poi invece ho letto Elys

Dopo il caffè al solito bar, mentre camminavo pensavo che, oggi, avrei avuto due cose da scrivere.
Una storia di sguardi: persone che rivedo, ogni tanto mentre cammino, per esempio dopo il primo caffè, e che mi sembra siano rimaste ferme nel tempo: a uno sguardo, triste, di anni fa, che si portano sempre appresso.
Però avrei voluto scrivere anche di politica. Ieri sera, casualmente, vedo su un’emittente televisiva piemontese una sorta di Porta Porta alla buona. C’è il leader della Destra, Storace. Che, rivolgendosi a una ex parlamentare di Rifondazione ha, più o meno, detto: Il governo Prodi l’ha fatto cadere Mastella per una questione di malaffare, mentre voi invece avete fatto i soldatini, e avete tradito i vostri principi e i vostri valori. Eravate voi che dovevate far cadere il Governo Prodi, l’aveste fatto il vostro elettorato non vi avrebbe girato le spalle.
Grosso modo: condivido.
Il governo Prodi ha risanato il debito, ma ha fatto finta di non vedere che per le fasce più deboli la vita diventava sempre più difficile.
Avrei voluto, insomma, scrivere sulla sinistra italiana: che ha perso la sua identità, che è diventata casta, che abbassa la testa e non sa avvicinare i nuovi poveri.
Lo farò, forse, oppure no. Anche perché un po’, mentre ci penso e scrivo, m’arrabbio.

E invece apro il blog e vedo che l’ultimo commento è di Elys, Deserti di cioccolato. Era già intervenuta altre volte e quando qualcuno interviene, qui, poi io vado a vedere. Per curiosità, per scambiare il link (che giudico un puro gesto di cortesi), per leggere.
Ho letto.
Elys scrive
se penso all’impossibilità attuale di arrivare a ricevere un “sì” da un editore, mi prende un nodo allo stomaco
E poi dice anche:
mi viene l’irrefrenabile istinto di distruggere ogni cosa creata fino ad ora. Racconti, blog, romanzo.
Tutto. Mi viene voglia di DIMENTICARLA la scrittura. Mi viene voglia d’inventarmi una nuova identità. Che ne so, una senza aspirazioni. Una che non vuole niente. Si vivrebbe meglio. Io, vivrei meglio? Forse no.

Allora.
A volte lo penso anche io. Anzi: a volte quasi rimpiango quando scrivevo e non avevo trovato un editore. L’ho pensato anche nei giorni scorsi, e pensare che, nei giorni scorsi, per la prima volta – mai successo prima – un editore, incontrato al salone del libro, mi ha detto che un mio libro sta vendendo, sta insomma andando bene.
L’ho pensato perché si vive male – e ne conosco, io, di gente che vive male – dopo aver pubblicato un libro. Quello che era un sogno diventa poca cosa. Qualcosa da esibire, altrimenti gli altri nemmeno se ne accorgono. E si diventa patetici. O almeno: io così mi sento.
Ma ora mi fermo. Perché il post di Elys merita attenzioni.
(Anche perché, cara Elys, ti capisco: erano i miei pensieri quando scrivevo i miei primi libri. Ne vale la pena?, mi chiedevo. Ne vale la pena?, mi chiedo. Tu scrivi, e basta. Pubblicare o non pubblicare spesso dipende dal caso).
Buon sabato
Qui il cielo è grigio grigio

Dimenticavo, al Salone del libro di Torino mi ha fatto piacere rivedere alcuni amici blogger. In particolare Viridian (non me ne vogliano gli altri dieci, quindici che ho visto).
E ho avuto il piacere di conoscere personalmente Giovanni Giovannetti, che nella vita fa il fotografo e l’editore. E poi fa altro, per complicarsi l’esistenza.
In questo blog ci sono segnalate le case editrici che mi hanno pubblicato e alcune case editrici di cui ho sentito dire bene (per esempio da Barbara Garlaschelli). C’era anche quella di Giovannetti. Ora c’è: a maggior ragione.

certo che “tira” il sesso in rete

Riprendo la precedente discussione.
In un commento ho scritto

se uno scrittore vende non si lamenterà certo del popolo bue che legge solo libri commerciali.
se uno scrittore non vende invece si sente un incompreso.

