Pensai che il mondo stava cambiando: in peggio

Anni fa, almeno una decina: una giovane coppia di turisti a Cortona, che è il paese dove son nato.
Li vedo in giro per il paese, forse cercano di intercettare Jovanotti, penso, e poi li rividi in un’altra occasione.
Sopra Cortona c’è il santuario di Santa Margherita. Per raggiungere il santuario, da Cortona occorre fare une bella salita.
Io, quel giorno di luglio di tanti anni fa, ero seduto fuori dal santuario mentre loro, la coppia di giovani turisti, arrivò un po’ trafelata.
Guardarono la facciata, con interesse. E poi, poi mi stupirono. Invece di entrare tirarono fuori il tablet e, da lì, guardarono l’interno del santuario, che era a pochi passi. Una decina di minuti, e poi ripresero il cammino…
Non li giudicai, né ebbi la tentazione di chiedere perché non entrassero: però pensai che il mondo stava cambiando: in peggio.

Stiamo vivendo un tempo senza… musica: LEGGI QUI

Le foto che avrei voluto in copertina. E poi: Lorena Fonsato, Giuseppina Francesio, Marina Magri

In genere, ma non sempre, le copertine le sceglie l’editore. Due copertine che ho scelto io sono queste. Tratte da opere della pittrice vercellese Lorena Fonsato.

Veniamo a La suora, l’ultimo libro. La copertina è questa.

Al mio editore proposi dei dipinti di suora sempre di Lorena Fonsato e poi delle fotografie che avevo visto su instagram e che mi avevano colpito. A Golem, io, inviai appunto, alcune fotografie di Giuseppina Francesio. In particolare, mi convinceva questa (proposta non accetata, mi dissero, perché la collana prevede foto o immagini a colori).


E infine. Il primo libro pubblicato da un certo editore di spessore fu Dicono di Clelia. La copertina che feci fare io a un mio amico disegnatore, Davide Statella, è questa.

Lo stesso giorno in cui il libro andò in stampa io, guardando di blog in blog, trovai quella che per me era l’immagine più adatta. Un autoscatto della fotografa Marina Magri. Sarebbe stata una gran copertina.

Insomma, così è andata, ma sono fermamente convinto che La suora e Dicono di Clelia avrebbero avuto delle copertine migliori con le foto di Giuseppina Francesio e Marina Magri.

Su Giuseppina Francesio, un articolo appena pubblicato su Infovercelli24. QUI.

Marina Magri su Flickr: QUI

Lorena Fonsato: una sua mostra: QUI

Quella presentazione estiva con 100 persone e 28 libri venduti… Ma c’era il trucco

Racconto il fatto, omettendo luoghi e nomi (non serve).
Tema di questo mio scrivere: presentazioni e vendita di libri.
Estate di parecchi anni fa, almeno quindici. Io e altri due scrittori siamo invitati a presentare i nostri libri in una località di mare. Le date disponibili erano due a fine luglio, una a inizio agosto. Gli altri due scrittori invitati alla rassegna (con tanto di rimborso spese) chiedono e ottengono i presentare i loro libri a luglio, io, che dei tre sono il meno famoso, accetto così di presentare il mio ad agosto.
Mai una presentazione andò così bene: cento persone al chiuso, 28 libri venduti.
Per gli altri due scrittori, uno molto famoso l’altro così’ così ma di sicuro più di meno, fu invece un mezzo fischio.
Dove sta l’inghippo?
Torniamo al giorno della presentazione. Mi sveglio, vado a fare colazione e poi dovrò prepararmi, il posto in cui mi hanno invitato è vicino ma non troppo.
Squilla il telefono. La Rai, edizione regionale che comprendo il luogo della presentazione. Mi intervistano per dieci minuti almeno e non solo: la sera, appena arrivo sul posto, c’è una troupe della Rai che mi aspetta, mentre la gente che entra mi guarda: sembro uno scrittore famoso.
Potenza del piccolo schermo.
In quel posto e a quella presentazione vennero anche dei miai concittadini che erano in ferie: quella sera, alcuni di loro, scoprirono che scrivevo.
(Dimenticavo: mi presentava un amico scrittore, del posto. Era lui che aveva indicato i tre nomi per la rassegna estiva).
(Ventotto copie vendute, il librario non credeva ai suoi occhi; e cento presenti almeno: credo sia il mio record).

