esterofilia?

In coda a un mio post (battute, gatti e libri), Sabrina Manca (italiana che vive in Francia) fa una considerazione sul prezzo dei libri: in Francia, dice Sabrina, pochi mesi dopo l’uscita di una novità esce anche l’edizione tascabile, ergo: i libri in Francia costano di meno.

Non so come mai.
Io so questo. Che quando scelsi di pubblicare con la Newton feci anche una scelta ideologica, sul prezzo: ché i libri della Newton sono economici (9,90 La Donna che parlava con i morti; se si compra al supermercato, poi, c’è uno sconto del 15 per cento).
Stavolta nessuno mi ha detto, Non ti ho comprato perché i libri costano troppo. In passato sì. In passato mi scrisse un disoccupato napoletano e mi scrissero anche dei ragazzi, dipendenti di cooperative. Per chi prende meno di 1000 euro al mese un libro costa troppo.

Ma torno per un attimo al post.
Dove ho scritto che vedendo una libreria d Narbonne, la più grande e la più centrale, ho avuto l’impressione di tanti autori francesi pubblicati e pochi italiani e (questo non l’avevo scritto ) pochi stranieri. Pochi “non francesi” insomma.
Spiego quel “pochi”. Per pochi intendo pochi rispetto all’Italia.
Ma forse ero condizionato, chissà.
Da questo. Allora. Io per pochi mese ho avuto un’agente letterario. Brava persona, capace, esperta. Poi le nostre strade si son divise, cose che capitano nell’editoria.
Quella signora mi disse che lei aveva anche scrittori francesi e tedeschi e non aveva difficoltà a farli tradurre in Italia; le difficoltà, mi disse, le trovo nel far tradurre gli italiani in tutta europa, perché i francesi preferiscono leggere i francesi e i tedeschi i tedeschi.
Questa cosa, aggiungo, oltre a dirla a me la disse al Salone del libro di Torino, in un’intervista.
Credo che anche questo aspetto (e sottolineo il credo: che è dubitativo) condizioni le scelte degli editori italiani quando si tratta di pubblicare degli esordienti.

E buona giornata

ancora

Ripeto.
I racconti vanno inviati a raccontiaquattromani@gmail.com
le battute devono essere all’incirca 5500
insieme al racconto ho bisogno di:
– titolo
– due note sugli autori
– una breve descrizione sul metodo usato.
grazie
(e chi mi ha mandato un racconto ma senza note biografiche o procedura utilizzata per favore rimandi, preferibilmente in un unico documento).

Raccontiaquattromani/22

La rotonde

Una pennellata dopo l’altra.
Gli occhi giallo febbre. Intenti. Come se avesse davanti un piatto di brodo e dovesse difenderlo da una torma d’affamati.
Scosta dalla fronte aggrottata un ciuffo di capelli con gesto delicato e automatico. E noncurante. Quel gesto lo sporca di colore ma continua il suo lavoro.

Su una poltroncina, un lenzuolo a coprire les nudités.
Bella.
Carne sensuale, erotismo di occhi marrone terra calda del Sud, seni tondi, capelli d’indefinita tinta, ambrati al sole che penetra dal lucernario.
Immobile, impassibili le ciglia.
No, ecco, alza un braccio e lo poggia sulla spalla. Scivola il lenzuolo. La stoffa carezza la pelle scopre un seno ricade tra le cosce.
Impercettibilmente inclina il capo. Intenzionalmente. Vuole mostrare il collo delicato, lungo, sottile, che dà profondità alla simmetria del volto morbido che tante volte ha visto posarsi addosso mani desiderose ed eccitate, e labbra bagnate dalla voglia anche di un solo contatto.

Quel giorno su Boulevard Saint-Michel fu proprio quel viso a colpirlo, un viso stanco segnato da clienti insoddisfatti, e da una notte gelida che l’inverno parigino accentua e da cui lo scialle che tiene sulle spalle non protegge abbastanza.
Seppure estenuate, le sue movenze non perdono fascino e sensualità. Le anche ondeggiano, scampanella il vestito blu che imbriglia a stento le forme sul punto di straboccare dal bustino che appena le trattiene.
Un passo dopo l’altro e arriva a La Rotonde, un bistrot che ospita i migliori artisti del quartiere, ma anche vagabondi e perditempo. In fondo è quasi la stessa cosa, no? Ma è questo il lavoro che le offre un pasto caldo al giorno, sì, perché Céleste mangia solo quando e perché si offre agli uomini che cercano un po’ di compagnia, e canta e balla per divertire il pubblico, e si diverte o finge di farlo – anche a loro capita lo stesso? Troppe domande oggi – e… qual è la specialité du jour? Richard le rifilerà il solito manzo stufato.

Origini italiane forse, forse la madre, una ragazzina tutta pancia e ossa, dalla Sicilia cercò fortuna all’estero, le avevano parlato di una grande città, un nome solo un nome ma le sembrava grande solo a pronunciarlo. Parigi. Strana gente accoglie Parigi e forse in questa città c’era, un posticino per una come lei. Ma chi vuole se la crea, la fortuna. Si cerca la fortuna, è una puttana la fortuna ma non ti viene incontro sbattendoti in faccia le tette come fanno le puttane come fece sua madre e come fa pure lei, Céleste. Un po’ d’amore dis francs, meglio che au cinéma, qui tocchi ed è vero quello che vedi.
Céleste, ou la belle italienne, luminosa la carnagione, oscura di paternità di passato di destino.