il numero dei visitatori di un blog, il numero delle copie vendue da un libro, il numero delle copie vendute da un giornale dipendono da mille fattori.
La Voce di Montanelli non era forse uno dei migliori giornali in circolazione?
Eppure sparì.
Chiaro. Le furbate commerciali ci sono. Ma è una furbata il fatto che un blogger cerchi di scrivere cose interessanti con una grafica piacevole?
E’ una furbata che una casa editrice cerchi un titolo che richiami e una copertina che richiami ancor di più? (Non so se ci avete fatto caso ma a un ceto punto son comparse le copertine con gli occhi: Hanno scoperto, così mi ha spiegato una mia amica che lavorava nel settore, che il libro “che guarda” il lettore vende di più).
E’ una furbata che un giornale proponga e cerchi un giusto mix tra cose importanti e cose interessanti?

Certo, in rete, si sa, come ha notato Cinzia Pierangelini ma lo ha notato anche Aitan con le chiavi di ricerca, il sesso domina. Nel vecchio blog ebbi il record dei visitatori, quasi 600, quando parlai di chat.
Dissi che l’avevo usata. Di notte avevo usato la chat: dal momento che Anna Antichi, la protagonista de La donna che parlava con i morti, la usava, dovevo capirne il funzionamento.
Fu interessante la discussione, furono ancor più interessanti le mail private che ricevetti.
Due, dico due, dicevano La chat è stata la mia rovina.

Il sesso in rete tira, certo che sì.

Un paesino. L’amministrazione organizza corsi di internet per pensionati. Il giovane docente si intenerisce quando vede che alcune copie muovono maldestramente il mouse mano nella mano: uniti anche nella navigazione in rete. Comunque si spazientisce un po’ lui. Son troppo lenti, troppo poco interessati. Decide così di dividere i maschi dalla femmine (per le femmine si inventerà qualcosa, poi):
E ai maschi dai 65 in su una sera fa vedere che esistono i siti erotici. La loro mano sul mouse divenne ferma e veloce, bastarono due incontri, mi raccontò

Buona giornata

Beh, sì. Questa disussione sul sesso precoce la segnalo volentieri.

parole chiave ed altro

dal
giovane
mio
corpo
partono
immagini
intriganti:
gambe
aperte
e
chiuse
che
digrignavano
smorfiose

é un gioco: fatto da Aitan con le parole chiave del suo blog. Non è l’unico.
A parte quel che dice Aitan, gliela invidio l’arte dell’ironia a e dell’autoironia, nei giorni scorsi, oltre a gnocca e altro in rete c’è stata un’ondata di nuoveparole chiave: dichiarazione redditi 2005, download dichiarazione redditi, download elenco redditi, elenco online contribuenti, elenco redditi 2005, elenco redditi italiani….

Sono strani, comunque, i contatori.
Questo blog, per esempio, che ha un bel contatore interno, mi segnala poche parole chiave. Il numero dei visitatori (dai 400 ai 550 dal lunedì al giovedì, sui 250-300 dal venerdì alla domenica) invece è aumentato. Giorni fa Solimano ha fatto cenno al numero degli accessi. E’ un argomento non facile. Ci sono blog premiati dalla popolarità del blogger, altri da discussioni e insulti, altri dalla leggibilità. Ce ne sono alcuni – giuro che la penso così – che son meglio di questo blog e che hanno meno visitatori. Non son pratico di contatori, io. Ma credo che il miglior contatore (c’è?, esiste?) sia quello che segnali la permanenza temporale in un blog. Oggi hai avuto 100 visitatori che si sono soffermati, a leggere o curiosare tra foto e post archiviati, in media per sette, tre, mezzo minuto.
Qualcuno (mi pare Luca De Biase ma non ne sono certo) si è soffermato su questo aspetto: è vero, aumentano i visitatori dei giornali on line ma si tratta di visitatori che leggono o che passano velocemente da un sito all’altro?

Poi.
Antonio Machado è uno dei miei poeti preferiti. Sul blog di Clelia Mazzini una sua poesia: Solitudine, unica compagna dea

Poi.
Barbara Gozzi si s sta occupando di Madri, lavoratrici, sottovuoto.