Io e i premi letterari

Con La suora, sono tra i dodici finalisti del Premio per la narrativa edita del premio Monti (premio Gozzano-Monti, Asti).
Vedi sotto.
I premi letterari…
Partiamo da lontano. Quando esce il mio primo libro mi spiegano che scrivere non basta. Mi spiegano che bisogna presentarlo. Che bisogna fare in modo che se ne parli, soprattutto con recensioni, radio e tv meglio ancora. Non mi dicono nulla dei Premi letterari che io, per anni, ho ignorato.
Di sicuro non ho partecipato a premi con Dicono di Clelia (Mursia), con Lo scommettitore (Fernandel), con La donna che parlava coi i morti (Newton Compton, ora ristampata da Il vento antico).
La prima volta che un mio libro partecipa a un concorso letterario è…non ricordo l’anno. Ma ricordo il libro: Bastardo Posto. Che Perdisa (su segnalazione di Luigi Bernardi) iscrisse allo Scerbanenco.
Allo Scerbanenco mi iscriverà, anni dopo, anche Fanucci, prima con La notte del santo, poi con La donna di picche.
Picche, sempre. Nulla dallo Scerbanenco.
Ma con La donna di picche succede una cosa, nell’estate di (non ricordo l’anno… ). Semifinalista a La Provincia in giallo, semifinalista a Nebbia gialla.
Solo semifinalista.
2021, con Golem esce Forse non morirò di giovedì. Golem mi scrive al Premio internazionale Città di Cattolica e arrivo primo (ex equo). Ricordo la sera della premiazione. Prima di me chiamano altri premiati di altre sezioni: poesia edita, inedita, racconti, saggi… Bella serata, interminabile: ogni premiato doveva ringraziare, spiegare, e poi ancora ringraziare la moglie per l’editing eccetera eccetera.
Quando salgo sul palco io, mio figlio mi registra col cellulare (malissimo, a rivedere il fimato vengono le vertigini): il tutto dura poco più di due minuti. Il presentatore che dice «Forse non morirò di giovedì. Al primo libro tra i duemila pervenuti c’è da dire solo Chapeau». E io: «Mai successo che io abbia ottenuto un primo premio, mai successo e mai più succederà. Ma come dice il proverbio… il Primo premio non si scorda mai… quindi grazie».
Intervento lampo. Non vedevo l’ora di passeggiare per Cattolica, fumare la pipa, poi bere una birra, mangiare una piadina e, certo che sì, accarezzare anche la targa…

Poi è arrivata La suora. Sempre con Golem, a dicembre del 2021. L’editore mi ha iscritto a qualche premio, io ho fatto lo stesso. A parte “Inventa un film” (sono tra i 200 selezionati, sui 600 di narrativa lunga presentati) per La suora non ci sono stati riconoscimenti.
Inviato anche agli stessi concorsi dove fui semifinalista con La donna di picche.
Alt, un momento. Perché lo faccio? Perché propongo anche il mio libro ad alcuni concorsi? Semplice: perché io, per i miei libri, faccio poco e ho sempre fatto poco.
Poche presentazioni e in genere poca gente alle mie presentazioni (non faccio mai inviti a persone che conosco, amici, nemmeno parenti…), poche recensioni (tra quelle che contano non ringrazierò mai abbastanza Massimo Novelli e Alessandra Rauti), poca insistenza da parte mia nel propormi.
Eppure si dovrebbe: perché certe dinamiche favoriscono la lettura dei libri (domani racconterò).
Iscrivere un libro a un concorso letterario ed essere anche solo segnalato è una piccola mano che si dà al libro. Quando ho iniziato a scrivere non pensavo fosse così: pensavo che bastasse scrivere, e basta.
Contento quindi di questa segnalazione. Il Premio è di quelli che piacciono a me.
(Ho letto che Buzzati durante la premiazione allo Strega improvvisamente sparì: magari gli era venuta voglia di una birra…)

Il maestro arabo: ma quand’è che si diventa vecchi?