Quel giorno, a spettacolo finito, pochi clienti annoiati assonnati abbuiati d’assenzio. Si arrampica su uno sgabello, davanti un piatto di stufato fumante e un bicchiere di rosso del Midi che le tinge le guance già sfregiate dal belletto scadente che le regala Richard.
Una cucchiaiata dopo l’altra, trangugia la brodaglia in silenzio, senza fretta.
La porta de La Rotonde – oh, perché Richard non ci passa un po’ d’olio? Sembra una porta da bordello di provincia – si spalanca. Entrano una folata di vento e la grossa risata di un uomo che bercia un altisonante Bonjour.
Lo riconosce, ne ha sentito parlare, pare sia un pittore promettente mais oui oui perseguitato dalla malasorte, la solita storia il solito imbianchino morto di fame. Eppure si vocifera che la sua vita sregolata – un lunario di alcool, oppio e donne, di un mal di petto che lo tormenta e ad ogni colpo di tosse lo strattona verso la morte – non lo strappi comunque alla ricerca di perfezione, a creazioni insolite. Sorprendenti.
Céleste continua, una cucchiaiata dopo l’altra. Niente la sorprende, a La Rotonde.
Il manzo raffredda.

Encore, Dedé, je t’aime Dedé…
Oui, Dedé, mon amour…
Encore…
Pomeriggi di sole di colore sulla tela sulla pelle sul divano. La modella il pittore il pittore la modella il quadro il divano pennelli colombi sul lucernario troppo tardi per dipingere baise moi non è ancora notte

L’ha lasciata Dedé.
Altri corpi, stesso divano per nuovi quadri.
Me lo sentivo, nelle ossa me lo sentivo, l’ho capito quando ha preso il pennello per firmare il quadro, dieci lettere, piccole, pure io so leggere e scrivere un poco, Dedé non lo scrivere Dedé, non…
Lo sapevo, lo sapevo, sei una stupida puttana, questo sei, e dire che per te pure le botte di Richard mi sono presa, e ora dovrò pure strisciargli davanti perché mi riprenda in quel foutu bistrot
Modigliani è morto.
Il mal di petto se l’è portato.
Ha lasciato quei quadri bislacchi di femmine cigno a collo lungo e puttane affamate in cerca di un nuovo pittore a cui allargare le cosce.

Céleste continua, una cucchiaiata dopo l’altra. Niente la sorprende, a La Rotonde.
Il manzo raffredda.

battute, gatti e libri

Numero di battute (in eccesso, poi basta per favore eh).
Avevo scritto 5500 battute, ma avevo scritto anche che avrei accettato racconti con 100 o 200 battute in più. E ho portato avanti il tutto senza pensarci: davo per scontato che i racconti avessero quelle dimensioni.
Poi una sera ne prendo uno che mi sembra lungo e verifico: son mille in più.
Poi faccio un’altra cosa: in dieci minuti, ripeto dieci minuti, taglio avverbi, aggettivi, frasi che possono essere tagliate. Guardo le battute: non sono 5500, ma se ricomincio so che in dieci minuti ulteriori di potatura ce la posso fare. E penso anche che il racconto sta diventando più leggibile (parere mio, certo).
Guardo altri racconti: qualcuno c’è stato nelle 5500, qualcuno no.
Qualcuno (come la mia amica Lucia Marchitto) ha pensato spazi esclusi, altri, suppongo io, magari sono andati a occhio.
Così penso.
Potrei lavorarci io, oppure rispedire a chi ha sfondato e farmeli rispedire: però mi chiedo: che male ho fatto?
Dal momento che di escludere non mi andava, decido di lasciare così, indicando però il numero delle battute.
Certo che mi spiace, poi, quando leggo che Sabrina Manca ha chiesto al suo socio di stare entro il tetto previsto. La capisco. E ho capito il suo sfogo.
Ma tutto il gran casino che ne è derivato poi, no. Perché – ripeto – bastava un mio supplemento di lavoro, e nessuno – ripeto nessuno – avrebbe potuto dir niente, dal momento che l’editing è ed era previsto.
Spero d’essermi spiegato.
Concludo dicendo che Enrico Gregori ha scritto: a me non disturba (e lui è stato dentro le 5500) ma se qualcuno quando si vota vuol penalizzare chi ha sfondato io lo posso anche capire.

Alla ricerca del mio gatto scomparso mi son fatto una cultura di gatti e gattare.
Perché mi son rivolto alle gattare della mia città.
Una mi ha rimproverato. Mi fa. Se i gatti li si lascia liberi prima o poi non tornano.
Sono stato zitto.
Ma non sono d’accordo. Se il mio gatto ha fatto una brutta fine posso consolarmi, pensando che ha avuto una casa ma è stato anche libero di scorazzare, combattere, cercare femmine.
Se io fossi nato gatto avrei voluto così.

Mercoledì a Imperia sono stato intervistato prima da Radio Rai, per i notiziari regionali, poi dai Rai Tre Liguria. Hanno ripreso anche parte della mia presentazione. MI hanno chiesto, sia radio che tv, del mio prossimo libro.
L’ho spiegato in un minuto, poi ho detto anche il titolo.
Bastardo posto.
Qui non l’avevo mai scritto. Qui avevo solo scritto che è il titolo più corto, scelto per un mio romanzo.
Durante la presentazione ho detto, tra le altre cose, che le televisioni di Berlusconi ci hanno rincoglionito, e rincoglioniscono, e quindi influiscono anche sui gusti dei lettori e sull’editoria. E era vado a spiegare perché, ora, ho scritto questa cosa.

Le mie ferie son durate due giorni, fino a oggi. Imperia, ospite di Marino Magliani per la presentazione del libro, e poi – per poco più di un giorno – Narbonne, in Lingua d’oca.
Dove vado, vado sempre a vedere le librerie.
Propro nella piazza centrale di Narbonne ce n’è una, imponente, grande, ben fornita.
Mi son detto: voglio vedere chi sono gli italiani tradotti.
In mezzo a tante e tante Vargas (che sarà brava ma per me è anche sopravvalutata: meglio Mankell) non vedevo italiani. Nessun Manfredi (che in Spagna avevo trovato dappertutto), Camilleri, Lucarelli. Dopo venti minuti vedo il primo, evviva.
Moccia.
L’unico italiano ben visibile, ben distribuito, insomma.
Così mi son chiesto: ma è davvero colpa di Berlusconi? E qui, allora?
Comunque. Poi, nascosto, di dorso, ho trovato un Dante Alighieri e poi, uscendo, tra i libri religiosi (sic), c’era un libro della Tamaro che ho letto, che non è religioso, e del quale libro ora non ricordo il titolo né mi importa di di ricordarlo.
Preferisco ripetere: Moccia.
Poi, nascosti, Dante e Tamaro.
Che Moccia sia tradotto mi fa piacere per lui. Che sia l’unico italiano ad essere visibile mi ha fatto pensare.
Come fa pensare che in Francia trovi soprattutto autori francesi.
Noi invece…
Forse la sapete. Ma  si dice si dice, so mica se è vero, ma me l’han detto in tanti, compreso un critico) che alcuni editori italiani facciano scrivere gialli ambientati negli usa da scrittori italiani, che poi si firmano Robert, o Tom, o Harry.