E infine.
Sabrina Manca, in un post, ha scritto: C’è un tempo per scrivere e un tempo per vivere?
Non è mai facile dosare il tempo. Vivere senza leggere e scrivere, per me, sarebbe inimmaginabile. Leggere e scrivere e basta ancor di più. Di che scriverei, poi?

Buona giornata

A proposito, ancora, di contatori. Su Word press vedo il numero degli accessi alla singole discussioni. Se parlo per esempio di editoria il contatore va alle stelle. Se racconto la prima cosa che mi viene in mente (e succede spesso) ho comunque un buon riscontro. Ma se faccio un post con degli incipit, oppure parlo di un libro o di un autore, il contatore scende.
Onore, quindi, ai blogger (come Stefania Mola) e tanti altri che parlano solo ed esclusivamente di libri. Perché è giusto così: a prescindere dal contatore.

E poi ancora.
Appello di Barbara Garlaschelli: in Myanmar un disastro come lo tsunami

E riprendo infine
una segnalazione che ha fatto già Cinzia Pierangelini nel suo blog.

post demenziale, o quasi

Tosse e mal di gola.
Casini.
Voglia di parlare del salone del libro: zero assoluto.
Scrittura come sempre al bivio: periodi brevi e semplici o frasi più articolate?
Libri da leggere, tanti, appena usciti (Era mio padre, di Franz Krauspenhaar; I miei amici, di Luisito Bianchi; Chiedi alle nuvole chi sono, di Giorgio Bona; I briganti biellesi, di Roberto Gremmo; Kaddish profano, di Francesca Mazzucato; Non baciarmi sulla bocca, di Valeria Ferracuti). (Mi sa che ho dimenticato qualcosa).
Libri da finire (meglio lasciar perdere, ho perso il conto).
Libri appena finiti (Quella notte a Dolcedo, di Marino Magliani; Prima di sparire, di Mauro Covacich; Elisabeth Costello, di J.M: Cotzee).
Libro che non finirò, penso (L’indagine, di Juan Josè Saer).
Libri che, a rilento, sto rileggendo (Viaggio al termine della notte, di Céline).
libri che vorrei rileggere (Guerra e pace di Tolstoy, e sfogliare un po’ di Artaud; non per altro: ai tempi dell’università ho letto tutto, ma in fretta; così ora ricordo nulla). Anche Guerra e Pace l’ho letto, ma avevo quindici anni. Trovato in una cantina, mi pare. Era un’edizione con una bella copertina. Non avevo l’età, credo, per leggerlo.
Manoscritti da leggere: due, ma potrebbe essere dieci (posta elettronica da riordinare).
Sigarette fumate oggi (dalle dieci di questa mattina, quando mi sono svegliato, ad ora, che sono le 3 e 34 di notte), dodici (ma perché ho mal di gola).
Bene, riprendo a scrivere: fino alle 4 e mezzo. Poi mezz’ora con Cèline.
Poi cerco di dormire.
Sogni brutti, in questo periodo. Dovrei mangiare meno porcherie, e a orari cristiani (mai fatto in vita mia).
Buona notte.
Buone cose a tutti.
E speriamo mi passi la tosse. I casini no, senza quelli che gusto c’è?

fosse facile scrivere, varrebbe la pena?

a pagina 9, sulla scrittura indecente (ma anche realvisceralista)

Per lui il cambiamento si verificò a 33 anni. Fino a quel momento non aveva letto una parola di quello che aveva scritto sua madre. La sua risposta, la vendetta per essere stato chiuso fuori da lei. O forse si era rifiutato di leggerla per difendersi. Forse era quello il motivo più profondo: difendersi dal fulmine. Poi un giorno, senza dire una parola a nessuno, senza dire una parola nemmeno a se stesso, prese uno dei suoi libri in biblioteca. Dopo, lesse tutti gli altri, apertamente, in treno, a tavola. – Cosa leggi? – Uno dei libri di mia madre.
Lui è nei suoi libri, o almeno in alcuni dei suoi libri. E ci sono anche altre persone, che lui riconosce; e ce ne debbono essere molte di più che non riconosce. Sul sesso, sulla passione, la gelosia, l’invidia, lei scrive con una lucidità che lo sconvolge. E’ assolutamente indecente.

pagina 16, sull’immedesimarsi (o pensare come dei pazzi: vedi Flaubert)

– I nostri ascoltatori devono sapere che stiamo parlando di un libro di grande intensità. Ma le riesce facile scrivere dalla prospettiva di un uomo?
(…) – Facile? No, se fosse facile non varrebbe la pena farlo. La sfida è nell’alterità. Nell’inventare qualcuno che è altro da sé.