Non ho scritto nessuna riflessione in occasione del mio sessantaiesimo compleanno, 15 giorni fa.
Sono tanti, 66 anni, primo pensiero.
Secondo pensiero: scrivere 66 anni e non sentirli è una bugia. La mia schiena, per esempio, li sentono. Tutti. A volte grida, la mia schiena.
Terzo pensiero. Però spesso me ne dimentico. E magari, vedendo in strada una persona di dieci anni più giovane penso che sia… un anziano.
Se poi succede che io veda la mia immagine riflessa su una vetrina, quarto pensiero, vado in depressione e dico a me stesso: Non può essere.
Ma quand’è che si diventa vecchi?
(Mio figlio, che ha 12 anni, mi dice sempre: No, non sei vecchio, è vecchio il nonno, che ha 95 anni…)

Inverno 2003, sono stato alla stadio, Torino e Fiorentina, campionato di serie B, hanno pareggiato.
Salgo in auto per tornare a Vercelli, parto, accendo la radio. C’è il radiogiornale. Al termine, una notizia curiosa.
Arabia Saudita, un maestro elementare costretto al pensionamento per ragioni di età. Ha infatti compiuto cent’anni. Ha fatto il maestro per trent’anni, dai 70 ai 100. Ora dovrà accontentarsi di andare e vedere la sua vecchia scuola da fuori, andandoci in bicicletta.

Mi piacerebbe fare il maestro. Andare a scuola ogni mattina, in bicicletta. Fino cent’anni.

La suora recitata

Il 22 ottobre in un piccolo paese vicino a Vercelli presenterò La suora (insieme ad altri due autori vercellesi: Franco Ricciardiello e Simona Matraxia.
Abbiamo già fatto una presentazione a tre (Qui).

Ci hanno chiesto degli estratti che verranno recitati.
Nei miei libri credo che ci sia molto l’influsso del teatro. Quando scrivo è come se li vedessi e li sentissi i miei protagonisti. Se parlano lentamente ci saranno più virgole, se vanno di fretta ce ne saranno di meno e ci saranno i tre punti che in genere sono da evitare.

Ho scelto questi brevi brani

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
Orta San Giulio, dieci anni fa, una sera di gennaio. Non avevo voglia né di camminare né di salire in camera…
Guardai Nora senza voglia di guardarla. Protetto da una cuffia gialla, un viso sottile, non brutto, ma insignificante.
Se cerchi compagnia per questa notte hai sbagliato persona, fu il primo pensiero…

(due ore dopo…)

Arrivò il quinto e ultimo pensiero: adesso ti bacio.
«Anche io sto per cambiare vita» sussurra Nora, abbassando gli occhi. Ma poi la rialza. Il suo viso, adesso, è un volto fiero.
«Tra un mese diventerò una suora dell’ordine benedettino. Andrò a vivere nel monastero dell’isola di San Giulio.»
Mi manca il fiato, «Ah, ho capito» dico. Poi devo avere aggiunto altro, parole inutili che non mi importa di ricordare.
«Ah ho capito» è l’ultima frase di un film con un finale che non ti aspetti.
Non riuscii a prendere sonno, guardavo la porta. Nora era così vicina. Mi alzai, uscii dalla stanza e mi diressi verso la sua. Non bussai, rimasi lì per un po’, indeciso.
La sveglio con un colpo di tosse, con un urlo?
Avrei voluto, invece tornai nella mia camera, sconfitto.