E buona domenica

PS E’ arrivato il racconto numero 22; penso di postarlo stasera.

in viaggio

Allora, l’ultimo racconto. E’ arrivato e io l’ho postato, appena saputo che Monia lo aveva letto. Insomma, in fretta (con connessione telefonica). Ho visto che non aveva titolo. In realtà i due autori (sono stato contattato telefonicamente ma non potevo intervenire) il titolo l’avevano scritto come nome dell’allegato: Quattromani (simile ad altri file). Ora correggo, e leggo anche i commenti. So, dopo aver letto la posta elettronica, che c’è una discussione accesa sul numero delle battute. Non mi ripeto, ché ho già spiegato quello che penso, ma non è stato certo l’unico intoppo. Per esempio. A un paio di racconti ho fatto un po’ di editing, ma l’avevo specificato dall’inizio. E le varianti son tante. C’è chi ha scritto con una persona che non conosceva, c’è chi ha liigato, chi si è ritirato, c’è chi mi ha mandato il racconto daopo 24 ore chi me lo manderà il 14 di agosto. Un racconto non l’ho accettato, ma spero di averlo fatto in modo “gentile”, ché non mi frega di giocare al piccolo editore. C’è chi mi ha fatto un po’ penare e un po’ no, c’è chi sa scrivere bene e dè stato randellato, c’è chi ha scritto per la prima volta e si è mortificato per certe randellate, c’è chi è stato randellato e nei commenti è stato davvero signorile, complimentandosi. E c’è chi se l’è presa per certi giudizi perentori (diritto sancito da più costituzioni, quello di Prendersela) ma non ha replicato. E c’è diversa gente che si è divertita prendendo raccontiaquattromani per qualcosa di serio. Bene, sto scrivendo mentre viaggio. So tornando a casa. Quel bischero del mio gatto è una settimana che è sparito, prima di rivolgermi a Chi l’ha visto voglio andare a cercarlo, almeno un po’. Poi magari faccio – se ci riesco, forse, magari – una settimana di ferie, in compagnia dei vostro racconti e commenti. E buona giornata

Raccontiaquattromani/21

Quattromani

Sono andati, passati, i tempi in cui si viveva. Adesso è solo una lunga attesa. Attesa poi di cosa non ci è dato sapere. Se finora non ha gettato tutto è perché ogni tanto le piaceva venire a piangere sui ricordi. Ora non fa altro. Che piangere. La sento. Di là. Le sue mani, quelle mani bianche, lunghe e ossute, così eleganti, così curate, sensuali, non profumano più di limone. Sanno di fumo stantio e disperazione.

Siamo arrivati in questa casa con Lui, dentro un grazioso pacchetto di carta blu. Le aveva detto, mentre lei ci estraeva compiaciuta e felice, che con noi non avrebbe mai avuto freddo. Capretto bianco ammorbidito come si deve, lavorato dal migliore guantaio della città, rinomato anche oltre confine. Sottili, delicati e abbelliti da una fila di piccoli bottoni di madreperla a chiudere i lembi sull’esile polso, creando un’asola in cui Lui amava passare il dito accarezzandole la pelle sensibile. E lei era percorsa da brividi. Come sono caldi, aveva sussurrato quella volta, indossandoci e facendoci assorbire il suo lieve profumo.
Siamo stati regalati per le ore d’amore. Siamo stati testimoni delle carezze fatte in parchi invernali. Eravamo le sue mani di battaglia, della sua personale battaglia d’amore. La sua seconda pelle. E ricordo come scivolavamo sulle dita bianche, lisce, sottili.
Ne abbiamo fatte di cose insieme. Era eccentrica, senza limiti, teatrale. Così unica. Così irresistibile. Speciale. Tanto da poter indossare guanti di pelle candida, le aveva detto Lui. E davvero si voltavano tutti a guardarla quando camminava per strada. Erano tempi di splendore. Di spensieratezza.
E lei era così presa. Persa. Di Lui, per Lui. Era felice in quei tempi, era innamorata.

Vorrei avere ancora il mio compagno. Chissà che fine ha fatto. L’ultima volta lo vidi sul sedile dell’auto mentre Lui le stava spezzando il sorriso. Credo lei abbia dimenticato lì il mio gemello e anche se stessa. O almeno i suoi sogni e la speranza. Quando siamo stati separati e mi sono trovato a essere un ricordo doloroso da chiudere in un cassetto, l’inverno stava finendo e non faceva freddo, ma lei ci aveva indossato ugualmente. Hai belle mani, perché le copri sempre? aveva detto Lui insofferente, quando eravamo arrivati al parco, di fronte allo stagno, dove era solito aspettarla. Sai che indossarli mi ricorda te, sono caldi, aveva risposto lei, con voce pacata. Ma quella fu la mattina in cui tutto naufragò contro gli scogli aguzzi dell’incomprensione. All’improvviso Lui era cambiato, non era più così sicuro.
E lei soffrì molto. Uscì veloce dall’auto parcheggiata sulla riva scappando fra gli alberi, dimenticando il mio compagno.
Mi usò per asciugarsi le lacrime, venni appallottolato nella borsetta, scagliato sul tavolo di casa.
Un giorno di sole come lo è oggi, mi ha preso con delicatezza, come se il dolore e la sofferenza avessero trovato un luogo mite nella sua mente dove riposare, e mi ha deposto con cura in questo cassetto.
Ora è il nulla di ore interminabili ad ascoltare i rumori di fuori e i sussurri degli oggetti che sono qui. Andati, passati. Delle volte mi perdo nei bisbigli delle lenzuola riposte in altri cassetti che raccontano storie di letto. Ricordi, solo ricordi. Nulla più.

