il libro ammuffito

Ho una stanza piccola, come studio. Un rettangolo. Sulla destra, la cassettiera dei ricordi (appunti, ritagli di giornale, vecchie pipe, una pietra che mi regalò mia sorella quando aveva tre anni, i bigliettini di mia figlia, la tesi di laurea, agende, chincaglieria varie), quindi una libreria, grande.
Sulla sinistra, un’altra libreria, che s’interrompe per via di un portafinestra che dà sul giardino. In fondo, contro la parete, la mia scrivania. Sopra, una mensola con libri. E foto.
C’è sempre un gran casino, nella stanza.
Da due giorni di più. Un casino incredibile: con libri per terra, sopra due sedie, sotto la scrivania; e angoli delle librerie vuoti (altri libri sono in sala).
Comunque.
Vivo in questa casa da quasi tre anni.
Tre anni fa, quando sistemai la stanza, vidi che non potevo farci stare tutti i libri. Impossibile.
Ne presi così circa trecento (per lo più saggi, libri di storia, alcuni romanzi) e li portai in cantina, pensando: prima o poi li sistemo.
Vado quasi mai in cantina.
Un mese fa ci sono andato.
C’è del vino pregiato, in cantina. Avevo degli ospiti. Volevo che lo assaggiassero. Vino Gattinara, produzione familiare.
Intravvedo però lo scatolone dei libri. Sono i libri delle balle, penso. Però, prima di uscire, ne tiro fuori uno, e mi chiedo: E questo?, questo perché non è in casa?
Allora – ripeto, un mese fa – faccio che tirarli fuori tutti, quei libri scartati.
Faccio alcune scoperte.
La peggiore: alcune sono ammuffiti.
(In casini come questi o vien da piangere o da bestemmiare).
Poi. Ne vedo altri e mi do del rincoglionito. Sono libri che pensavo di aver perso, o prestato.
Poi. Ne vedo altri e dico: ma tanti libri che ho comperato o mi hanno regalato ultimamente non sono forse peggio di questi?
Quella sera, a cena, pensai ai libri ammuffiti.
Libri che magari erano stati nella mia cameretta, quando ero ragazzo.
Due giorni fa ho preso la decisione.
Sono ri-sceso in cantina e ho incasinato la mia stanza e parte del resto della casa.
Stanotte dovrò sistemare, non so in che modo.
(Anche in bagno?).
Ma mi sento meglio, decisamente.

discorsi vari sull’editoria

Il mio amico Mario Bianco scrive.
Allora, Remo, le voci “inutili” sarebbero quelle interiori che ti mettono dei dubbi, insinuano incertezze, ti creano paure, autocensure e ti fanno esitare mentre scrivi?
Se è così, se ho capito bene, queste voci diventano miti soltanto dopo lunga dimestichezza con la propria scrittura, dopo la costruzione di un proprio stile e, in genere, dopo un pubblico riconoscimento del valore di questo personale stile, l’accettazione, il consenso cioè, da una parte dei lettori.

Tanto le voci “inutili”, quelle che vengono poi normalmente ritenute “utili”, anzi “essenziali” saranno talvolta, o spesso, quelle degli editors che ti diranno si fa così si fa cosà se no non si vende, ’sto cazzo di tuo testo…..
E questa non è una fola.

MarioB.

Caro Mario, provo a risponderti, ma non è facile.
Poi. E’ facile fare proclami. Chessò: se andiamo a vedere tanti blog leggiamo “Odio l’ipocrisia”, e quindi possiamo pensare di vivere in un mondo che ipocrita non è. E invece sono parole, biglietti da visita. Forse vogliamo apparire un po’ tutti più liberi di quello che siamo.
Io non penso di essere “puro”.
Lo fossi stato non avrei accettato una copertina commerciale, per esempio.
Di più: io credo che per essere puri bisognerebbe star fuori da tutto il meccanismo dell’editoria.
L’editoria pubblica ciò che ritiene vendibile, da sempre.
La coscienza di Zeno non era ritenuta pubblicabile, e quindi è storia vecchia, di sempre, il fatto che l’editoria abbia un’anima commerciale.
Sulle “voci”: c’è di tutto di più, da dire.
Provo a spiegare, con un raffronto.
Quando stavo scrivendo La donna che parlava con i morti pensai a una innovazione strutturale: come ben sai Mario, la terza persona è intervallata da degli ” a sé” quasi teatrali, in seconda persona e in corsivo.
Una voce mi disse: Sei sicuro di voler osare?
Chiesi consiglio a due persone, Zena Roncada e Rosella Postorino.
Osa mi disse la Postorino. L’uso del corsivo aiuta il lettore, fallo pure, mi disse Zena.
Quando scrissi Il quaderno e volevo osare una voce mi diceva, Stai tranquillo, che non sei nessuno.
Che dici Mario ero troppo poco temerario quando scrissi Il quaderno o mi son montato la testa, ora?

Sulla crudeltà dell’editoria commerciale.
Saramago è… commerciale?
Io dico che Saramago è bravo e commerciale.
Il discorso è quello di sempre: l’editoria esclude.
Ieri su facebook ho letto lo sfogo di un ragazzo. Ha scritto (vado a memoria) che smette di scrivere e proporre il suo manoscritto perché ha capito, anzi no, perché gli han fatto capire, che i migliori restano ai margini, esclusi.

Comunque. Non ho mai avuto pressioni dagli editor o dagli editori.
Io già considero una pressione il fatto di dover fare le presentazioni dei miei libri, affinché ci sia il passaparola.
Poi magari on è così, anche perché la parola “pressione” è vittima delle nostre percezioni.
Tuttigli scrittori dicono che sono liberi e belli e io, mene sto accorgendo, sto facendo ora la stessa cosa.
Però ho visto una cosa, caro Mario.
Ancor prima degli editor e degli editori sono gli stessi scrittori che fanno dei discorsi diciamo commerciali, per esempio: se scrivo sul sessantotto ho più possibilità di essere pubblicato perché quest’anno (l’anno scorso) cade in cinquantenario.
Per me un ragionamento così ci sta.
Soprattutto per un esordiente.
Io credo che le “voci” in negativo, quelle che sottintendono una volontà di prostituirsi pur di arrivare a pubblicare con una grande casa editrice, non interferiscono quando si scrive, interferiscono semmai quando si vive.
Se frequento il tal ambiente o il tal giornalista ne ottengo dei benefici.
Però facciamo così, ora.
Si va avanti e chi vuole scriva.
E si procede nei commenti.