(… anni dopo)

Sì, sono mentalmente instabile, perché la mia vita è stata segnata dal suicidio di mio padre, perché non sono più un salentino ma nemmeno un valsesiano, perché ho mollato l’insegnamento per diventare non so bene ancora cosa, perché ho avuto rapporti con una donna più grande di me e non ho rapporti stabili con le donne in genere, perché cammino di notte anche qui, in alta Valsesia, dove di notte si dorme perché ci si sveglia presto, e poi sono mentalmente instabile perché camminando sui sentieri, oppure steso sul letto nella mia baita, di notte, guardando il camino, spesso parlo da solo, e magari sussurro «Grazie, grazie, grazie Romolo» che infatti può sembrare una frase da pazzo, certo, se non si sa che a me ripetere quella frase serve… per ricordare la persona che amo di più al mondo, ed è una cosa, questa, cioè amare una suora conosciuta una sera di dieci anni fa quando non era ancora suora, da persona instabile, lo so, ma …
Avete spiato i miei sogni?


Tormenti

In genere le scrittrici e gli scrittori – dico “in genere” perché non ne conosco tanti, tanti però li leggo sui social – sono persone tormentate.

O almeno, a me sembra che i musicisti, o gli attori, per non parlare poi degli elettricisti, dei muratori, dei coltivatori diretti, siano un po’ più sereni.

Un po’ è giusto che lo siano, tormentati. Senza tormenti non si scrive.

Ma accanto ai tormenti ci sono anche le insoddisfazioni, che son tante: vendite che non vanno o vanno così, mancati riconoscimenti (certo, tutti a dire “Vado per la mia strada, mica mi importa… eccetera eccetera. Anche perché fa male vedere altri scrittori che invece ottengono maggiori soddisfazioni.

In genere lo scrittore è un insoddisfatto: anche se vende, anche se viene premiato. Perché tutto dura un attimo, la vita è fatta di attimi (io sono un clown e faccio collezione di attimi: gran libro “Opioni di un clown” di Boll) e il mercato librario e fatto di proposte quotidiane che ingoiano quelle di ieri.

Ho scritto questo perché mi è venuta in mente questa canzone di Lolli: Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore A ubriacarsi di luna, Di vendetta e di guerra

(E comunque: il discorso fatto sopra vale anche per me, per i miei tormenti. Ogni giorno mi dico: ma non potresti fare altro? Sono 26 anni ormai che stai inseguendo qualcosa che nemmeno tu sai.

I tormenti, poi: senza scrittura forse ne avrei di più. Anzi, senza forse.

Il segreto della scrittura è amare la scrittura, amare il momento in cui si scrive, a prescindere dal resto.
Io ho un bel ricordo. Era il 2003, che fu un anno difficile per me. Problemi personali, mia madre che stava male. Io stavo scrivendo il mio secondo libro… Ricordo le notti a scrivere, con il gatto, si chiamava Miou Miou, che girellava sul tavolo, nonostante il fumo dei miei toscani. Fumavo, bevevo caffè per stare sveglio fino alle 4, le 5 (per poi dormire 4 ore) e scrivevo, guardando ora il pc (il primo che ho avuto) ora fuori, oltre la finestra. Un lembo di cielo sopra i tetti di un grande condominio….

I sogni scappano

Ho sognato di parlare con una donna anziana, la notte scorsa.
La cosa strana è questa: io, ripensando al sogno, non so chi sia quella donna. Nel sogno, però, le parlavo come si parla a una persona che si conosce. E mi trovavo bene, a parlare con lei.

«Vedo che tuo figlio cresce, mi raccomando, lascialo andare…»
«Ci sto provando, ma è lui che…».
«No, non è lui, sei tu. Sei tu che fai in modo che lui rimanga attaccato ai tuoi calzoni…».
«Hai ragione…».
«E la casa?»

Qui mi interrompo. Nei miei sogni, da anni, c’è una casa che ricorre. Anni fa, era in un certo modo e in una certa zona, adesso è un’altra. È arredata, io nel sogno so che è mia e che ci vorrei vivere.

«Quando ti deciderai, mi offrirai del tè nero?»
«Certo tu un tè nero e io un caffè».
Ma, ho pensato nel sogno, non è quello che stiamo facendo adesso? Tu stai bevendo del tè nero, io del caffè. Ma non ho voluto dirle niente. Non potevo, di fronte al suo sorriso. Adesso, però, non ricordo il volto di quella donna. Ricordo la voce, calda, e la sensazione piacevole di parlare con lei.