Al buio, con il pelo del collo del cappotto che copre il mignolo, le piume stanche del boa sul palmo bucato.
Quando mi ha messo qui dentro lo ha fatto con attenzione, non mi ha gettato in malo modo come è capitato alla cintura di seta o alle calze verdi, mi ha steso in un angolo, quasi fosse un rituale. Ha sospirato e poi ha chiuso il cassetto.
Sarebbe stata dura, per Lei, separarsi definitivamente da me. Il cassetto ogni tanto lo si può aprire.
In questo caos di lacrime e sorrisi io sono senz’altro il ricordo più dolce e doloroso. Il boa spennato è il retaggio di una festa di fine anno, il collo d’ermellino una fugace vestigia da mercatino delle pulci, la cintura, le calze, la penna stilografica sono solo oggetti dimenticati, ma io rappresento il ricordo più intenso e passionale. Non il solo, certo. C’è il guanto bianco. Ma io racchiudevo, proteggevo la mano di lui.

Un tempo, eravamo in due e avevamo un senso di funzionalità. E’ stato lui a comprarci, in un laboratorio di una simpatica magliaia che cantava l’Aida mentre ci creava. Ci ha presi insieme a Lei, è stata Lei che ci ha scelti. Diceva che anche lui doveva indossare guanti per le carezze d’inverno. Le piaceva la morbidezza del nostro tocco sulla pelle, le dita passate tra i suoi lunghi capelli. E lui ci usava per racchiuderle il viso nel calore della lana riparandola dal vento. Riscaldandole le gote e il respiro. Erano felici. Fino al giorno in cui lacrime e dolore hanno invaso l’abitacolo dell’auto. Quando Lei ha aperto il cassetto del cruscotto per cercare un fazzoletto capace di arginare quella sofferenza, per sbaglio mi ha afferrato. Nessun fazzoletto nel cassetto, ma nel caos del momento mi ha riposto in borsa e non vicino al mio pari. Ore dopo, a casa, quando mi ha trovato, mi ha scagliato con rabbia per terra, sventrandomi il palmo con le unghie, per raccogliermi subito dopo e annusarmi cercando tra le mie pieghe tracce di lui.

E ora se ne sta di là. Tra fumo stantio e disperazione. Forse se pensasse che lui, quella sera, trovò nell’auto due di noi, quattromani di un amore invernale, e che lui da quella sera custodisce con nostalgia due di noi, quattromani di un perduto amore, forse si asciugherebbe le lacrime con quelle sue belle dita e uscirebbe a passeggiare nel caldo sole d’autunno.

un po’ di tutto

Ho appena finito di autografare otto, o nove libri non so, magari dieci. Ho voglia di fumare, di uscire, di raggiungere Marino Magliani, ringraziarlo, dirgli che la presentazione a Imperia del mio libro non poteva andare meglio: quaranta persone almeno in una serata caldissima, la troupe della Rai, la signora che, alla fine della presentazione, dice che…, la gradita visita di Latifah, prima dell’inizio.
Sto per uscire, e proprio quando metto in tasca la mano per tirare fuori la camel light sento una voce che mi chiama: Bassini.
E’ il libraio. Mi chiede se conosco una certa Loredana B.
Perché sa -aggiunge – ho visto che lei di Cortona e io conoscevo questa ragazza, con il suo stesso cognome, di Cortona pure lei.
E’ mia cugina, dico. Lui mi guarda. E’ troppo poco come risposta.
Tre parole che non dicono niente. Ho più di venti cugini primi, penso, e penso anche che non c’è tempo per raccontargli la storia, che magari lui conosce, di questa mia cugina che, con altri tre fratelli, perse il padre che era piccina.
Il mondo è piccolo, comunque. A Imperia trovo, meglio ritrovo, questo ricordo, ché io e Loredana siamo stati compagni di gioco in un’estate spensierata quando si aveva sedici anni, e trovo anche una signora di Vercelli, un’ex assessore, combattiva, bella persona, che non conoscevo…
E per la prima volta, a Imperia, e c’è stata attenzione, proprio parlando del mio passato (Cortona) e del mio presente (Vercelli) ho spiegato meglio Anna Antichi, la protagonista de La donna che parlava con i morti.
Oltre al giallo, oltre alla storia d’amore: e non so mica se è giusto spiegare un libro.
Comunque.
Ho detto che tra me e Anna Antichi c’è un punto in comune che è lo stesso punto in comune che hanno tante persone, oggi.
Siamo figli dell’Italia del dopoguerra, cattocomunista, superstiziosa. Oggi siamo figli d’una tecnologia che ci fa passare ore davanti a dei monitor, io almeno.
Ho ricordato quando, ragazzo, andavo a raccogliere il grano, appunto a Cortona.
I covoni, lasciati sul campo, che noi (intendo due squadre) con i forconi caricavano sui carri (barocci) trainati da una coppia di vacche chianine.
Poi, dopo aver sudato e bestemmiato e cantato, si andava sull’aia, a bere vino.
Lì, ascoltavo storie.
Anna Antichi è un po’ così. Ha avuto una storia(ccia) d’amore grazie a una chat ma si sente attratta, e non è solo nostalgia, al mondo di suo padre.

