Raccontiaquattromani/4

Amoretorico sessolingo

(Nei calzoni di un uomo)

«Il sesso senza amore è un’esperienza vuota,
ma tra le esperienze vuote è una delle migliori.»

Woody Allen

Una strada buia affollata solo di pensieri e qualche passante distratto.
Mi guardavo intorno. Stavo riscoprendo l’eccitazione di un gioco dismesso troppo presto. Più passa il tempo, più si diventa grandi, più ci si cala in una sciocca maturità che indurisce. Un involucro protettivo che fatalmente, prima o poi, si rompe.
Mi ero messo al riparo dalle insidie d’amore – come molti – dentro una plumbea sfera di gesti ripetitivi, di svuotanti incontri. Occasionali frequentazioni senza fantasia né smarrimenti e, spesso, senza neanche più un volto, un gesto, un sussulto, un guizzo sentimentale da ricordare.
Ma l’amore, l’amore che strappa i capelli e ti cambia la vita, No. Non più cercato, non più trovato. Gettato in uno scatolone della mia più impolverata memoria. .
Qui il gioco finisce: l’amore dei poeti non esiste. E’ un’invenzione letteraria enfatizzata, una metafora che ci piace costruire a nervi scoperti, da soli, e appassiona perché ci fa star male e si riduce, nonostante tutto, soluzione di tutto, ad essere esattamente quello che ci manca. Un desiderio assoluto di ciò che non hai e che probabilmente non potrai mai avere. E’ un’illusione che ti predispone a non pensare in termini reali e che sconfina nei fiabeschi territori dell’assurdo. Spazi non definiti, elastici, mutanti.
Ora mi chiedo: “Dove cazzo sto andando?”
L’ultima cosa che ricordo è il rumore della porta che sbatte. Nessun dramma, solo un mare di rimpianti.
Frugo nelle tasche e c’è soltanto la polvere di pochi spiccioli. Che ci faccio ora? Magari potrei affogare in qualche pub, in un polverone di fumo e solitudine, nell’attesa che una qualche disgraziata si avvicini proponendomi una notte di sesso senza amore.
Già, esiste il sesso senza l’amore? Una mia amica dice di no! Che bugiarda del cazzo! (Tiro su il bavero, fa freddo ed ho una istintiva paura del buio).
In verità è che non so se ha ragione lei e cosa voglio chiederle io. Forse magari di capire quello che io mi impegno a non comprendere. Vorrei fare solo del gran sesso senza dover lasciare nessun documento sentimentale in pegno. Ma poi, mi chiedo, l’idea di godermi una donna non è forse l’inizio dell’ipotesi che mi invaghisca di quel giocattolo? E’ giusto definire una donna un giocattolo? Una bambola gonfiabile? No, idea molle. Sulla scatola ci sarebbe scritto “Bambola dell’amore”, ma quale amore? Ipocrisia dell’uomo che commercia compromessi. Bambola del sesso, di lei sì, di una bambola non ti puoi innamorare. L’amore invece appartiene alle persone, e abita da qualche parte nella loro carne, nascondendosi bene e mescolandosi al profumo cerebrale dell’eros, con un’alchimia perfetta che rende ridicola ogni sintesi formulatoria. Non c’entra nulla il cuore. Con una bambola non fai sesso, se riesci a fartela bastare allora stai prendendo per il culo te stesso e stai svilendo, questa volta sì, la bellezza di una donna, ispirazione di poesia e di riti dionisiaci immaginati ma taciuti in omaggio a questo strano umano buon senso. La donna non è una bambola gonfiabile. Non è materia inerte, incerta, vacua e grottesca, non è un buco e basta. Semmai, volendo rimanere nei confini asettici di questa analisi, la donna è tutto ciò che c’è di magnetizzante intorno a quel buco.
La luna in cielo è pallida. Dovrebbe starsene a casa ogni tanto, ha una faccia stressata. Si fottano i poeti e si ispirino ad altre seghe che non quelle mentali.
La luna ha una sua dignità. Così tonda e intrigante. Mi ricorda una donna perfetta. La vedi li in cielo che t’illude, e poi sparisce, di giorno, quando i sogni sono coscienza effimera. La luna è sesso. Altro che amore. Tutti vorrebbero toccarle il culo. Mica per sposarla. Solo per una notte, per poi tornare da un’altra donna, vigliacchi, di giorno.
Mi sento solo per dio.
Dov’è una donna che mi prende per mano e che mi sdraia facendomi vergognare di non esser mai stato uomo?
Dici amica mia: “Niente sesso senza amore”
Non si può fare sesso con uno sconosciuto godendosi tout court l’esercizio? E se ci fosse empatia? Un amico lo si può scopare? Lo dico non in senso lato, mi chiedo se un amico può consolarti al punto di venire a letto con te, ma anche di inginocchiarsi per baciare il tuo umore più agitato.
E poi che rimane sul comodino? Un sorriso, un preservativo per domani? O peggio qualche frase detta tipo “non è successo niente”.
Cazzate!
Io vorrei una donna che esageri chiedendomi cose da farmi vergognare.
Una femmina che mi succhi l’anima dall’uccello, per poi riposarla sul comodino con un biglietto che mi dica “ci vediamo più tardi (forse)”.
Una che mi ascolti e mi dica mentendo che io sono un tipo giusto, non il tipo giusto.
Una che bussi da me nuda, che mi getti sul tappeto senza preoccuparsi se la porta dietro è chiusa, con una valanga di intenzioni becere, a travolgermi di umori, a possedermi fomentando e tirando fuori dalla mia psiche timida la bestia che sogno di essere e che ogni volta, quando il mio sogno diventa un incubo, non riesco più a liberare.
E tutto deve essere perfetto e cerimonioso, con un andamento ritmato dai colpi di bacino e musica di chitarra turgida su un tappeto armonioso d’archi, bestialità su armonia, quella di un corpo di donna che s’inarca gettando dietro capelli e passione, disegnando ombre diaboliche sul muro e incastonando sensazioni divine sul tuo sesso.
E se quella donna èun’amica? Allora l’amicizia si crepa. Mostra vene e pelle nuove, segni forse di un progetto immaturo di amore, o forse solo di un tradimento, oppure solo uno sfogo fisico alla volontà repressa (da sempre) di vivere egoisticamente.
Sesso senza amore. Forse hai ragione amica mia. Al solo pensiero mi viene duro. E poi però mi viene voglia di chiamarti per chiederti qualsiasi cosa.
Sesso e amore. Connubio incredibile. Non credo ci sia una risposta. Rimane solo una certezza. Ti farei mia e ti chiederei di raccontarmi le tue fantasie. Che son stufo di immaginare d’essere un uomo.
Nell’amore c’è sempre desiderio di possedere il corpo, di penetrare nelle viscere, di schizzare fino all’anima, di sentire il cervello pulsare al ritmo dei battiti del piacere. Nel sesso c’è sempre una briciola di follia che solo l’amore sa perdonare.
Ma io da cosa sto fuggendo?
Dove cazzo vado non lo so, stasera. Fa freddo fuori di questo cappotto. Io sono al riparo qui dentro, mani in tasca e mento basso, a giudizio della vita. Ho molti pensieri a farmi compagnia, la strada è lunga, ma è ben più dispersiva la strada della mia solitudine. Arrivo, prima o poi arrivo. Non so se ti incontrerò. Ma stasera vorrei tanto scopare. Un bel culo chiedo, niente più, e nessuna morale. Quella l’ho lasciata a casa.
Ché stasera voglio vivere. Al limite morire.
In una strada buia e affollata.