E comunque.
L’editoria esclude così come fanno i lettori.
L’editoria pesca uno scrittore, e magari sbaglia, perché non sceglie quello giusto.
Ed è lo stesso meccanismo della libreria: noi peschiamo un libro, e capita, no?, di beccare una fregatura.
Certo, più soldi abbiamo e più tempo abbiamo e più la nostra scelta sarà buona.
Ma l’anomalia italiana, parlo di editoria ora, dove la mettiamo?
Solo in Italia, tutti i giorni, le case editrici sono inondate da manoscritti per lo più illeggibili e di gente che non legge.
E noi magari ce la prendiamo con le blogger che pubblicano le loro scopate.
Che l’editoria sia un mondo imperfetto e crudele e magari corrotto non ci piove. Che decine di migliaia di persone si lamentino del fatto che loro sono geni incompresi della letteratura non ci piove e non ci grandina.
Così è.
Ed è un bel casino, insomma.

Ancora una cosa (ho fatto tardi, la lavanderia a quest’oraha chiuso).
C’è gente, oggi, che mi manda qualcosa da leggere, scrivendo, anche: Io so scrivere. Io, su questa affermazione, rifletterò sempre, con varianti. Per hi scrivo? e soprattutto, Mi farò capire?
C’è gente, invece, che sa scrivere e sta in disparte.
Io, quando scrissi il Quaderno, avevo bisogno di conferme.
Dai miei complimenti non mi son mai fidato: son voci percolose, quelle.

11 – Contraddizioni e raccontare una storia

per scrivere occorrono tante cose.
il coraggio per esempio: il coraggio di scrivere quello che si sente “dentro”, svicolandosi da ciò che pensa il gruppo.
ascoltando il gruppo si corre il rischio di essere inghiottiti da una uniformità più o meno visibile.
se uno mentre scrive teme giudizi o critiche (mi diranno che sono troppo melenso, deamicisiano, “lialiano”) (oppure, mi diranno che sono troppo duro, volgare) non andrà da nessuna parte.
la vita e la vita raccontata in narrativa, quindi, può essere – meglio: apparire – troppo melensa, ma magari melensa non è: una madre che piange, commuovendosi, nel vedere che la propria bambina sta giocando in giardino è una madre che
piange, commuovendosi, nel vedere che la propria bambina sta giocando in giardino…
Se con una rasoiata il seria killer stacca il cazzo a qualcuno si potrà scegliere il registro, magari dire pene (forse Izzo direbbe pene), oppure dire cazzo (come farebbe Camilleri),
ma la scena resta.
devo dire che agli inizi non è facile.
quando scrissi il mio primo libro ricordo che mi chiedevo, Ma posso?
sentivo, insomma, “voci”, mi sentivo giudicato.
sta di fatto che Il quaderno delle voci rubate, scritto anche un po’ così, con un certo timore, benché sia un libro invisibile (letto o a Vercelli o dai frequentatori di questo blog) risente, a mio avviso, di una certa paura, da parte mia.
no, non dovevo assecondare nessun editore, mai atto e mai lo farò.
ricordo che un agente letterario mi chiese di modificarlo, così avrebbe provveduto poi lui a piazzarlo, mi scrisse.
rifiutai.
ma sinceramente non so dire se oggi lo riscriverei così.

insomma, vi ho raccontato di una contraddizione: ciò che si dovrebbe fare e ciò che invece – forse – non feci.
non mi lasciai andare, insomma.
una doppia contraddizione: perché quel mio scrivere poco sicuro, forse (e sottolineo il forse) ha dato viva a una scrittura “delicata” (uniforme?) che forse non mi appartiene.
chissà.
ma che ha trovato (per ora) solo consensi.

come vedete queste non sono lezioni.
tutt’altro.
mi chiedo, in primo luogo.
(e poi; non si nasce “imparati”).

Poi.

Batteva su tasti con disinvoltura percorrendo senza posa la tastiera, da un’estremità all’altra. Così scosso, il vecchio strumento, con le corde che vibravano, si faceva sentire fino in fondo al paese quando la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del balivo, passando per la via principale, a capo scoperto e con pantofole di pezza, si fermava in ascolto, il foglio di carta tra le mani.

Più si guarda una frase come questa e più c’è da imparare, dice Flannery O’ Connor (Nel territorio del diavolo, Minimum Fax).
La frase è tratta da Madame Bovary, di Flaubert.

Quando scrissi il mio primo libro (I quaderno, cioè) non avevo ancora letto questo libro di Flannery O’ Connor.
Ma avevo letto Flaubert e, comunque, mentre scrivevo stavo capendo una cosa: che quel che si scrive va visto, toccato, annusato, così da farlo vedere, toccare, annusare al lettore.

Mi ero detto, iniziando a scrivere: Raccontami una storia. Fammela vedere e sentire e, e, e, insomma.
Scrivere non è facile.
Non bisogna sentire le voci “inutili”.
Quelle della storia, invece, sì:
E buona domenica

qualcuno conosce una certa Fulvia?

Non ricordo, ora, l’esatto titolo del libro. Non sono a casa, ora. So che quel libro è su uno scaffale a sinistra della mia scrivania.
So che costava 50mila lire.
So che mi serviva per un esame su Dante, Petrarca e Boccaccio.
So che l’ha scritto Gianfranco Contini.
So che non è mio: è un prestito. Che vorrei restituire.

Palazzo Nuovo, Torino, è il 1983.
Seguo le lezioni di Stefano Jacomuzzi. Su Fogazzaro, Pascoli, il Modernismo.
Eravamo una trentina, certi giorni dieci, certi giorni cinquanta: va così l’università. Io, quell’anno – mio padre sarebbe orgoglioso di me, leggendomi, ora – non persi mai né una lezione al mattino né un turno in fabbrica, il pomeriggio.
In un mese invernale che non ricordo, forse dicembre, forse gennaio, arriva una nuova studentessa: e prende posto accanto a me e a una ragazza di Asti, Laura.
Si comincia a far gruppo, ma in buona sostanza siamo timidi tutti e tre.
Fulvia, che se non sbaglio (non credo di sbagliare) era di Agliè, aveva fatto il passaggio: da giurisprudenza a lettere. Per questo si era aggiunta in ritardo.
Era più brava, rispetto a me e Laura. Studiava di più.
A maggio decidemmo di dare l’esame tutti e tre insieme.
Fulvia passò per prima. Stefano Jacomuzzi s’illuminò d’immenso nell’ascoltare le sue risposte. E 30 e lode fu. Poi toccò a me: 28. Era il mio primo esame; il giorno dopo avrei festeggiato con le operaie del reparto confezione, in fabbrica, tutte più vecchie di me. Andò bene anche a Laura di Asti: 28.
Ci salutammo, finiva lì. Tre persone che si son conosciute, han dato un esame, e magari si incontreranno ancora oppure no. L’università è grande, il mondo, però, è piccino.
Io e Fulvia ci reincontrammo: Storia del Risorgimento. Altre lezioni, altri seminari.
Io ero sempre di fretta, lei era sempre sulle sue.

