libri, meglio semplici?

sono reduce dalla libreria.
ho preso due libri; uno da leggere, Nostra signora della solitudine (Marcella Serrano), e uno da rileggere, Il misantropo (Molière); stavo per comperare anche la Peste di Camus, guardandolo mi son detto, Mi ricordo niente, devo rileggerlo, sarà uno di quei libri che ho prestato, o perso.
Ho fatto bene a non prenderlo. Ce l’ho ancora: un’edizione Bompiani del 1976, 1200 lire.

In libreria guardo sempre se ci sono quegli autori italiani che, nella mia personale classifica, stanno tra i primi vento, trenta.
Bene, anzi male: nell più grande libreria della mia città non ho visto libri di Maggiani, né di Mari né di Tuena.
Se c’erano, erano in qualche anfratto. Io dopo due ore di ricerche non li ho trovati.

Nel vecchio blog, una volta Giulio Mozzi parlò di Grisham, e disse: alla gente piacciono libri così semplici?
Al salone del libro, l’anno passato, sentii che un editore parlava del Cacciatore di aquiloni. Vende, diceva, perché è semplice.

Il concetto di semplicità, si sa, è ballerino.
Se io sono abituato a fare addizioni dirò che è complessa anche una sottrazione, specie se ci sono i decimali.
Se io invece so fare i logaritmi (penso a un critico) quel che è semplice sarà banale.
La sensazione, ora, è che il mercato editoriale comunque rincorra libri semplici: nel linguaggio, nei contenuti e soprattutto nella struttura.
Colpa, soprattutto, di una televisione stupida. O forse no. La televisione, dal 2000, io non la guardo più. E quindi parlo per sentito dire. O per le impressioni di un attimo, quando la vedo accesa dai miei vecchi.

Non so, mi piacerebbe che sul mercato editoriale si dicesse qualcosa di profondo (non le solite banalità).
Io, sinceramente, ci capisco poco. Certo, i libri semplici son quelli che vendono di più e piacciono tanto a tanti librai ed editori.
Ma Saramago?
Saramago, se non sbaglio, vende: e semplice non è.

Comunque.
Devo cercare bene nella mia posta elettronica, ma ho ricevuto i dati sulla situazione del mercato editoriale del 2008.
A memoria ricordo questo: che le cose sono andate meglio, rispetto al 2007.
Che aumentano le vendite on line.

Buona domenica

Incipit di cui non si sa: ce n’è uno nuovo, oggi.
Di Morena Fanti.
Chi volesse mandarne mi contatti per posta elettronica.

pagine bastarde

L’ho visto per un attimo, indeciso se salutarlo.
Vive in alta montagna ora, non torna quasi più.
Lo capisco, non puoi tornare ed evitare sguardi per la vergogna.

Ha la mia età. La moglie è un po’ più giovane di noi.
La ex moglie. Che era molto, molto bella. Lo è ancora, lei gira, si fa vedere, non ha vergogne, ma è in sovrappeso.

Fece un grande sbaglio, lui.
Quando trovò, nell’ufficio della moglie, il diario di lei, fece male a raccontare a tutti cosa aveva letto.
Non era nemmeno un diario.
Non amo più mio marito e sono innamorata di…
Macché, non c’erano sentimenti. C’erano scene a luci rosse. Ed erano, ognuna di quelle frasi e di quelle pagine e di quelle scene, una coltellata, per lui.
Ho provato cose mai provate…
Oggi l’abbiamo fatto…
Ho visto le stelle…

In quelle pagine, lei, raccontava i suoi incontri con l’altro, descrivendo cosa aveva provato, la passione travolgente, insomma, le scopate che non aveva mai fatto con suo marito, così privo di fantasia e, forse, di virilità.
Son cose che succedono da sempre, si sa, ma l’errore, il grande errore, fu che lui disse e raccontò cosa aveva letto in giro, ad alcuni.
Il passaparola, poi, amplifica a dismisura.
Qualcuno disse che lui è un povero impotente e lei una puttana o una ninfomane, a scelta, anche per le definzioni viene il tempo dei saldi e delle offerte speciali.
E poi quell’amante. No, non era un amico suo, ma era comunque una persona in vista, diventata importante.
E una donna che cede alle lusinghe di uno importante che donna è, si sarà detto lui, che si sua moglie, così sembrava, era innamoratissimo?

Così è scappato, lui, con il ricordo di quelle pagine bastarde.
Non solo: con una maledizione di famiglia.
Da piccolo, sua madre era fuggita con un uomo giovane, perché il marito, più vecchio di lei di vent’anni, dissero le voci che per dire si piazzano sotto le lenzuola, non era in grado di soddisfarla.

