dalle tre persone che prima debbono leggerli (io, monia e criscia) comincerò a postarli, senza citare gli autori.
E’ anche arrivata la prima (bella, per me) cosa: di due persone che non si conoscevano e che ora stanno lavorando, con entusiamo, così da scrivere una storia di 5500 battute.
Ma c’è stata la prima spugna gettata all’angolo, in segno di resa. Da parte mia. Non riesco a mediare con qualcun altro, già faccio fatica ad andare d’accordo con me stesso. (Nel giornalismo, anni fa, son riuscito a scrivere un paio di volte con una collega, ma questo dopo anni di frequentazione e con un rapporto gerarchico preciso: decidevo io).
MI spiace per donna laura, che ha una bella scrittura, secca, senza fronzoli.
Così è, al momento.
(Mi consolerò scrivendo una prefazioncina o una eventuale quarta dell’ebook).
Resta inteso che non cercherò sviluppi su carta. Stavolta.
La prossima (abbinamenti a sorteggio) vedremo; la prossima volta, ri-tenterò ancora.

Sul voto. Ricordo che potranno esprimersi solo gli autori, con il sitema anobii. In un altro blog (quello di Sabrina Manca) ho scritto che è una forma di coinvolgimento: finalizzato al prodotto finale. Il migliore aprirà la raccolta, il secondo la chiuderà, il terzo starà in mezzo. Non farò di conto, poi, sulle ultime posizioni, che non serve.
Sempre sul voto. Il sistema anobii – da 4 stellette a 1 – dice e non dice.
Se io su un libro metto una stelletta potrebbe anche significare un limite mio.
Son peggio i commenti. Il mio ultimo libro è stato definito una porcata (da un’utente di anobii) e un capolavoro (da un blogger che non conosco). Vedere una stelletta, a chi scrive, magari spiace, ma ci sta. Sentirsi dire, Hai scritto una porcata non è mai bello.
E comunque. Quando si scrive ci si mette in gioco, no?
La donna che parlava con i morti ha ricevuto solo recensioni positive (Queer, Famiglia Cristiana, Pulp, Repubblica, La Stampa, Il Corriere nazionale, altri…) però so una cosa: se il libro che ho appena scritto uscirà riceverà – anche – solenni stroncature (mi sto preparando, insomma).
Ho ancora in mente una telefonata fatta ad un amico scrittore, più esperto di me. Io che gli dico, Mi spiace, ho letto che ti hanno stroncato, oggi su…
E lui. Va bene, l’importante che si parli del mio libro.

PS Oggi non lavoro (ho i tecnici al giornale, problemi di server) ma non metto link, scusate. Ho parecchie cose da leggere (finalmente).

Primo aggiornamento-ripensamento.
(Sottotitolo:addio sistema anobii).
Non me la sento di dare, poi, un voto, mi ha scritto Monia, che sta leggendo i manoscritti.
E’ stata una frase illuminante, ché non me la sento nummeno io, in fondo.
E allora facciamo così. Chi partecipa, ma anche chi legge, segnali, poi, alla fine i sei migliori racconti.
(Mi sembra d’essere al giornale. Ci si sono abituati, ormai. Dico facciamo così. Poi ri-chiamo tutti, e dico: No, ci ho ri-pensato).
Votare o dare un giudizio sereno son cose che si avvicinano a quel che si fa ogni giorno: si sceglie una pizzeria anziché l’altra, un cinema, un medico, anche un amico, anche un blog su cui commentare…
C’è però una piccola fetta di umanità che gode delle disgrazie altrui. Ricordo un compagno di classe. Asino. Se ti interrogavano e beccavi un voto basso, tornando verso il banco incocciavi sempre nel suo sguardo, contento di godere per le disgrazie tue e degli altri (ecco, io a uno così penso di aver augurato tante corna, almeno…).

Secondo aggiornamento.
Fam parte della singolar tenzone anche
inbianco (http://pantalaimon.splinder.com)
e Sabatina Napolitano (http://gapemotivo.splinder.com/)

le donne di mariastrofa

Carpi, la libreria dove andava a far rifornimento Maria Strofa.
Poi la piazza, le prove per va a sapere quale concerto, e il sole, la gente, i colori e i rumori di Carpi, la domenica pomeriggio.
Ho detto di sì a Serena, la figlia di Carlo Berselli – Maria Strofa. Un mese dopo la morte di suo padre ha organizzato una cena, per ricordarlo.
Ci sono blogger che non conoscevo, Luca Tassinari e l’inquietante Contenebbia, c’è Ilaria che non avevo mai visto ma sapevo com’era, ché a volte dimmi come scrivi e ti dirò chi sei funziona, e Ilaria è mite, solare, bella.
E c’è Paolo Ferrucci che, come me, scrive ed ha anche un blog.
Non c’è, e mi spiace, Lucia Cronomoto.
Mai raccontato, qui.
Una volta Carlo Berselli-Maria Strofa trattò a pesci in faccia una blogger, che non è amica mia, no, ma che stimo e conosco. Lei non si dette pace, ci restò male, me ne parlò.
E io da quella volta mi raffreddai (sono fatto così: solidarizzo con le persone che mi stanno simaptiche) con Maria Strofa.
Era stata Lucia a dirmi e convincermi, mesi fa, a febbraio, che Maria Strofa era due cose in una (come tanti, come tutti, forse): isterico  collerico, ed eccessivo in questo suo modo d’essere isterico e collerico, ma anche buono e sensibile, anche se a modo suo, in modo camuffato, che non si sappia in giro insomma.
Per farla breve: per me, domenica, Carpi era orfana di Lucia cronomoto.
Ma è stata una bella domenica.
Con le donne di Maria Strofa.
L’ex moglie, che gli è rimasta sempre amica, e poi Silvia, la fidanzata, e poi Serena, che vive nel ricordo del padre, e poi la mamma, la splendida mamma di Maria Strofa.
Domenica a Carpi, mentre raccontava, ho pensato a quanto sia facile scrivere, a volte, qualcosa di sensato. Banale, quasi.
Sarebbe bastato registrarla…
In piazza, quando raccontava degli anni del boom, con il tizio che comprava il macchinone e la tizia che andava in inghiletta a farsi i capelli (immaginate in emilaaaano).
Ha 74 anni la mamma di Maria Strofa. Fuma troppo, ha un bel fisico asciutto “son capace anche di fare tranta vasche in piscina”, racconta di suo figlio, della sua vita senza tendere al pianto o al riso, racconta e basta.
Quando sono rimasta vedova avevo solo quarantanove anni ma chi me lo faceva fare di trovare un altro uomo, sono banali gli uomini, son proprio pochi quelli che non lo sono (non lo soono).
Una gran donna: bella coppia, lei e Serena.