Un mattino arrivo a Palazzo Nuovo. Si entra, si gira a sinistra, dopo le bacheche, verso la facoltà di Lettere. Mentre cammino, sento qualcuno che mi raggiunge correndo, mi batte sulla schiena: mi volto: è Fulvia. Mi sorride, mi dice: Sai, ho pensato a te, in questi giorni, al fatto che lavori, che hai una bambina piccola, sai, volevo dirti che sei davvero bravo e che per qualsiasi cosa io per te ci sono.
Ne approfittai dell’amicizia di Fulvia: gli appunti delle lezioni che non potei seguire, poi, me li passò sempre, puntuale.
Poi dovevamo dare, insieme, l’esame di Letteratura: sul Purgatorio (docente Marziano Guglielminetti). Mi passò gli appunti, mi prestò il libro del Contini, costa cinquantamila lire, almeno tu risparmia, mi disse.
Poi successe che io per qualche anno mollai. Lei, invece si laureò presto. Ci sentimmo, dopo la sua discussione, non era molto contenta del voto finale, niente 110.
Anni dopo sono a Torino, in via Po.
Sono maledettamente di fretta.
La vedo con delle amiche, ride e scherza,ridono e scherzano.
Son tentato di raggiungerla, poi mi fermo: stanno ridendo e scherzando, sono amiche in una bella giornata di primavera.
Dovrei andare da Fulvia – penso in quel momento – e dirle cosa ho fatto io negli ultimi anni, e chiedere a lei
(un po’ come la canzone di Guccini: dieci anni da narrare l’uno all’altro, ma le frasi rimanevano dentro in noi…).
La guardai, ma non mi avvicinai.

ogni tanto vedo quel libro che mi prestò; dentro c’è la sua grafia, piccola e ordinata (il contrario della mia, a volte grande a volte piccola, sempre disordinata).
giorni fa sono andato nel baule dei ricordi.
le vecchie buste paga da operaio nemmeno ventenne (la prima, del 1976, era di 79mia500lire), le vecchie agende, di cui ricordo alcune frasi (“il mio compleanno oggi: 28 anni, 8 esami, una figlia”).
ho cercato in tutte le agende, alla fine, dove c’è la rubrica: e ho trovato Fulvia, ma, cazzo, niente cognome: allora ho cercato nell’agenda del 1983 e del 1984, e ho trovato anche Laura, la ragazza di Asti: niente, c’è solo scritto il nome).
Qualcuno conosce una certa Fulvia di Agliè, che si è laureata in storia del risorgimento, che era fidanzata, all’epoca, con un ragazzo che studiava giurisprudenza, e che era timida ma molto, molto gentile?

(Sono due anni che ripenso al suo cognome,e proprio non mi viene; era Fulvia, per me, e basta.
però ricordo molto bene il giorno prima del primo esame, quello del 30 per Fulvia e del 28 per me. Io che le telefono, lei che mi dice, sto ripassando e sto prendendo il sole, e cominciamo a parlare di Fogazzaro e del Modernismo e di Romolo Murri e di cosa faremo da grandi)

intervista nella nebbia

Nella nebbia è un free press culturale che esce nella mia città, una volta al mese. Gianluca Mercadante è un giovane scrittore che ha parlato diverse volte di me (su La Stampa, su Pulp). Mi ha intervistato.
Avvertenza. Son cose, quelle che ho detto nell’intervista, poco note nella città in cui vivo, ma note per i lettori assidui di questo blog.
Comunque.

L’impegno di un uomo nelle pagine di uno scrittore
di Gianluca Mercadante

C’è vento, stasera. Ma mica un vento normale. Siberico per temperatura, africano nell’impeto, al punto da rendere vitrea la città. Tutto è tirato a lucido, nella scena di sempre: gente in macchina, che torna a casa, e altra gente ancora, in fuga momentanea dall’aperitivo per godersi la sigaretta della buonasera.
Via Quintino Sella s’incunea e prosegue serpeggiando a ridosso del centro cittadino, il sibilo dell’aria diventa un respiro stretto. La redazione della Sesia, lo storico giornale di Vercelli, sta qui. E nell’ufficio del direttore Remo Bassini l’impatto col caldo e l’odore di sigaro sembra sgorgare direttamente dalla sua terra d’origine, la Toscana.
A pensarci, potrebbe uscirne una battuta, per rompere il ghiaccio.
Non la faccio.

Remo Bassini giornalista, Remo Bassini scrittore. Anche capovolgendone l’ordine, l’una cosa sembra la conseguenza dell’altra. O non è così?
Non è così. Ho iniziato a scrivere molto presto, il mio primo tentativo compiuto di romanzo risale a quando avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica come operaio. Il giornalismo è arrivato più tardi. Una metafora cui ricorro spesso, quando cerco di spiegare qual è secondo me la differenza fra il giornalista e lo scrittore, è questa: se tu scrivi un diario, o attraverso l’atto di scrivere realizzi qualcosa di creativo, scusami il temine ma fai un po’ il cazzo che vuoi. Non c’è nessun problema se inizi con le maiuscole dove di maiuscole non ce ne vogliono, se metti tre avverbi in una sola frase… Nel giornalismo accade ben altro. Il giornalista deve obbedire a regole precise, che riguardano soprattutto il linguaggio. Una bestemmia non la troverai mai in un articolo. Ma la metafora che volevo fare, e non ho ancora fatto, sulla differenza fra un giornalista e uno scrittore, è che il primo è un imbianchino, il secondo è un pittore.

Tu stesso hai curato nel corso della tua carriera alcune inchieste che sotto il profilo giornalistico denotavano un certo tipo di carattere, di orientamento politico, di sensibilità sociale – aspetti tuttora presenti nei tuoi romanzi. Questo, forse, rappresenta un po’ di più che fare l’imbianchino.
Sì, certo, ma capita a pochi professionisti. Spesse volte, invece, una delle critiche più frequenti e a mio avviso veritiere verso l’ambito del giornalismo nazionale sostiene che i giornalisti scrivano tutti allo stesso modo. L’unica analogia in questo senso fra la scrittura creativa e il giornalismo, è che si evita in entrambi i casi di raccontare tutto all’inizio, cercando invece di trattenere il lettore, di invogliarlo a seguire il testo fornendogli un elemento alla volta. L’attacco, però, mentre nei romanzi si diversifica a seconda dell’autore e del tipo di storia che intende raccontare, in un articolo è parte di un meccanismo che finisce col presentare i contenuti alla stessa maniera, per tutti, al di là dello stile di chi lo redige, al di là della testata che ospita il pezzo. Quando è morto Pasolini, faccio un esempio, chi si è occupato del caso ha aperto il proprio resoconto scrivendo frasi del tipo: “È stato rinvenuto”, “Hanno ritrovato”…

Parliamo allora di vincoli formali?
Parliamo di vincoli – e basta. L’aspetto più bestiale del giornalismo sai qual è? Quando avviene una rapina, c’è una sparatoria e ci scappa il morto, è il direttore del giornale a decidere quanto spazio avrai per dare la notizia – e la bravura del giornalista sta nel comunicare il maggior numero d’informazioni nel minor spazio possibile, se di spazio ce n’è poco. Una volta, mentre collaboravo con “L’Indipendente” di Daniele Vimercati, è successo il caso opposto: dovevo parlare di un suicidio avvenuto qui, nell’immediato circondario, ma siccome era un periodo tranquillo, e quindi non c’erano molti articoli in pagina, ho dovuto farlo in tremila battute. Il che significa divagare parecchio, se il fatto in sé, per essere descritto, ne richiederebbe meno della metà.

