Raccontiaquattromani/8

Pugni di sabbia

Speravo che entrasse dentro di me nella sciocca illusione di farne un duplicato, pur se temperato nella turpe arroganza e malcelata timidezza. Ma lui mi fuggì via come sabbia tra le dita, e quando si alzò il vento era già sparso tra le onde in mille frammenti cristallini che brillavano nell’acqua.
Da allora, guardo sempre il mare partorire il sole e il sole frangersi nelle pieghe del mare. Poi, a giorno fatto, dormo, rifugiandomi nei sogni che prolungano la sua esistenza… Ma oggi mi sono svegliata in una pozza di pianto e sudore.

– L’ho visto tornare fradicio d’acqua e sudore con un coltello tra i denti. Avventarsi su di me, strapparmi i vestiti e passarmi il dorso del coltello sulle braccia e sui seni. Stringere forte il mio ventre e lasciare la presa graffiandomi tra i peli. Io piangevo e gridavo: “Che ti ho fatto? Che ho fatto?”. Lui, senza dire una parola, si è calato con rabbia i pantaloni, mi ha girata, gettata sulla sabbia e ha cominciato a mordere forte le mie natiche. Di colpo, si è buttato su di me e ha preso a penetrarmi mentre io piangevo e masticavo sabbia e capelli gridando: “Che t’ho fatto? Che ho fatto? Che ho fatto?”.
Mi sono alzata che ancora gridavo.
Le urla mi risuonano ancora nella testa con il fragore del mare in burrasca, mentre mi rialzo dalla pozza di liquido che inzuppa cuscino e capelli in una disgustosa mistura di sudore e saliva.
Apro la finestra nell’intento di lasciare entrare l’aria. Ma il nauseabondo odore delle acque alghive si mischia al fetore dei pesci morti portati a riva dalla tempesta della notte.
Mi era sembrata una trovata geniale affittare quel tugurio in riva al mare: “…il luogo ideale per concepire illusioni, partorire sogni e abortire rimpianti”.
Oggi fa un mese che sto lì e ogni sera mi riesce più difficile dormire. Sotto questo sole accecante, confondo i tempi e le cose.
Basta! E’ stato solo un sogno! Solo un sogno un po’ più vero degli altri. Forse è stato il mio camice giallo a togliermi il sonno: è stretto, soffoca, …e qui comincia a far un caldo infernale. Il teschio giallo del sole già risucchia il mare nei suoi raggi vampiri. Deve essere stata colpa del camice troppo stretto. Dottore, gli incubi sembrano chissà che cosa e poi invece è tutta colpa di un camice sintetico.
Stanotte dormo nuda. Nuda.
E se dovesse tornare? Il coltello brillava … lui no, no, lui non aveva mica i denti così e poi non c’è ragione… io dopo tutto che ho fatto? Mio Dio, non avrà mica saputo… Perché trattarmi così? Prendermi nel sonno e sparire di nuovo nel nulla.
Se ci penso mi metto a gridare anche adesso! Ora stesso!

– Su, su, signora, si calmi! Nel suo stato tutta questa agitazione non le fa affatto bene. Tiri un bel respiro e si calmi; in fondo si è trattato solo di uno stupido sogno. Non la disturba, vero, se mi sfilo il camice; fa caldo, sa!… Su si rilassi.
– Sì, dottore, ma… e il bambino?
– Nessun danno al bambino, non si preoccupi, era solo un brutto sogno. La smetta di pensare a queste sciocchezze!
– Dottore, ma… quei colpi sul ventre, mi ha schiacciato la pancia per terra e… Ma che fa?
– Suvvia, si tranquillizzi, controllo solo che sia tutto a posto, non gridi così, su e, perdio, si giri e non faccia tante storie!
– Dottore, il bambino! Il bambino, mi lasci, no! Mi lasci! Mi sta graffiando, ma che fa? Ma no! No! Noooo! Ma che le ho fatto, dottore, che le ho fatto, che ho fatto?

