Una cortesia. Con piccola premessa, e cioè, tra un’ora circa posto Pugni di sabbia.
La cortesia. Chi deve ancora inviare il racconto mi mandi tanto il racconto quanto le note biografiche e le dieci righe sulla procedura usata su un’unica mail.
Megli ancora se in un unico documento.
C’è che mi ha mandato più mail, magari anche al mio indirizzo di posta, e tenendo conto che poi io giro a Criscia e Monia, che leggono e mi girano le loro osservazioni, e quindi ri-ricevo il tutto, e che i racconti son tanti, e che a volte rispedisco perché chiedo chiarimenti, temo, e sarà inevitabile, che succeda qualche pasticcio.
A parte gli invi di oggi (perfetti), chi avesse già inviato e volesse rinviare di nuovo in un’unica mail e in un unico documento racconti-note sugli autori-procedura, mi farebbe un favore.
Chi ha inviato in una unica mail a raccontiaquattromani@gmail.com non stia lì a scomodarsi.
Il problema non è postare il singolo racconto, il problema è impaginare la raccolta con tutti i racconti, corredati dal tutto (e un conto è farlo conil mac professionale, che sto usando ora e un conto e farlo con il mio portatile proletario: ne risultano dei taglia e incolla sottoproletari).
Grazie.
Questa mia vale soprattutto per chi ancora deve inviare.
(E comunque. Dal momento che io sono terribilmente disordinato odio quelli che, come me, sono terribilmente disordinati)
Mese: luglio 2008
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Nel vecchio blog avevo scritto questa cosa qui, sui manicomi:
feci un servizio sul manicomio di vercelli, prima che lo chiudessero definitivamente.
ricordo come fumavano, una dopo l’altra una dopo l’altra una dopo l’altra, ricordo che il barbiere diceva Non ce la faccio, fumo più di loro eppure non fumo.
eravamo in uno stanzone. i matti attorno all’infermiere barbiere, che tossiva.
ma ricordo soprattutto lei: una vecchietta che aveva una bambola sempre, con sè.
mi prese sotto braccio, dolce (ho ancora la foto, da qualche parte).
gli infermieri avevano una certezza: che non era pazza. che non lo era mai stata.
i più anziani di loro se la ricordavano ancora giovane, dolce e spaesata: era stata rinchiusa bambina, il suo mondo era quello, ormai, più una bambola con cui dormiva.
ho ripensato a quella vecchia col viso dolce un paio d’anni fa quando ho conosciuto pino roveredo.
Mandami a dire inizia così
Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c’eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire.
pino roveredo, a vercelli su invito di una scuola, spiegò che mandami a dire l’aveva scritto pensando a una vecchietta, rinchiusa con lui, in manicomio.
si persero di vista il giorno in cui i manicomi apriprono i cancelli.
liberi e spaesati, non sapevano dove andare.
da parenti lontani o vicini, verso un futuro incerto.
da un manicomio all’altro…
L’ho ritrovata la foto di quel servizio: io e la vecchietta, che ora non c’è più; chissà dov’era la bambola? Non se ne separava mai.
(Sul giornale pubblicammo una foto della vecchietta con la bambola, ché allora non c’erano problemi di privacy, non la foto che vedete).
Raccontiaquattromani/7
Vent’anni
Scrivo questa lettera mentre osservo il sole tramontare dietro quelle colline che da giovani hanno accompagnato i nostri passi. Quei passi verso sogni di cartone. Te li ricordi? Te li ricordi, anche se sono trascorsi vent’anni? Io non ho cancellato nulla di quei giorni. Ce li ho tutti, tutti quanti appiccicati dentro al cuore. Non poteva essere diversamente. Come potevo dimenticare? Mia casa. Mia anima. Mio pezzo di vita infinita. Questo eri, sei e continuerai a essere tu.
La foto era rimasta in un cassetto dai miei. Sorridevi. La mano sinistra a farti da visiera, i seni pieni, le gambe nascoste da una di quelle tue imbarazzanti gonne da figlia dei fiori (sembra siano di nuovo di gran moda), la destra a stringere un piccolo fiore. Dovevamo essere appena usciti da scuola. Mi è sembrato di riconoscere, sul muro scrostato alle tue spalle, piccoli segni delle nostre incisioni destinate all’eternità.
T’immagino ora, seduto sul divano, ad abbozzare un sorriso di circostanza. A tentare di capire il perché. Per quanto tempo te la sei fatta questa domanda? Quando ti ho lasciato, là, sui gradini del liceo, non hai detto niente. Te ne sei rimasto zitto. Mi conoscevi troppo per credere si trattasse di una crisi passeggera. Te ne sei rimasto zitto e mi hai guardato. Dio, se solo mi avesse dato la forza di reagire. Se solo mi avesse costretto a non arrendermi davanti a loro, le cose, forse, sarebbero andate diversamente. No. Dio non c’entra niente nella mia incapacità a oppormi a papà e mamma. Inizi a comprendere amore mio?
Rossana, ti ricordi Rossana? Lei non ti aveva mai potuto soffrire. Ti vedeva come eri, in fondo. Una piccola borghese in vacanza premio. Il giorno in cui mi hai lasciato le ho telefonato e abbiamo scopato insieme. Poi non l’ho più rivista, né pensata. Quasi come con te. Quasi come un incubo da dimenticare in fretta. Credo che lei ora insegni all’Università (così mi hanno detto), di te invece non ho saputo più nulla. Tuo padre appare ancora ogni tanto su qualche trafiletto di giornale, un po’ poco per un “capitano d’industria”, non pensi? Ma tu? Ma io?