E qui sorge spontanea una riflessione: il giornale in cui hai lavorato, e ora dirigi, è un giornale che parla spesso di gente. “Il quaderno delle voci rubate”, il tuo primo romanzo, anche. La capacità di ascoltare le persone, le loro confessioni, l’hai maturata lavorando qui?
No. Quel tipo di ascolto mi è cresciuto facendo il portiere di notte in un albergo. Era il 1983. L’ho fatto per tre anni.

E cos’è successo lì?
(Sorride) “Il quaderno delle voci rubate” comincia qualche tempo dopo, di sera, con un gran mal di denti. Comincia con me che mi siedo in poltrona, block-notes alla mano, e dico: “Dai, raccontami una storia”. E di notte, in un albergo, ne piovono di storie. Nei miei libri parlo spesso di puttane e Carabinieri. Li ho conosciuti, di notte. C’è tanta gente malata d’insonnia, col bisogno di svuotarsi davanti a qualcuno che l’ascolti. In certi casi sarebbe bastato azionare un registratore e le storie avrebbero assunto la loro consistenza propria. In realtà, ho poi preso da loro in prestito soltanto qualcosina: mi piace scrivere a imitazione del vero, ma mettere su carta il vero, privo di drammaturgia, non è il mestiere dello scrittore. Uno scrittore racconta storie e per farlo bene gli è necessario creare attorno a quelle storie una struttura che le sostenga, le renda raccontabili a qualcun altro. Ciò che ha permesso a “Il quaderno delle voci rubate” di essere il mio primo libro pubblicabile, è stato l’aver attribuito al protagonista parte delle mie esperienze di operaio, di portiere di notte, per poi scoprirlo completamente dissimile da me. Ero riuscito a raccontarmi una storia. E a stupirmi.

Eppure qualcuno, in una critica, ha affermato che Remo Bassini scrive storie nere perché, ora che gli editori investono di più nel genere, è un modo abbastanza sicuro per riuscire a pubblicare…
La Newton Compton mi fece il contratto al buio. La loro unica pretesa fu che il mio romanzo fosse vicino per contenuti a “Lo Scommettitore”, pubblicato da Fernandel, e quella non era affatto una storia di genere. “La donna che parlava con i morti” è invece uscito per sua spontanea forza un giallo, e piuttosto anomalo.

Lo si potrebbe definire un “giallo di provincia”?
La provincia è ovunque. Anche a Roma, anche a Milano. Esistono zone che per quanto possano appartenere geograficamente a una città molto estesa, vivono soltanto nei piccoli luoghi del microcosmo. Vero è che nella provincia autentica le storie sopravvivono e si perpetuano con altre forme. C’è il passaparola, c’è il “tutti conoscono tutti”, le voci girano nelle piazze, sotto i portici. “Bastardo Posto”, il mio libro prossimo all’uscita, è ambientato in una città in cui chiunque di noi potrebbe vivere. Il sottotitolo ideale sarebbe “Calpestati”, perché chi osa andare contro al potere e alle sue maglie invisibili, da nord a sud, viene calpestato.

Anche in questa tua opera ritroviamo quindi ideali politici e sociali. Perché ti poni sempre in quest’ottica, scrivendo?
Perché per me la letteratura deve “andare contro”. Se esiste una costante fra me come uomo, come operaio, come portiere di notte, come giornalista e come scrittore, è questa: l’impegno. Che non vuol dire necessariamente politica. Impegno vuol dire fare qualcosa di concreto. Nel mio caso: raccontare una storia per dire che sono i deboli i primi a venire sopraffatti.

Quali tue pagine riscriveresti? E quali pagine vorresti avere scritto?
“Dicono di Clelia”, l’unico mio titolo uscito presso Mursia, lo riscriverei. Non tutto, ma alcune pagine sì. E poi mi piacerebbe scrivere di Augusto Franzoj, che ho toccato con un racconto, compare in “Tamarri”, la mia sola raccolta pubblicata finora. Salgari era profondamente affascinato dalla figura di questo vercellese, dalla sua vita scriteriata. Franzoj incarnava l’uomo che Salgari avrebbe voluto essere, forse: pieno di donne, in mezzo a duelli, scazzottate, avventure incredibili. Riuscì a realizzare fino in fondo il proprio suicidio, tentato ripetute volte, sparandosi alla testa con due pistole, così: una da una parte e una dall’altra, per essere sicuro di morire davvero, stavolta. Vorrei scriverlo un romanzo storico incentrato su di lui. Ci penso da parecchio.

È la tipica domanda da cento milioni, ma a questo punto vale la pena fartela: che cosa pensi veramente della scrittura?
Una frase bellissima, in cui mi riconosco, l’ha detta a questo proposito Flaubert. Lo scrittore dovrebbe vivere come un borghese e pensare come un pazzo. E azzarderei un parallelo fra lui e la O’Connor, quando dice che per scrivere bisogna sporcarsi. La scrittura, la scrittura vera, è questa cosa qui. Parlare dell’animo umano, descrivere certe sensazioni, sporca. Ti racconto cos’ho imparato in questi anni: da quando sono uno scrittore letto e pubblicato, tanti mi contattano per ottenere da me una valutazione dei loro lavori. Di solito chiedo una sinossi del testo e un capitolo. Ma sai cosa mi spinge a interessarmene? Le mail che ricevo. Sono bellissime. Le persone raccontano i propri sogni da scrittori, frustrati da troppi problemi. Raccontano la loro vita, il proprio percorso esistenziale. Poi allegano un testo e scopri, malgrado ciò, che il testo è inaccettabile. La gente perde di vista l’obiettivo principale dello scrivere, che è soltanto raccontare una storia. Stupire a tutti i costi l’immaginazione degli altri è un difetto enorme. Si può tuttavia correggerlo, io non credo che uno scrittore nasca già scrittore. Cito anzi spesso Fenoglio per ribadire, con lui, che “la mia miglior pagina se ne esce dopo decine e decine di penose riscritture”.

il blog di Nella nebbia:
http://www.nellanebbia.it/

di blog e di morte e di… bar

Tre anni fa, non pensavo che avrei aperto un blog.
Tre anni fa, pensando che stavano per uscire due miei libri (Dicono di Clelia e Lo scommettitore), chiesi a Marco Marcellini, che di lavoro fa il web master a Cortona e che è anche un lontano parente acquisito, di realizzare un sito: dove, appunto, avrei, detto di libri miei, ma non solo, e d’altro.
Nacque così Appunti.
Pensai a quel titolo, Appunti… appunto, perché mi immaginai sempre di corsa.