cartoline


Estate del 1985. Ho 29 anni, sono iscritto al terzo anno di Lettere a Torino e ho quasi voglia di piantarla lì. In tre anni di studio e di lavoro e di pendolarismo (Vercelli-Torino poi Torino Vercelli) ho dato 17 esami, ho la media del 29, ho, no, merda, non ho, avevo un bravo docente, si chiama Corrado Vivanti, che è amico pure di Le Goff, con cui dovevo laurearmi. L’hanno trasferito a Perugia, e io non so che fare. Volevo laurearmi con lui, volevo andare a lavorare all’Einaudi, volevo diventare uno storico. Bravo come lui.
Allora eccomi qua.
Sto provando a fare una cosa che non so dove mi porterà: il giornalista per una piccola testata, appena nata, che fa concorrenza alla testata storica di Vercelli, La Sesia.
C’è con me un fotografo, eppure lo sa che non mi piace essere fotografato.
E comunque: devo intervistare uno che è il presidente dei panettieri, che gli domanderò? Tra un po’ lo intervisto.
Ehi, fotografo, ma lo sai che quando ero piccolo, invece, mi piaceva farmi fotografare?
Qui ho due anni e tre, quattro mesi. Io, con mio padre e mia madre, son venuto a vivere a Vercelli. C’è la neve, qui. Mica mi ricordo se c’era la neve dove vivevo fino a qualche mese fa, a Cortona.

PS. Cercando vecchie foto che mi son fatto scannerizzare ho trovato due risposte negative all’invio di un manoscritto. Le ricordavo scostanti e negative, quelle risposte. Una invece mi suggerisce di rivedere parte del manoscritto, mi dice anche che ho talento (minchia), e poi di rispedire. Avevo rimosso. Avevo letto e pensato: l’ennesima bocciatura.