Ho cercato di cancellarti da me. In ogni modo. Persino fingendo sentimenti verso chi neanche conoscevo bene. Che schifo. Che donna da poco sono stata. Avvertivo il tuo odore ovunque, addirittura sulla pelle degli altri.
Le mani sul volante stringono ancora quella foto. L’autostrada è solo un flusso disomogeneo di ricordi. Tu ed io nella macchina di Carlo, tu ed io inseguiti dalla polizia, tu ed io che lasciamo perdere tutto e andiamo al mare, tu ed io. Sai l’anno scorso ho dovuto fare un ciclo di chemio. La gente mi guardava come si guarda un morto, io invece mi trovavo un po’ buffo. Ti piaceva passare la tue dita paffute sui miei capelli. Mi piaceva. E avevi ragione sulla pancia. La birra ha lasciato ben visibile il suo passaggio, ma è rimasta mia fedele compagna, anche qui, anche ora in questa merdosa stazione di servizio a duecento chilometri dalla tua villa.
Mi sentivo morire. E più precipitavo, più volevo precipitare. Non sarei mai potuta tornare indietro a dirti che t’avevo abbandonato per nostra figlia. Perché ero rimasta incinta e la scelta che m’avevano imposto era o te o lei. Per restare insieme dovevo abortire. Troppa vergogna stare con uno della tua specie in via tanto ufficiale e con radici così strette a noi. Troppa inesprimibile vergogna. Ma non potevo. Non potevo ucciderla. Io me la sentivo dentro fin dal primo minuto in cui ho avvertito il suo respiro fondersi col mio. Non potevo rendermi responsabile di una simile colpa. E allora ti ho estirpato. Tranne che dai pensieri. Tranne che dal fondo della mia anima. Tu eri lì e hai proseguito a esserci. Gli occhi di Noemi sono i tuoi. La sua bocca è identica alla tua. Maldestra esattamente come capitava a te. Distratta ma meravigliosamente attenta. Diventerà una donna forte, vero? Certo che sì. Certo che sì, ti dico.
Mi sembra tutto così diverso qui, non so più neanche perché abbia sentito il bisogno di fare questa stronzata. Questo viaggio. Il portone è lo stesso, con il grande nome merlettato sul finto oro e la scritta Cav a marcare le distanze. Chi mi ha risposto mi è sembrato essere stupito dalla mia richiesta. Non abiti più qui? Poi il cancello si è aperto. Ho preferito lasciare fuori la macchina. Ricordo che impazzivo di piacere a passare correndo tra i profumi del lungo viale. E quella chi è? Tua figlia? Ti somiglia a guardarla.
«Tu sei Michele, vero?»
Tra le mani ha una busta, e un piccolo fiore.
Sarà lei a raccontarti gli anni in cui non avete potuto stare insieme. Sii dolce. Sarà spaventata. Prenditi cura del suo futuro e afferrale la mano quando sentirà di non avere abbastanza coraggio per mordere il presente.
Perdonami se puoi. Perdonatemi se potete entrambi. Ma morire per restituirvi l’uno all’altro mi è sembrato il dono più grande da farvi per riscattarmi dai miei peccati.
Con tutto il mio amore,
Manuela
esternazioni
Avviso ai naviganti (scriventi).
Perché alcuni di voi mi mandano il racconto benscritto e poi, faccio un esempio, invece di firmarsi Enrico si firmano enrico?
Poi. Per me è importante il metodo usato (mail, telefonate, scaletta): anche qui, perché, a volte, è scritto alla cavolo?
Insomma, mandatemi cose pronte per essere impaginate, che a fare il correttore di bozze fino alle quattro del mattino non è piacevole. E soprattutto scrivete a raccontiaquattromani@gmail.com, e non, come è successo, anche al mio indirizzo.
Mi sembra che sia un buon esperimento, e quindi ho in mente, presto, di riproporre altri abbinamenti. Ma vi chiedo il rispetto delle poche regole (elastiche, tant’è che c’è ancora una coppia che deve definirsi a seguito di separazione consensuale) che ho indicato.
Facciamo così, adesso, e cerco di spiegarlo lentamente (quindi voi che leggete, leggete lentamente).
Posterò solo i racconti corredati da note biografiche e metodo di lavoro usato, purché scritti in modo decente.
E infine, anche sui racconti. Una verifica ortografica prima di inviare, no?
Grazie, invece, a chi mi ha mandato tutto in modo corretto (direi il sessanta per cento).
Raccontiaquattromani/6
La neve che non c’era
Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare. Pareva un pianto, quella neve, che si posava sui fichi e sui filari d’uva. E di settembre, tempo di vendemmia e di fantasmi.
Lodovina, sussurrò con una voce ch’era filo di bava di ragno, Lodovina, ‘nduma, vieni a vedere la fioca…
La moglie, ancora intabarrata sotto al trapuntino di chintz che aveva cucito a mano la buonanima di Luigina, sua suocera, osservò tra le fessure gonfie delle palpebre, le spalle un po’ cadenti del Francin, i capelli arruffati, ‘cmé ‘n mat, e pensò alla barbera che s’era trincato, la sera avanti, all’osteria. Finché il tempo lo permetteva, le notti ancora miti prima della stretta ostile dell’inverno, degli scaldini con le braci da sistemare sotto le lenzuola e il portone della cascina serrato, un sipario da calare sull’aia, il Francin si ritrovava in quel locale angusto e scuro, poco più d’uno stanzone coi tavolacci e una densa nebia di tabacco, a giocare a briscola, o a tresette, col Pinin e col Pietro. E lei era sicura che erano i bicerot d’ ros, giù e giù per la gola, a far vedere, adès, a quel salàm, ‘l bianc d’la fioca che cadeva sulle vigne.