Ho raccontato cose, in questi tre anni, tanto su Appunti quanto qui, su Altri appunti.
Ho conosciuto tante belle persone. Alcune le ho viste, con altre mi scrivo, oppure scambio qualche telefonata.
Ho anche pubblicato un libro, grazie a questo blog. Ero in Spagna, scrissi (in un internet point dove si poteva fumare): Sto scrivendo un libro.
Mi arrivò una mail di Rosella Postorino, che allora lavorava alla Newton Compton.
Vorremmo un libro da te, mi scrisse, perché all’editore è piaciuto Lo scommettitore. Ci mandi una sinossi e un capitolo?
Ho avuto pochi scazzi, qui, per fortuna. Pochi. I primi tempi del blog Appunti erano caratterizzati da gente che mi scriveva, Si sta bene da te.
Ho avuto anche a che fare con un paio di svitati e gli svitati, in rete, si sa, son pericolosi. Bugiardi, psicopatici, s’inventano nick e fan di tutto, ma è cosa, questa, con cui si impara a convivere.
Ho amicizie, ora, in Puglia, a Roma, in Sicilia, a Sermide, dovunque, anche all’estero, grazie a questa cosa qua.
Ho voglia, spesso, comunque di chiudere (ma è la stanchezza che, penso, abbiamo tutti).
No, non chiudo; e preferisco il blog alla follia di Face, che è veloce, fatto bene: basta saperlo usare.
Ma di sicuro qualcosa sta cambiando…

E’ morta una persona, domenica. Si chiamava Miriam Clelia Ferrari. Aveva 43 anni. Era stata una mia collaboratrice, al giornale. Una bella persona, mite, preparata. Scriveva di teatro sul mio giornale (so che conosceva l’attore Glauco Mauri, forse gli fece da consulente), ma anche di storia medievale e di letteratura. Fu la prima persona che recensì Il quaderno delle voci rubate.
E’ da lunedì che vorrei scriverne, e non l’ho fatto.
Lo sto facendo ora, male.
La morte è.

Forse ne parlo troppo della morte, io.
Ma ci son cose che a volte vengono fuori solo scrivendo.
Mia madre ha partorito quattro volte: ma siamo solo in due, io e Silvia.
Non ho voglia, non avrei voglia, di ridire cose già dette: di Luciana, che nacque prima di me, nacque morta, e che morì al quinto mese, consentendo così a me di nascere, poco più di un anno dopo; di Fabrizio, che nacque quando io avevo solo sei anni e che dopo un anno morì, per un soffio al cuore; di Moreno, infine, il mio fratello fragile.
(… no rileggo mai i miei libri e i miei racconti; né i miei post, che del resto sono appunti; ma la lettera su Moreno, sì, non passa mese; per questo l’ho linkata, ora).
Ecco, io son nato tra Luciana, che non è mai nata, e Fabrizio, che ha vissuto troppo poco: che una certa propensione alla depressione derivi proprio da questo?, chissà.
Sta di fatto che qualcosa, anche oggi, ho detto.
E ciao Miriam.
E buone cose a tutti.

Sto scrivendo qualcosa (che non so se finirò) sui bar di una volta: e per bar di una volta intendo alcuni bar che resistono, specie nei paesi, specie al sud, o anche solo i bar di dieci anni fa. Storie dove si ride: anche della morte.
Un po’ come facevano i protagonisti di Amici miei

vita di merda

Mi domanda: Caffè Remo?
Che io risponda o meno, lui sa: caffè ristretto amaro.
(A volte – variante – la domanda è: Vuoi un caffè Remo?).
Se c’è gente “giochiamo”.
Scorsa settimana, prendo il caffè e, accanto a me, c’è una ragazza mai vista.
Pure lei caffè.
Lui:  Caffè Remo?
Io: Caffè.
Lui: Zero e novanta, ti sembra caro Remo?
Io: Sì.
Lui: Cazzo me futte ammia?
Io: Hai detto cazzo
Lui: Chi, io?
Io: Sì, tu tu, ti ho sentito.
Lui: (…).
Io: Ma tua mamma, ti ha fatto studiare e tu…
Lui: La mamma non si tocca… sciacquati la bocca, capito?
(La ragazza ride).
Io: Hai detto cazzo, sciacquatela tu la bocca.
Lui: Remo, ti sembro un terrone io?
Io: Hai detto cazzo, ma non ti vergogni?

Ieri di gente non ce n’era.
Caffè Remo?
Certe mattine – giuro – avrei voglia di dirgli, No pastasciutta.
Poi, lui: Remo, ma tu ne conosci di barboni?
Ne ho conosciuto uno, anni fa.
Ma era un barbone?
No, era stato un barbone.
Lui, serio serio: Ma lo hai conosciuto bene bene?, ti ha spiegato perché…
Io: Sì (e gli racconto. Un ragazzo che conobbi quando facevo il portiere di notte. Mi raggiungeva, parlavamo fino all’alba. Non aveva sonno, di notte, quel ragazzo)
Lui, l’uomo del mio secondo caffè, tutte le mattine: E secondo te perché uno a un certo punto della sua vita lascia tutto e si mette a fare il barbone?
Io cerco di ricordare cosa mi raccontò un ragazzo (ero ragazzo anche io) che si ritrovò sotto la griglia delle metropolitana di New York una ventina d’anni fa.
Sai – dico – non mi spiegava, mi raccontava.
E cosa ti raccontava, Remo?
Che al mattino, intirizziti dal freddo e coperti da stracci, lui e Jacob…
E chi era Jacob?
Fammi un altro caffè che te lo dico, era un avvocato…
E faceva il barbone? E perché lo faceva?
Non so perché quel ragazzo e quel suo amico facevano i barboni, so cosa mi raccontava…
E cosa ti raccontava questo tua amico?
Che guardavano la gente correre verso la metropolitana e mentre li vedevano correre loro, piano piano, lui e Jacob si addormentavano.
E poi?
Avrebbero aspettato la notte…
Per cercare tra l’immondizia o chiedere l’elemosina?
Sì, dico io.
Che vita, eh?, aggiungo.
Una vita di merda, dice lui.
Sì, dico io, e aggiungo: E secondo te, quelli che corrono tutte le mattine a prendere la metropolitana?
Vita di merda pure loro.
Buona giornata, ciao.
Buona giornata, Remo