(E questa cosa qua mi è venuta in mente leggendo un blog. Meglio: leggendo una blogger. Che fa capire di essere stata abbandonata dal marito, ché oggi, accidenti a berlusconi e mediaset, è tempo di veline, e le brave mogli, invecchiando, complice magari il viagra, non son più di moda).

La solita storia, insomma.
Le solite storie. Vecchioni ci fece una canzone (che fu anche interpretata da Tenco): Povero ragazzo, sapessi come trema la tua donna, povero ragazzo, qui tra le mia braccia,….
Niente di nuovo sotto la neve.
E buona domenica.

E grazie a Enrico Gregori.

Impegnamoci: appello di pace di Moni Ovadia e Alì Rashid

Copio e incollo (e ho aderito). Ringrazio Filippo Tuena della segnalazione.

“Impegnamoci”
di Moni Ovadia, intellettuale ebreo e Ali Rashid, già Primo Segretario della delegazione palestinese in Italia – (Per aderire usate la mail in calce a questo testo)

“Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l’umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione. Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l’agire. Così crescono l’odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l’invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo. Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant’anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po’ di rancore in più e di certezza del diritto in meno.”

“Noi sappiamo che l’occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l’uso della forza delle armi, ma attraverso l’adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l’avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell’altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione. Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all’assassinio premeditato, all’annichilimento dell’altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po’ di fiducia reciproca in primo luogo. Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo passaggio fra l’Europa e la Palestina agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità. L’esito è stato l’incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando – come ebbe a definirla Nelson Mandela – “la questione morale del nostro tempo”.

“Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi. Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall’annichilimento dell’avversario.”

“Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «…quello che è in gioco a Gaza è l’ etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l’ arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l’ entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la “Mezzaluna fertile” del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina”.

Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia:
– l’immediato cessate il fuoco e non la beffa delle tre ore;
– la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette;
– l’intervento di una forza di pace internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del ’67;
– l’avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell’ambito di un processo che possa garantire nell’immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina;
– la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che liberi la sua causa dalle strumentalizzazioni per fini propri che hanno caratterizzato la condotta di alcuni gruppi negli ultimi anni;
– l’adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto.

“Non di meno, in un contesto dove l’interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che – attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste – si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare.”

“In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l’Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.”

Per aderire scrivere a: paceinpalestina@gmail.com

Inverno. E preghiera in gennaio

ci sono la vita e la speranza

rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate

c’è l’angoscia di morte

dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

E’, tra le canzoni di De Andrè, quella che reggo meno. Mi ricorda lunghi pomeriggi di neve o nebbia, con mia madre. Lei che stira, o fa la maglia, e intanto mi dice che devo studiare e che non posso uscire perché prendo sempre note o brutti voti (andavo benissimo solo di storia, infatti). Era una madre sentinella, la mia cara mamma. Però mi concedeva un’ora di pausa (poi avrei continuato a fingere di studiare fino all’ora di cena): o la tv dei ragazzi, oppure un disco, mangiando magari pane e olio, o la Nutella, due tre volte l’anno. Spesso, ascoltavo De Andrè; mia madre preferiva Orietta Berti, ma non le spiaceva ascoltarlo.

Inverno e poi gennaio.
Ecco, questa invece, nella mia personale hit parade, la metto, di sicuro tra le prime dieci di De Andrè. Certo, tristissima anche questa, ma era anche un doveroso omaggio a Tenco.

Mario, l’ebreo

Domani conosco Mario.
Mario ha ottant’anni, Mario è un lettore del mio giornale, Mario ogni tanto scrive.
Contro il Papa, contro Berlusconi, contro chi inquina.
Oppure s’indigna: per le morti sul lavoro.
O prende posizione, netta: contro chi vuol negare i valori della Resistenza.
Il padre di Mario era un socialista, e lui, Mario, si rammenta, e lo scrive, dei giorni bui della sua infanzia: interrogatori, minacce, povertà.
Chi non prendeva la tessera, e il padre di Mario non la prese, viveva male. E nella paura.
Mario, insomma, sa cos’è il coraggio.
E quando mi scrive precisa sempre: spero di poter continuare a dire, in libertà.
Non vi ho detto una cosa di Mario: sua madre era ebrea, e Mario, quindi, si sente ebreo.
Mi ha scritto una lettera, oggi. Lui, che è di sinistra, è indignato con la sinistra: perché, dice Mario, anche i bambini israeliani uccisi dai razzi sono dei bambini.
Dice anche, Mario, che i bambini palestinesi vengono usati come scudi.
E che, invece, quelli ebrei non vengono mai usati come bombe viventi.
Dice comunque in libertà, come è giusto che sia.
Domani parleremo: di quanto è difficile, soprattutto a distanza, sapere.