Il Francin sembrava imbambolato davanti alla finestra spalancata, e il gallo aveva già smesso di cantare, così la donna si decise a levarsi, cercando coi piedi le pantufle ch’erano finite sotto il letto.
S’avvicinò al marito e sbirciò fuori.
‘T pias la fioca? – le chiese il Francin con un sorriso ebete stampato sulla faccia e con un largo gesto del braccio che comprendeva le colline, l’aia, il pollaio e le conigliere.
A t’ei ‘na testa mata, gli disse lei, mi vegh nen d’autut…
L’uomo fissò la moglie come se la guardasse per la prima volta. Le gote rosse, lo sguardo basso all’uscita della messa, i capelli neri come l’ala del corvo. E, di nuovo, riprese a guardare il ciel, quei fiocchi lenti che sembravano coriandoli gentili, mica gelati.
Com’era possibile che lei non la vedesse, quella fioca, così leggera, d’un biancore che quasi feriva lo sguardo innocente del mattino, con la sua bellezza atroce e inaspettata? Com’era che lei non sentisse ‘n s’la pel, pelle di pesca ch’era stata, morbida e setosa, l’inizio di quel freddo che pungeva mille aghi di ricordi? Quella fioca, era favo di ‘mel e fiel’, da scavare con l’indice per trovare il dolce e l’amaro di tutto ciò che era alle spalle, di tutto ciò che sarebbe, poi, venuto.
Un brivido gli passò lungo la schiena, pensando alle vigne, ai filari gonfi d’uva grignolino e freisa, ai cristalli di zucchero che diventavano, a poco a poco, ghiaccio. Il Francin immaginò che il vino di quell’anno sarebbe stato vino fermo, che quell’uva, miracolosamente, avrebbe serbato in sé la grazia delle cose inattese, i suoi passi di bambino sulle zolle smosse, le gote della Lodovina dei vent’anni, l’occhio velato dei conigli appena nati, i raggi dl’ sulèt sui noccioli, le colline pettinate dalle viti, la voce di sua madre che cantava.
E allora il Francin prese una decisione. Si tirò su ben bene le brache, tirò la cintura stretta. Poi, prima di andare giù nell’aia, prese la Lodovina per la vita con le sue mani secche e dure: Tèh, j’è sucedji, ‘n miracol: ‘l fioca d’stember e ‘nlora mi t’ dagh ‘n basin, a l’è tanta ch’a tlu dava nen…T’lu meriti, a t’ei na brava dona… Mi vagh sù ‘n’tl’a vigna a veghi j’uvi… e ‘l miracol.
Dall’aia prese giù per il sentiero che aveva percorso fin da quando aveva imparato a camminare e intanto volteggiava un mano sopra la testa per creare un turbine sopra di sé, come a giocare con la fioca che continuava a scendere, fina e leggera. Arrivato più in basso, guardò intorno, presso i primi filari della vigna, detta d’la nona Jeta, e vide che la fioca non si fermava a terra, non aveva ancora fatto strato. Si meravigliò un po’. Là pòe nen fè mal!… Custa l’è n’don d’l ciel: l’istà lè stacia sucia…’n poch d’fioca la pòe nen fè mal…
Parlava da solo e girolava per la vigna toccando qua e là i lucenti, gentili acini del grignolino, li carezzava, erano il suo bene, come Lodovina. Raccolse poi su un acino un pizzico di quella fioca e se la portò alle labbra. Notò che non era gelida, come si aspettava. Si ripetè, la pòe nen fè mal, l’è manca slàia!
Si fermò ad un tratto nel secondo filare per allacciarsi una stringa ché, nella fretta, l’aveva legata male, la scarpa. Quando tirò su la testa, da ‘ncuciunà che era, vide due ciabatte vecchie davanti agli occhi e sopra un grembiule color brigna. Dentro, una figura magra magra, ‘nlupaja in uno scialletto nero, con le mani infilate nelle maniche, andò su con gli occhi, quasi spaventato, e vide il volto asciutto, austero della Jeta.
Granda Jeta, cu ca fevi qui, voi? Sevi nen al campusanto, voi? – gli venne di dire, ché lui, a sua nonna, le aveva sempre dato del voi.
Son ‘mnia a veghi la mè vigna! Custa l’era la me dote, ca j’òe portaji a to grand, e vanta c’la vena a custodila, a uardela, a conservela…ogni tant! – sillabò la nonna, in risposta.
Francin si tirò su piano piano, sempre tenendo la vista incantata dentro la filura sottile degli occhi della granda Jeta, da cui appena trasparivano le pupille chiare, poi fece una mossa di spalle quasi a scuotersi un peso, quindi timido sussurrò, smjia che i’ani a siu nen pasà per voi, granda, sevi semp la midema…
La vecchia figura scura assentì col capo tre volte, fece un giro di sguardi e di gesti di mano sui filari, poi sfumata replicò, d’cò la vigna l’è semp la midema: a tei tnila ben, Francin, t’sei stacc brav! A tei facc ‘l to dover! Però vanta che adès at veni après a mi…
E ‘n uanda c’anduma, granda?, le chiese, perplesso e imbarlondito, Francin.
Abia nen a pau, o mè Francin, nduma mach da là, da l’atra banda! E lo prese decisa per il braccio, mentre lui barcollava come un bambino spaurito e procedettero accompagnandosi zoppicanti tra le zolle sconnesse del filare: Da l’atra banda…t’vegrai, l’tempesta nen, ‘l fa manca frech…
Quando la Lodovina si decise ad andare a cercare il Francin, ché chiamava chiamava da casa, dalla lobbia, e lui niente, manco una voce, si buttò giù per il sentiero con una certa ansia, quasi correva, l’andava sgagiaia c’mè ‘l vent.