(ho citato spesso il mio nome perché lo ri-sento: un siciliano ha un modo tutto particolare di pronunciare il mio nome. Dice Re, con la “e” che è larghissima, e dopo quel Re, il “mo” si perde, sfuma, in “mmo”, come un di più).

toglietemi il saluto se

mi son trovato bene, ieri, a modena, Fiera della piccola editoria.
mi ha invitato Francesco Giubilei, il ragazzo prodigio (no, prodigio è troppo; il ragazzo intraprendente) che, da una costola del Foglio di Gordiano Lupi, ha creato la casa editrice Historica.
dovevo presentare Tamarri e l’ho fatto, ieri.
ma ier l’altro (sabato) mi son detto: vado a modena, faccio un giro per la città con francesca e la mia amica claudia, poi la sera vado in trattoria, ché a modena si mangia bene, e poi certo, tra una cosa e l’altra vado anche a presentare Tamarri, alla Fiera, appunto della piccola editoria.

allora, punto primo: son contento d’esserci stato.
sono contento che Francesco Giubilei duante la presentazione abbia detto “che un autore come Remo Bassini, che pubblica per un grande editore come Newton compton, ha deciso di uscire anche con Historica”, e son contento che Barbara Gozzi, alla fine, m’abbia domandato perché l’ho fatto: perché il giorno che diventerò una meza sega di scrittore importante con la puzza sotto il naso peste mi tolga (o toglietemi il saluto).
è bello il clima attorno ad Hostorica, a Francesco.
c’è gente bella e di belle speranze: Laura Costantini (che non ho incrociato, lei c’era sabato io domenica), Sasha Naspini, Francesco Dell’Olio, Sabrina Campolongo (amica da anni), Barbara Gozzi.
il clima di una casa editrice che vale due soli di cacio da un punto di vist commerciale, ma vale oro per l’entusiasmo e la voglia di fare.
sono un autore che pubblica con Newton compton, che per me è la serie A.
sono un autore che pubblica con Historica, che per me è serie A lo stesso.

… ho detto ieri durante la presentazione che se uno scrittore è bischero si mette a rincorrere soldi e successo; ho detto ieri, che alla fin fine, quel che conta è il pensiero della morte, che ci aspetta tutti.
ti ci fai una gran pippa (scusate) coi soldi e col successo quando arriva la resa dei conti.
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il core di simboli pieno… dice (canta) (giustamente) Guccini.

chi sono?

Si svegliò e, aprendo gli occhi, c choncluse che – a volte capita, no? –  non ricordava che giorno fosse.
Si alzò, si sentì strano, sentiva che c’era qualcosa di strano attorno a lui, o forse no, non attorno.
Mentre scostava la tenda per guardare che tempo faceva – ed era un tempo che “non faceva” – poteva essere primavera, autunno, ma anche inverno mite o estate uggiosa…, occristo, esclamò: Ma che mese è?, (no,m questo no: non capita), e poi, poi, fastidiosa come una puttana di una zanzara, sentì l’eco di una canzone nota
che giorno è, che anno è, questo è il tempo di vivere con te…
Occristo, disse e pensò, Ma, ma… Io come cazzo mi chiamooooo???
Quell’urlo arrivò perché, mentre si stava rendendo conto d’aver perso la memoria (aveva voglia di caffè; sì, ma questa caffettiera elettrica come funziona? e lo zucchero dov’è? ma io lo prendo dolce o amaro il caffè?), fu sfiorato – percezione o realtà – da un’ombra furtiva ai suoi piedi, che gli aveva provocato una scarica di battiti cardiaci per lo spavento: era una cosa vera. era un gatto, era solo un gatto, ma – e gli venne da piangere – lui non ricordava di averne uno… era maschio?, femmina?, era….?
Ma io sono sposato?, che lavoro faccio?
Che giorno è, che anno è, questo è il tempo di vivere con te…
Vaffanculo Battisti…
Evviva: aveva ricordato qualcosa.
Mogol, Battisti…
Senza pensare qualcosa arrivava.
Più si sforzava di ricordare e più calava il sipario: su tutto.
Chiuse gli occhi, disse, Sto sognando. Li riaprì, stropicciandoli, e poi si diede un pizzicotto forte, da livido, Ahi, cazzo, cazzo, cazzo, e pianse.
Pianse mentre dalla cucina tornava in camera da letto…
Ora il gatto non gli faceva paura, piuttosto: lo infastidiva con i suoi continui miagolii, Aspetta, cazzo.
Guardò il letto: matrimoniale.
Ho una moglie, disse.
Il lato del letto della moglie però non era disfatto come il lato suo, sicché aprì i comodini: nel suo trovò una rivista pornografica, dei preservativi, gocce per il naso, aspirina, fazzoletti per il naso, un Tex Willer datato 2003. Nell’altro – quello di sua moglie – trovò il niente.
Mi ha lasciato, pensò, sedendosi sul letto.
E si sentì abbandonato, triste, sebbene quella parola, moglie, non fosse abbinabile a un volto, un ricordo, un nome, un amore.
Poi, si domandò, Ma come mi chiamo?, avrò un documento in casa….
Corse in bagno: gli scappava la pipì, forte, l’aveva trattenuta, e mentre la faceva si girò a guardare il proprio viso, dal momento che lo specchio era alle sua spalle.
Ho i baffi, pensò, Cazzo, urlò, e mentre urlò non badò al fatto che stava pisciando fuori dal vaso, Ma come mi chiamo, chi sono ioooooooooo??? disse incurante del fatto che si era bagnato di piscio mutande e pigiama.
Vide una foto appesa al muro, in corridoio.
Due vecchi e un ragazzo giovane: Ero io da giovane, ho un fratello?
Chi sono?
Quanti anni ho?
Sono sano?
Mentre si toccava le parti intime e la pancia pensò: non devo essere…
Tornò in camera da letto, si denudò e si guardò allo specchio.
Vedeva un corpo, ma non sapeva di chi fossero quelle gambe secche, quei peli sul petto, quel pene rifless allo specchio.
Sì, ricordo che a scuola un giorno ce lo siamo misurati in bagno, ma…
ma vedeva solo ombre e ri-sentiva
che anno è che giorno è, questo è il tempo di vivere con te…
Indossò nuovamente il pigiama.
Pensò che non gli piacevano la sua faccia, Non sono bello, la sua casa, Troppo fredda, ma è casa mia?, l’arredamento, il cielo…