Anni fa, quando studiavo psicologia all’università presi l’abitudine a scrivere i miei sogni in un bloc notes. Non so se ce l’ho ancora. Si dimenticano, i sogni.

A proposito di sogni e di racconti. A me non piace rileggere le cose che scrivo. Questa no, la rileggo sempre volentieri. Un sogno e… il caso:

Chiamatemi Pirandello

Racconto ritrovato. Era nel vecchio blog “Altri Appunti”. Lo scrissi insomma una ventina d’anni fa. Magari diciannove anni fa…

Cari compaesani, ecco come andarono le cose. Quali? Leggete, leggete.

E’ piccino qui, ci si conosce, tutti sanno se uno vota comunista, se ha tanti soldi in banca, se avea lo zio coi vizi strani, tipo pecore o cavalle. Quel che si sa è importante: perché è quel che si sa che conta. Quel ch’è vero ma un si sa – uno vota fascita ma un lo dice, ha i debiti ma spende e spande, c’ha l’amante, ma sta a Perugia – unn’importa. Qui sopravvivono, e bene, quelli che un fanno sape’. Quel che si sa è ‘na cicatrice. Brutta. Stampata in faccia. Evviva quelle stampate sul didietro: un si vedono manco spiando dal buco della serratura del bagno (e alla bisogna sparano: puzze).

Scusate ora l’anonimato e il mio linguaggio: umile e maccheronico (si dice così?). E poi. In questa storia ci sono pur’io: potrei essere il prete o il maresciallo o il farmacista o il vicensidaco del paese o tutti e quattro insieme; o magari sono un vecchio analfabeta che sta dettando alla nipote, studentessa universitaria a Firenze.  Chi vien da fuori non creda, se leggerà, di leggere cose tipo jack lo squartatore. Un ci sono morti. Macché.

Ma vado al sodo, ora. Ai tre protagonisti.
Sono: Loretta, la moglie del macellaio. Il macellaio., che di nome fa Alfredo Eppoi Giuseppe, che, diciamolo subito, un’è né normale né anormale. Allora lui ora è sui quaranta, sembran cinquanta e più, ma quaranta sono. Vent’anni fa arrivarono in paese le prime orde di turisti: americani e tedeschi e nordici. Ora successe che americane, tedesche e nordiche, andando in giro pel paese coi loro vestitini avari di stoffa, poppe sballonzolanti e i culi semoventi, belle e abbronzate davano sollievo agli occhi, che s’aguzzavano, dei nostri vecchi seduti, all’ombra di case e taverne. Ma c’è da dì che davano anche scandalo: all’indignata popolazione femminile e pretesca. Po’ c’era lui, Giuseppe che – qui è bene ch’io vada avanti sennò me dimentico – di donne un ne aveva avute mai. Ma mai. E’ piccino, ciccio, ghoffo, strabico e balbetta e parla gnente. Di bono c’ha che si lava, un puzza e si veste con decoro. Pantalonacci di velluto e camicie colorate, Rosso o blu. Ama la tinta unita, Giuseppe.
Lui tanto ben diddio femmineo un l’aea mai visto. Così capitò questo capitò: che na volta, in mezzo a tutti, Giuseppe un ci vide più: e afferrò na turististina più svestita del’altre, era seduta sulla scalinata della chiesa, il panorama che offrivan le su gambe aperte era ridente, d’ampio respiro direi, sicché (lo capiscon tutti sicché?) lui la stese, lei impaurita si lasciò stendere, lui si calò brache e mutande tutt’uno con l’arnese in bella vista, e mentre lei urlava, la gente urlava, mentre il vigile correva, mentre le amiche della ragazza lo pigliavan a calci come un cane, lui, comunque, ebbe il su’ piacere (i calci che prese gli facero, è proprio il caso di dirlo, nemmen na sega).
Gli bastò il contatto con l’aria, che qui è bona, e si vede e, nel caso suo, si sente (o si sentì). Dissero poi che dovettero usare tre cenci per togliere quel lago, schifoso, di colata giuseppinesca.
Poi però si redense. L’anno dopo, in piscina (e i maldicenti tutti a dì: «Guarda Giuseppe, un tiene più») quando vide due francesine tuffarsi in topless si limitò prima ad applaudire e poi («Va a tirarsi un raspone» i soliti maldicenti) e poi, dicevo, stupendo tutti, andò non in bagno, ad “eseguire”, ma a pigliare un gelato fragola e cioccolato.  Che si fosse chetato, però, era solo un’impressione.