Francin era seduto a terra sotto il noce, con la testa appoggiata al tronco, vicino al tròe, con la sigala smorta ‘ n boca, e gli occhi chiusi. Non c’era mica nessuna neve intorno, tutta terra asciutta, eppure suo marito c’aveva la fioca sui capelli, sulle spalle, sulle braje, sulle maniche della bloda, fin sulla sigala smorta.
Francin sembrava sorridesse.
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1991. La vecchia redazione del giornale La Sesia, vecchia vecchia, nella vecchia Vercelli (ora c’è altro): in queste stesse stanze (foto in basso), il giornale nacque, era il 1871. Veniva venduto a Vercelli e nel suo circondario, ma anche a Torino, nell’edicola di piazza Castello.
Ma restiamo nel 1991.
Ho 34 anni, sono il redattore sportivo, ma chiedo, perché mi va di farlo, di essere il responsabile anche dela pagina di cultura, e mi accontentano, e poi chiedo anche, e mi accontentano, di scrivere di politica. Mi piace questo mestiere, non conosco pause. La domenica, la sera, di notte.
Però nel 1991 decide di rimettermi a studiare. Ho abbandonato l’università, e mi spiace, soprattutto per i miei. In famiglia, ho quasi trenta cugini primi, c’è di tutto: ricchi e poveri, comunisti e non, ma nessun laureato (solo qualche cugino di secondo grado).
E comunque. Mi mancano tre esami e la tesi (che farò su Achille Giovanni Cagna) e quindi mi dedico solo allo sport e alla cultura, mentre di notte e nei giorni di riposo mi dedico allo studio.
I redattori son tutti più vecchi di me. Anche i tipografi sono tutti vicini ai sessanta. Più giovani di me ci sono la segretaria (che lavora ancora con me) e una tipografa, siciliana (anche lei lavora ancora con me, è una colonna del giornale).
Questa ragazza era proprio una sicula vecchio stampo.
Una volta mi passò accanto. Avevo il righello da 50 centimetri e, scherzosamente, glielo diedi nel sedere. Facendo finta di non essere stato io (roba da codice civile). Non mi parlò per 3,4, 5 mesi?
(Tempo fa ha avuto un incidente stradale. Ha chiamato in redazione, chiedendo di me. Mi mandi un giornalista oppure se puoi vieni tu?, sai adesso viene la polizia e non voglio chiamare i miei parenti siculi, mi ha detto).
A poco a poco cominciai a starle simpatico, sempre più sempre più. E prese un’insana abitudine: mettermi a posto la scrivania (lo fa ancora adesso).
Allora, torniamo al 1991. Lascio la redazione per un giorno, perché devo sostenere un esame (sociologia). Lei, approfittando della mia assenza, mette a posto la scrivania. Poi, il giorno dopo, sento che mi chiama. E con una polaroid scatta una fotografia. Il tavolo di lavoro senza di me. Il tavolo con me.
Raccontiaquattromani/5
Tutte cazzate
Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
Era una di quelle nuove macchinette giapponesi tutte curve, pulitissima ma con una lieve ammaccatura sul paraurti.
“Che cazzata i paraurti in tinta…” riuscì a realizzare prima di chiedersi chi – e dove – fosse il proprietario. Non c’era nessuno in giro per l’aia. Neanche sotto il portico o in giardino.
“Gente di città che viene a farsi una passeggiata o a raccogliere due more fregandosene della proprietà privata.” – Sentenziò mentre cercava la chiave giusta. Quando finalmente la trovò, si accorse che l’amaca in giardino stava dondolando lievemente.
Non tirava una bava d’aria.
Estrasse dalla tasca la piccola roncola che teneva sempre addosso quando stava nei campi.
Aprì la lama a serramanico, poi la porta. In corridoio, nessuno. Lo stesso nel tinello e in bagno. Si avvicinò lentamente alla prima camera, fece per aprire la porta: era chiusa a chiave.
Andò verso l’altra stanza da letto. Quando la vide, sdraiata su un fianco, si appoggiò allo stipite della porta per osservarla.
In casa regnava un silenzio innaturale eppure rassicurante.
Finalmente lei si girò.
“Ah, sei arrivato. Ho aspettato fuori, ma non arrivavi più. Poi mi sono ricordata di avere le chiavi… ero venuta qua apposta.”
“Solo per quello?”
“No, dai. Son passata a salutare. Di nuovo, di persona… più che altro.”
Si alzò da letto e andarono in cucina. Lei si sedette sull’unico divano, un residuato bellico dalle molle cigolanti e i cuscini di pietra che lui aveva sempre chiamato la tomana. Lei lo prendeva in giro ogni volta che sentiva quella storpiatura.
“Ti va un caffè?”
“L’ho già preso, non farlo solo per me.”
“Non lo faccio solo per te. Lo prendo anch’io.”
Mentre preparava il caffè parlarono del caldo estivo, del fatto che in compenso lì si dormiva bene. La radio, unica concessione alla modernità nella stanza, trasmetteva in sottofondo le informazioni sul traffico, snocciolando gli stessi nomi di posti da trent’anni a questa parte.
Quando il caffè venne su, andarono in giardino. Si sedettero sul dondolo, senza avvicinarsi troppo l’uno all’altra.
“Carina la macchina. Cosa pensi di farne, prossimamente?”
“É affittata. Sono riuscita a vendere la mia, ma in questi giorni mi serviva. Il noleggio non è caro…poi è comodissimo perché la si lascia proprio in aeroporto.”