Racconti.
A proposito del numero di battute in eccesso.
Allora, mi fa sicuramente piacere quello che ha scritto Enrico Gregori, e cioè:
C’era una regola inerente il numero delle battute, è vero. Remo ha ritenuto di fregarsene. Non riesco a dargli torto. Nè, peraltro, riesco a dar torto a chi pensa “bè, se anche il mio racconto fosse andato oltre il rigaggio, sarebbe venuto meglio”. Sì, vero. Ma la controprova non c’è. Insomma io personalmente me ne frego.
Peraltro (non che sia un invito a tale procedura) in sede di “votazione” ognuno sarà libero di ritenere se l’aver oltrepassato il rigaggio debba o no essere considerato un elemento a sfavore.
Ringrazio Enrico, e aggiungo qualcosa.
Se a me dicono di scrivere un racconto con un numero massimo di 5500 battute io scrivo un racconto di 5500 battute.
Nella sezione racconti (https://remobassini.wordpress.com/racconti/) n’è uno, il primo, (pubblicato su No Tag) che è di 5500 battute.
Avevo scritto che in caso di cento battute in più non sarei stato lì a sindacare.
Poi è successo che mi son concentrato sui racconti (un paio di editing, discussioni con alcuni, cercare il socio a chi non l’aveva), insomma:dal momento che il lavoro non mancava davo per scontato che tutti avessero mantenuto le 5500 battute. Finché un giorno, leggendo un racconto, dico tra me e me: questo è più lungo. E in effetti lo era. Mi resi anche conto, fatte altre verifiche, che non era l’unico.
Bene, pensai né più né meno quel che ha scritto Enrico, sopra.
Stavolta è andata così.

Sulla votazione. Lo peto. Chi ha partecipato, più, se vogliono, le due persone che mi hanno dato una grossa mano (cioè Monia e T) possono votare i sei racconti migliori; (do per scontato che non si vota il proprio). Più che un voto lo vedo come un atto finale: si stabilisce quali sono i sei racconti (due apriranno l’ebh, due lo chiuderanno e due staranno in mezzo) più rappresentativi di questo esperimento.
Allo stesso tempo, possiamo proporre un’altra classifica: di chi questi racconti (mi vengono in mente Carlo S e Opi) li hanno solo letti (Eva Carriego fa parte del gioco, dal momento che si era dichiarata disponibile a partecipare).

Infine.
Elena (Caterpillar)ha chiesto: fino a quando si possono postare racconti e qual è il termine ultimo per votarli?
Allora, fino al 16 agosto possono (ma con preavviso) essere spediti racconti.
Poi si vota, fino a quando si sono espressi tutti o quasi. So bene che qualcuno magari è in ferie, ma non ma nemmeno di prolungare fino a fine agosto. E poi: si tratta solo di definire l’ordine dell’ebook.
Come se fosse cosa di tutti.

Chiudo dicendo che io non voterò. Ci o pensato bene, e magari un’altra volta lo spiego.
Sono in ferie, sono in Lingua d’oca. Ora spengo il computer e guardo il cielo. E’ stellato stasera.
Buone cose a tutti (e scusate per i refusi; sto postando al buio, in un prato… prima ho visto correre una lepre, non distante).

PS. Voglio aggiungere una cosa. Qui a volte ci soo scazzi. Dal mio osservatorio, dietro le quinte ma con un potente riflettore, dico anche che da molte perso c’è stata una signorilità e un modo garbato di partecipare a questo gioco che mi ha stupito.
(Spengo)

