Raccontiaquattromani/6

La neve che non c’era

Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare. Pareva un pianto, quella neve, che si posava sui fichi e sui filari d’uva. E di settembre, tempo di vendemmia e di fantasmi.

Lodovina, sussurrò con una voce ch’era filo di bava di ragno, Lodovina, ‘nduma, vieni a vedere la fioca…

La moglie, ancora intabarrata sotto al trapuntino di chintz che aveva cucito a mano la buonanima di Luigina, sua suocera, osservò tra le fessure gonfie delle palpebre, le spalle un po’ cadenti del Francin, i capelli arruffati, ‘cmé ‘n mat, e pensò alla barbera che s’era trincato, la sera avanti, all’osteria. Finché il tempo lo permetteva, le notti ancora miti prima della stretta ostile dell’inverno, degli scaldini con le braci da sistemare sotto le lenzuola e il portone della cascina serrato, un sipario da calare sull’aia, il Francin si ritrovava in quel locale angusto e scuro, poco più d’uno stanzone coi tavolacci e una densa nebia di tabacco, a giocare a briscola, o a tresette, col Pinin e col Pietro. E lei era sicura che erano i bicerot d’ ros, giù e giù per la gola, a far vedere, adès, a quel salàm, ‘l bianc d’la fioca che cadeva sulle vigne.

Il Francin sembrava imbambolato davanti alla finestra spalancata, e il gallo aveva già smesso di cantare, così la donna si decise a levarsi, cercando coi piedi le pantufle ch’erano finite sotto il letto.

S’avvicinò al marito e sbirciò fuori.

‘T pias la fioca? – le chiese il Francin con un sorriso ebete stampato sulla faccia e con un largo gesto del braccio che comprendeva le colline, l’aia, il pollaio e le conigliere.

A t’ei ‘na testa mata, gli disse lei, mi vegh nen d’autut…

L’uomo fissò la moglie come se la guardasse per la prima volta. Le gote rosse, lo sguardo basso all’uscita della messa, i capelli neri come l’ala del corvo. E, di nuovo, riprese a guardare il ciel, quei fiocchi lenti che sembravano coriandoli gentili, mica gelati.

Com’era possibile che lei non la vedesse, quella fioca, così leggera, d’un biancore che quasi feriva lo sguardo innocente del mattino, con la sua bellezza atroce e inaspettata? Com’era che lei non sentisse ‘n s’la pel, pelle di pesca ch’era stata, morbida e setosa, l’inizio di quel freddo che pungeva mille aghi di ricordi? Quella fioca, era favo di ‘mel e fiel’, da scavare con l’indice per trovare il dolce e l’amaro di tutto ciò che era alle spalle, di tutto ciò che sarebbe, poi, venuto.

Un brivido gli passò lungo la schiena, pensando alle vigne, ai filari gonfi d’uva grignolino e freisa, ai cristalli di zucchero che diventavano, a poco a poco, ghiaccio. Il Francin immaginò che il vino di quell’anno sarebbe stato vino fermo, che quell’uva, miracolosamente, avrebbe serbato in sé la grazia delle cose inattese, i suoi passi di bambino sulle zolle smosse, le gote della Lodovina dei vent’anni, l’occhio velato dei conigli appena nati, i raggi dl’ sulèt sui noccioli, le colline pettinate dalle viti, la voce di sua madre che cantava.

E allora il Francin prese una decisione. Si tirò su ben bene le brache, tirò la cintura stretta. Poi, prima di andare giù nell’aia, prese la Lodovina per la vita con le sue mani secche e dure: Tèh, j’è sucedji, ‘n miracol: ‘l fioca d’stember e ‘nlora mi t’ dagh ‘n basin, a l’è tanta ch’a tlu dava nen…T’lu meriti, a t’ei na brava dona… Mi vagh sù ‘n’tl’a vigna a veghi j’uvi… e ‘l miracol.