Segnalazioni

– Pendiamo tutti dalle labbra di chi ci informa. Ma forse l’informazione è davvero troppo lontana: provate a leggere, insomma (grazie Arial, da cui ho attinto).

– No ai signori della guerra, dice Luca De Biase.

da Historica a un po’ di cose nevose

… voglia di scommettere su giovani autori ma anche su scrittori già affermati nel panorama editoriale.
Siamo totalmente contrari all’editoria a pagamento, agli “editori” che speculano sui propri autori millantando chissà quali servizi .

mi avvalgo della collaborazione di due consulenti editoriali per la collana “Short Cuts”. Per la collana di narrativa invece compio una prima scrematura dei testi da solo poi mi consulto con alcuni collaboratori e con l’editor.
Chiunque fosse interessato a pubblicare un libro per Historica-Il Foglio letterario può scriverci (non inviarci il manoscritto in allegato) a info@historicaweb.com


Non sono d’accordo nel dire che Remo Bassini non è un scrittore con spirito underground.
Un autore già affermato che pubblica per un editore importante come Newton Compton e decide di pubblicare un libro per una nuova e piccola realtà editoriale, ha uno spirito underground.
Prendiamo Morozzi, pubblica per Guanda, ha avuto un gran successo e venduto moltissimo, però continua ad inviare gratuitamente i suoi racconti a decine di riviste letterarie underground.
Come si fa a dire che questi autori non hanno spirito underground?

Senza internet non avrei potuto realizzare il progetto di Historica e non avrei potuto confrontarmi con tante persone e professionisti.
A volte però penso al tempo che perdiamo online e che potremmo dedicare a quello che Bianciardi chiamava “Il lavoro culturale”: la lettura, lo studio, la scrittura. Tempo che potremmo anche dedicare agli amici, allo sport, alla vita sociale. E´ un argomento complesso che richiederebbe maggiore approfondimento, ma non è questa la sede adatta.
In definitiva il mio rapporto con internet è un rapporto di amore-odio.

estratti da un’intervista che Francesco Giubilei, che ha appena compiuto 17 anni, ha rilasciato a Morena Fanti sul blog collettivo Viadellebelledonne.

Poi.

– Sulla striscia di Gaza vi consiglio la lettura di questo blog: di pace; segnalato altre volte.
– Un post, poi, dal titolo che dice già molto: Israeliani contro l’intervento (ma è anche un titolo di speranza)
– Quando venne la neve
la neve portò bianchi glicini…
(il primo post di Zena, comprensivo di auguri)

E buona giornata
con una foto, scattata dalla nipote di una lettrice del blog e che lavora con me (grazie Maria Rosa, grazie Valentina).
Con il mio cane Barone (nella foto è quello dietro), soprattutto d’estate, passavo sempre di lì per delle lunghe passeggiate al fiume Sesia.

fiume

la nevicata del ’90 (e del ’56)

succede di ricordare un’immagine, precisa, che dura un attimo, soprattutto se quell’immagine è parte, anche, di uno stato d’animo, pure lui preciso.
un sabato sera dell’inverno del 1990.
sono in ritardo, dovrò studiare fino all’alba, sono solo in casa.
no, solo solo no: c’è Lilli, la gatta.
mi preparo una caffettiera da tre, poi con la tazza fumante mi piazzo davanti a una pila di libri.
ho fretta, tanta fretta: due di quei libri li devo leggere come un pazzo tra quella notte e il giorno dopo, domenica, ché lunedì ho l’esame di storia moderna.
bevo un sorso di caffè, mi accendo una sigaretta, guardo la finestra, fuori, fuori dove vorrei essere, anche solo a camminare (sono giorni che finisco di lavorare e mi metto a studiare, non faccio altro).
e guardo verso la finestra, che è l’unica pausa che ogni tanti mi consento: quando la spalanco e respirando a pieni polmoni guardo strada, lampioni, finestre e alberi.
però in quel momento mi accorgo che sta nevicando e, come uno scemo, mi accorgo anche che sto sorridendo, cristo sorrido alla neve, ma mi sento un po’ meglio perché quella neve m’infonde calma.
(fortuna che allora le previsioni del tempo le toppavano sempre; e la neve era una sorpresa).
buona giornata