“Allora hai deciso proprio?”
“Si. Ho deciso proprio.”
Le guardò le mani e non riuscì a reprimere un gemito di sconforto.
Lei sorrise, mostrando denti bianchissimi e perfetti. Piccole perle che una volta ridevano solo per lui e ora ridevano di lui. Si sentì improvvisamente solo e dimenticato, proprio come una vecchia tomana rivestita di chintz.
“Che succede, piangi?!”- chiese lei, scostandosi i capelli dal viso.
“Sei matta? Non piango mai, io. E se anche lo facessi…”
“…lo faresti solo per un grave motivo. Lo so. Ti conosco, sai?”
“Mh. Cazzate.”
Lei si irrigidì.
“Dico sempre cazzate, vero?”-si alzò dal dondolo, lasciando che una traccia di profumo lo schiaffeggiasse.
“Proprio non valgo niente, eh? Ti ho talmente deluso che fai lo stronzo anche prima di dirmi addio.”
Lui rimase immobile, di ghiaccio. I piedi puntati a terra, le scarpe sporche di orto e pomodori maturi e un imprevisto peso addosso, troppo grande per staccarsi dal tessuto sintetico che rivestiva il cuscino.
“Ok. Io vado. Ti chiamo quando arrivo, se t’interessa.”
“Resta.”
Lei si voltò di scatto e la luce da animale ferito che Ennio aveva visto mille volte comparve nei suoi occhi.
“Che cosa?”
“Rimani.” – rispose con gli occhi fissi al terreno -“Ti devo parlare.”
Lei esplose in una risata amara.
“Ne hai avuto di tempo per parlarmi, non credi?! Mi hai tormentato per anni e ora che finalmente ho deciso di andarmene e costruirmi una vita all’estero…ti metti a miagolare rimani?”
Ennio si mosse lentamente, le mani gli tremavano appena.
“Amelia, rimani. Devo chiederti scusa, prima di andarmene.”
Amelia deglutì: una sensazione di gelo cominciò a salirle verso la gola e sentì le gambe allontanarsi.
“Andartene dove?! IO me ne sto andando, cosa stai dicendo?!”
“Dai, che l’hai capito. Altrimenti perché vendere tutto e rintanarmi in campagna per fare questa vita?”
Lei strinse i denti. Non voleva capire.
“Non fare quella faccia. Lo sai che certe cose non si possono cambiare… Nanina, non fare così. Vieni a sederti.”
Amelia si risedette al suo fianco, tutto a un tratto mansueta.
Quando lui le disse “Andrà tutto bene, l’affronteremo” un buco nero inghiottì il suo cuore e una mano gelida le strinse le viscere.
“Ma da quando? E dove? E ti prego, dimmi perché non l’hai detto a nessuno!”- le lacrime le rigarono il volto portandosi giù il mascara.
Ennio sorrise: per qualche istante si lasciò invadere dai ricordi.
Amelia che canta sull’altalena appesa all’albicocco. Amelia che non torna a casa quella sera, la prima di tante. Amelia che si fa tatuare un angelo sul culo e si comporta come un demonio.
Amelia che dorme. La coperta fino agli occhi, perché ha paura del buio.
L’uomo per un attimo pensò di scorgerlo davvero il buio, ma una brezza fresca si levò e lo soffiò via: Amelia era ancora lì, seduta vicino al tronco di un albero. Proprio quella pianta di albicocche – tagliata perché ormai inutile – che tanto l’aveva sostenuta e che ora non avrebbe più potuto farlo.
La prese tra le braccia e iniziò a cullarla dolcemente, fino a sentire il battito di Amelia farsi un’unica cosa col suo.
“Non è questo, comunque, quello di cui ti volevo parlare.”
“C’è dell’altro?”
“Sì. Ti voglio bene, Nanina. Scusa, se te l’ho detto troppo poco.”
“Sono tutte cazzate, papà”.
Raccontiaquattromani/4
Amoretorico sessolingo
(Nei calzoni di un uomo)
«Il sesso senza amore è un’esperienza vuota,
ma tra le esperienze vuote è una delle migliori.»
Woody Allen
Una strada buia affollata solo di pensieri e qualche passante distratto.
Mi guardavo intorno. Stavo riscoprendo l’eccitazione di un gioco dismesso troppo presto. Più passa il tempo, più si diventa grandi, più ci si cala in una sciocca maturità che indurisce. Un involucro protettivo che fatalmente, prima o poi, si rompe.
Mi ero messo al riparo dalle insidie d’amore – come molti – dentro una plumbea sfera di gesti ripetitivi, di svuotanti incontri. Occasionali frequentazioni senza fantasia né smarrimenti e, spesso, senza neanche più un volto, un gesto, un sussulto, un guizzo sentimentale da ricordare.
Ma l’amore, l’amore che strappa i capelli e ti cambia la vita, No. Non più cercato, non più trovato. Gettato in uno scatolone della mia più impolverata memoria. .
Qui il gioco finisce: l’amore dei poeti non esiste. E’ un’invenzione letteraria enfatizzata, una metafora che ci piace costruire a nervi scoperti, da soli, e appassiona perché ci fa star male e si riduce, nonostante tutto, soluzione di tutto, ad essere esattamente quello che ci manca. Un desiderio assoluto di ciò che non hai e che probabilmente non potrai mai avere. E’ un’illusione che ti predispone a non pensare in termini reali e che sconfina nei fiabeschi territori dell’assurdo. Spazi non definiti, elastici, mutanti.
Ora mi chiedo: “Dove cazzo sto andando?”