Raccontiaquattromani/3

Lo sguardo indifferente

Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti.
Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate danzerebbero insieme in una sarabanda di luci e ombre. Detterei tempi e ritmi.
E, invece, catturo solo immagini.
Sono una ladra di primi piani. Giro per la città con la macchina fotografica appesa al collo e vado a caccia. Cammino. Incrocio occhi. Non abbasso mai lo sguardo.
Li fisso e li leggo. Li leggo dentro. Sono brava a farlo. Ho letto donne e uomini, vecchi e bambini, disperati ed entusiasti. Ho decifrato vite allo sbando e cuori asfissiati dalla gioia. Anime accartocciate. Pensieri guizzanti. Non tralascio nulla. Leggo tutto. E tutti. Bruciando di necessità.
Poi scatto. Senza chiedere permesso.
Quando raccolgo grumi di immagini, stampo e conservo. Ho un archivio di migliaia di foto, a casa. Facce sconosciute che mi fissano dal lucido della carta. Sguardi bidimensionali che mi tornano addosso scaricandomi la loro sorpresa, indignazione, rabbia. O totale indifferenza.
Adoro leggere l’indifferenza. Scambiarla – o fingere di scambiarla – per assenza di dolore.
La mia è una reazione ossimorica, lo so. Ma è così. Vado a caccia di sguardi indifferenti. Li catturo e li faccio miei. Mi nutro di essi… osservandoli.

Osservarla. Questo dovrebbe fare adesso. Osservarla.
Sollevare palpebre e respiro. Annuire leggermente. Sorriderle. Con indifferenza, certo. O forse, prima, ripetersi: è lei. Sono io. Mi ha riconosciuto.
Forse cercare uno specchio, un rimando veloce ovunque, ovunque. Basterebbe anche il riflesso di un finestrino. O il barbaglio di una pozzanghera tra l’asfalto incandescente di questa città.
Ma è dall’asfalto che scorge la sua figura. Un’increspatura che assedia e incalza. Nere le ciocche che il cappello lascia sfuggire. Nera l’ombra che intacca il viso. Nera la camicia, nero il cigolante sbatacchio delle chiavi sulla cintura che avvince i fianchi. Nera l’anima.

Nero, si dice, nero. E si insegue oltre l’ombratura del fango, oltre il catrame della strada, oltre le braci di uno specchio in pezzi dove il riflesso del giorno si incurva.
Perché è così che la luce si scompone quando non incrocia lo sguardo. Fingendo di vivere, mentre muore.

Fingo di vivere mentre catturo sguardi. Mi rispecchio in loro. Mi crogiolo nella vacuità di un battito di ciglia. C’è un solo sguardo che mi manca: quello dell’essere nero. Bramo quegli occhi. L’espressione vuota, le palpebre abbassate, il cappello riverso sulla fronte.
Dovrebbe guardarmi. Questo dovrebbe fare. Guardarmi.
E invece no: mi sfugge, scansa la luce del mio flash, affonda nel nero della sua indifferenza.
Aspetto.
So che arriverà il giorno in cui alzerà il viso. Mi riconoscerà. Ammetterà di esistere. Arriverà il giorno in cui gli dirò: ricordi? Ti ricordi di me? Sono io. La ladra di primi piani. Offrimi il volto. Concedimi la tua indifferenza.

E’ solo a un riflesso che può concedere la sua indifferenza. O a un guizzo, all’affioro di una lama di luce. Al morso di una vita che non si rivela, se non dietro uno schermo.
E allora cerca quel morso, l’essere nero. Cerca lo schermo. Ora, tra le strade ingiacigliate in una controra che appesta. Su pareti e murales scoloranti afa. Ora, adesso, subito. Nel momento in cui cerca,l’essere nero scopre un’urgenza. Una mancanza. Scopre di non avere tempo.
Quando la intravede, la macchina le pencola dal collo. Oscilla a destra e sinistra. Danza, la macchina, danza e scatta, scatta, scatta.
Prima di sparire, l’essere nero riesce a sorriderle almeno una volta.

Vorrei averlo per me almeno una volta, quel sorriso. Intabarrato in un’aura d’indifferenza. Vorrei incasellarlo in uno dei miei riquadri e morirci dentro. Perché tutto ciò che non è vita è morte. Tutto ciò che non è luce è buio.
Ora mi guarda da un riflesso inatteso, mi offre gli occhi. E io scatto. Scatto. Scatto. Senza chiedere permesso.
Ladra di sguardi. Saccheggiatrice di esistenze.
Sei mio, essere nero. Sei con me. Ho carpito la tua essenza. Mi nutro di essa. Sollevo la mia macchina digitale. In alto, come un trofeo.
Ora sono a casa. Scarico la foto sul computer. Avvio la stampa.
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti. Ma non sono regina. Sono una ladra. Sono una menzognera che non ha mai avuto il coraggio e la voglia di guardarsi in faccia.
La stampante partorisce la carta lucida. Raccolgo l’immagine. La guardo: una ragazza che punta l’obiettivo su di me. Sembra quasi parlarmi.
Ne sento la voce.
Sussurrata. Insinuante. Dice: ti ricordi? Ti ricordi di me? Sono io. La ladra di primi piani. Offrimi il volto. Concedimi la tua indifferenza.
E ti dirò chi sei.