Elisabeth Costello di J.M. Coetzee, Einaudi (9 euro e 80, 192 pagine).
Il libro parla anche dello scrittore davanti al male.

E poi.
Su Racconti ho postato il mio contributo a No Tag, Sottovoce, il giornale di Paolo Pedrazzi.
E’ il primo racconto che io e Pedrazzi, eravamo di fretta, abbiamo titolato Se l’anima si sporca…
Poi, come succede spesso, mi è venuto in mente un altro titolo: Il fascino indiscreto dell’editoria.

Buon martedì

il male invisibile

Io credo che abbiamo bisogno di leggere libri o vedere film che ci prendano in giro.
Dove alla fine torna tutto e la verità emerge.
E il bene trionfa sul male.
Se non trionfa, comunque, le cose per lo meno si sanno.
La mafia, i generali birmani, Hitler, i pedofili, mille altri: il male insomma.
Ma c’è qualcosa di più sottile: il male invisibile.
Quello che colpisce senza manifestarsi.
Persone che spariscono, e di cui non si saprà più nulla.
Vittime.
Delle quali, a volte, si sa.
Ricordo un articolo sull’Unità. No, era una lettera. Una ragazza che ricordava suo padre che vomitava sangue, che pesava venti chili. Suo padre aveva lavorato a Porto Marghera. La ragazza raccontava che, quando prendeva il vaporetto, vedeva le sue compagne ridere e scherzare. Lei non ci riusciva.
Ma c’è di peggio: persone denigrate, infangate, perché magari hanno denunciato.
I calpestati.
E’ l’argomento che più mi sta a cuore, ultimamente, come un’ossessione.
Spero di poterne dire.
Spero anche che ci sia comunque uno spiraglio: per lottare.
Ma non sempre, non sempre.
E ho una sensazione, ripeto: una sensazione.
Che si preferisca rimuovere, non pensare che, in fondo fondo, c’è qualcosa che fa paura e sconfigge, con facilità.
Abbiamo bisogno di essere rassicurati: dai libri, dai film, ma anche dai politici e dagli intellettuali.

Del libro l’ausiliaria e il partigiano di Massimo Novelli, ho già scritto, nel vecchio blog.
In sintesi.
Una ausiliaria repubblichina, Maddalena Grill, di 16 anni, quando Torino ormai è già liberata, viene, insieme a un’altra ragazza, presa da alcuni partigiani. Sono i giorni della resa dei conti. A volte motivata.
Ma questi partigiani vanno oltre la resa dei conti. Son bestie, va a sapere perché. Violentano e poi uccidono, fucilandola, Marilena Grill.
Il branco fa di queste cose.
Ma ci fu un partigiano, uno solo, che si ribellò. Alberto Poldori, un comandante. Cercò di evitare, perlomeno, la fucilazione di due ragazze di sedici anni. Per poco non accopparono pure lui.
Massimo Novelli, poi, l’ha cercato a quest’uomo, cinquant’anni dopo, nella speranza di trovarlo ancora vivo, di farsi raccontare.
Si era suicidato, da tempo.

scrivere di pancia

In un commento Monia ha domandato:
ma perché, secondo voi si può scrivere degnamente di vita non vissuta in prima persona? I racconti migliori non possono essere che quelli della pancia, secondo me.
Della pancia, non dell’ombelico.

Allora.
Alcuni libri a caso. Papillon di Henry Charrière e Se questo è un uomo di Primo Levi.
Da lettore dico che non mi sono posto il problema quando li ho letti. Mi sono piaciuti e basta.
Oppure, mi viene in mente Carlotto: per me il suo miglior libro è IL fuggiasco, che è appunto autobiografico.
La scrittura di pancia (che io da anni chiami di viscere) è la più vera, certo: ha un impatto immediato, parla di noi.
Come scrittore, invece, io ho fatto scelte precise. Anche etiche. Se scrivo del mio vicino di casa perché io debbo avere voce e lui no?
Comunque.
A volte ricevo della mail. Delle belle mail. Mail di pancia. A volte la stessa persona che mi ha scritto una mail (di pancia, si qualcosa di vero) mi fa leggere anche un racconto. Che magari è scritto bene ma che a mio avviso è monco. Non trasmette nulla.
Credo insomma che la migliore scrittura sia quella di viscere.
Purché siano le proprie, però.
Buon sabato