Vengo ora ai tre. Parto da Loretta. E’ piccina, ha quarant’anni ma ne mette trenta, ha du’ occhi vogliosi ma la voce del paese diceva che, inspiegabilmente, l’era fedele al marito, Alfredo, cinquantré ben portati ma cinquantatré sono. Alfredo e Loretta un ch’hanno figli. Ma hanno una macelleria che è il fiore all’occhiello del posto. Ci fai la coda ma la carne è bona, come si dice da noi (non mi scoprirete certo se dico è bona, ché lo si dice tutti in tutti i paesi del granducato di Lorena). La carne è bona perché son bestie dell’allevamento di Alfredo, che in campagna le alleva e le macella, le macella e le alleva, mentre Loretta, senza aiutanti – un po’ tiratelli di soldi lo sono – serve. Le voglion bene tutti: omini (ma sì, lascio, qua diciamo tutti così) e donne: ché è una dabbene, lei.
Ora succede, è successo questo. A Loretta un le piaceva di lavà il pavimento. Sicché (sicché: termine lorenico) di concerto (fine eh: di concerto: concertan tutti in Italia. E inciuciano) col suo marito un sei sette mesi fa decise di piglia’ Giuseppe, che campa co’ la mamma ma un s’è mai capito come fanno a campà, a fa’ pulito. Alle otto, all’apertura, Giuseppe, dentro, ha belle finito. Così Loretta e Alfredo lo chiamano, «oh Giuseppeeeee», e tutti e tre van poi al bar Signoroni, lì di fronte. Vanno, si seggono, piglian cappuccini e bomboloni, e parlano. Macché parlano: Loretta parla e gli altri due, che volete uno è un po’ coglione l’altro capisce solo di vacche a maiali, ascoltano. E Loretta a Giuseppe ha cominciato a di’ ‘na cosa che – pensate male di me ma io ne son convinto – a lui gli ha eccitato l’arnese. Come fece la turistina. Lei ha cominciato a digli: «Io voglio bene a teee, a teee», col su marito che ridacchiava. Io voglio bene a teee un giorno e va bene, due e va bene, tre, cinque, dieci, sessanta, ma al centoduesimo, complice un’influenza di Alfredo che quel mattino restò a letto, Giuseppe, fece questo fece. Apri la serranda, e invece d’uscire per caffè e bombolone al Signoroni, quando Loretta arrivò, «Giuuseppe, si va?», l’afferrò, richiuse, cavalcò Loretta.
Ora, che sia successo di preciso un si sa, si sa certo che la Loretta strillò, e certo che strillò, ma i maldicenti dicon prima dal piacere e poi dalla paura (del marito), e poi si sa, da indiscrezioni maresciallesche, che ci fu penetrazione e che, insomma, Giuseppe, ora in attesa di processo, unn’è più vergine. A quaranta e passa se l’è presa a soddisfazione. Ma un si vede più in giro. Loro manco (traduzione: nemmeno). Manco a messa. Tutti e tre scomparsi. Il maniaco, la zoccola, il becco. Un se ne salva uno. Lui, Giuseppe, si dice, avrebbe traforato altre donne, zitte di vergogna e forse di piacere. Lei Loretta, si dice, di sicuro c’ha la coscienza sporca, perché una donna maritata non va senza mutande, anche questa indiscrezione è maresciallesca (con conferma pretesca. quindi), Alfredo, invece, poraccio, si dice che oltreché becco c’avrebbe pure una brutta malattia (ma io un ci credo: son corni e basta). Vanno in negozio, ora, Loretta e Alfredo, ma a testa bassa, e gli affari van male. Van bene al non lontano macello Rivaldini, anche se si dice che sia lui l’estensore (è giusto?, poi controllo sul vocabolario: estensore) di certe letteracce anonime contro Loretta, contro il maresciallo, contro il prete che avrebbe violato il segreto del sacramento. Anche questa lettera è anonima, signori compaesani (e turisti). Ci son dentro pur’io. Mi son citato. Scervellatevi. Che magari ho parlato male di me, per depistare (depistare: bello è?). O magari son Giuseppe, o l’amante del prete, chissà. Chiamatemi Pirandello, e se un sapete chi l’era informatevi. Vostro Pirandello.