Dall’aia prese giù per il sentiero che aveva percorso fin da quando aveva imparato a camminare e intanto volteggiava un mano sopra la testa per creare un turbine sopra di sé, come a giocare con la fioca che continuava a scendere, fina e leggera. Arrivato più in basso, guardò intorno, presso i primi filari della vigna, detta d’la nona Jeta, e vide che la fioca non si fermava a terra, non aveva ancora fatto strato. Si meravigliò un po’. Là pòe nen fè mal!… Custa l’è n’don d’l ciel: l’istà lè stacia sucia…’n poch d’fioca la pòe nen fè mal…

Parlava da solo e girolava per la vigna toccando qua e là i lucenti, gentili acini del grignolino, li carezzava, erano il suo bene, come Lodovina. Raccolse poi su un acino un pizzico di quella fioca e se la portò alle labbra. Notò che non era gelida, come si aspettava. Si ripetè, la pòe nen fè mal, l’è manca slàia!

Si fermò ad un tratto nel secondo filare per allacciarsi una stringa ché, nella fretta, l’aveva legata male, la scarpa. Quando tirò su la testa, da ‘ncuciunà che era, vide due ciabatte vecchie davanti agli occhi e sopra un grembiule color brigna. Dentro, una figura magra magra, ‘nlupaja in uno scialletto nero, con le mani infilate nelle maniche, andò su con gli occhi, quasi spaventato, e vide il volto asciutto, austero della Jeta.

Granda Jeta, cu ca fevi qui, voi? Sevi nen al campusanto, voi? – gli venne di dire, ché lui, a sua nonna, le aveva sempre dato del voi.

Son ‘mnia a veghi la mè vigna! Custa l’era la me dote, ca j’òe portaji a to grand, e vanta c’la vena a custodila, a uardela, a conservela…ogni tant! – sillabò la nonna, in risposta.

Francin si tirò su piano piano, sempre tenendo la vista incantata dentro la filura sottile degli occhi della granda Jeta, da cui appena trasparivano le pupille chiare, poi fece una mossa di spalle quasi a scuotersi un peso, quindi timido sussurrò, smjia che i’ani a siu nen pasà per voi, granda, sevi semp la midema…

La vecchia figura scura assentì col capo tre volte, fece un giro di sguardi e di gesti di mano sui filari, poi sfumata replicò, d’cò la vigna l’è semp la midema: a tei tnila ben, Francin, t’sei stacc brav! A tei facc ‘l to dover! Però vanta che adès at veni après a mi…

E ‘n uanda c’anduma, granda?, le chiese, perplesso e imbarlondito, Francin.

Abia nen a pau, o mè Francin, nduma mach da là, da l’atra banda! E lo prese decisa per il braccio, mentre lui barcollava come un bambino spaurito e procedettero accompagnandosi zoppicanti tra le zolle sconnesse del filare: Da l’atra banda…t’vegrai, l’tempesta nen, ‘l fa manca frech…

Quando la Lodovina si decise ad andare a cercare il Francin, ché chiamava chiamava da casa, dalla lobbia, e lui niente, manco una voce, si buttò giù per il sentiero con una certa ansia, quasi correva, l’andava sgagiaia c’mè ‘l vent.

Francin era seduto a terra sotto il noce, con la testa appoggiata al tronco, vicino al tròe, con la sigala smorta ‘ n boca, e gli occhi chiusi. Non c’era mica nessuna neve intorno, tutta terra asciutta, eppure suo marito c’aveva la fioca sui capelli, sulle spalle, sulle braje, sulle maniche della bloda, fin sulla sigala smorta.

Francin sembrava sorridesse.