Io stasera presento il mio libro a Borgolavezzaro.
Il mio amico Giorgio Bona, presenta il suo Chiedi alle nuovole chi sono (Besa editrice), fresco di stampa, al salone del libro: stasera alle 18, stand della regione Puglia, padiglione 2.

giornali (e Salone)

Questa foto è stata scattata a mia insaputa. Era il giorno (novembre, mi pare) dell’inaugurazione della nuova rotativa dove viene stampato il giornale in cui lavoro, e cioè alla Sigraf di Calvenzano. Sembro in un autobus, in realtà son “dentro” la rotativa. E sopra la mia testa ci sono i giornali, che corrono.

Questa invece è la copertina di un free press – No Tag Sottovoce – che verrà distribuito gratuitamente al Salone del libro, Torino. Non sarà l’unico. Ci sarà anche (credo) Satisfiction di Paolo Serino e Milanonera di Paolo Roveri. Questo giornale, che ospita anche un mio contributo, è stato realizzato da Paolo Pedrazzi. Che conoscerò domenica e col quale ho parlato in questi giorni al telefono. Scoprendo che il free press è stato stampato sempre alla Sigraf di Calvenzano (dove, oltre a un bel po’ di giornali locali, stampano gli inserti culturali de Il Manifesto)

racconti segreti

Uno, la grafica di questo nuovo blog non mi convince.
Sto riflettendo se cambiarla (ripeto: la grafica, non il blog).
Non è per una questione estetica; quando penso a un prodotto editoriale, sia cartaceo – dove ho occhio – sia on line – dove non ce l’ho – m’interrogo sulla leggibilità. E vedere gli accessi (tantissimi, 1500 negli ultimi tre giorni, pare sia più trafficato questo blog rispetto all’altro).

Due,
al salone del libro ci sarò domenica, dalle 11 fino alla fine.
al salone del libro, fuori e dentro, verrà distribuito un giornale, gratuito, Sottovoce. l’anima di questo giornale è Paolo Pedrazzi, che conoscerò, appunto domenica.
Nella 48 pagine della rivista ci sono articoli e racconti di Mozzi, Morozzi, Laura Pugno e altri autori.
C’è anche un mio racconto. Protagonista: una signora che si è rifatta il trucco…

Tre.
Sabato sera, invece, sarò a Borgolavezzaro; alle 18 presento La donna che parlava con i morti. E’ un’iniziativa collaterale alla fiera, leggo stamattina su adnkronos.

Quattro.
Ieri sera ho fatto il conto dei libri che sto leggendo (e rileggendo, Céline per esempio).
Nove ne sto leggendo nove, insieme. Una cosa folle. Devo tornare el vecchio metodo: Una per volta e basta.

Cinque.
Si parla molto in rete di due libri, Era mio padre di Franz Krauspenhaar, e Prima di sparire di Mauro Covacich.
Libri diversissimi, ma uniti dal fatto che l’autore mette se stesso nel libro. E altri.
Allora.
Tempo fa, una persona che frequenta questo blog mi mandò un racconto. Lo lessi in fretta, risposi che alcune cose mi convincevano e altre no, ma che – ed era vero – non avevao abbastanza testa e tempo per capire, giudicare, dire qualcosa di furbo insomma.
Tempo dopo, questa persona mi manda un altro racconto. Che non è un racconto nato un’immagine, un pensiero, un idea; è un racconto vero-vero, di passioni, pulsioni. Lacrime e ricordi.
Lo lessi senza fermarmi, mai. Quel racconto non verrà mai pubblicato, così com’è. La persona non vuole. Ci son di mezzo altri soggetti. Giustamente non può. Peccato, però.
E non credo che seguirà il mio consiglio: salva l’anima di quei personaggi, ho detto, ma cambia nomi, contesti, cronologia degli eventi.
Che i racconti più belli siano quelli che non possiamo raccontare?
Ne abbiamo tutti, credo, di racconti segreti.