L’ultima cosa che ricordo è il rumore della porta che sbatte. Nessun dramma, solo un mare di rimpianti.
Frugo nelle tasche e c’è soltanto la polvere di pochi spiccioli. Che ci faccio ora? Magari potrei affogare in qualche pub, in un polverone di fumo e solitudine, nell’attesa che una qualche disgraziata si avvicini proponendomi una notte di sesso senza amore.
Già, esiste il sesso senza l’amore? Una mia amica dice di no! Che bugiarda del cazzo! (Tiro su il bavero, fa freddo ed ho una istintiva paura del buio).
In verità è che non so se ha ragione lei e cosa voglio chiederle io. Forse magari di capire quello che io mi impegno a non comprendere. Vorrei fare solo del gran sesso senza dover lasciare nessun documento sentimentale in pegno. Ma poi, mi chiedo, l’idea di godermi una donna non è forse l’inizio dell’ipotesi che mi invaghisca di quel giocattolo? E’ giusto definire una donna un giocattolo? Una bambola gonfiabile? No, idea molle. Sulla scatola ci sarebbe scritto “Bambola dell’amore”, ma quale amore? Ipocrisia dell’uomo che commercia compromessi. Bambola del sesso, di lei sì, di una bambola non ti puoi innamorare. L’amore invece appartiene alle persone, e abita da qualche parte nella loro carne, nascondendosi bene e mescolandosi al profumo cerebrale dell’eros, con un’alchimia perfetta che rende ridicola ogni sintesi formulatoria. Non c’entra nulla il cuore. Con una bambola non fai sesso, se riesci a fartela bastare allora stai prendendo per il culo te stesso e stai svilendo, questa volta sì, la bellezza di una donna, ispirazione di poesia e di riti dionisiaci immaginati ma taciuti in omaggio a questo strano umano buon senso. La donna non è una bambola gonfiabile. Non è materia inerte, incerta, vacua e grottesca, non è un buco e basta. Semmai, volendo rimanere nei confini asettici di questa analisi, la donna è tutto ciò che c’è di magnetizzante intorno a quel buco.
La luna in cielo è pallida. Dovrebbe starsene a casa ogni tanto, ha una faccia stressata. Si fottano i poeti e si ispirino ad altre seghe che non quelle mentali.
La luna ha una sua dignità. Così tonda e intrigante. Mi ricorda una donna perfetta. La vedi li in cielo che t’illude, e poi sparisce, di giorno, quando i sogni sono coscienza effimera. La luna è sesso. Altro che amore. Tutti vorrebbero toccarle il culo. Mica per sposarla. Solo per una notte, per poi tornare da un’altra donna, vigliacchi, di giorno.
Mi sento solo per dio.
Dov’è una donna che mi prende per mano e che mi sdraia facendomi vergognare di non esser mai stato uomo?
Dici amica mia: “Niente sesso senza amore”
Non si può fare sesso con uno sconosciuto godendosi tout court l’esercizio? E se ci fosse empatia? Un amico lo si può scopare? Lo dico non in senso lato, mi chiedo se un amico può consolarti al punto di venire a letto con te, ma anche di inginocchiarsi per baciare il tuo umore più agitato.
E poi che rimane sul comodino? Un sorriso, un preservativo per domani? O peggio qualche frase detta tipo “non è successo niente”.
Cazzate!
Io vorrei una donna che esageri chiedendomi cose da farmi vergognare.
Una femmina che mi succhi l’anima dall’uccello, per poi riposarla sul comodino con un biglietto che mi dica “ci vediamo più tardi (forse)”.
Una che mi ascolti e mi dica mentendo che io sono un tipo giusto, non il tipo giusto.
Una che bussi da me nuda, che mi getti sul tappeto senza preoccuparsi se la porta dietro è chiusa, con una valanga di intenzioni becere, a travolgermi di umori, a possedermi fomentando e tirando fuori dalla mia psiche timida la bestia che sogno di essere e che ogni volta, quando il mio sogno diventa un incubo, non riesco più a liberare.
E tutto deve essere perfetto e cerimonioso, con un andamento ritmato dai colpi di bacino e musica di chitarra turgida su un tappeto armonioso d’archi, bestialità su armonia, quella di un corpo di donna che s’inarca gettando dietro capelli e passione, disegnando ombre diaboliche sul muro e incastonando sensazioni divine sul tuo sesso.
E se quella donna èun’amica? Allora l’amicizia si crepa. Mostra vene e pelle nuove, segni forse di un progetto immaturo di amore, o forse solo di un tradimento, oppure solo uno sfogo fisico alla volontà repressa (da sempre) di vivere egoisticamente.
Sesso senza amore. Forse hai ragione amica mia. Al solo pensiero mi viene duro. E poi però mi viene voglia di chiamarti per chiederti qualsiasi cosa.
Sesso e amore. Connubio incredibile. Non credo ci sia una risposta. Rimane solo una certezza. Ti farei mia e ti chiederei di raccontarmi le tue fantasie. Che son stufo di immaginare d’essere un uomo.
Nell’amore c’è sempre desiderio di possedere il corpo, di penetrare nelle viscere, di schizzare fino all’anima, di sentire il cervello pulsare al ritmo dei battiti del piacere. Nel sesso c’è sempre una briciola di follia che solo l’amore sa perdonare.
Ma io da cosa sto fuggendo?
Dove cazzo vado non lo so, stasera. Fa freddo fuori di questo cappotto. Io sono al riparo qui dentro, mani in tasca e mento basso, a giudizio della vita. Ho molti pensieri a farmi compagnia, la strada è lunga, ma è ben più dispersiva la strada della mia solitudine. Arrivo, prima o poi arrivo. Non so se ti incontrerò. Ma stasera vorrei tanto scopare. Un bel culo chiedo, niente più, e nessuna morale. Quella l’ho lasciata a casa.