Raccontiaquattromani/20

Evoluzione

Resta poco di me al termine di una giornata di lavoro.
Trovare parcheggio è un’insperata botta di culo. Un po’ stretto vabbè, ma è proprio sotto casa, di fronte al portone. Due manovre, una toccatina alla berlina parcheggiata dietro, poi raccatto la valigetta dal sedile e scendo. Sono le sette di sera, il sole è basso e se Dio vuole i 42 gradi di oggi a pranzo sono solo un brutto ricordo. Finirà che dovremo girare con dei condizionatori d’aria incorporati nei vestiti. Forse ci sono già, magari in America o in Giappone. Inventano di tutto da quelle parti.
Mazzo di chiavi: chiavetta elettronica del conto in banca, chiavi del box, cantina, posta. Portone d’ingresso. Apro.
Il condominio è immerso nel silenzio. Grazie, sono tutti in vacanza. Non io.
Mi piace il mio lavoro e poi, se questo progetto andrà in porto, ci scappa pure un aumento di stipendio. A settembre ne riparliamo, ok? Ha detto il boss.
Ok, certo. Non c’è mica fretta.
Sono dieci anni che vivo attaccato a un computer e non m’importa se quando torno a casa continuo a lavorare. Non ho una moglie da portare fuori a cena, non ho figli, tanto meno una compagna. Ma sta bene così, per ora.
Con un abile gioco di dita, afferro la chiave di casa. Appena apro la porta, Bernie mi viene incontro con tutti i suoi sette chili di felino peloso. C’è puzza di orina. Come al solito l’avrà mollata contro la tenda della cucina. Lo lascio solo tutto il giorno e questo è il suo modo di vendicarsi. Provvedo a rifornire le sue ciotole di acqua e croccantini, faccio una doccia e mi trasferisco nello studio.
Accendo il notebook e penso che più tardi, forse, mangerò qualcosa.
“Ma non dovreste mangiare tre volte al giorno?”
Schizzo su dalla sedia e mi guardo intorno. La stanza sembra vuota ma la tachicardia non vuole saperne.
“Sono qui.”
Mi giro. Davanti a me il divano. Vuoto.
Scuoto la testa. Colpa mia, tutte quelle ore davanti a un monitor mi hanno mandato in pappa il cervello.
“Mi vedi?”
No, non lo vedo. Accendo la luce. Sul divano una chiazza d’ombra. Niente altro. Perfino Bernie si è dileguato.
“Sono io.”
Io chi, cazzo? Mi faccio avanti con le mani tese. Sembro un cieco ma tutto intorno a me è chiaro, svelato dall’alogena. Anche l’ombra che adesso sembra più morbida, rilassata.
“Sì, immaginavo che una civiltà come la vostra si rivelasse nelle comodità. Di sicuro non fate molto movimento.”
Per fortuna trovo la poltrona dietro di me.
“Non credevo che ti saresti spaventato. Da quel poco che ho visto di questo mondo, siete abituati a parlare con voci prive di corpo.”
Sì, grazie. Ma quelle voci escono da un apparecchio, non dai cuscini del mio divano.
“Capisco. Forse avrei fatto meglio a telefonare.”
Poteva essere un’idea, sì… coso.
“Coso?”
Sto impazzendo. E’ il caldo.
“Ho notato che il problema della temperatura è molto sentito qui da voi. Forse perché ve ne fate una colpa.”
Sta’ a vedere che adesso mi metto a disquisire dell’effetto serra con il mio divano.
“Disquisire? Forse è questa la chiave. Voi metabolizzate i vostri errori con le parole. Anche se tu non sei molto loquace.”
Mi arrendo.
“E che ti dovrei dire?”, chiedo.
“Tutto. Sono qui per imparare.”
“Ti sei scelto un ottimo maestro, coso.”
“C’è stata una lunga selezione.”
Da un’ombra sul divano non mi aspetto il senso dell’umorismo. E l’idea della selezione, a questo punto, mi terrorizza.
“Eppure non sembri spaventato dalle responsabilità. Sei ciò che voi definite una persona affidabile.”
Mi viene da ridere.
“Se fosse vero avrei corso il rischio di legarmi a una donna. Avrei messo su famiglia.”
“Ma a te basta il tuo lavoro.”
Sarà un’impressione, ma la voce sembra preoccupata.
“Mi prendo per il culo, coso”, rispondo. “E’ quello che facciamo tutti da queste parti.”
Lo capirà il concetto di presa per il culo?
“Sì, lo capisco: siete così evoluti da confezionarvi le vostre illusioni.”
“Non so da dove vieni, ma chiamarla evoluzione mi pare un grosso errore.”
“Stai cercando di scoraggiarmi. Eppure lo so che avete molto da insegnare.”
“Hai sbagliato persona. Io posso solo insegnarti a essere uno schifoso egoista.”
“Il concetto di egoismo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.”
Devo bere. Tiro fuori la bottiglia di Cointreau avanzato a Natale. E’ caldo e sciropposo, ma serve allo scopo. Sono solo, in una stanza vuota, a colloquio con un’ombra. Che altro posso fare se non scoppiare a ridere?
“Quando fate così siete felici.”
“Ti sbagli”, rispondo tracannando un’altra sorsata all’aroma di arancia. “Sei preparato ma ti sfuggono le sfumature.”
“Insegnami.”
“E da dove dovrei cominciare? Questo pianeta va a rotoli.”
“Perché?”
“Perché ognuno di noi pensa solo ai pochi centimetri quadrati di terra che riesce a calpestare.”
“E non è questa la vostra forza?”
“E’ che alla fine è difficile stabilire dove debba finire il proprio egoismo per lasciar spazio a quello degli altri.”
Un sospiro, ma non è il mio.
“Non vi rendete conto di quanto siete fortunati.”
Mi viene da pensare che c’è qualcosa di sbagliato in uno che è qui per imparare e vuole dare lezioni. Poi capisco. Ma non è merito mio. Nel caldo afoso del mio salotto percepisco un’alienazione che non è quella delle mie giornate di lavoro tutte uguali.
“Ma questa è una società perfetta.”
Suona consolatorio, ma lo penso davvero. Ciò che mi ha mostrato è la realizzazione di un’utopia.
“Nella perfezione non c’è evoluzione. Per questo sono qui.”
Aiutami. Non lo dice, ma è nell’aria.
Mi attacco alla bottiglia, di nuovo. Il prossimo Natale faccio scorta di Chivas. Ma intanto penso che voglio provarci. Chissà che da qualche altra parte, pianeta o quel che diavolo sia, non si riesca a fare le cose per bene.

Raccontiaquattromani/19

Milano centrale

“Caffè e cornetto”.
Voce metallica. Sguardo appena sollevato, occhi nascosti da un grosso paio di occhiali da sole. Come tutte le mattine è seduto al tavolino del bar, lo stesso tavolo.
Con aria svogliata, è sui trent’anni, recupera il primo quotidiano che trova sul tavolo vicino.
Avrebbe voglia di accendersi una Marlboro per smorzare l’attesa e provare a rilassarsi: è proprio una giornata no.
Non puoi, non è possibile, continuare ad urlare fino alle tre del mattino: idioti, ma ci vuole tanto a capire che non ne avete più e che dovete divorziare? Divorziate così io torno a dormire…
Altro che iniziare il servizio tra mezz’ora, avrebbe voglia di prendere la macchina ed andare al mare, magari con suo figlio, come quando stava ancora a Roma e la domenica partiva per Ostia. Si divertiva o faceva finta: quella creatura a stento lo chiamava papà.
“Grazie”.
Il cameriere ha lasciato l’ordinazione sul tavolo.
Intanto è appena entrato il collega, quello che sorride sempre, quello a cui tutto va sempre nel verso giusto, gli sorride, ordina un latte macchiato tiepido e si siede.
“Allora ragazzone cosa leggi di bello, che è successo in questa Italia?”
Ma vaffanculo, coglione.
“E che vuoi che sia successo di bello, le solite schifezze”.
“Manovre economiche, decreto sicurezza e sto pazzo che ieri sera ha cercato di ammazzare la figlia sul marmo dell’Altare della Patria…”.
Il collega dice qualcosa, mentre i due escono dal bar, ma ormai a farla da padrone sono i ricordi confusi di suo padre…
Papà…
Ma che fai coglione? Gli vuoi ancora bene con tutto quello che ti ha fatto? Quando ti ha rotto il naso perché, ubriaco come sempre, aveva perso il controllo?
Ma papà era così… Ogni volta che beveva non era lui che beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.
Ma che diavolo dici? Quante volte hai dovuto accompagnare tua mamma al pronto soccorso? Eh, dimmelo quante? E tutte le volte speravi che, finalmente, qualcuno facesse qualcosa. Ma no, non si poteva. Ricordi? Nessuno si sarebbe messo contro un tenente colonnello. Nemmeno quella volta che hai trovato tua madre sul pavimento, zigomo rotto e…
E tu non sei tanto meglio, come padre. Quante volte tuo figlio ti ha chiamato così? Perché lo odi? Perché vuoi godere nel farlo star male: cos’è vuoi sentirti come si sentiva quel figlio di puttana?