Pioveva a dirotto durante il ritorno.
Qui, al nord, nei giorni scorsi, c’è stata una tromba d’aria mai vista.
Tornerò a Carpi a settembre.
Magari ci saranno Lucia e Gaja, lo spero.
Magari il Contenebbia, che fa i tarocchi e legge le mani.
Un saluto a tutti e uno in più a Serena se passa da queste parti.

E comunque, son belle davvero le donne di maria strofa. E’ stato fortunato, insomma.

ancora su racconti a quattro mani

Si sono aggiunte due coppie.
Bianca Sperandio (nick di una blogger su splinder) e Lorenzo Mazzoni (nome vero, anche lui blogger splinderiano, nonché scrittore).
E due ragazzi di Vercelli: Serena e Matteo (Serena ha un blog, Matteo ne ha uno che non ho ben capito se è solo suo o con altri; il bello è che Matteo è un collaboratore del mio giornale).

I primi ad aver inviato il loro racconto sono Gea ed Enrico Gregori. Si conoscono, ma una sta nel nord parecchio est, l’altro vive a Roma.
Oltre al racconto e alle note biografiche mi hanno già mandato le dieci quindici righe su come hanno lavorato.
Le pubblico in anteprima, con il loro permesso.

per quel che riguarda il metodo di lavoro, noi abbiamo fatto così:
enrico, che è il vulcano tra i due, ha avuto l’idea iniziale e ha scritto la prima cartella. io mi sono attaccata e ho sviluppato il racconto fino alla conclusione, sulla quale siamo stati concordi.
poi lui l’ha riletto tutto e ne abbiamo discusso un minimo. qualche aggiustamento per omogeneizzare il più possibile le scritture e sfumare la sutura, un po’ di editing reciproco, per ultima la scelta del titolo (lui ha proposto una rosa di possibilità, io ho scelto quella che coincideva con la mia idea).
ci conosciamo bene e ci capiamo al volo, e questo indubbiamente è stato d’aiuto. pur essendo molto differenti i nostri stili hanno una buona compatibilità di fondo e crediamo di aver fatto un lavoro discreto.
mettiamola così: in altri modi nessuno dei due avrebbe saputo fare.

Insieme al racconto, ricordo, ogni coppia dovrà raccontare il metodo usato. Sarebbe bello che pubblicassero anche coloro che han fallito, che non hanno trovato l’accordo.

E infine. Mi pare che sonn rimasti fuori al momento Giorgio Bona, che non ho proposto a nessuno perché mi piacerebbe se facessa da balia a qualcuno meno esperto di lui, e Maura Gangitano.
Se non ci sono altri, potrei proporre un abbinamento tra loro due.
Aspetto una conferma ancora da Assunta Altieri.
E se ho dimenticato qualcuno scusate, che son di corso di corsa, oggi.
E buona giornata

PS
Si aggiunge un’altra coppia, un lui e una lei, due blogger, comunque.
Inbianco e Basileia

e va bene così

Domani, che sarebbe già oggi perché sul pc leggo che son le2 e 37 minuti, conoscerò Nena, figlia di Carlo Berselli (Maria Strofa).

Sul blog Orasesta una cosa che ho scritto su Era mio padre, di Franz Krauspenhaar.

Grazie a Devesei e a Kathejne per aver segnalato il mio blog (e così aveva fatto RedPasion tempo fa), ma non proseguo mai con le catene segnala-blog.

E va bene così.
E buona domenica.

Sui racconti è tutto definito, mi pare. Ne sono arrivati tre che ho girato alle lettrici, Monia e Criscia.
Vi chiedo, poi, e quindi lo ricordo, di farmi avere (su raccontiaquattromani(et)gmail.com) due righe su ogni singolo autore e una quindicina di riga su come avete proceduto a lavorare.

E poi.
Sul blog di Sabrina Manca si discute del gioco racconti a quattro mani.
E ancora. Qualcuno, fino a ieri, bussa alla porta. Scrivete tutti a raccontiaquattromani@gmail.com, il mio sforzo sarà quello di veder partecipare tutti.
Oltre al problema delle coppie che s’industriano a studiare qualcosa (scaletta o improvvisazione?), c’è anche quello degli accoppiamenti che fanno fatica a far decollare anche solo un’idea.
Per ora tre racconti sono arrivati, e un quarto è già pronto.
E poi si vede.