son di corsa, per il lavoro.
buona giornata

Sei.
E grazie a Marta Baiocchi per questa intervista, fresca di giornata (su romacultura.it)

due storielle un po’ piccanti, anzi tre

A proposito di laureati. Anni fa viene in redazione una donna. Proprietaria di un night nonché spogliarellista, era stata denunciata per sfruttamento della prostituzione. Io non avevo scritto l’articolo, avevo solo impaginato e “passato” (per “passato” nei giornali si intende l’editing che solitamente il caporedattore fa al cronista), però lei chiede di me. Al giornale, allora, ero, diciamo, il numero due. La ricevo, penso che voglia contestare l’articolo, dire che lei non c’entra con lo sfruttamento della prostituzione. In effetti mi dice che lei non c’entra, ma il punto non è quello. Non è venuta a rettificare o minacciare una querela. Però è nera, anzi no, incazzata nera, ma non per l’articolo o per la pubblicazione del suo nome. E’ incazzata nera perché nell’articolo è stata riportata l’età. La sua età. Secondo lei, io dimostro i 49 anni che avete scritto? Mentre mi dice (ma più che dire, urlava) la frase, velocissima, si sfila il giubbotto di pelle e alza un lembo di camicia: Vuole che slacci anche il reggiseno? Guardi che è roba mia, mica c’è del silicone, guardi, guardi, non c’è nessun taglio, dice sbottonandosi. Le credo, le credo, dico, fermando, così, quello spogliarello improvvisato. (Se in quel momento fosse entrata qualche mia collega avrei finito di vivere) Penso che in effetti avremmo dovuto scrivere: 49 anni ma ne dimostra 35. Si sarebbe incazzata lo stesso, però. Non solo lo penso, ma glielo dico. Si rabbonisce e mi racconta che, appena uscito l’articolo, alcune sue colleghe spogliarelliste hanno fatto dei fax e li hanno spediti nei night dove lei si esibiva. Sa che guadagno un milione a sera perché preferiscono me alle stronzette di trent’anni?, mi fa. Poi mi racconta del suo night. Che è tutto a posto. I clienti possono “pacioccare” le ragazze ma le ragazze non fanno niente coi clienti, “altrimenti che li pago a fare i buttafuori?”. E comunque guardi – mi dice ancora – il night non è intestato a me… ne verrò fuori. Ma sono quelle stronze che hanno fatti i fax che mi hanno rovinato la giornata, ed è tutta colpa sua. Ma ormai si è sfogata, così mi chiede: Ma lei non è mai venuto? No. Apro una parentesi: Dissi no, e poi mi feci raccontare, per bene degli spogliarelli., che lei chiamava spettacoli. Volevo scrivere qualcosa, ma non per il giornale. Chiusa la parentesi Quando ha finito di raccontare, mi fa una domanda che giudicai strana. E’ laureato lei? Sì, dico. In cosa? Lettere. Risponde con una smorfia: non è una laurea che le piace. Poi mi dice: Sa, ci terrei che venisse; cosa crede? Nel mio locale vengono tutte persone perbene e laureate.

Mi chiedo due cose, ora. La prima: chissà se oggi, che dovrebbe essere sulla sessantina, dimostra ancora vent’anni di meno? La seconda: erano davvero laureati i suoi clienti? Perché anni prima, facevo il portiere di notte, mi successe questo. Mentre sono in giro per la città vedo un signore con la blusa blu, da operaio. E mi chiedo, ma dove l’ho visto io a questo? Ci penso per ore, e penso anche di essere smemorato perché io, a quel tipo con la blusa blu da operaio, l’aveva visto di sicuro da poco, e forse ci avevo anche parlato. Sì, ci avevo parlato. Qualche ora prima di vederlo con la blusa. Era vestito da laureato, elegantissimo. Si era presentato in albergo alle tre di notte con una spogliarellista. Erano gli anni, quelli, in cui la classe operaia, a volte, andava in paradiso.

Poi c’è questa storia. Che non sembra vera. Giuro: lo è.

Una segnalazione. Giorni fa Solimano ha chiesto Per chi si scrive? La sua domanda è diventata un post- Alla sua domanda risponde un libro, recensito da Squilibri.