Si sedette sul bordo del letto, accese la radio della radiosveglia, ma vide, muondo la manopola, che la sua mano  tremava troppo: vide, però, due cose nella sua mano: un anello nuziale, Che mi serve se ho una moglie che non c’è?, e una cicatrice, fresca.
La palpò, faceva male.
Si alzò, si sentiva stanco, la testa pesava.
Se si sforzava non ricordava nulla di nulla, se, ma non era capace, se si lasciava andare al tentativo di non pensare, vedeva ombre di visi, sentiva nomi… quel nome, Battisti, sì, evviva, Lucio Battisti, ora ricordava nome e cognome, era arrivato così…
Esplorò la casa, inciampando. Aprì i cassetti, nervosamente,alla ricerca di foto e di documenti, che non trovava.
Nel piccolo studio, non c’era ancora entrato, vide dei libri: libri per lo più di informatica, un paio di romanzi, ne sfogliò uno senza guardare il titolo, lesse Romanzo per ragazzi, poi, Auguri Mario.
Mi chiamo Mario, pensò.
Ma: E se avessi un figlio che si chiama Mario?
Vide dei volti di bimbo e di donna… chi erano? Immagine che diventarono subito nebba, lontane.
Vide il computer, però: lì, per lui.
Lo accese.
Mentre lo accendeva si accese anche una sigaretta e mentre si accendeva la sigaretta (sulo pacchetto lesse Merit, Il fumo uccide; il pacchetto era sulla scrivania dello studio), pensando insomma che lui era un fumatore, senza rendersene conto vide – ma ma lo vide dieci secondi dopo – che aveva avuto accesso al desktop digitando una password: Annamaria1967.
Sarà mia moglie, disse fumando e tossendo.
Il computer davanti.
Un ricordo preciso (come Lucio Battisti).
Google.
Scrisse, tremando, Chi sono?
Il gatto, ai suoi piedi, miagolava.

carcere

tornare a fare un corso di scrittura in carcere (come anni fa).
ci sto pensando.
vorrei riuscire a trovare tempo.
che poi verrebbe chiamato corso di scrittura, ma sarebbe un incontro.
che arricchisce, e a volte fa male.

…e quando ti alzi e saluti sai cosa pensano i loro occhi: che, tra un po’, pochi minuti, sarai per strada, libero di camminare o correre o guardare il cielo.
ma forse tu di questo non te ne renderai nemmeno conto, prigioniero di altro.

ci sto pensando, comunque.

domani a Modena, dunque. a presentar Tamarri.
Ora mezz’ora di libertà: a camminare, respirando.
Primi sintomi della primavera, oggi.
buon sabato

10 – Trovare il tempo per scrivere; e come scrivere

A volte, anzi no, spesso, qualcuno mi dice, Tu scrivi e io no, non posso, perché io di tempo non ne ho.

Estate del 1982, sono a Follonica, in ferie. Ho ventisei anni, ho voglia di lasciare la fabbrica e il sindacato, di fare altro. Magari, di rimettermi a studiare. Mi domando: giurisprudenza oppure lettere? A Follonica, quell’estate in tenda, lessi tre libri: Il maestro e Margherita, di Bulgakov, un giallo di cui ora non ricordo il titolo, Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
(Poi a Cortona acquistai un libro di poesie di una giovane studentessa di lettere; uno di quei libri probabilmente a pagamento, ma io, allora, non lo sapevo. Mi piacque, pensai: questa è la terra del Boccaccio, basta sentire i racconti piccanti dei vecchietti o leggere queste poesie, pensai quindi che dovevo fare lettere).
Ma torno a Follonica. Ad Angela Davis. Mentre prendo… l’ombra (mi piace il mare, mi piace passeggiare sulla riva del mare, poi mi piace la pineta, via dalla pazza folla, insomma) leggo di questa donna che, mentre è ricercata dalla polizia, ha problemi di sopravvivenza, l’auto guasta e altre grane, intanto studia.
E dico: se studia una così, posso studiare io lavorando in fabbrica.
Ecco: se trovo il tempo oggi per scrivere è perché nel 1982 imparai a rubare tempo al tempo.
La giornata è fatta di tanti e tanti minuti sprecati. Pause. Se queste pause vengono utilizzate dalla mente si possono fare cose.
Ma è un’esperienza mia.
Piccolo aneddoto. E’ più facile trovare tempo quando non se ne ha.
Primo anno di università. Treno, lezioni a Torino in università, treno, fabbrica, studio notturno (dopo aver dedicato mezz’ora a mia figlia).
Giugno 1983, il primo esame: 28. Luglio, il secondo: 30. Ottobre il terzo: 30.
Dissi: se chiedo sei mesi di aspettativa spacco il mondo.
Chiesi sei mesi di aspettativa: niente fabbrica per sei mesi.
Trascorsi sei mesi a cazzeggiare.

Allora, il tempo per scrivere.
Ne occorre comunque tanto. E io per scrivere Il quaderno delle voci rubate (e riscrivere) ho impiegato quasi due anni.
Ma questo perché… improvvisavo.
Scritto un capitolo non sapevo, nel modo più assoluto,come sarebbe stato il successivo.
E poi: quando scrivi così, sei a rischio: di incongruenze.
Scrivere un libro è come costruire un castello di sabbia. Basta nulla per far crollare tutto e doverlo riprendere da capo. Se si improvvisa.
Se si improvvisa è importantissimo conoscere a memoria tutto, oppure controllare tutto: tutto quello che si è scritto.
Si scrive per esempio il settimo capitolo; poi, giorni dopo, si passa al sesto (magari dopo aver riletto e corretto il sesto); ma non basta, non basta. Se scrivo il settimo capitolo devo (o dovrei) ricordare il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto, il sesto.
I libri – anche pubblicati, anche di autori noti – son zeppi di incongruenze (a volte nello stesso capitolo: è successo anche a un grande, come Chandler).
Per questo, col passare del tempo, ho imparato a ridurre i tempi di scrittura della prima stesura.
In diciotto giorni (dalle 11 di sera fino all’alba) ho scritto Lo scommettitore; che poi ho riscritto, lavorandoci altri sei mesi.
In diciotto giorni, insomma, scrissi una sorta di Bignami de Lo scommettitore; poi in sei mesi ampliai. Poi – prima della pubblicazione (e seguendo i consigli di Giorgio Pozzi, di Fernandel) tagliai.
Ha ragione chi dice che la vera arte è tagliare.
Ma ci son modi diversi, per scrivere.
Ognuno deve trovare la sua strada. Questa è la mia piccola esperienza.
(Mi capita spesso di pensare alla Vargas;la Vargas dice che scrive i suoi libri in ventun giorni e che poi, conl’aiuto della sorella, fa un lungo auto-editing. Io ventun giorni, dal mattino alla sera, per scrivere un libro non li ho mai avuti. Li avessi, magari, combinerei un tubo.
L’altra sera, in birreria, sarà stata mezzanotte, ho scritto pagine e pagine con la penna, sulla moleskine. Mi sentivo a mio agio, non sentivo le voci attorno a me).
e buona giornata