la neve: e una bella canzone

Tecla

Una volta sentii che diceva
se la gente compra i libri al supermercato va bene lo stesso, l’importante è che legga.
Una frase, questa, che non è certo da libraio; oppure sì, da libraio che sa come sta andando il mondo, ne prende atto, si adegua.
Lei, Tecla Dozio, si è adeguata attorniandosi di libri e di autori: c’era sempre e c’è sempre la coda per una presentazione alla libreria del giallo, a Milano.
Fois, Colaprico, Lucarelli… i nuovi giallisti.
Fu Elisabetta Bucciarelli a farmela conoscere, tre anni fa.
Parlammo di Izzo, la prima volta, e vidi che lei ne parlava con ammirazione; anche con dolcezza.
Per motivi di tempo (e di orario) ho frequentato poco la libreria del giallo, in questi anni. Ma sono stato socio, e quando ho potuto son sempre andato.
Perché Tecla è speciale.
E’ schietta, diretta. Da lei non ci sono i complimenti in offerta speciale per gli autori, anzi.

La signora del giallo, comunque, ha deciso: chiude.
Addio libreria del giallo, quindi.
Leggete quel che ha scritto Tecla, sul suo sito.
Leggete qua.

tecla2

Prima che uscisse La donna che parlava con i morti parlai con lei e lei mi diede dei consigli, preziosi: sul titolo (guarda che ha ragione la redazione della Newton, è meglio “con i morti” che “coi morti”) e sul formato (insisti con la Newton Compton e dì loro che un formato troppo grande non piace ai librai).

Poi il libro uscì e a fine dicembre 2007 lo presentai da Tecla; c’erano una quarantina di persone, c’era Elisabetta Bucciarelli che mi intervistava, c’era il solito bel clima che si respira da Tecla.
Dovrei dire che si respirava, ma spero che Tecla tenga duro.
Oppure no: che chiuda ma che riapra o che rispunti con qualcos’altro.

Buon lunedì

… e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte

un pomeriggio d’estate, avrò avuto quindici anni,  ero in oratorio.
gioco a ping pong e poi cerco la bicicletta.
niente.
a un certo punto vedo che tre ragazzi più grandi di me, sui diciotto vent’anni, mentre stanno giocando a carte ridacchiano.
alla fine uno di loro mi indica il cesso (alla turca).
apro, e vedo la bicicletta incastrata dentro, con una ruota in alto.
finì a schifio: anche se erano in tre e più grandi di me feci a botte e, naturalmente, ne buscai tante ma ne diedi anche.
sono cresciuto in mezzo alla strada, nella vercelli operaia, che ri -chiamava terun e veneti e sardi e qualche toscano, prendendo botte e imparando a darne, anche.
e in oratorio, oppure nel quartiere dove vivevo, si fronteggiavano da un lato i ragazzi dei condomini, dall’altro quelli delle case a ringhiera, senza servizi.
bellini e pulitini i primi, sempre pronti a menar le mani i secondi.
io stavo in mezzo: né di qua né di là.
(i tre con cui feci a botte in oratorio erano “pulitini; due anni dopo feci a botte sempre da solo contro tre fratelli che vivevano nelle case a ringhiera; ci pestammo a sangue, e quella, tanto per me quanto per uno di loro con cui a volte prendo il caffè al mattino al bar, quella dicevo fu l’ultima volta).

anni dopo, lavoro in fabbrica e, contemporaneamente, frequento l’università.
bene, mi sentivo tanto studente mentre facevo le mie otto ore di lavoro e mi sentivo tanto operaio quando seguivo le lezioni a Lettere.

sono nato a Cortona, ci torno spesso a Cortona, le mie radici sono qui (e mentre sto scrivendo sono, è l’ultima notte, in un albergo di Cortona; in un altro, tre anni fa, finii di scrivere Lo scommettitore).

Quando però sono a Cortona mi sento molto poco toscano, così come quando sono in Piemonte non mi sento un piemontese.
Tant’è che non parlo il dialetto piemontese né parlo, ovvio, in cortonese.
E non so dire se questo tenermi lontano da tutto sia proprio un bene.
Mai in vita mia che io abbia legato con qualche gruppo, associazione, partito.
Da ragazzo, certo, ero di sinistra. Gli altri portavano l’eskimo, io un impermeabile bianco.
E ho partecipato pure a qualche manifestazione: ma in disparte, sempre.
E così sia.