E una precisazione. Ho classificato il post “due storielle un po’ piccanti come tre” nella categoria “Dove va a finire il passato?”. Trattasi (Dove va a finire il passato?) di un incipit rubato a un (bravissimo) blogger conosciuto come Arimane o Prove di seduzione.

luoghi comuni

Preconcetti e luoghi comuni: quello classico è… quello del Liceo Classico. Chi l’ha fatto, si dice, soprattutto in virtù del latino, ha una marcia in più rispetto a quella degli altri. Sicuri sicuri, quelli che lo dicono, che chi arriva a frequentare il liceo classico non abbia già una marcia in più perché è nato in una casa col camino e quindi è stato portato da una cicogna?
L’articolo che segue è di Beniamino Placido. Fu pubblicato su Repubblica e, poi, un sociololo famoso, Ian Roberson, lo inserì in un manuale di sociologia tradotto in varie lingue.

Buona lettura, se volete, e buona giornata, certo.

A Mairano di Noviglio, paesino di tremila abitanti nei pressi di Milano, le cicogne sono tornate. Quel paesino rivive con le cicogne, che si sono annidate sul campanile della chiesa, perché con il loro ritorno – dopo dieci anni – hanno ripreso a nascere i bambini, interrompendo quella tendenza alla denatalità che tanto impressiona, fra gli altri Paesi, anche l’ Italia. Per quanto non sia vero, per quanto si sappia ormai com’ è che si fanno e si fanno nascere i bambini, qualcuno avrà certamente pensato, sia pure per un momento: vuoi vedere che le cose stanno proprio così, come un tempo si credeva? Vuoi vedere che sono le cicogne a portarci i bambini? In effetti, qualche secolo fa, nell’ Olanda del Seicento, si verificò un analogo fenomeno: tante cicogne sui tetti delle case, tanti bambini appena nati all’ interno delle case. Però lo scetticismo miscredente aveva già cominciato a farsi strada. E scetticamente quei bravi olandesi decisero di guardar meglio, di pensarci sopra. E scoprirono che quelle cicogne si affollavano sì, sui tetti delle loro case. Ma soprattutto intorno ai camini: che erano tutti accesi (si era d’ inverno) soprattutto nelle case dove c’ era un bambino appena nato, ed offrivano pertanto a quelle cicogne che venivano da tanto lontano un ottimo strumento per riscaldarsi e per riposarsi. Giusta quindi la correlazione: più cicogne, più bambini (e viceversa); del tutto infondato il presunto rapporto di «causa ed effetto» (i bambini li portano le cicogne). Non sappiamo se questo episodio fosse noto anche a David Hume, il filosofo scozzese che scrisse nel Settecento il suo celebre Trattato della natura umana (1740). Dove si disserta a lungo, e lucidamente sul rapporto di «causa ed effetto» – spesso solo apparente, spesso inesistente – e si raccomanda l’ uso di una «ragione scettica», che ci impedisca di attribuire alle cicogne, o ad altri alati pennuti, l’ arrivo in casa nostra dei sospirati bambini. Così come la visione impressionante dei monumentali ripetitori della Radio Vaticana, e la denuncia che in quella zona sarebbero più frequenti, purtroppo, i casi di leucemia, non basta di per sé a creare un rapporto di «causa ed effetto». Così come la solita convinzione, in taluni, che i due fenomeni non c’ entrino nulla l’ uno con l’ altro non deve farci trascurare quel Precautionary Principle («Principio di Precauzione») sancito niente meno che nella dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992: quando si intravede un possibile pericolo, conviene correre ai ripari subito, prima ancora di aver ottenuto una attestazione scientifica della sua esistenza. (…) I buoni manuali di storia recano anche un altro esempio: quello del marito che rientra a casa stanco il sabato sera; non trova buona la minestra preparatagli dalla moglie; sbattendo la porta esce di casa e va a trovare gli amici in una cantina. Lì, beve, quasi si ubriaca e perde al gioco delle carte. Quindi esce un po’ alticcio, anche da quel posto, e sulla strada del ritorno a casa incorre in un incidente che gli è purtroppo fatale. Bene: qual è la vera causa del triste evento? C’ è chi dirà: la minestra mal preparata; c’ è chi dirà il vino dell’ osteria; c’ è chi incolperà la strada mal fatta, e quell’ altra macchina troppo spericolata. Tutti trarranno delle conclusioni definitive. Ma ciascuno secondo le proprie convinzioni, le proprie inclinazioni. E tutti avranno ragione, ma ciascuno a suo modo. Aveva ragione David Hume, filosofo del Settecento. Che, essendo un filosofo, ci invitava a pensare di più, a pensare al di là delle apparenze. Ciò che a noi dispiace fare.