Ché stasera voglio vivere. Al limite morire.
In una strada buia e affollata.
cartoline

Estate del 1985. Ho 29 anni, sono iscritto al terzo anno di Lettere a Torino e ho quasi voglia di piantarla lì. In tre anni di studio e di lavoro e di pendolarismo (Vercelli-Torino poi Torino Vercelli) ho dato 17 esami, ho la media del 29, ho, no, merda, non ho, avevo un bravo docente, si chiama Corrado Vivanti, che è amico pure di Le Goff, con cui dovevo laurearmi. L’hanno trasferito a Perugia, e io non so che fare. Volevo laurearmi con lui, volevo andare a lavorare all’Einaudi, volevo diventare uno storico. Bravo come lui.
Allora eccomi qua.
Sto provando a fare una cosa che non so dove mi porterà: il giornalista per una piccola testata, appena nata, che fa concorrenza alla testata storica di Vercelli, La Sesia.
C’è con me un fotografo, eppure lo sa che non mi piace essere fotografato.
E comunque: devo intervistare uno che è il presidente dei panettieri, che gli domanderò? Tra un po’ lo intervisto.
Ehi, fotografo, ma lo sai che quando ero piccolo, invece, mi piaceva farmi fotografare?
Qui ho due anni e tre, quattro mesi. Io, con mio padre e mia madre, son venuto a vivere a Vercelli. C’è la neve, qui. Mica mi ricordo se c’era la neve dove vivevo fino a qualche mese fa, a Cortona.

PS. Cercando vecchie foto che mi son fatto scannerizzare ho trovato due risposte negative all’invio di un manoscritto. Le ricordavo scostanti e negative, quelle risposte. Una invece mi suggerisce di rivedere parte del manoscritto, mi dice anche che ho talento (minchia), e poi di rispedire. Avevo rimosso. Avevo letto e pensato: l’ennesima bocciatura.
Raccontiaquattromani/3
Lo sguardo indifferente
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti.
Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate danzerebbero insieme in una sarabanda di luci e ombre. Detterei tempi e ritmi.
E, invece, catturo solo immagini.
Sono una ladra di primi piani. Giro per la città con la macchina fotografica appesa al collo e vado a caccia. Cammino. Incrocio occhi. Non abbasso mai lo sguardo.
Li fisso e li leggo. Li leggo dentro. Sono brava a farlo. Ho letto donne e uomini, vecchi e bambini, disperati ed entusiasti. Ho decifrato vite allo sbando e cuori asfissiati dalla gioia. Anime accartocciate. Pensieri guizzanti. Non tralascio nulla. Leggo tutto. E tutti. Bruciando di necessità.
Poi scatto. Senza chiedere permesso.
Quando raccolgo grumi di immagini, stampo e conservo. Ho un archivio di migliaia di foto, a casa. Facce sconosciute che mi fissano dal lucido della carta. Sguardi bidimensionali che mi tornano addosso scaricandomi la loro sorpresa, indignazione, rabbia. O totale indifferenza.
Adoro leggere l’indifferenza. Scambiarla – o fingere di scambiarla – per assenza di dolore.
La mia è una reazione ossimorica, lo so. Ma è così. Vado a caccia di sguardi indifferenti. Li catturo e li faccio miei. Mi nutro di essi… osservandoli.
Osservarla. Questo dovrebbe fare adesso. Osservarla.
Sollevare palpebre e respiro. Annuire leggermente. Sorriderle. Con indifferenza, certo. O forse, prima, ripetersi: è lei. Sono io. Mi ha riconosciuto.
Forse cercare uno specchio, un rimando veloce ovunque, ovunque. Basterebbe anche il riflesso di un finestrino. O il barbaglio di una pozzanghera tra l’asfalto incandescente di questa città.
Ma è dall’asfalto che scorge la sua figura. Un’increspatura che assedia e incalza. Nere le ciocche che il cappello lascia sfuggire. Nera l’ombra che intacca il viso. Nera la camicia, nero il cigolante sbatacchio delle chiavi sulla cintura che avvince i fianchi. Nera l’anima.
Nero, si dice, nero. E si insegue oltre l’ombratura del fango, oltre il catrame della strada, oltre le braci di uno specchio in pezzi dove il riflesso del giorno si incurva.
Perché è così che la luce si scompone quando non incrocia lo sguardo. Fingendo di vivere, mentre muore.
Fingo di vivere mentre catturo sguardi. Mi rispecchio in loro. Mi crogiolo nella vacuità di un battito di ciglia. C’è un solo sguardo che mi manca: quello dell’essere nero. Bramo quegli occhi. L’espressione vuota, le palpebre abbassate, il cappello riverso sulla fronte.
Dovrebbe guardarmi. Questo dovrebbe fare. Guardarmi.
E invece no: mi sfugge, scansa la luce del mio flash, affonda nel nero della sua indifferenza.
Aspetto.
So che arriverà il giorno in cui alzerà il viso. Mi riconoscerà. Ammetterà di esistere. Arriverà il giorno in cui gli dirò: ricordi? Ti ricordi di me? Sono io. La ladra di primi piani. Offrimi il volto. Concedimi la tua indifferenza.
E’ solo a un riflesso che può concedere la sua indifferenza. O a un guizzo, all’affioro di una lama di luce. Al morso di una vita che non si rivela, se non dietro uno schermo.