“Guarda quella”.
“Chi?”
“Quella che se ne sta piantata là vicino ai cartelloni: ha la faccia d’una che si è appena strafatta”.
La gente, a Milano Centrale, sembra vagare alla rinfusa, ma quella ragazza, jeans larghi, maglietta colorata e scarpe da ginnastica, è immobile. Proprio sotto i tabelloni con gli orari degli autobus. Come se vivesse in un mondo suo.

Perché ti sei fermata, Chiara? Cos’è: quelle poche righe che hai letto sul Corsera ti ricordano il tuo inferno?
No, Chiara.
Il tuo, ma si possono paragonare gli inferni, si possono paragonare?, è stato peggiore. Lei, quella bimba, il mostro non lo vedrà più, se la giustizia, per una volta, sarà giustizia. E tu: e tu, invece, ci hai convissuto per 26 anni con Lui.

“Bastardo”.
Ma con chi ce l’hai Chiara? Con il mostro in galera o con il tuo che, anche prima, come se nulla fosse mai successo, ti ha telefonato per chiederti dov’eri. Come stavi. Se il treno era stato puntuale.
“Voglio scappare. Devo scappare. Dove cazzo è l’uscita in questa stazione? Devo andarmene”.
Lo stai già facendo, Chiara. Stai già scappando. Anche oggi. Più di ieri. Ieri non c’eri nemmeno arrivata a Milano Centrale. Vado a Firenze, avevi detto. La tua fuga era perfetta: ti sei fermata, povera scema, perché a volte lo sei proprio Chiara, a Torino. Oggi, invece sì: la meta è più vicina. Dai Chiara: devi più solo prendere una navetta. Poi Bergamo: mica gli hai detto al Mostro che scappi a Londra. Sei stata brava: almeno fino ad adesso. E adesso, per quelle poche righe, Chiara, ti vuoi fermare? Vuoi tornare ancora nella casa delle illusioni: vuoi tornare da lui, Chiara? Vuoi tornare da tua madre che ha fatto finta di nulla per tutti questi anni?
Clic.
Ecco brava, accenditi una sigaretta.

“Figlio di puttana”.
Brava Chiara, trova negli insulti l’ultima dose di coraggio: quello del passo decisivo. Proprio come quando, ossessionata dalla voglia di distruggerti con il cibo, avevi trovato un barlume di forza per iniziare le sedute dallo psicologo. Ti ricordi Chiara, le parole del Mostro?
Ma cosa ci vai a fare: sono tutte stronzate, aveva detto. Con quel suo sguardo, quello che ti ha perseguitato tutte le notti per ventisei anni. Forza Chiara scappa, non impedire che quella notizia, quella bambina, quell’altro Mostro, ti fermino. La strada per la libertà non è mai stata così corta.
“Signorina”
Chiara si gira di scatto, spaventata da quella mano che si era appoggiata sulla sua spalla sinistra.
“Signorina” ripete il bel poliziotto con gli occhiali da sole. “Ha bisogno?”
Chiara lo fissa: attentamente. Poi si gira e continua a cercare l’orario del suo pullman.
Il giovane poliziotto ripete: “Ha bisogno”?
Chiara con un filo di voce: “Sì, mi accompagni all’uscita dei pullman, per favore. C’è un vecchio che mi tormenta: continua a fissarmi. Ho paura”.
“Chi?”, dicono i due poliziotti.
Chiara, pur diventando rossa per la mezza bugia, risponde prontamente indicando, povero lui, un signore che se ne sta seduto, Repubblica in mano, su una panchina poco lontano.
“Lui?” chiede il poliziotto togliendosi gli occhiali da sole.
“Sì”, dice la giovane ragazza
“Potrebbe esser suo padre” sottolinea il giovane agente.
“Già…” disse sotto voce Chiara mentre si lasciava alle spalle il caos di Milano Centrale, scortata dai due poliziotti.

stasera…

Stasera sono a Imperia a dire, presentato e interrogato da Marino Magliani, de La donna che parlava con i morti (del libro, e di quello nuovo che uscirà, ho appena raccontato qualcosa, intervistato dalla Rai, sede di Genova, però).
Se qualcuno di quelle parti dovesse esserci mi scriva una mail, grazie.
Poi faccio 12, forse 13 giorni di ferie: Francia e soprattutto Spagna. Al ritorno vedrò e mi fermerò, due giorni credo, a Marsiglia, la città di Izzo.
Non ci sono abituato alle ferie io. Nemmeno ai week end prolungati. Se son libero la domenica, tutta la domenica, va di lusso.
Raccontiaquattromani comunque procede, procede grazie a Monia, sempre attenta a leggere e segnalarmi.
Io avrò dietro il pc (come sempre), e una connessione lenta (scheda telefonica). Comunque potete contattarmi (mi collego al mattino e la sera tardi).
Siamo arrivati a venti racconti senza troppi scorni. Vi prego di continuare così: ché si possono dire cose contrarie senza menare colpi bassi.
Ora, in anticipo, posto il racconto numero 19.