Beniamino Placido

dagli al critico

In una recente discussione su un altro blog sono stato zittito da una persona.
Tu non sei un critico e non hai i miei stessi strumenti per giudicare un libro, mi ha detto questa persona. In modo garbato ma perentorio.
(Si parlava di poeticità in narrativa; per questa persona l’elemento poetico è l’elemento portante di un romanzo, per me può essere un elemento caratterizzante, nulla di più).
Comunque, non ho ribattuto.
Teoricamente, un critico deve, in effetti, avere strumenti diversi per valutare un libro. In primo luogo una vasta, meglio se vastissima, conoscenza letteraria.
Ma torniamo agli strumenti.
E’ un’affermazione ricorrente, che fanno anche i critici più blasonati. Vera, insomma.
Ma comunque relativa.
A quel critico, avrei potuto replicare – ma son lento di riflessi – che altri critici, magari con strumenti superiori (più libri letti, pubblicazioni) non la pensavano come lui.In realtà il problema vero dei critici è che hanno sempre ragione loro.
Prendete il calcio. Se un giornalista sportivo dice che Totti è un bidone una volta, poi due, poi tre, prima o poi, dal momento che Totti solitamente gioca bene, si sentirà dire che la deve piantare, magari facendogli risentire una sua critica dopo che Totti ha realizzato una doppietta ed è stato il migliore in campo della Roma.
Ma dal momento che i libri non scendono in campo ecco che i critici restano arroccati sulle proprie posizioni: se un libro di cui han detto bene vende è giusto così; se invece non vende succede, perché la gente, soprattutto oggi (oggi uguale sempre) non sa cogliere certi messaggi.
E poi. E’ carino quando s’annullano.
Porcata.
No, capolavoro.

Poi, stando a quanto dicono alcuni editori non è che una buona recensione, specie su carta, sposti le vendite.
Il cacciatore di aquiloni, nei primi mesi, non se lo filò nessuno. Oppure la Tamaro: c’è stato un periodo che leggevo una stroncatura a settimana di Va dove ti porta il cuore, che ha toccato, mi pare, le 3milioni di copie vendute.
E sui critici, periodicamente, si torna a dire che non servono (il romanzo è morto, la critica è morta, i blog sono morti: e vai col liscio), e che meriterebbero di andare a spalare la neve o di essere cacciati nel maro rosso.
Ma fossero cacciati, io credo, qualcuno li reclamerebbe: gli scrittori. Se non tutti, tanti.
Comunque bisogna fare attenzione agli strumenti.
Anni fa Beniamino Placido ridicolizzò un giovane critico che, in televisione, si era vantato di aver letto migliaia di libri, non ricordo la cifra.
Placido, calcolatrice alla mano, fece di conto: e in pratica, quel giovane critico, aveva letto più di un libro al giorno da quando era in fasce.
Buon lunedì

E comunque. Certi giudizi su Anobii mi hanno fatto rivalutare tanti gli editori quanto i critici: ché certi lettori (per stroncare per esempio Tolstoy o Pascoli, non sarebbe meglio prima approfondire?) sono peggio, alle volte.
Scrivendo, mi sono ricordato di una frase di Babsi Jones, questa:
La letteratura, e l’arte in generale, ormai è – al pari dello sport, della politica, della religione e persino della scienza – assoggettata ai dettami delle tifoserie.
Sono d’accordo, ma non su quell’ormai. E’ sempre stato così. Quando uscì Viaggio al termine della notte mi risulta che sui giornali francesi si scatenarono le tifoserie: Porcata, No, capolavoro.
Piuttosto: Mi è piaciuto quel che ha scritto Lucarelli (postato dalla Lipperini) e cioé che chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante.
Certo: va interpretato “se scrive con sincerità”.

Segnalazioni.
– Una grande testimonianza: sulla… retorica del 25 aprile.
– Quattro morti al giorno, già. Se ne parla troppo poco.