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1991. La vecchia redazione del giornale La Sesia, vecchia vecchia, nella vecchia Vercelli (ora c’è altro): in queste stesse stanze (foto in basso), il giornale nacque, era il 1871. Veniva venduto a Vercelli e nel suo circondario, ma anche a Torino, nell’edicola di piazza Castello.
Ma restiamo nel 1991.
Ho 34 anni, sono il redattore sportivo, ma chiedo, perché mi va di farlo, di essere il responsabile anche dela pagina di cultura, e mi accontentano, e poi chiedo anche, e mi accontentano, di scrivere di politica. Mi piace questo mestiere, non conosco pause. La domenica, la sera, di notte.
Però nel 1991 decide di rimettermi a studiare. Ho abbandonato l’università, e mi spiace, soprattutto per i miei. In famiglia, ho quasi trenta cugini primi, c’è di tutto: ricchi e poveri, comunisti e non, ma nessun laureato (solo qualche cugino di secondo grado).
E comunque. Mi mancano tre esami e la tesi (che farò su Achille Giovanni Cagna) e quindi mi dedico solo allo sport e alla cultura, mentre di notte e nei giorni di riposo mi dedico allo studio.
I redattori son tutti più vecchi di me. Anche i tipografi sono tutti vicini ai sessanta. Più giovani di me ci sono la segretaria (che lavora ancora con me) e una tipografa, siciliana (anche lei lavora ancora con me, è una colonna del giornale).
Questa ragazza era proprio una sicula vecchio stampo.
Una volta mi passò accanto. Avevo il righello da 50 centimetri e, scherzosamente, glielo diedi nel sedere. Facendo finta di non essere stato io (roba da codice civile). Non mi parlò per 3,4, 5 mesi?
(Tempo fa ha avuto un incidente stradale. Ha chiamato in redazione, chiedendo di me. Mi mandi un giornalista oppure se puoi vieni tu?, sai adesso viene la polizia e non voglio chiamare i miei parenti siculi, mi ha detto).
A poco a poco cominciai a starle simpatico, sempre più sempre più. E prese un’insana abitudine: mettermi a posto la scrivania (lo fa ancora adesso).
Allora, torniamo al 1991. Lascio la redazione per un giorno, perché devo sostenere un esame (sociologia). Lei, approfittando della mia assenza, mette a posto la scrivania. Poi, il giorno dopo, sento che mi chiama. E con una polaroid scatta una fotografia. Il tavolo di lavoro senza di me. Il tavolo con me.

Raccontiaquattromani/5

Tutte cazzate

Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
Era una di quelle nuove macchinette giapponesi tutte curve, pulitissima ma con una lieve ammaccatura sul paraurti.
“Che cazzata i paraurti in tinta…” riuscì a realizzare prima di chiedersi chi – e dove – fosse il proprietario. Non c’era nessuno in giro per l’aia. Neanche sotto il portico o in giardino.
“Gente di città che viene a farsi una passeggiata o a raccogliere due more fregandosene della proprietà privata.” – Sentenziò mentre cercava la chiave giusta. Quando finalmente la trovò, si accorse che l’amaca in giardino stava dondolando lievemente.
Non tirava una bava d’aria.

Estrasse dalla tasca la piccola roncola che teneva sempre addosso quando stava nei campi.
Aprì la lama a serramanico, poi la porta. In corridoio, nessuno. Lo stesso nel tinello e in bagno. Si avvicinò lentamente alla prima camera, fece per aprire la porta: era chiusa a chiave.
Andò verso l’altra stanza da letto. Quando la vide, sdraiata su un fianco, si appoggiò allo stipite della porta per osservarla.
In casa regnava un silenzio innaturale eppure rassicurante.

Finalmente lei si girò.
“Ah, sei arrivato. Ho aspettato fuori, ma non arrivavi più. Poi mi sono ricordata di avere le chiavi… ero venuta qua apposta.”
“Solo per quello?”
“No, dai. Son passata a salutare. Di nuovo, di persona… più che altro.”
Si alzò da letto e andarono in cucina. Lei si sedette sull’unico divano, un residuato bellico dalle molle cigolanti e i cuscini di pietra che lui aveva sempre chiamato la tomana. Lei lo prendeva in giro ogni volta che sentiva quella storpiatura.
“Ti va un caffè?”
“L’ho già preso, non farlo solo per me.”
“Non lo faccio solo per te. Lo prendo anch’io.”

Mentre preparava il caffè parlarono del caldo estivo, del fatto che in compenso lì si dormiva bene. La radio, unica concessione alla modernità nella stanza, trasmetteva in sottofondo le informazioni sul traffico, snocciolando gli stessi nomi di posti da trent’anni a questa parte.
Quando il caffè venne su, andarono in giardino. Si sedettero sul dondolo, senza avvicinarsi troppo l’uno all’altra.
“Carina la macchina. Cosa pensi di farne, prossimamente?”
“É affittata. Sono riuscita a vendere la mia, ma in questi giorni mi serviva. Il noleggio non è caro…poi è comodissimo perché la si lascia proprio in aeroporto.”
“Allora hai deciso proprio?”
“Si. Ho deciso proprio.”