Raccontiaquattromani/18

Naturalmente

“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
“Son le polpette”, mormorò Antonia, che il mal di stomaco così forte aveva cominciato a sentirlo il giorno prima, dopo il pranzo del giovedì.
“Come, scusi?”, il dottorino sgranò gli occhi. Si vede che all’università le polpette non erano nel programma.
“Ho il mal di stomaco per le polpette di ieri”, sillabò lei, a voce bassa ma chiara.
“Le polpette sono buonissime”, ribatté l’infermiera, con stizza.
“Non importa, non importa, vedrà che domani o dopo starà meglio”, tagliò corto il dottorino, intascando lo stetoscopio e scribacchiando qualcosa sulla cartella clinica che affidò alle mani grandi e rosse di Benedetta. Uscirono, lasciando Antonia a massaggiarsi piano lo stomaco con una mano e a frugare con l’altra sotto il cuscino, dove aveva nascosto il pacchetto di sigarette.

Due ore dopo, sentì uno struscio alla porta, e Giuseppe che metteva dentro la testa.
“Cosa c’hai?”, domandò, cercando di attutire il vocione.
“La vecchiaia”, rispose.
“Non dire balle, non sei vecchia, fai solo finta per non mangiare la sogliola del venerdì”, e dicendo questo entrò, chiuse la porta e si mise a sedere di fianco al letto.
“Naturalmente, niente giro stasera.”
“Niente giro, Beppe, se mi vede la Benedetta mi strapazza. Facciamo domani. Domani sto meglio di sicuro”.
“Naturalmente – , fece lui, – e per domani ho un’idea.”
“Basta che non sia la solita, lo sai, siamo vecchi per quell’idea lì.”
Giuseppe si avviò verso la porta:
“Mi sa che hai studiato insieme al dottorino, tu”, disse, e mentre lei rideva augurò la buona notte e se ne andò.

Alla fine, non le dispiacque rimanersene da sola, quella sera. La mensa era sempre un bailamme, e i filetti di sogliola limanda sapevano sempre di sapone. Aveva provato a dirlo a Carlo, quando era venuto l’ultima volta, ma il figlio aveva scosso la testa e spiegato:
“È la vecchiaia, mamma, con i lustri si cambiano i gusti, qui fanno da mangiare bene, lo sai.”
Buonanotte, aveva pensato Antonia, un altro con la fissa della vecchiaia, e non si era più lamentata. Aveva continuato a ingoiare latte scremato al mattino, risottino bianco a mezzogiorno e pastina con crescenza la sera. Tanto, adesso, tutto era condito dalle chiacchiere di Giuseppe e andava giù più facilmente.
Giuseppe l’aveva trovato lì, nella residenza “Anziani in forma”, che garantiva un’assistenza medico-sanitaria di prima qualità e servizi alberghieri di altissimo livello.
“Ospizio di lusso, eh?”, le aveva detto non appena si erano riconosciuti. E poi si erano messi a chiacchierare, a dirsi quanto erano stati stupidi a perdersi di vista, e il mal di stomaco di lei e l’artrite di lui, leggi ancora così tanto, scrivi ancora i tuoi fumetti, e i tuoi figli?, e la tua casa al mare?, ti ricordi di quella volta a Torino, ti ricordi tutte quelle lettere, ti ricordi della bolletta del telefono, ti ricordi perché ci siamo persi…

“Ora che ci siamo ritrovati -, le aveva detto Giuseppe dopo pochi giorni, – naturalmente facciamo quello che non abbiamo fatto allora.”
“Tipo gli esercizi con la fisioterapista?”
“Piantala, tirati su di lì e andiamo a farci un giro.”
Così, se ne erano andati in collina, avevano fatto venire il mal di fegato a Benedetta che non li aveva trovati pronti per la gioiosa attività del laboratorio della memoria. Li aveva cercati per tutto l’ospizio e quando erano tornati a momenti sveniva. Non dalla contentezza, dalla rabbia.
Il dottorino li aveva chiamati e aveva fatto la predica, poi si era girato verso l’infermiera, aveva buttato gli occhi per aria e aveva mormorato:
“Eh, la vecchiaia, sa…”
Loro si erano guardati la punta delle ciabatte ed erano stati zitti, poi
suo figlio Carlo era arrivato di corsa per vedere se l’aria delle colline le stava dando alla testa.
“Ma… mamma!, cosa devo fare, con te?”
Alla fine si era arreso e avevano concordato con la direzione di concederle queste piccole scappatelle, eh, signora Antonia?, però faccia la brava, poi.
E lei aveva fatto la brava. Bravissima. Anche se Giuseppe insisteva.
“Non lo abbiamo mai fatto sul serio. Ne abbiamo soltanto parlato. Perché adesso non ne approfittiamo?”
“Perché siamo vecchi bacucchi.”
“Vecchia bacucca sarai tu.”
“Grazie, allora, ciao.”
“Dai, vieni qui.”
“Domani.”
“Domani lo facciamo?”
“Smettila.”
“Se lo facciamo, la smetto, naturalmente…”
Erano andati avanti così per due settimane, fino al giovedì delle polpette, fino al venerdì della sogliola, fino a quel sabato mattina in cui il dottorino era tornato per vedere come andava e le aveva spiegato:
“Vede, signora, è la vecchiaia.”
Di nuovo, aveva pensato lei. Se mi viene il morbillo questo mi dice ancora che è la vecchiaia. E così aveva deciso. L’avrebbe fatto.
Lo disse a Giuseppe, che non fece neanche vedere quanto era contento, perché sapeva che lei sapeva.
“Lo sai, vero?”, le chiese. E lei annuì.
La domenica mattina si preparò per andare a messa, poi sgattaiolò fuori insieme a Giuseppe (“Perdonami, Signore, te che sei meglio della Benedetta e del dottorino”) con la busta dei soldi e un pacchetto di sigarette.
“Questo lo buttiamo”, fece lui. E lei annuì di nuovo.
“Dove andiamo?”, chiese.
“Non so -, rispose lui. – Non so dove. Non andiamo in nessun posto. Andiamo verso un tempo.”
“Che tempo?”, chiese di nuovo lei, e sorrideva.
“Verso ieri, – rise lui. – O forse verso domani, vediamo.”
“Mi piace -, assentì lei. – Vengo con te.”
“Naturalmente”, disse lui, e si incamminarono.