E allora cerca quel morso, l’essere nero. Cerca lo schermo. Ora, tra le strade ingiacigliate in una controra che appesta. Su pareti e murales scoloranti afa. Ora, adesso, subito. Nel momento in cui cerca,l’essere nero scopre un’urgenza. Una mancanza. Scopre di non avere tempo.
Quando la intravede, la macchina le pencola dal collo. Oscilla a destra e sinistra. Danza, la macchina, danza e scatta, scatta, scatta.
Prima di sparire, l’essere nero riesce a sorriderle almeno una volta.
Vorrei averlo per me almeno una volta, quel sorriso. Intabarrato in un’aura d’indifferenza. Vorrei incasellarlo in uno dei miei riquadri e morirci dentro. Perché tutto ciò che non è vita è morte. Tutto ciò che non è luce è buio.
Ora mi guarda da un riflesso inatteso, mi offre gli occhi. E io scatto. Scatto. Scatto. Senza chiedere permesso.
Ladra di sguardi. Saccheggiatrice di esistenze.
Sei mio, essere nero. Sei con me. Ho carpito la tua essenza. Mi nutro di essa. Sollevo la mia macchina digitale. In alto, come un trofeo.
Ora sono a casa. Scarico la foto sul computer. Avvio la stampa.
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti. Ma non sono regina. Sono una ladra. Sono una menzognera che non ha mai avuto il coraggio e la voglia di guardarsi in faccia.
La stampante partorisce la carta lucida. Raccolgo l’immagine. La guardo: una ragazza che punta l’obiettivo su di me. Sembra quasi parlarmi.
Ne sento la voce.
Sussurrata. Insinuante. Dice: ti ricordi? Ti ricordi di me? Sono io. La ladra di primi piani. Offrimi il volto. Concedimi la tua indifferenza.
E ti dirò chi sei.
una cosa importante, credo
Ieri sera, domenica, ero In Valsesia, a Varallo. (La Valsesia mi fa pensare, sempre, a Dino Campana: pazzo d’amore, che insegue in una terra che non conosce Sibilla Aleramo). C’era un concerto di Fiorella Mannoia (a suggello di una manifestazione seguitissima in valle, detta Alpàa). Penso che la Mannoia abbia più o meno la mia età, ho visto che è brava, e poi di lei so cose che mi ha raccontato il mio amico Pier Michelatti, bassista di De Andrè, certo, ma anche di altri, come Vecchioni, la De Sio, Vasco Rossi.
O che sarà che sarà…
Sarebbe bello che Pier mettesse nel suo sito L’ave Maria: si sentono solo il suo basso e la voce di De Andrè.
Mio padre è sul depresso. Dice che è strano l’orto, quest’anno. Ma non solo per il tempo. Dice mio padre che i pomodori, la scorsa settimana, sono stati “bruciati” in una notte.
Non l’avevo mai vista una cosa così, ha detto il mio vecchio, che di verde se ne intende.
Ho pensato, io: cosa succede nell’aria?
Oh che sarà che sarà…
Sto leggendo due buoni libri, poi ne dirò poi ne scriverò (da qualche parte).
Mangiacuore, di Francesca Bonafini (Fernandel) e Chiedi alle nuvole chi sono, di Giorgio Bona (Besa) (il quale Giorgio Bona partecipa al gioco).
Ora metto da parte i sei libri (due al giorno) che leggerò quando andrò in ferie, dopo la presentazione della donna che parlava con i morti, a Imperia.
Farò un giro in Provenza, andrò nella Marsiglia di Izzo, poi qualche giorno in Spagna. Niente Puglia, insomma, come avevo ipotizzato.
Ma proseguiamo coi racconti, ché a me il discorso ferie, a dire il vero, smarona sempre un po’. Mi sembra folle doverle programmare, le ferie. Che a me piacerebbe, potessi, dire: toh, ho 600 euro, che faccio vado due giorni a Parigi o tre in Sicilia? E non mi piace (più) guidare, e odio gli aerei e gli aeroporti (soprattutto quelli di Milano dove io, regolarmente, mi perdo e mi incavolo pure).
In Spagna, due anni fa, scrissi questa cosa qua. Una cosa importante, credo.
aggiornamento sui racconti
In giornata, al più tardi in serata, al più tardissimo in nottata posto il terzo racconto.
E domani il quarto.
Mi coordino, se posso, prima, con le due lettrici: Monia e Criscia, che stanno lavorando più di me a questa cosa qua.
Leggiamo e facciamo anche piccoli interventi, editing e correzione refusi.
Se a qualcuno non dovessero andare bene le nostre correzioni mi chieda, semplicemente, di essere escluso, ché a star dietro a tutti diventerei scemo.
Poi.
Ultima coppia partecipante, spero: lo scrittore Giorgio Bona con Maura Gangitano.
Si sono messi in contatto oggi.
Infine: io, come già detto, non partecipo. Eventualmente sto di riserva le caso qualcuno o qualcuna venga abbandonato dal socio. Ma preferirei star fuori (anche perché devo riscrivere Tamarri, che ho promesso a Francesco Giubilei, e devo cominciare a rileggere il mio ultimo romanzo, che uscirà a marzo 2009).
A proposito dei commenti.
Io non dirò nulla. Non sarebbe giusto: io e Monia e Criscia conosciamo gli autori.
A questo concorso partecipa gente che ha pubblicato, ma partecipa anche gente poco avvezza a scrivere (ho in mente una coppia, lei scrive cose, credo, lui no, mai fatto prima).
Infine.
L’ebook avrà un titolo, che decideremo io Monia e Criscia. E una copertina, da valutare.
Però sul titolo possiamo discutere.
E buon lunedì.