Storie da bar

Al mattino bevo almeno tre caffè. Tutti al bar. Li prendo schiumati, ma non vorrei, vorrei bere del caffè un po’ ristretto, che sia solo caffè, amaro. Ma se non li prendo schiumati mi viene maldistomaco, specie d’inverno.
Entro nei bar, in genere con il cane, ordino il caffè, lo sorseggio, esco. Pochi minuti, insomma.
I bar sono sempre stati per me, fin da quando ero ragazzo, fonte di ispirazione.
Ordinavo un caffè e spesso tornavo a casa con una frase, che mi aveva colpito. Oddio, non solo nei bar: anche in treno, anche camminando (ricordo l’ultimo dell’anno di qualche anno fa. Camminavo sotto la pioggia, davanti una donna, parlando al telefono, dice: “A me chi mi vuole, sono brutta…” E poi una risata).
Succedeva che io tornassi a casa con una frase, poi magari non ne facevo nulla. Oppure mi restava impressa e la elaboravo (è un po’ la storia del mio primo libro, Il bar delle voci rubate).
Succedeva, poi è arrivato il Covid. E quando entravo nei bar per sorseggiare uno dei mie tre caffé sentivo sempre le stesse cose: ognuno raccontava che vaccino aveva fatto (quelli che non lo hanno fatto non lo raccontavano a voce alta) oppure raccontava di essere stato contagiato, oppure malediceva chi non metteva la mascherina…
Andare al bar a leggere facebook era un po’ la stessa cosa.
Da tempo non si parla più di covid, o se ne parla poco. E per fortuna.
Da tempo i problemi sono altri: la crisi economica che avanza, il nuovo governo e, soprattutto, la paura di una guerra nucleare, il caro bollette, la possibile scarsità di generi alimentari…
Argomenti, questi, che probabilmente vengono discussi nei bar dove non vado io. In quelli in cui vado (li cambio, quindi tre a mattina, almeno) si parla di tutto: lavoro, casa famiglia, il calcio…, ma senza paure per i mesi che ci attendono.
Frequento bar particolari, io.

La suora: il protagonista.

Il protagonista de La suora si chiama Romolo Strozzi

Un piccolo estratto del libro, per presentarlo

Sì, sono mentalmente instabile, perché la mia vita è stata segnata dal suicidio di mio padre, perché non sono più un salentino ma nemmeno un valsesiano, perché ho mollato l’insegnamento per diventare non so bene ancora cosa, perché ho avuto rapporti con una donna più grande di me e non ho rapporti stabili con le donne in genere, perché cammino di notte anche qui in Valle dove di notte si dorme perché ci si sveglia presto, e poi sono mentalmente instabile perché camminando sui sentieri, oppure steso sul letto nella mia baita di notte guardando il camino spesso parlo da solo, e magari sussurro «Grazie, grazie, grazie Romolo» che infatti può sembrare una frase da pazzo, certo, se non si sa che a me ripetere quella frase serve per ricordare la persona che amo di più al mondo, ed è una cosa, questa, cioè amare una suora conosciuta una sera di dieci anni fa quando non era ancora suora, da persona instabile, lo so, ma che diritto avete voi di definirmi?