9 – La fortuna… di pubblicare

L’ho letto – ma non ricordo dove né dove l’ho letto, ero,come al solito, distratto – ho letto insomma che De Carlo arrivò alla pubblicazione del suo primo libro grazie alla sua intraprendenza: avrebbe consegnato il manoscritto addirittura a Calvino.
Supponiamo sia una bufala, una leggenda. Sta di fatto che potrebbe succedere che un aspirante scrittore riesca a trovare la via spianata alla pubblicazione grazie al fatto che magari il suo vicino di casa, o di ombrellone, lavori in una casa editrice.
Insomma: chi è timido fa più fatica. Chi vive in un paesino, ha meno possibilità di avere contatti. Chi è timido e vive in un paesino rischia di scrivere per il suo cassetto.
Così almeno, prima di internet.
Quando scrissi Il quaderno si che ne sapevo, io, dell’esistenza di case editrici piccole e medio piccole. Dell’editing. Dei meccanismi editoriali.
Feci dei tentativi, sei, sette, forse otto. Ottenni un rifiuto gentile (complimenti ma) e tante non risposte.
E poi: conoscevo nessuno, io, allora (e, ripeto, c’era, sì, internet, ma a me sembrava una cosa folle, mi auguravo che fosse una moda…).

Magari succede di conoscere qualche scrittore, o di vederlo.
Solo che parlare con uno scrittore mica è facile.
Uno scrittore sembra che non sia mai stato un aspirante scrittore, sembra nato scrittore. Se tu chiedi, uno scrittore affermato ti guarda e tu, senza che lui apra bocca, hai la sensazione di aver detto una cazzata.
Poi uno scrittore non ha mai tempo. Non ha tempo di leggere il manoscritto di uno sconosciuto, ché poi, il problema è lo stesso: tutti si credono scrittori in Italia.
Per fortuna non è così.
S’incontrano scrittori (ma fuori dai salotti) o persone del mondo dell’editoria generose; son rari, ma ci sono, esistono.
Occorre fortuna e io, sinceramente, sono stato fortunato. Dopo anni però.

Quella di De Carlo non so se sia vera, ma questa, invece, lo è.
Vado a memoria, ora.
Leggo su internet una domanda a uno scrittore.
Come sei arrivato alla pubblicazione?
E lui. Non ci crederai ma è andata così. Mia madre conosceva il tal editore, gli ha consegnato il mio manoscritto e lui, dopo averlo letto, mi ha pubblicato.
Pensai a mia madre, povera donna. Cosceva il panettiere, il farmacista, quando ero piccolo raccomandava la sua e la mia anima al prete perché temeva facessi troppe bischerate.

Io sono stato fortunato, dicevo, ma Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro, resta comunque un libro fantasma: non distribuito in libreria.
Io considero il mio primo libro Dicono di Clelia, e il mio secondo vero libro Lo scommettitore.
Alla pubblicazione sono arrivato nel modo classico, tradizionale.
Spedendo il manoscritto.
Mursia (se andate nel sito ci sono le indicazioni) chiede la sinossi e un capitolo, a scelta, Fernandel no, chiede tutto.
Mandai, mi risposero, mi pubblicarono.
(Con al Newton Compton è stata tutta un’altra storia: non fui io ad arrivare a loro ma loro ad arrivare a me. Grazie a Fahrenheit, grazie a… questo blog).
Forse, e dico forse, Il quaderno è rimasto un libro quasi-fantasma perché non c’era la rete; e la rete perlomeno aiuta.

Un paio di anni fa è venuta da me una signora. Che mi ha portato un libro, scritto da suo marito. Cinque racconti. Pubblicati da una casa editrice a pagamento. Dieci milioni per mille copie, mi pare. O cinque milioni, non ricordo (ero distratto).
Le chiesi, Ma perché?
E lei: abbiamo spedito a Mondadori, poi, sa com’è, non sapevamo come fare, poi mio marito ha letto la pubblicità di una casa editrice su un giornale, li abbiamo contattati, e siamo contenti.
Ne ho letto uno solo di quei racconti: niente male, ve lo assicuro.
Una casa editrice piccola li avrebbe pubblicati? Non lo so.
Ma il fatto che questa coppia non usasse internet è stato un danno: perché non hanno nemmeno potuto provare.

In pratica. Ad accezione del Quaderno, che fu pubblicato dal giornale in cui lavoro, ho sempre ricevuto dei sì, io, dall’editoria. Ma so bene che l’editoria ha meccanismi perversi e strani.
Ho letto manoscritti che io ho considerato belli, ma sono stati rifiutati.
Se dirigessi una casa editrice avrei almeno cinque, sei o forse più nomi di autori nuovi, oppure nuovi no, ma che hanno pubblicato con editori quasi-fantasma, da proporre.
Ho avuto la grande soddisfazione (che è grande, credetemi) di suggerire manoscritti in lettura che sono poi stati pubblicati.

Mi fermo, la mia mezz’ora di pausa sta scadendo.
Perché ho scritto questo: perché, nonostante internet, tanti aspiranti scrittori non sanno come muoversi. E magari, questi appunti frettolosi, un po’, a qualcuno servono.

Insomma, ho pensato che se qualche scrittore mi avesse raccontato idei suoi primi tentativi maldestri nell’editoria io l’avrei ringraziato, allora.

(Non ringrazierò mai abbastanza Laura Bosio per l’editing de Il quaderno delle voci rubate.
Le dissi: dimmi se devo gettarlo in un cassonetto o se invece…
Mi disse, Invece
Avevo scritto Il quaderno da oltre un anno. Non conoscevo Laura; sapevo della sua esistenza, avevo letto il suo primo libro, I dimenticati. Nè sapevo, per esempio, che avesse collaborato con Pontiggia. E che, oltre a essere una scrittrice, era una editor. Fu gentile con me. Ero un vercellese che si rivolgeva a una vercellese che viveva a Milano. Mi chiese del tempo. Mi pare che mi rispose sei, sette mesi dopo l’invio.
Se Laura Bosio non avesse fatto l’editing de Il quaderno io non lo avrei proposto agli amministratori del mio giornale.
Ho una certezza: l’avrei distrutto, come avevo fatto in passato per altre cose).
Ho sforato: 35 minuti.

buona giornata