Le guardò le mani e non riuscì a reprimere un gemito di sconforto.
Lei sorrise, mostrando denti bianchissimi e perfetti. Piccole perle che una volta ridevano solo per lui e ora ridevano di lui. Si sentì improvvisamente solo e dimenticato, proprio come una vecchia tomana rivestita di chintz.
“Che succede, piangi?!”- chiese lei, scostandosi i capelli dal viso.
“Sei matta? Non piango mai, io. E se anche lo facessi…”
“…lo faresti solo per un grave motivo. Lo so. Ti conosco, sai?”
“Mh. Cazzate.”
Lei si irrigidì.
“Dico sempre cazzate, vero?”-si alzò dal dondolo, lasciando che una traccia di profumo lo schiaffeggiasse.
“Proprio non valgo niente, eh? Ti ho talmente deluso che fai lo stronzo anche prima di dirmi addio.”
Lui rimase immobile, di ghiaccio. I piedi puntati a terra, le scarpe sporche di orto e pomodori maturi e un imprevisto peso addosso, troppo grande per staccarsi dal tessuto sintetico che rivestiva il cuscino.
“Ok. Io vado. Ti chiamo quando arrivo, se t’interessa.”
“Resta.”
Lei si voltò di scatto e la luce da animale ferito che Ennio aveva visto mille volte comparve nei suoi occhi.
“Che cosa?”
“Rimani.” – rispose con gli occhi fissi al terreno -“Ti devo parlare.”
Lei esplose in una risata amara.
“Ne hai avuto di tempo per parlarmi, non credi?! Mi hai tormentato per anni e ora che finalmente ho deciso di andarmene e costruirmi una vita all’estero…ti metti a miagolare rimani?”
Ennio si mosse lentamente, le mani gli tremavano appena.
“Amelia, rimani. Devo chiederti scusa, prima di andarmene.”
Amelia deglutì: una sensazione di gelo cominciò a salirle verso la gola e sentì le gambe allontanarsi.
“Andartene dove?! IO me ne sto andando, cosa stai dicendo?!”
“Dai, che l’hai capito. Altrimenti perché vendere tutto e rintanarmi in campagna per fare questa vita?”
Lei strinse i denti. Non voleva capire.
“Non fare quella faccia. Lo sai che certe cose non si possono cambiare… Nanina, non fare così. Vieni a sederti.”
Amelia si risedette al suo fianco, tutto a un tratto mansueta.
Quando lui le disse “Andrà tutto bene, l’affronteremo” un buco nero inghiottì il suo cuore e una mano gelida le strinse le viscere.
“Ma da quando? E dove? E ti prego, dimmi perché non l’hai detto a nessuno!”- le lacrime le rigarono il volto portandosi giù il mascara.

Ennio sorrise: per qualche istante si lasciò invadere dai ricordi.
Amelia che canta sull’altalena appesa all’albicocco. Amelia che non torna a casa quella sera, la prima di tante. Amelia che si fa tatuare un angelo sul culo e si comporta come un demonio.
Amelia che dorme. La coperta fino agli occhi, perché ha paura del buio.
L’uomo per un attimo pensò di scorgerlo davvero il buio, ma una brezza fresca si levò e lo soffiò via: Amelia era ancora lì, seduta vicino al tronco di un albero. Proprio quella pianta di albicocche – tagliata perché ormai inutile – che tanto l’aveva sostenuta e che ora non avrebbe più potuto farlo.

La prese tra le braccia e iniziò a cullarla dolcemente, fino a sentire il battito di Amelia farsi un’unica cosa col suo.
“Non è questo, comunque, quello di cui ti volevo parlare.”
“C’è dell’altro?”
“Sì. Ti voglio bene, Nanina. Scusa, se te l’ho detto troppo poco.”
“Sono tutte cazzate, papà”.