Ecco, da questo punto non riesco a ricordare altro. Il risveglio arriva dentro l’urlo di un dolore acuto, ed eccomi qui, ancora tremante.
“Un medico stimato …Possibile?”, mi dico.
Mi pare di rivedere le sue mani afferrare il mio camice come per estrema difesa e i graffi, la sua lotta disperata e le urla… e quella domanda, ma che le ho fatto?, ancora quella domanda … come una supplica…
“Possibile?”, mi dico.
Non c’è notte che non mi svegli dentro quel sogno, ma… mio dio, dio, dio! Non è mio quel sogno! Quell’uomo non posso essere io…
Io volevo solo duplicarmi in lei. Solo questo volevo. Ma lei mi è fuggita via come sabbia tra le dita e si è messa a gridare e… il vento… il sudore… ero fradicio… sabbia e sole negli occhi … No, no noooo, non ci ho visto più… Dio, dio, dio, ma che ho fatto? Che ho fatto? Che le ho fatto?
“Possibile? Possibile?”, mi dico ora. Ora che il suo corpo se l’è portato il vento… sparso tra le onde in mille frammenti cristallini che brillavano nell’acqua.

Da allora, guardo sempre il mare partorire il sole e il sole frangersi nelle pieghe del mare. Poi, a giorno fatto, dormo, rifugiandomi nei sogni che prolungano la sua esistenza…

ordine

Una cortesia. Con piccola premessa, e cioè, tra un’ora circa posto Pugni di sabbia.
La cortesia. Chi deve ancora inviare il racconto mi mandi tanto il racconto quanto le note biografiche e le dieci righe sulla procedura usata su un’unica mail.
Megli ancora se in un unico documento.
C’è che mi ha mandato più mail, magari anche al mio indirizzo di posta, e tenendo conto che poi io giro a Criscia e Monia, che leggono e mi girano le loro osservazioni, e quindi ri-ricevo il tutto, e che i racconti son tanti, e che a volte rispedisco perché chiedo chiarimenti, temo, e sarà inevitabile, che succeda qualche pasticcio.
A parte gli invi di oggi (perfetti), chi avesse già inviato e volesse rinviare di nuovo in un’unica mail e in un unico documento racconti-note sugli autori-procedura, mi farebbe un favore.
Chi ha inviato in una unica mail a raccontiaquattromani@gmail.com non stia lì a scomodarsi.
Il problema non è postare il singolo racconto, il problema è impaginare la raccolta con tutti i racconti, corredati dal tutto (e un conto è farlo conil mac professionale, che sto usando ora e un conto e farlo con il mio portatile proletario: ne risultano dei taglia e incolla sottoproletari).
Grazie.
Questa mia vale soprattutto per chi ancora deve inviare.
(E comunque. Dal momento che io sono terribilmente disordinato odio quelli che, come me, sono terribilmente disordinati)

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Nel vecchio blog avevo scritto questa cosa qui, sui manicomi:

feci un servizio sul manicomio di vercelli, prima che lo chiudessero definitivamente.
ricordo come fumavano, una dopo l’altra una dopo l’altra una dopo l’altra, ricordo che il barbiere diceva Non ce la faccio, fumo più di loro eppure non fumo.
eravamo in uno stanzone. i matti attorno all’infermiere barbiere, che tossiva.
ma ricordo soprattutto lei: una vecchietta che aveva una bambola sempre, con sè.
mi prese sotto braccio, dolce (ho ancora la foto, da qualche parte).
gli infermieri avevano una certezza: che non era pazza. che non lo era mai stata.
i più anziani di loro se la ricordavano ancora giovane, dolce e spaesata: era stata rinchiusa bambina, il suo mondo era quello, ormai, più una bambola con cui dormiva.

ho ripensato a quella vecchia col viso dolce un paio d’anni fa quando ho conosciuto pino roveredo.
Mandami a dire inizia così
Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c’eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire.

pino roveredo, a vercelli su invito di una scuola, spiegò che mandami a dire l’aveva scritto pensando a una vecchietta, rinchiusa con lui, in manicomio.
si persero di vista il giorno in cui i manicomi apriprono i cancelli.
liberi e spaesati, non sapevano dove andare.
da parenti lontani o vicini, verso un futuro incerto.
da un manicomio all’altro…
L’ho ritrovata la foto di quel servizio: io e la vecchietta, che ora non c’è più; chissà dov’era la bambola? Non se ne separava mai.
(Sul giornale pubblicammo una foto della vecchietta con la bambola, ché allora non c’erano problemi di privacy, non la foto che vedete).