Raccontiaquattromani/7

Vent’anni

Scrivo questa lettera mentre osservo il sole tramontare dietro quelle colline che da giovani hanno accompagnato i nostri passi. Quei passi verso sogni di cartone. Te li ricordi? Te li ricordi, anche se sono trascorsi vent’anni? Io non ho cancellato nulla di quei giorni. Ce li ho tutti, tutti quanti appiccicati dentro al cuore. Non poteva essere diversamente. Come potevo dimenticare? Mia casa. Mia anima. Mio pezzo di vita infinita. Questo eri, sei e continuerai a essere tu.
La foto era rimasta in un cassetto dai miei. Sorridevi. La mano sinistra a farti da visiera, i seni pieni, le gambe nascoste da una di quelle tue imbarazzanti gonne da figlia dei fiori (sembra siano di nuovo di gran moda), la destra a stringere un piccolo fiore. Dovevamo essere appena usciti da scuola. Mi è sembrato di riconoscere, sul muro scrostato alle tue spalle, piccoli segni delle nostre incisioni destinate all’eternità.
T’immagino ora, seduto sul divano, ad abbozzare un sorriso di circostanza. A tentare di capire il perché. Per quanto tempo te la sei fatta questa domanda? Quando ti ho lasciato, là, sui gradini del liceo, non hai detto niente. Te ne sei rimasto zitto. Mi conoscevi troppo per credere si trattasse di una crisi passeggera. Te ne sei rimasto zitto e mi hai guardato. Dio, se solo mi avesse dato la forza di reagire. Se solo mi avesse costretto a non arrendermi davanti a loro, le cose, forse, sarebbero andate diversamente. No. Dio non c’entra niente nella mia incapacità a oppormi a papà e mamma. Inizi a comprendere amore mio?
Rossana, ti ricordi Rossana? Lei non ti aveva mai potuto soffrire. Ti vedeva come eri, in fondo. Una piccola borghese in vacanza premio. Il giorno in cui mi hai lasciato le ho telefonato e abbiamo scopato insieme. Poi non l’ho più rivista, né pensata. Quasi come con te. Quasi come un incubo da dimenticare in fretta. Credo che lei ora insegni all’Università (così mi hanno detto), di te invece non ho saputo più nulla. Tuo padre appare ancora ogni tanto su qualche trafiletto di giornale, un po’ poco per un “capitano d’industria”, non pensi? Ma tu? Ma io?
Ho cercato di cancellarti da me. In ogni modo. Persino fingendo sentimenti verso chi neanche conoscevo bene. Che schifo. Che donna da poco sono stata. Avvertivo il tuo odore ovunque, addirittura sulla pelle degli altri.
Le mani sul volante stringono ancora quella foto. L’autostrada è solo un flusso disomogeneo di ricordi. Tu ed io nella macchina di Carlo, tu ed io inseguiti dalla polizia, tu ed io che lasciamo perdere tutto e andiamo al mare, tu ed io. Sai l’anno scorso ho dovuto fare un ciclo di chemio. La gente mi guardava come si guarda un morto, io invece mi trovavo un po’ buffo. Ti piaceva passare la tue dita paffute sui miei capelli. Mi piaceva. E avevi ragione sulla pancia. La birra ha lasciato ben visibile il suo passaggio, ma è rimasta mia fedele compagna, anche qui, anche ora in questa merdosa stazione di servizio a duecento chilometri dalla tua villa.
Mi sentivo morire. E più precipitavo, più volevo precipitare. Non sarei mai potuta tornare indietro a dirti che t’avevo abbandonato per nostra figlia. Perché ero rimasta incinta e la scelta che m’avevano imposto era o te o lei. Per restare insieme dovevo abortire. Troppa vergogna stare con uno della tua specie in via tanto ufficiale e con radici così strette a noi. Troppa inesprimibile vergogna. Ma non potevo. Non potevo ucciderla. Io me la sentivo dentro fin dal primo minuto in cui ho avvertito il suo respiro fondersi col mio. Non potevo rendermi responsabile di una simile colpa. E allora ti ho estirpato. Tranne che dai pensieri. Tranne che dal fondo della mia anima. Tu eri lì e hai proseguito a esserci. Gli occhi di Noemi sono i tuoi. La sua bocca è identica alla tua. Maldestra esattamente come capitava a te. Distratta ma meravigliosamente attenta. Diventerà una donna forte, vero? Certo che sì. Certo che sì, ti dico.
Mi sembra tutto così diverso qui, non so più neanche perché abbia sentito il bisogno di fare questa stronzata. Questo viaggio. Il portone è lo stesso, con il grande nome merlettato sul finto oro e la scritta Cav a marcare le distanze. Chi mi ha risposto mi è sembrato essere stupito dalla mia richiesta. Non abiti più qui? Poi il cancello si è aperto. Ho preferito lasciare fuori la macchina. Ricordo che impazzivo di piacere a passare correndo tra i profumi del lungo viale. E quella chi è? Tua figlia? Ti somiglia a guardarla.
«Tu sei Michele, vero?»
Tra le mani ha una busta, e un piccolo fiore.
Sarà lei a raccontarti gli anni in cui non avete potuto stare insieme. Sii dolce. Sarà spaventata. Prenditi cura del suo futuro e afferrale la mano quando sentirà di non avere abbastanza coraggio per mordere il presente.
Perdonami se puoi. Perdonatemi se potete entrambi. Ma morire per restituirvi l’uno all’altro mi è sembrato il dono più grande da farvi per riscattarmi dai miei peccati.

Con tutto il mio amore,
Manuela

esternazioni

Avviso ai naviganti (scriventi).
Perché alcuni di voi mi mandano il racconto benscritto e poi, faccio un esempio, invece di firmarsi Enrico si firmano enrico?
Poi. Per me è importante il metodo usato (mail, telefonate, scaletta): anche qui, perché, a volte, è scritto alla cavolo?
Insomma, mandatemi cose pronte per essere impaginate, che a fare il correttore di bozze fino alle quattro del mattino non è piacevole. E soprattutto scrivete a raccontiaquattromani@gmail.com, e non, come è successo, anche al mio indirizzo.
Mi sembra che sia un buon esperimento, e quindi ho in mente, presto, di riproporre altri abbinamenti. Ma vi chiedo il rispetto delle poche regole (elastiche, tant’è che c’è ancora una coppia che deve definirsi a seguito di separazione consensuale) che ho indicato.
Facciamo così, adesso, e cerco di spiegarlo lentamente (quindi voi che leggete, leggete lentamente).
Posterò solo i racconti corredati da note biografiche e metodo di lavoro usato, purché scritti in modo decente.
E infine, anche sui racconti. Una verifica ortografica prima di inviare, no?

Grazie, invece, a chi mi ha mandato tutto in modo corretto (direi il sessanta per cento).