(Forse un’eccezione c’è: allo stadio, quando vad a vedere la Fiorentina. Ma nessuno, mai, mi vedrà scandire un coro; mi limito agli applausi).

e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte: se non sbaglio dice così, più o meno, una bella canzoni di de gregori

Poi.
– Su Letteratitudine prosegue la recensione incrociata tra i nuovi libri di Francesco Di Domenico ed Enrico Gregori.


– E’ uscito il libro di Simona Lo Iacono, “Tu non dici parole”; qui, una bella recensione.

– Infine: chiedo scusa a tutti quelli a cui non ho risposto o ho risposto in ritardo tanto su gmail quanto su face: ma ho avuto problemi con la connessione.
e buona domenica
(la mia sarà in auto)

bene bene cento al giorno

La salita che dal camposanto di Cortona, che è fuori dalle mura, va a Cortona è ripida, ma fra Fedele, che negli anni Cinquanta avrà avuto cinquant’anni, la percorreva con facilità, c’era abituato insomma, aveva gambe e polmoni.
Aveva anche una linguaccia fra Fedele, comunque.
E quel giorno, vide, mentre saliva, che in direzione contraria, da Cortona al camposanto, scendeva appunto un corteo funebre, ma senza prete, e senza avemmaria.
Solo una bandiera rossa, davanti.
Era morto un comunista e fra Fedele, frate questuante, si mise un po’ da parte, sul ciglio della strada, pur restando in sella alla bicicletta.
Anche nel corteo funebre c’era una linguaccia che, appena vide fra Fedele, disse:
O frate qui caschi male che un ci son soldi.
Fra Fedele, i comunisti, lo odiavano due volte: perché era un frate e perché le loro mogli i soldi glieli davano, invece.
Fra Fedele non poteva restar muto, e replicò:
Bene, bene, cento al giorno.

Era anche un frate previdente, fra Fedele.
Appena detta la frase cominciò a pedalare, veloce, verso Cortona, poi la pedalata si trasmormò in scatto, sembrava Bartali, perché quelli del corteo, invece di proseguire, s’erano messi a correrere per pigliarlo a botte, al frataccio che augurava la morte ai comunisti.
Ma aveva gambe e polmoni, fra Fedele, e non lo raggiunsero.

Era un personaggio noto fra Fedele, nel cortonese, negli anni cinquanta.
I vecchi, quelli che hanno l’età di mio padre, si rammentano bene quando… prese moglie.

la chiesa c’è, ma non c’è più

marzo 2006, sul vecchio blog scrissi questa cosa qua.

Misteri

una chiesa piccina. di un paesino. avvengono cose strane, lì.
un prete, alla fine della messa, impone le mani. e la gente cade per terra, dolcemente, andando in estasi.
dicono che ci siano state guarigioni. l’arcidiocesi, ogni tanto, manda degli emissari a controllare: quella chiesa è sempre più sovraffollata.
ci vado, e io, agnostico- curioso, sono davanti a quel prete, tra tanti.
cadono quasi tutti a terra: alle spalle ci sono quelli che sono adibiti a sorreggerti quando vai giù, all’indietro, in una sorta di caduta al rallenty.
impone le mani anche su di me, quel prete.
avrà sessant’anni, ha una bella faccia.
non cerca pubblicità.
io non cado all’indietro. penso: sarà suggestione: tanto gli svenimenti quanto le guarigioni.
una madre si avvicina al prete con un bimbo un fasce, che è sveglio.
il prete impone le mani.
e il capo del bimbo va giù, all’indietro, in estasi…

(marzo 2006)

Allora, ci sono tornato altre due volte nella chiesa dei misteri, che è la chiesa di Sant’Angelo, località a due passi  da Cortona.
sembrava, assistendo alla messa, di tornare indietro nel tempo, ad una devozione forte, misteriosa, che affonda le sue radici nella superstizione.
e la superstizione funziona, certo: suggestionando.
Ma quel bimbo che cade in estasi?, mi son sempre hiesto.
il prete di quella chiesa scrisse un libro, ci sono nomi e cognomi, esperienze.
controlli severi della diocesi di Arezzo, che mandava esorcisti a controllare, che impediva l’accesso in chiesa ad alcuni “carismatici”.
comunque: ieri mattina sono tornato lì.
il prete non c’è più e la statua di san Michele Arcangelo è stata spostata, in fondo alla chiesa.
e non c’è più traccia di quella chiesa dei misteri.
quando scrissi quel post volli scrivere poco.
il racconto sarebbe molto più lungo.
lo farò, poi, raccontando, appunto, quello che ho visto.